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martedì 11 aprile 2017

Love Witch

Titolo: Love Witch
Regia: Anna Biller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La seducente strega Elaine ammalia gli uomini, li attira con il suo corpo perfetto e riesce così a fargli bere un magico intruglio. Dopo aver bevuto la pozione, si innamorano di lei e perdono la propria virilità, diventando persone molto più deboli e fragili. Ma questo è proprio quello che Elaine non vuole.

Love Witch è una di quelle opere difficili da classificare. Un film strutturato in modo atipico, con una dimensione onirica che abbraccia la realtà come una pozione magica in cui lo spettatore finisce stregato. Ecco l'impressione è stata proprio questa trovandomi di fronte ad un film che parla di una strega in un modo davvero disarmante in cui prima dell'incidente scatenante, il film ha qualcosa di ipnotico e seduttivo.
Samantha Robinson poi è semplicemente perfetta senza stare a fare grandi cose.
Ha un viso, un'espressività e delle forme che la fanno diventare immediatamente la femme fatale, l'oggetto del desiderio che tutti vogliono e a cui nessuno può sottrarsi.
Anna Biller, regista e artista fuori dal normale, si diverte, mette tutto dentro al film, facendolo diventare una specie di manuale su com'è la vera vita da strega e tutti i problemi legati alle infatuazioni.
In più il film a qualcosa di nostalgico come se riportasse continuamente in un'epoca diversa in cui predomina la natura e la Vecchia Religione come nella scena bellissima in cui si celebra il rito del matrimonio secondo l'antico culto pagano.
Love Witch non è solo un omaggio al cinema sexploitation e grindhouse degli anni 60/70, ma si trova nel cinema del Technicolor, nel 35mm, in una delizia formale immensa e senza eguali che questa artista molto alternativa riesce a rappresentare con una spontaneità incredibile.
Un'opera che a distanza di anni riporta la regista con rara autorevolezza e convinzione a bombardarci di intrugli, saponette, pozioni e allucinogeni seriamente potenti.
Un film letteralmente ricoperto di simbologie che in una spirale narcisistica e spietata
dimostra una padronanza incredibile della sua creatura in ogni dettaglio, minuziosamente studiato, dove nulla è lasciato al caso.

The Love Witch è tanto altro ancora a parte una durata che allunga un po troppo alcune situazioni, intriso di delicatezza e violenza in un binomio capace di evocare sensazioni ed emozioni sopite da anni di effetti speciali in digitale. Il cinema di Anna Biller è cinema artigianale e noi non possiamo che apprezzare e accogliere questa rappresentazione alternativa e originale della strega attraverso canoni, stili e codici congeniali quanto intrisi di un certo sapere e di una innata capacità di saper unire così tanti ingredienti diversi.

venerdì 13 gennaio 2017

Autopsy of Jane Doe

Titolo: Autopsy of Jane Doe
Regia: Andre Ovredal
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La storia si svolge in una piccola città, in un mortuario a conduzione familiare, dove un padre e il figlio ricevono la misteriosa vittima di un omicidio - una bella e giovane di nome Jane Doe. Nel tentativo di capire come è morta e chi è, scoprono indizi sempre più bizzarri, che detengono la chiave di terrificanti segreti.

Cosa può succedere quando metti assieme un interessante regista norvegese (TROLL HUNTER non ha bisogno di presentazioni), alle prese con il suo primo film britannico e con un attore scozzese e uno americano. Il risultato è un horror classico, un film di genere con così tante contaminazioni da renderlo un gioiellino da gustare nelle tenebre e nel silenzio più assoluto. Un'opera che grazie ad una sceneggiatura che ingrana marce minuto per minuto, porta l'atmosfera e la suspance a livelli molti alti dove l'unica pecca è l'esagerazione di fondo che chiama in causa troppi elementi esoterici alla rinfusa.
Tutto il film è concentrato su due attori e il corpo di questa misteriosa Jane in un'unica location, l'obitorio (sfida che il regista vince con una semplicità impressionante).
Ovredal ha voluto omaggiare i classici e il film a parte riuscirci fino alla fine, trova solo nel climax finale alcuni colpi di scena che seppur debolucci risulteranno gli unici possibili.
L'ennesima conferma e riprova di come negli ultimi anni gli horror low-budget stanno avendo un enorme successo e questo, come spiega il regista, spesso e volentieri è dovuto alle pressioni che avresti con le major, quindi seppur con più difficoltà e allungando molto le tempistiche i risultati arrivano e tu non devi rendere conto a nessuno.
Il secondo film di Ovredal parte dall'autopsia, dalla ricerca di chi è Jane e cosa le è stato fatto, andando avanti e scoprendo con un angoscia incredibile il corpo consumato e violato.

