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domenica 28 maggio 2017

Hounds of Love

Titolo: Hounds of Love
Regia: Ben Young
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

La diciassettenne Vicki Malonie si imbatte in una coppia di pericolosi maniaci che la rapiscono in una strada di periferia. Osservando le dinamiche del rapporto che lega i suoi torturatori, Vicki capisce presto che, per poter restare viva, dovrà far leva su un possibile punto di rottura tra i due...

Cosa si è costretti a fare per comprare dell'erba. Ben Young è fresco, giovane e alla sua opera prima si immette in un binario che negli ultimi anni piace particolarmente ai registi esordienti vista la parentesi, unica location, quindi una produzione di fatto molto low budget.
Una coppia urbata e diabolica di maniaci sessuali diventa il punto di partenza in annate che vedono perlo più seviziatori, killer seriali, mentre di coppie se ne sono viste poche.
Ambientando la vicenda negli anni '80 Young si ispira a fatti realmente accaduti, anche se non si riferisce a nessun caso di cronaca specifico. Si tratta, più che altro, di una rielaborazione personale del regista a partire dalle testimonianze di alcune donne serial killer rinchiuse in carcere.
Il risultato è altalenante. Sembra che per quanto concerne la psicologia dei personaggi e l'attenzione di Vicki a studiare atttentamente le mosse dei suoi aguzzini il lavoro e l'atmosfera dimostrano un buon tentativo tuttavia non sempre funzionale ma rimanendo traballante in più momenti.
Il climax finale e le violenze (ho apprezzato la scelta di Young di non mostrare mai lo stupro e le violenze facendo soltanto intuire cosa succeda nello stanzino) soprattutto le grida che diventano ad un tratto insopportabili, diventando strumenti abusati e ripetuti ad oltranza.
La storia secondaria della mamma di Vicki che nonostante la rinuncia della polizia continua a portare avanti la ricerca è abbatanza interessante anche se spesso viene lasciata da parte e non sviluppata a dovere (un altro elemento a sfavore e che si piazza verso la fine del seconto atto).

Il momento in cui la madre arriva nel quartiere dove pensa si possa trovare la figlia e la conseguente scenata e una delle scene più belle del film così come la chiusura in cui guardando dallo specchietto retrovisore puoi rimanere piacevolmente stupita.

lunedì 1 maggio 2017

Gang dell'arancia meccanica

Titolo: Gang dell'arancia meccanica
Regia: Osman F.Seden
Anno: 1974
Paese: Turchia
Giudizio: 2/5

Tre psicopatici criminali vanno in giro per Istanbul a uccidere e stuprare ragazze. Col fiato della polizia sul collo, i tre irrompono in una villa e la occupano, sottoponendo gli abitanti a ogni genere di cattiveria. Il padrone di casa è un ricco medico con moglie e figlio piccolo a carico e comincia così una serie inaudita di brutalità: l'uomo viene umiliato ripetutamente, la donna picchiata e palpeggiata. Il bambino piccolo inizialmente non capisce bene la situazione e prende tutto come un gioco, ma quando i criminali lo affogano in piscina la mamma impazzisce definitivamente. I tre finiranno in galera ma la pena che riceveranno sarà breve e, all'uscita dal carcere, anche per loro ci sarà una brutta sorpresa...

Purtroppo visionato in un'edizione tagliata nel finale di almeno una quindicina di minuti, il film maledetto di Seden rimane uno dei caposaldi del sotto genere horror rape & revenge. Un titolo importante quasi quanto I SPIT ON YOUR GRAVE ovvero quelle pellicole che hanno aperto le porta al tema anche se in questo caso i riferimenti paiono più spingersi verso Craven con L'ULTIMA CASA A SINISTRA del 72' e Kubrick per ARANCIA MECCANICA del 71'.
A differenza del film del '78 di Zarchi, il film di Sedem per fortuna gioca meno sulla tortura fisica e sullo stupro per concentrarsi maggiormente sul lavoro di violenza psicologica simile per certi versi al capolavoro che Haneke disegnerà nel 97' ovvero FUNNY GAMES.
Questa operetta qui sembra semplicemente l'opera più sciocca senza concentrarsi sulla natura e l'origine del male, ma mettendo in scena sevizie e soprusi del trio ai danni del nucleo familiare.
In particolare per l'epoca ha fatto discutere l'impiego del bambino nelle scene di violenza per arrivare all'annegamento. Anche se nelle scene della piscina è chiaro che sia un bambolotto, per l'anno di uscita una tale idea di violenza non era ancora così abusata come oggi. I picchi comunque arrivano nella scena madre e forse anche la più forte e lunga dell'intero film dove la mamma del bambino viene presa a schiaffi per dieci minuti di seguito, gettata a terra, fatta rialzare e colpita nuovamente
Il leader della band poi Savas Basar con quel sorriso serafico riesce a dare davvero una grande prova attoriale ricordando il Noe Hernandez di TENEMOS LA CARNE.
"Cirkin dunya" il titolo originale che in realtà dovrebbe suonare come "Mondo Cattivo" è un home invasion con un ritmo forsennato che non si ferma mai, senza smettere mai di gridare e di mostrare un certo compiacimento tipico dei film anni ’70.