L'interno del corpo poi si presta a diverse chiavi di lettura e rivela una mappa della cattiveria umana e infine l'aspetto magico che cambia completamente il registro del film, come quando la scienza incontra l'esoterismo, è sì funzionale ma poteva essere centellinato in modo meno plateale.

giovedì 22 dicembre 2016

Chi ha paura delle streghe

Titolo: Chi ha paura delle streghe
Regia: Nicolas Roeg
Anno: 1990
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un orfano vive una terribile avventura, simile alle fiabe della nonna: un gruppo di streghe, in apparenza signore perbene, lo vogliono trasformare in topo.

Tratto da un romanzo di Roald Dahl "Le streghe", lo sconosciuto film di Roeg entra a pieno nel sottogenere sul filone delle streghe trovando alcuni spunti e delle idee davvero interessanti che seppur scritte in maniera a volte non così seria, diventa quella fiaba nera per adolescenti tipica del cinema anni'90 che ancora portava avanti quella spinta sull'avventura e la mistery tipica di quegli anni.
Un horror fiabesco che trova almeno due punti di forza come il primo atto, suggestivo e importante nel darci elementi che verranno sviluppati in seguito (ma con una buona tensione e atmosfera) e il finale con le streghe che mostrano il loro vero e inquietante aspetto.
E'un film anomalo perchè sposa una messa in scena che a tratti sembra una comune commedia per poi rivelare il suo lato grottesco con l'arrivo della Strega Suprema interpretata da Anjelica Huston.

Per alcuni aspetti mi ha ricordato il cult della Troma RABID GRANNIES per come in fondo dopo la trasformazione emerga sempre la parte più inquietante ovvero quella del sacrificio dei bambini che se nel film di Roeg è "assente" ricerca un target specifico e che riesca a mettere d'accordo tutti, il film della Troma invece è di una violenza e ironia abissale. In più il tema della fiducia tra estraneo e bambino con la scena madre dell'albero è interessante per far capire come in alcuni momenti possa sentirsi un orfano. Sono tanti i riferimenti presi da questo film e usati quasi come registro per recenti film sulle streghe o che trattino di paure e incubi che minano l'infanzia e l'adolescenza.

giovedì 21 aprile 2016

Witch

Titolo: Witch
Regia: Robert Eggers
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una famiglia cristiana viene cacciata dal villaggio puritano in cui viveva ed è costretta a stanziarsi nella parte più remota della regione al confine con una foresta desolata.
Non appena questa si stabilisce nella nuova casa, inizia un susseguirsi di fatti inspiegabili che porteranno i due genitori ad accusare la figlia più grande di stregoneria.

The Witch è una vera sorpresa nel horror post-contemporaneo.
Un'opera capace di catapultare lo spettatore nelle campagne del New England, siamo nel 1630, decadi prima delle note vicende di Salem, senza usare elementi stucchevoli e prediligendo l'elemento realistico e naturale alla c.g.
In un panorama in cui le streghe e la stregoneria non sembrano più avere effetto perchè troppo patinate e piene di elementi esagerati e fuori luogo, il secondo lungo di Eggers punta invece sulla dimensione simbolica, pagana, superstiziosa, per arrivare a far collimare tutti questi elementi in un exploit suggestivo e impressionante.
Grazie ad un cast che riesce a mettercela tutta, il reparto giovani è strepitoso.
Il film che avrebbe dovuto fare Ben Wheatley al posto di HIGH RISE sembra strizzare l'occhio al cinema d'autore, dove l'ansia e la suspance creano più orrore che mostri, sangue e rituali.
La trasfigurazione, come il sovrannaturale, si manifestano concretamente ma solo nel climax finale dimostrando il perfetto impianto di regia e scrittura che connota la pellicola.
Il dramma famigliare riesce ad essere il vero orrore puro con tutte le paure e la lotta per la sopravvivenza. Ed è per questo che una delle scelte fondamentali e più astute di Eggers è stata quella di mostrare la strega e la sua tana in rarissimi momenti.




venerdì 20 febbraio 2015

All Cheerleaders Die

Titolo: All Cheerleaders Die
Regia: Lucky McKee
Anno:  2013
Paese: Usa
Giudizio:3/5

L'eterna lotta tra un gruppo di Cheerleaders e i giocatori di una squadra di football di un college americano tra i tanti, si trasforma in tragedia nel momento in cui il gruppo dei maschi provoca un incidente stradale in cui muoiono le Cheerleaders più avvenenti e in vista del gruppo. Hanna, l'unica sopravvissuta, pratica la magia nera e attraverso i suoi insospettabili poteri riporterà in vita le sue amiche. Le ragazze potranno così realizzare i loro desideri di vendetta...