giovedì 23 marzo 2017

Brimstone

Titolo: Brimstone
Regia: Martin Koolhoven
Anno: 2016
Paese: Olanda
Giudizio: 3/5

Alla fine del XIX secolo, nel west statunitense, Liz, una giovane di vent'anni, conduce un'esistenza tranquilla con la famiglia. La sua serenità viene sconvolta il giorno in cui un sinistro predicatore le fa visita. Si tratta dello stesso uomo che sin dall'infanzia la insegue inesorabilmente.

Brimstone è un western cupo e nero intriso di una misoginia e di un'atmosfera crepuscolare e sadica. Koolhoven sembra ispirarsi ad eventi tragici che riportano al tema delle violenze sulle donne in un periodo in cui soprattutto il dovere e il potere dell'uomo e di Dio si sfidavano in un bel braccio di ferro in cui il tasso di perversione era altissimo con un capitolo sull'incesto (Genesi) davvero pesante. Le Badlands, sono da sempre una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America, in quel XIX secolo teatro dei più celebri e apprezzati western sanguinosi e non, diventando lo scenario perfetto per una storia di violenza e dannazione che parla in fondo della storia di due nuclei familiari. Il difficile lavoro di fotografia e la luce scura per tutto l'arco del film, così come l'accurata scelta dei costumi e del trucco pesante ma non eccessivo, riesce a creare una inquietante tensione ben dosata dal buon cast e da alcune importanti anche se sprecati co-protagonisti. E'un altro film in cui è di nuovo la violenza a fare da padrona con scene disturbanti e sanguinolente senza farsi mancare eviscerazioni, lingue mozzate e cadaveri dati in pasto ai maiali.
Apocalisse - Esodo - Genesi - Castigo: in quattro lunghi capitoli che strategicamente rifuggono l'ordine cronologico temporale della storia, Brimstone traballa alla ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare portando a casa tanti bei momenti intensi e originali arrivando però a torturare troppo lo spettatore come il Reverendo fa durante tutto l'arco del film.
Come REVENANT, film sopravvalutato dal punto di vista tematico, è di nuovo la storia di un uomo (un Reverendo) che per tutto il film da la caccia a una madre del West muta e con una storia di violenza alle spalle. Un revenge-movie che usa il western e coglie alcune venature horror.



lunedì 6 marzo 2017

Handmaiden

Titolo: Handmaiden
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea,1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

C'è una frase che mi colpì di Park Chan-Wook quando al tempo diresse uno dei tre episodi di THREE EXTREMES. Il regista confidò al giornalista di essersi avvicinato solo in tarda età alla settima arte e di aver visto pochissimi film.
Senza stare a fare le presentazioni parliamo di un outsider che non ha mai sbagliato un colpo.
Sia nella trilogia della vendetta, la più conosciuta e apprezzata, ma anche in tutto il suo cinema precedente e la filmografia successiva, è un autore poliedrico che ha spaziato dal dramma, all'horror fino alla sci-fi, per arrivare con questo suo ultimo film a concludere la trilogia sull'esplorazione dell'amore proibito iniziata nel 2009 con THIRST e proseguita con STOKER.
Handmaiden approfondisce alcuni temi cari al regista e chiama in cattedra ancora una volta una scenografia inquietante per quanto rasenta la perfezione e una fotografia anch'essa molto potente in grado di restituire tutto ciò che i dialoghi e le parole non devono sforzarsi di raccontare.
Eppure a dispetto di altre sue opere appare come qualcosa di incredibilmente complesso, stratificato, un omaggio al cinema erotico e al soft-core con scene di sesso tra donne che fanno imbarazzare LA VITA DI ADELE.
Hideko, la protagonista ad esempio è costretta ad essere, lei come tutti gli altri, prigioniera del suo zio folle, un demiurgo come non si vedeva da tempo, addestrata fin dalla tenera età a interpretare reading per soli uomini di testi erotici giapponesi, di cui lo zio è un accanito e geloso collezionista, ossessionato dal sesso come esercizio di potere in modo indifferente sia nei confronti delle donne sia degli uomini.
In Handmaiden tutto viene ribaltato, i giochi e le dinamiche complesse tra i personaggi esplodono, il lento gioco della rottura delle apparenze diventa sempre più grottesco e avvincente per poi finire in un bagno di sangue come nella inquietante scena che fa da apri pista alla deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica tranciando dita.
E'un omaggio agli usi e costumi di una Corea ancora schiava e repressa, dove si insinua la libertà dell'erotismo come unica valvola di sfogo "femminile" e concentrandosi su una messa in scena che a differenza di molta cinematografia di genere coreana non usa un'estetica patinata così esagerata. Ispirato ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters, il thriller di Wook, che tra i suoi registi preferiti pone Hitchcock palesandolo senza troppi problemi e tessendo come spesso capita nel suo cinema il classico concetto per cui chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.
Handmaiden come tante opere in costume utilizza lo storytelling per creare ambiguità e per dare ancora più valore e spessore alla storia.



mercoledì 15 febbraio 2017

Gradiva

Titolo: Gradiva
Regia: Alain Robbe-Grillet
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Uno studioso di Delacroix di nome John Locke si reca a Marrakesh per tentare di risalire alle ragioni della sua svolta pittorica, testimoniata dai "Carnets du Maroc", di cui però soltanto quattro sono giunti fino a noi. Nell'appartamento che divide con la sua schiava penetrano personaggi di ogni tipo, capaci di farlo entrare in una pericolosa spirale di sesso e allucinazioni.

Che strano film questo giallo, questo viaggio nella mistery franco-marocchina con ventate di cinema di altri tempi e un'amore infinito per le Mille e una Notte e il cinema erotico. In Gradiva il fascino e l'amore per l'Oriente sono una costante con cui il regista non può fare a meno di confrontarsi.
Un indagine lenta, onirica, inquietante e allo stesso tempo romantica come un viaggio alla scoperta del piacere e di ciò che può apparire e risultare scontato solo all'apparenza.
Un'opera che sembra un dipinto, forse troppo intellettualmente ricercata, in momenti dove non sempre si riesce a sposare alla perfezione con la fotografia del film, quadri e opere per una galleria di immagini potente e suggestiva abbracciando il bondage e le pratiche di sesso estremo.
Alcune location sono di una struggente bellezza guidandoci attraverso giardini incantati e castelli che sembrano nascondere all'interno tanti gironi infernali in un'esperienza che abbraccia la realtà, la fantasia, il sogno e la veglia confondendo lo spettatore e rimescolando in crescendo fino ad arrivare al climax e all'estasi finale, all'eccitazione dei sensi. Carnalità e trascendenza, violenza e tenerezza si alternano nella coscienza di John Locke in un film d'altri tempi con una piccola critica concernente gli intenti che in alcuni momenti decollano per traiettorie surreali e metafisiche.
L'amore per un'ideale di donna, che ricopre tante sembianze e sembra essere a tutti gli effetti una dea diventa un viaggio interiore ed esteriore anomalo quanto ambiguo come appunto diversi personaggi che il nostro John Locke incontrerà nella sua ricerca.




venerdì 10 febbraio 2017

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




martedì 17 gennaio 2017

Pet

Titolo: Pet
Regia: Carles Torrens
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo tanto tempo Seth incontra Holly, una sua vecchia fiamma, e in breve matura un'ossessione per lei che lo condurrà a tenerla prigioniera nel rifugio per animali dove lavora. Ma non sarà lui ad essere l'unico carnefice: Holly nasconde qualcosa e potrebbe trasformarsi da vittima a boia.

Pet è uno dei quegli horror in cui devi arrivare fino alla fine se vuoi un minimo di soddisfazione. Non per altro. In questi ultimi anni le violenze a carico della donna sono aumentare nella realtà come nella settima arte. Sono loro le vittime sacrificali del momento, sono loro ad essere di nuovo il capro espiatorio preferito. Il perchè è semplice: al pubblico piace. E'vero anche che questa tendenza è stata sfruttata in maniera così massiccia da ripiegare su tutti i possibili e differenti scenari quando alla base il motivo è quasi sempre lo stesso (per esempio MARTYRS e THE WOMAN, potevano da soli aprire e chiudere il sotto genere).
Senza stare a d elencarli tutti, Pet pur partendo da un elemento anch'esso sfruttato all'ennesima potenza, il ragazzo timido e "strano" che cerca di innamorarsi della tipica bella ragazza che in passato andava a scuola con lei e che questa non si fila di striscio oltre che prenderlo in giro.
Dove però Torrens lavora di astuzia? Proprio quando si rende conto che con una ragazza chiusa letteralmente in una gabbia per cani, gli scenari sembrerebbero tutti optare verso il torture-porn, il regista invece usa la psicologia e l'intelligenza in uno scontro tra vittima e carnefice in cui le parti si scambieranno continuamente. Verso il climax finale poi si assiste ad una sorta di complicità che sfocia più volte nel sanguinolento come quando Seth uccide le vittime e da la loro carne in pasto ai cani del canile. Il finale poi solo per certi aspetti sembra voglia citare FREAKS di Browning.


giovedì 22 dicembre 2016

White Lightnin

Titolo: White Lightnin
Regia: Dominic Murhpy
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Nel cuore delle montagne Appalachian in West Virgnia, dove ogni uomo possiede una pistola e una distilleria di liquori, si tollera la leggenda vivente Jesco White. Da giovane Jesco andava avanti e indietro dal riformatorio al manicomio. Per tenerlo fuori dai guai, suo padre D-Ray gli ha insegnato l'arte della danza di montagna, una versione frenetica del tip tap con la musica country suonato col banjo. Dopo la morte di suo padre, il pazzo Jesco prende le scarpe da tip tap di suo padre e porta il suo show per la strada.