Pur non amando i teen-horror, quando ho visto chi c’era alla regia ho fatto un piccolo salto sulla poltrona, pensando “ecco adesso fanno il botto”. 
L’ultimo film della coppia di registi, in realtà viene spesso e solo citato McKee  (un po come Selik per Burton) è una contaminazione di alcuni interessanti elementi (teen, wicca, vodoo, zombie, vampiri) tutti centrifugati assieme per dare alla luce un film, che soprattutto nella seconda parte, si scatena diventando una trashata sanguinolenta, attenta però a non diventare una cazzata immonda (c’è differenza).

Un film che si rifà a tutti gli elementi di genere e quella simbologia universitaria spiccia che sembra essere sintesi dell’idiozia che investe in particolar modo l’America. 
Senza lesinare, soprattutto nel finale, con dosi e tinte di violenza potenti e quasi esagerate, il film purtroppo non sembra trovare una sua collocazione specifica, risultando frammentato, disarmonico e purtroppo l’elemento eccentrico non trova il giusto spazio per riuscire a convincere e solo in parte a divertire.

domenica 2 novembre 2014

Visione del Sabba

Titolo: Visione del Sabba
Regia: Marco Bellocchio
Anno: 1987
Paese: Italia/Francia
Giudizio: 4/5

Il tribunale incarica uno psichiatra di esaminare una psicolabile, accusata di omicidio, che crede di essere una strega. Il medico viene travolto dalle visioni e dal torbido fascino della donna.

Scritto dal regista con Francesca Pirani, la Visione del Sabba è un film interessante per cercare di dare uno sguardo da un lato alla malattia e dall'altro alla capacità di lasciarsi incantare dal fascino femminile. Entrambi elementi che si sposano con le tematiche che da sempre interessano Bellocchio come le nevrosi del cittadino, l'intolleranza, etc.
Ci sono molti incontri, scontri e contrasti in questa difficile trasposizione.
Un'opera senza dubbio sperimentale, che si interessa di narrare e descrivere oltre che immaginare alcune situazioni e realtà.
La coreografia nel bosco del ballo del Sabba tra le ragazze di Raffaelle Rossellini, sono belle quanto affascinanti, per restituire alla danza e al movimento corporeo quell'importanza che poi è andata a mancare, trascurata e messa al rogo oltre che forse semplicemente non capita e per questo condannata ( tra l'altro proprio in questa scena un'attrice denunciò il regista per non aver fermato, anzi ha spinto sul realismo, una violenza nei suoi confronti durante una scena di sabba, quasi da snuff).
Diciamo che un'ottima prima parte del film si occupa di comunicare con dialoghi e facendoci scoprire i personaggi tutti bene o male durante il giorno mentre la notte è riservata ai sogni angosciosi, alle fantasie e soprattutto all'ebrezza di poter vivere alcuni momenti tutti in gruppo attorno al fuoco.
La visione del Sabba è sospeso tra le suggestioni di una fotografia che riprende i quadri fiamminghi, e un erotismo misterioso e malato, mettendoci vicino al delirio e la razionalità che combattono un corpo a corpo serrato tra la paura di abbandonarsi alle pulsioni sessuali e il desiderio di una libertà che non pone limiti, che si nutre di riti magici, di cerchi di fuoco, di danze con il diavolo.
Nel finale poi quando gli incubi notturni portano David al crollo, soprattutto nel fantastico rivivere di un sabba sfrenato, in cui egli gioca in conclusione il ruolo della vittima, David viene infine abbandonato dalla moglie e rimane ingabbiato nelle proprie visioni, finché si congiunge in un amplesso con la "strega" Maddalena che, condotta poi al rogo, vede proprio David appiccare il fuoco alla catasta; nella quale però essa rimarrà incombusta, sorridente e vittoriosa.
A parte il finale volutamente d'effetto e con alcuni doppi sensi, Bellocchio però sembra voler dare un suo sguardo laico, senza puntare il dito in particolare contro le istituzioni religiose, cercando di dare tutte le risposte dallo sguardo del giovane psichiatra.



lunedì 22 settembre 2014

Albero del male

Titolo: Albero del Male
Regia: William Friedkin
Anno: 1990
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un'affascinante donna si fa assumere come babysitter da coppie benestanti, dando false referenze e falso nome, e subito si dimostra molto abile nel lavoro e dolcissima coi bambini. La donna professa l'antico culto dei Druidi verso un grande albero abitato da potenti spiriti del male, e perciò, al momento opportuno, uccide le piccole creature affidatele, e ne offre il sangue alla sacra pianta come nutrimento.