La storia di The Dancing Outlaw, il ballerino fuorilegge è una ballata travolgente e disperata.
Un viaggio nella violenza pura, di una mente deviata, instabile e complessa e di un percorso di redenzione anomalo e senza nessuna concessione.
Una vita di eccessi di droga, alcool, di autodistruzione, di un biologico benessere nella ricerca dello sballo e delle sostanze. C'è tanta musica, ritmo, un montaggio veloce e perfettamente scandito.
Una prima parte fra gli hillbillies che popolano le zone più arretrate e degradate degli Appalachi dove si vive tutti assieme e dove l'ambiente ricorda a tutti gli effetti le carovane dei bifolchi.
Una comunità dove il giovane Jesco intuisce subito, come d'altronde suo padre, quale sarà il suo destino.
Macabro, grottesco, è riuscito in diversi momenti a ricordarmi un altro film folle, BAD BOY BUBBY, il quale puntava più sul disturbo psichiatrico e il suo impatto sulla società rispetto all'esordio di Murphy dove Jesco è un pazzo almeno fino a quando non incontra l'amore e soprattutto quando tutto rischia di degenerare ancor più dopo la misteriosa morte del padre.
Lo squallore (umano ed estetico) che regna nella pellicola disturba, lascia nauseati e straniati. Funzionale a questo punto la scelta registica di puntare su un b/n che sbiadisce i colori più chiari e crea un’atmosfera ora raffinata ora sordida ora laida e sozza.

Un film che seppur non dichiaratamente un horror e un biopic rientra prendendo registi e stilemi del genere diventando un'opera sconosciuta e assurda, un debutto trascendentale che seppure un flop al botteghino, spero faccia resuscitare dalle ceneri Dominic Murphy per il quale nutro profonda stima.

martedì 13 dicembre 2016

Patient Seven

Titolo: Patient Seven
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Pazient Seven è un'antologia dell'orrore che intreccia sette cortometraggi di registi da tutto il mondo, con una storia coinvolgente ambientata in un istituto mentale negli Stati Uniti.

In quest'anno gli horror antologici o a episodi non mancano di certo.
Mancava però una produzione più low budget che si occupasse del tema della follia anche se qui l'accezione merita alcune precisazioni. Trovandosi di fronte ad una serie di storie su vari disagi di carattere puramente psichiatrico, portati comunque e sempre all'eccesso, il Dottor Marcus interpretato dal grande Michael Ironside, che finalmente ritroviamo dopo TURBO KID, si trova a intervistare alcuni pazienti che hanno avuto traumi nei quali si manifestavano veri e propri mostri (vampiri, zombie, demoni, fantasmi).
Senza spoilerare l'importante colpo di scena finale (purtroppo abbastanza ovvio) il film ha sicuramente una buona messa in scena, gli episodi non sono tutti efficaci ma cercano almeno di avere un buon ritmo con una recitazione sostenuta. Il dottor Marcus altro non fa che provocare i pazienti e metterli di fronte ai loro incubi e alle loro fobie peggiori (molto realistica a questo proposito la scena della tortura con la pellicola trasparente) quindi usando il metodo opposto che userebbe qualsiasi psichiatra per curare un paziente.
Sette i nomi e i lavori: Nicholas Peterson (segmento 'The Visitant'),(segmento 'The Body') Paul Davis,(segmento 'Undying Love') Ómar Örn Hauksson, Dean Hewison ( 'The Sleeping Plot' segmento), Erlingur Thoroddsen (segmento 'Bando';Bambino Eater), Joel Morgan (segmento 'Morte Scene'), Johannes Persson e Rasmus Wassberg ( 'evaso' segmento).

Un'altra raccolta, con un'idea originale che non riesce sempre a trovare un giusto equilibrio ma che è sostenuto dall'inizio alla fine dalla prova attoriale del suo malvagio protagonista.

martedì 15 novembre 2016

Elle

Titolo: Elle
Regia: Paul Verhoeven
Anno:2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 4/5

Michelle è la proprietaria di una società che produce videogiochi ed è una donna capace di giudizi taglienti sia in ambito lavorativo che nella vita privata. Vittima di un stupro nella sua abitazione non denuncia l’accaduto e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto. Fino a quando lo stupratore non torna a manifestarsi e la donna inizia con lui un gioco pericoloso.