Purtroppo anche i migliori possono sbagliare e ancora una volta la produzione, e vari altri problemi, possono incidere su un risultato che poteva dare molto di più, soprattutto se il suo regista è un visionario che sa il fatto suo.
Dimenticando ogni aspetto legato ai culti pagani, elemento da cui il film preleva solo un'estratto di idea, purtroppo quello che manca nel film è la sottile linea tra finzione e realtà, che manco a farlo apposta, esagera proprio in quello che doveva essere il climax e uno degi effetti speciali determinanti del film (l'albero che uccide le vittime).
C'è stata una lunga e sofferta gestazione durante il film, da cui non ha caso il regista ha deciso di staccarsi, senza quasi voler essere nemmeno accreditato.
The Nanny di Dan Greenburg, qui sceneggiato in modo più vegetale e prossimo a uno stile di narrazione che fondesse mito e California anni '90, altro non fa che esaminare gli orrori arcaici nascosti nella società contemporanea e riplasmarli.
Il problema è che non a caso Alan Smithe, che è subentrato alla regia, si sia trovato di fronte ad un esito già previsto e una macchinazione ormai compiuta.

giovedì 29 maggio 2014

Las brujas de Zugarramurdi

Titolo: Las brujas de Zugarramurdi
Regia: Alex De La Iglesia
Anno: 2013
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Josè in compagnia di un gruppo di balordi compie una rapina in un banco di pegni e ruba venticinquemila fedi nuziali. Porta con sé il figlio di appena otto anni, facendolo partecipare attivamente al colpo all’insaputa della moglie, in lotta con lui per l’affidamento del bambino. Ma qualcosa va storto, la rapina si trasforma in una caneficina e Josè, con il figlio, un altro strampalato rapinatore, un ignaro tassista e un ostaggio, fuggono verso il confine francese. Ma nella loro fuga approdano a Zugarramurdi, un piccolo paese popolato da streghe bellicose che non hanno nessuna intenzione di lasciarli andare via.

Nel suo ultimo calderone di esagerazioni furibone, Witching & Bitching del talento spagnolo, fa godere come pochi, dal primo all'ultimo minuto, in quasi due ore di film.
Chi conosce il regista, conosce il suo braccio destro, ovvero lo sceneggiatore folle Guerricaechevarria. Ora il suo ultimo film scardina tutto, distrugge, ricolloca, ritrasforma e da una sua particolare visione sul femminino davvero impressionante.
E'però un film che dietro la sua apparente ingenuità narrativa e soprattutto nelle regole e nel taglio action, estrae le più oneste verità, dipingendo uno scenario grottesco ma attuale e veritiero che non strizza mai l'occhio alla misoginia ma invece allo humor nero (caratteristica endemica del regista).
Trovatemi in Europa qualche pazzo come il talento di cui parlo, che riesca a destreggiarsi tra i generi, mantenendo uno schema e una lucida follia come lui e allora forse capirete la difficoltà, l'importanza, il gioco, l'esagerazione e una sceneggiatura perfetta e quanto mai politicamente super-scorretta che ormai è un arto inseparabile del regista che proprio non c'è la fa a non schierarsi.
Ancora nel suo film ne ha veramente per tutti/e dalla paura per le streghe (capite la metafora) e la stoltezza di chi vede nella donna una minaccia o pericolo. Nell'attesa di un salvatore o di un demonio, quando invece vediamo spuntare l'emblema del non-sense come anche il nascituro, il nuovo uomo e adrogino (che strizza l'occhio a HELLBOY) invocato dalle streghe e che porterà ditruzione e caos.
Sulla grande madre un lavoro certosino, una Venere di Willendorf, ovviamente riplasmata e riveduta, che prende per il culo tutti gli ultimi mostri abominevoli, nel senso che sono tutti uguali, partoriti da una c.g senz'anima.
E per finire non và dimenticata l'auto-ironia di cui il film è costellato.
Un film coraggioso, spietato e potente di un marcato autore che prende le distanza da tantissimi colleghi o finti-tali, manovali di Hollywood, che non sono in grado di trasmettere nulla e non hanno quella che ha un solo e unico nome nella settima arte: la passione.



giovedì 20 giugno 2013

Streghe di Salem

Titolo: Streghe di Salem
Regia: Rob Zombie
Anno:2012
Paese: Usa
Festival: Tff 30°
Giudizio: 3/5

Heidi, una bionda pollastrella rock, DJ in una stazione radio locale, assieme a Whitey e Munster Herman, forma il "Big H Radio Team". Arriva una misteriosa scatola di legno che contiene un disco in vinile, indirizzata a Heidi, con su scritto “Un regalo dei Lords”. Lei pensa che si tratti di una rock band che vuole pubblicizzare la sua musica. Mentre Heidi e Whitey ascoltano il disco, questo inizia a suonare al contrario e Heidi ricorda, in flashback, un trauma passato. In seguito, Whitey suona il disco dei Lord, battezzandoli The Lords of Salem, e con sua grande sorpresa il disco suona normalmente ed ottiene un enorme successo presso gli ascoltatori. Arriva un'altra scatola di legno per i Big H da parte dei Lords, con biglietti gratis, poster e dischi, per organizzare un concerto a Salem. Ben presto Heidi e i suoi colleghi scoprono che il concerto non è lo spettacolo rock che si aspettavano: i veri Signori di Salem stanno tornando, e vogliono sangue...

Comincio a credere di essere uno degli unici a stimare Rob Zombie. Come musicista mi ha sempre fatto cagare e come persona non la conosco e non la stimo però da quando è uscito quel mezzo capolavoro horror di nome LA CASA DEL DIAVOLO ho dovuto dare a Cesare i meriti che gli spettavano e poi soprattutto quando mi è capitato tra le mani quella meraviglia di animazione che si chiama THE HAUNTED WORLD OF EL SUPERBEASTO.
Questo suo ultimo si sapeva che avrebbe diviso i fan e i critici. Io ho trovato che sia il lavoro più anarchico che abbia fatto, capace di dissacrare più con questo lavoro che molti altri registi volendosi prendere troppo sul serio. Lui non lo fa.
Certo è anche il film più ambizioso, si accosta al maligno, al satanico, al peso delle sette e quindi incombe il fantasma della family di Manson citata sotto le righe in più passaggi sui riti compiuti dall'unione di appartenenti alla stessa setta.
La deriva visionaria e allucinata è portata ai massimi livelli come dimostra la scena del male, del feto luciferino o meglio quell'ammasso di carne che sembra allo stesso tempo un dio brutalizzato e un angelo del male che assurge al suo compito. Trascendentale ma più di tutto blasfemo nel mostrare come anche tra fasulle new-religion e tra i culti new-age come tutto non sia in fondo mai cambiato e trovando spesso nei culti personali la sopravvivenza psico-fisica ad hoc per gli astanti.
Il talento visivo di Zombie non traspare certo dall'idea di base che altro non è una cazzata o meglio un pretesto per arrivare a sviluppare un altro tipo di contenuto e portandolo all'esasperazione.
Un film per molti aspetti nuovo e assolutamente dinamico, hi-tech per certi versi ma classico nelle intenzioni e nelle note di intenti.

martedì 22 marzo 2011

Casa del sortilegio

Titolo: Casa del sortilegio
Regia: Umberto Lenzi
Anno: 1989
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un uomo è tormentato da un sogno ricorrente: scappare da qualcuno prima di raggiungere una vecchia casa dove una strega mette a bollire la propria testa decapitata in un calderone di acqua bollente. La sua fidanzata pensa che abbia bisogno di un periodo di riposo in campagna e i due vanno in una vecchia casa di famiglia che risulterà essere la stessa dell'incubo ricorrente, scatenando drammatiche visioni e uccisioni misteriose.

Lenzi è uno degli indiscussi maestri del genere horror, poliziesco e anche qualcosa di avventura. Questo piccolo horror del’89 risulta un giallo scritto bene, funziona con piccoli effetti a basso budget e una location come la casa che sempre riassume bene alcune delle tematiche horror più care ai nostri registi. Il soggetto è dello stesso Lenzi. L’idea della strega che uccide uno per uno tutti i personaggi secondo il sortilegio non è niente male. Tuttavia pur non essendo originalissimo come soggetto e reso bene con una buona cura per quanto concerne le luci e la scenografia che rimanda al neo-gotico italiano di Bava ed altri.
Questo film insieme ad altri doveva far parte di una serie tv “Le case maledette” commissionata da Mediaset(c’era anche Fulci con LA CASA DEL TEMPO, ma che non venne mai trasmessa per le scene a tinte decisamente troppo forti per il periodo).
Nel cast vale la pena di ricordare solo Paul Muller nel ruolo dello zio.
Il titolo viene anche chiamato “Splatter-La casa del sortilegio” visto che era un prodotto per la televisione splatter/horror italiana!
Un buon film che si riallaccia al filone degli horror italiani degni di un periodo più libero e fortunato produttivamente e qualitativamente.