Il personaggio di Michelle, interpretato dalla sempre camaleontica Huppert (l'attrice feticcio di Haneke) è multisfaccettato, rivela e analizza una personalità complessa che deve fare i conti con il passato e un padre pluriomicida ora agli arresti che le crea nella sua cittadina non pochi problemi con l'opinione pubblica. E'amata da tutti ma non sa amare e questo sentimento sembra ad un certo punto esplodere diventando il gioco-forza di questa lotta-accettazione in un "gioco" perverso con uno stupratore.
Ed è proprio con uno "stupro"iniziale che il funambolico Verhoeven ci immerge fin da subito in un film complesso, teso e complicato che fa malissimo nella maniera in cui una donna accetta una condizione  di violenza e iniziale impotenza senza saperne o volerne uscire.
La psicologia con cui Elle segue minuziosamente le scene di pornografia nei videogiochi per cui lavora, il sadismo che prova a vedere il suo ex marito gongolare per lei, il piacere che prova con il marito della sua migliore amica, l'odio e allo stesso tempo il disprezzo per la moglie di suo figlio che ha avuto un bambino di colore da un altro uomo, tutto sembra poi esplodere dentro di lei sentendo il bisogno di liberarsi e offrendo il suo corpo, sacrificandosi come strumento per un carnefice che sembra rappresentare quasi una sua sorta di nemesi complessa e variegata.
Elle, diminutivo di Michelle, è un dramma psicologico, un thriller che colpisce duro e non risparmia la psiche dello spettatore e della protagonista aggiungendo un altro duro tassello su come spesso gli stupri vengano ignorati dalle donne o meglio accettati senza andare a fondo e comprenderne gli effetti collaterali, le conseguenze inattese e gli effetti perversi.

martedì 8 novembre 2016

Perfect Host

Titolo: Perfect Host
Regia: Nick Tomnay
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Warwick Wilson è un padrone di casa perfetto. Serve il tavolo impeccabilmente, prepara l'anatra alle otto e mezza precise e mette sempre gli ospiti a loro agio. John Taylor è un rapinatore che si presenta a casa di Warwick adducendo la scusa di essersi perso

Home-invasion che incontra il torture in un thriller in salsa black comedy. L'esordio di Tomnay anche se non è così male per quanto riguarda il reparto tecnico e gli attori tra cui l'iper tamarro Clayne Crawford di BAYTOWN OUTLAWS, ripiega su scelte e modalità convenzionali già viste e riviste. Se il fuggiasco entra in casa del padrone elegante e preciso e ovviamente la sceneggiatura ribalta la struttura facendo sì che proprio il ladro diventi la vittima sacrificale da torturare, non basta e a nulla servono alcune scelte e scene sicuramente funzionali dal punto di vista creativo e della costruzione dell'immagine che però nulla tolgono ad un finale prevedibile e scontato.
Anche la caratterizzazione dei personaggi, in particolare Warwick, se all'inizio ha una sua aura di mistero finisce presto e nel finale decisamente troppo, dicendo e mostrando numerosi elementi che non sono funzionali al film e abbassano la suspance.

Interessante per certi versi l'impiego degli ospiti di Wilson che sembrano comparse, spettatori, attori, fantasmi e allucinazioni, il tutto cercando di renderlo il più misterioso possibile fino all'epilogo finale.

domenica 23 ottobre 2016

Fango Bollente

Titolo: Fango Bollente
Regia: Vittorio Salerno
Anno: 1975
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Ovidio Mainardi è, all'apparenza, un tranquillo impiegato addetto ai calcolatori elettronici in una grande azienda. La monotonia del lavoro, la solitudine esistenziale di un matrimonio mal combinato, ove per la moglie, più del marito conta la carriera, spinge Ovidio, con altri due soci, a sfogarsi in atti di vandalismo e di crudele cinismo, che si manifesta in una serie di delitti, vere esplosioni di crudo sadismo.

Fango Bollente è un robusto film di genere in quello che è stato uno dei periodi cinematografici più fertili in Italia. Un'opera intensa, un noir violento e avanti con i tempi che rappresenta come per altri registi le nevrosi della società contemporanea.
I punti di forza del film sono l'ottima messa in scena, un montaggio serrato, dialoghi taglienti e interpretazioni memorabili come quella di Joe Dalessandro. Se a tutto questo uniamo le musiche elettroniche di Franco Camparino e alcune notevoli scene di violenza, come quella nel magazzino sulle due donne e della moglie del protagonista, allora si riesce ancora meglio a comprendere come in un film come questo che sembra mischiare polizziottesco e alcune citazioni al cinema di Bava come CANI ARRABBIATI, notiamo come sia l'ennesimo film che attraverso il cinema di genere denuncia lo stress della vita moderna, l'alienazione e il lavoro in catena di montaggio, tutti mali che andavano già delineandosi tra la classe operaia e esponenti di un cento medio logorato di cui ancora non si parlava tanto.



sabato 10 settembre 2016

Seasoning House

Titolo: Seasoning House
Regia: Paul Hyett
Anno: 2012
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un bordello dei Balcani, le ragazze rapite dai soldati nelle zone di guerre sono costrette a prostituirsi indifferentemente con soldati e civili. La giovane sordomuta Angel è costretta a prendersi cura dei clienti che sotto effetto di droghe si intrattengono con lei ma, all'insaputa dei suoi aguzzini, pianifica la sua fuga muovendosi tra le pareti e le intercapedini della casa. Quando i responsabili del massacro della sua famiglia si presentano al bordello per soddisfare i loro contorti appetiti, per Angel arriva il momento di passare ai fatti e mettere in atto la sua brutale e ingegnosa vendetta.

Hyett è un mestierante che ha solcato molti set inglesi importanti negli ultimi anni lavorando praticamente con quasi tutti i registi della nuova generazione del cinema di genere.
Questo suo esordio è un revenge-movie dove alla base si trova l'elemento migliore del film che purtroppo poi degenera facendo perdere parte dell'atmosfera e finendo per essere come tanti simili.
L'idea della guerra come teatro feroce di una consumazione di corpi come appunto la Seasoning House è forse lo spunto migliore.
Un universo di violenza sulle donne senza pari mentre la guerra nei Balcani fa da sfondo a tutto questo orrore in cui domina lo sporco e la perversione e in cui il regista è molto attento e preparato nel disegnare questo squallore.
Grazie ad un buon cast, le vittime tra i soldati nonchè la protagonista, funzionano e per tutta la durata anche nelle scene di vendetta più efferate, non c'è autocompiacimento, basti pensare che nemmeno le donne drogate che aspettano la loro sorte vengono mai mostrate nude.


domenica 24 aprile 2016

Baskin


Titolo: Baskin
Regia: Can Evrenol
Anno: 2015
Paese: Turchia
Giudizio: 4/5

Un gruppo di poliziotti turchi, chiamati in una desolata area urbana, si ritrovano faccia a faccia con la squallida e insanguinata tana di un rituale satanico in un edificio abbandonato.

Mi ero sbagliato. La prima volta che vidi Baskin, appena uscito, ero rimasto tra i moderati, ovvero quelli che si erano esaltati ma avevano messo un po in croce la storia misera e il finale davvero enigmatico e filosofico ma soprattutto archetipico, psicanalitico e onirico, prendendo in prestito e attingendo dalle religioni orientali ma di fatto lasciando il seme del dubbio che sia stato chiaro o no almeno per chi la scritto.
Un film che però assieme a THE VOID ha decretato due grand guignol dello splatter, due filmoni in cui sette da una parte e orrore cosmico dall'altra ci hanno regalato momenti di pura estasi.
Se togliamo davvero il finale, la trama, la caratterizzazione dei personaggi (quasi tutto insomma) il film rimane comunque sporco e grezzo e vive di luce propria pur senza preoccuparsi del resto.
Un buddy movie tra poliziotti corrotti che abusano per tutto il tempo del loro potere fino a che non arrivano in questa sorta di mausoleo abbandonato dove sta succedendo il finimondo.
Anche quando entriamo nel clou della storia ovvero il punto dove convoglia tutta l'azione, di per sè quello che capita all'interno avviene in maniera piuttosto affrettata e senza metterci troppo tempo ci troviamo già nelle cantine alle prese con la tortura e il rituale.
Per non parlare poi di Mehmet Cerrahoglu che davvero risulta spaventoso, il perfetto leader freak della setta, aderendo perfettamente ad un personaggio inquietante. Qui un grandissimo merito bisogna anche darlo alla XYZ films, ovvero niente di meno che la casa di produzione creata nel 2008 con l’intento di scovare talenti registici in giro per l’Orbe terraqueo con risultati come THE RAID, DEAD SNOW 2, SPRING, FRANKENSTEIN'S ARMY, THE INVITATION.
Evrenol è un regista ebreo turco, sconosciuto ma che qui al suo esordio se ne esce con un film assolutamente indimenticabile e sorprendente per come sia stato intessuto di elementi squisitamente aderenti e funzionali al genere. Uno dei quei film in cui la messa in scena supera tutto il resto e la trama pur striminzita rimane comunque il collante giusto per far tornare quasi tutto fino al climax finale. Un film davvero grondante sangue e frattaglie, con famiglie di bifolchi che vivono in mezzo ad una strada raccogliendo rane, a incubi feroci, sogni dentro al sogno e un'aldilà a cui ognuno di noi sembra dare una spiegazione e un'importanza diversa chi aspettadolo e andandoci incontro sacrificando la vittima prescelta o chi ne ha solamente una paura fottuta e prega sperando che il suo aldilà possa essere celestiale e meraviglioso.





martedì 28 luglio 2015

Territories

Titolo: Territories
Regia: Olivier Abbou
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Cinque amici statunitensi, di ritorno da un matrimonio celebrato in Canada, stanno tornando a casa negli USA in macchina. Non lontano dal confine il loro mezzo viene fermato da due poliziotti irregolari che vogliono controllare le loro identità. Quando uno dei due poliziotti trova della marijuana tra i bagagli dei cinque ragazzi le cose peggiorano velocemente...

Territories è un film difficilmente inquadrabile.
C'è un inizio e una prima parte davvero interessanti, non squisitamente originali, ma che hanno una suspance funzionale e creano non pochi momenti di sgomento, oltre che puntare su una sorta di denuncia fin troppo esplicita alla fobia e soprattutto della paura negli Stati Uniti post undici Settembre. Come molti film che trattano l'abuso di potere, il film mostra sicuramente le carte migliori fino al momento in cui la critica su Guantanamo e le torture, nonchè l'arrivo dell'investigatore privato, ne sanciscono alcuni limiti su cui il livello del film e il finale inciampano rivelando una pochezza di idee e alcuni scelte che ne sanciscono svariati limiti.
Ed'è un peccato perchè lo scontro tra due mentalità, civiltà viene quasi da dire, tra i Canadesi e gli Statunitensi era interessante, l'interrogatorio relativo al fatto di non accettare stranieri anche se perfettamente intergrati sul suolo americano pure, ma Abbou ha voluto esagerare non riuscendo a contenere ciò di buono creato nella prima parte e investendo troppo sul lato torture piutosto che sui diaoghi che avevano delle buone premesse.


lunedì 22 giugno 2015

Cheap Trills

Titolo: Cheap Trills
Regia: E.L. Katz
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un giovane padre e il suo vecchio amico delle superiori sono in grave crisi economica. Incontrano una ricca coppia che li aiuterà finanziariamente se sopporteranno una serie di test che spingeranno ai limiti le loro capacità mentali e fisiche.

Che cosa sei disposto a fare per soldi (soprattutto quando sfratto e altri problemi sembrano circondare la tua vita?)
Al suo primo film, Katz, scrive e dirige una commedia nera, a tratti nerissima, più che altro per l'escalation legata a torture e umiliazioni a cui sono costretti a cimentarsi i due proletari nei confronti di una coppia borghese, metafora in tutti i sensi del capitalismo, che nella loro apatia hanno bisogno di scene forti e disturbanti per passare le serate.
Di breve durata e con un ritmo che non perde smalto, "Emozioni a buon mercato" è quella pillola che farà esaltare alcuni amanti del genere, mentre nel mio caso è stato un film appena dignitoso, contando che mi aspettavo qualcosa di insolito soprattutto per quanto concerne la dose di violenza e i dialoghi a volte ridondanti.

Cheap Trills da un lato cerca di esagerare il più possibile per diventare un piccolo cult (che sicuramente lo sarà per alcuni fan del genere) soprattutto se contiamo che non ha un budget incredibile e a parte gli attori, le location sono davvero limitate ma funzionali alla narrazione.

martedì 9 giugno 2015

Bedevilled

Titolo: Bedevilled
Regia: Cheol-soo Jang
Anno: 2010
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Per fronteggiare una forte crisi depressiva, Hae-won decide di andare a trovare un'amica dell'infanzia, Bok-nam, che vive a Mundo, una desolata isola sperduta a sud di Seoul. Là troverà una comunità maschilista che sfrutta la debolezza fisica delle donne per usurparle e ridurle a vittime incapaci di ribellarsi. La convivenza tra le due donne viene così inframmezzata da momenti di serenità, dove i ricordi del passato portano nuova energia al presente, a scene di violenza inaudita. Quando Bok-nam sospetta il marito di violentare la figlioletta, tenta di scappare dall'isola assieme a lei ma il marito se ne accorge e riempie di botte entrambe. Così tanto da uccidere la bambina e da lasciare moribonda la moglie. A quel punto, dopo l'ennesimo sopruso psicologico, Bok-nam decide di vendicarsi eliminando tutti gli artefici della sua sofferenza.

Bisogna ammettere che i coreani in fatto di fotografia e compostezza delle immagini nonchè sulla scelta delle inquadrature continuano a fare passi da gigante.
L'opera prima dell'assistente alla regia di Kim Ki-duk parte davvero molto bene inquadrando Seul con tutti i suoi limiti e difetti, un microcosmo in fondo alla deriva, per poi spostarsi su un'isola affascinante e già da subito inquietante.
E'un film di opposti.
Vendetta/Remissione, Città/Campagna, Paura/Audacia, quello in cui ancora una volta ad esplodere forte e senza effetti melensi, è il tema abusato ma che fa sempre presa: la vendetta.
Un'ingiustizia atavica quella che si nasconde nel maschilismo patriarcale della società coreana dentro e fuori le città, sparsa in tutti i luoghi rurali e guidato da tremende leggi arcaiche.
Se la prima parte esplora e indaga i soprusi quotidiani e mischia diversi target generazionali per sottolinerare la normalità di alcuni assurdi, è la seconda parte che purtroppo si trasforma in un crudo e grezzo revenge movie femminista, cosparso di sangue e nel climax finale di alcuni buchi di sceneggiatura esplodendo in un piccolo vuoto che davvero, amando il genere, non mi aspettavo.
Il film di Chul-soo Jang è un profondo incubo, psicologico prima e fisico dopo.

Quello psicologico però affascina, è dichiaratamente debitore di Ki-duk su alcune scelte e particolarità, è intenso, violento, ma allo stesso tempo necessario per cercare le cause attraverso cui tutto sembra ricadere su Bok-nam, un'isola prigione che rende estremo ogni rapporto umano e in cui gli stupri e la pedofilia non vengono condannati ma accettate come pratiche comuni.

domenica 19 aprile 2015

Midori, la ragazza delle Camelie

Titolo: Midori, la ragazza delle Camelie
Regia: Suehiro Maruo
Anno: 1984
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Midori è una ragazzina che sopravvive in un circo, subendo quotidianamente le angherie di freaks crudeli, finché non s’innamora del nano Wonder Masamitsu, un altro scherzo della natura forse più inquietante e malvagio degli altri ma che dimostra un certo affetto per la ragazza delle camelie.

Midori è davvero la quintessenza della malattia, un insolito cabaret dell'orrore, una fiera delle atrocità, eppure senza mai inciampare nella violenza gratuita ma inserendola sempre in un contesto, restituendo anche momenti che possiamo quasi definire poetici (complice la musica probabilmente) nonostante a fare da quadro generale ci sia una perdita dell’innocenza davvero brutalizzata.
Giappone anni’50, mondo malato (eppure non troppo lontano dalla realtà), depravazione (come unica valvola di sfogo tra i freaks), illusioni, un’elevata dose di violenza disturbante, psicologica, con incursioni nello splatter e nel macabro. 
Questi possono essere alcuni degli ingredienti con cui il famoso disegnatore giapponese tratteggia quest’ultimo viaggio nella rassegnazione. 
Un film dotato di uno spietato cinismo e che sottolinea come l’uomo normodotato sia sempre la bestia peggiore di tutti a differenza del clima del circo, come sempre metafora di disagio e prigione per i diversi.

Reperibile su youtube in un formato di 48 minuti.

martedì 9 dicembre 2014

Girl next door

Titolo: Girl next door
Regia: Gregory Wilson
Anno: 2007
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un incidente stradale di cui è testimone porta David Moran a riflettere sui cattivi ricordi d'infanzia legati all'incontro nel 1958 con Megan e la sorella Susan, arrivate a vivere con la zia Ruth dopo che i loro genitori erano morti. Donna sadica e psicopatica, Ruth aveva tre figli, con i quali trasformò le due ragazze in bersaglio di tortura e abusi di ogni sorta. L'unica speranza di salvezza per Meg era rappresentata proprio da David, allora vicino di casa.

Trasposizione cinematografica della terribile vicenda di Sylvia Likens, morta nel 1965 a soli 16 anni. Per larga parte del film viene torturata e seviziata dalla pazza zia e da un gruppo di bambini ancor più giovani di lei, il tutto sotto gli occhi della impotente sorellina disabile.
Devo dire che il film di Wilson è di una violenza quasi scioccante che non provavo dai tempi di MARTYRS, vero capolavoro di genere.
A differenza di altri film che trattano temi di questo tipo, di recente alcuni sono davvero esemplari, SNOWTOWN MURDERS tra i molti, nella raffigurazione e nei concetti con cui esprimono il tema della violenza.
Temi che spesso e volentieri rischiano di scadere nel patetico e soprattutto nella violenza gratuita rischio che Wilson depista contando che in numerose scene la violenza la percepiamo senza vederla, acquistando dunque ancora più suspance e incredulità.
Il limite della pellicola e che da quando iniziano le torture a spese di Megan, la trama sembra incepparsi, regalando solo oceani di sangue e violenza, ma rimanendo intrappolato senza puntare su un personaggio come David che poteva essere l'elemento che aggiungeva spessore al film (il finale da questo punto di vista è troppo telefonato e prevedibile).
Wilson si muove bene nella ferocia con cui analizza alcuni dettagli ma al contempo non sa giostrare una trama e uno script che oltre la violenza possa davvero comunicare, qualcosa facendolo divenire al contempo una contaminazione tra un torture-gore, l'horror psicologico e un viaggio di formazione al contrario, con alcuni richiami ad un certo King.
Probabilmente l'elemento più scioccante del film è proprio la veridicità degli accadimenti scritti da Jack Ketchum nel suo romanzo e che hanno aspettato anni prima di prendere vita e di trovare qualche coraggioso capace di trattare questo difficile fatto di cronaca.

lunedì 25 novembre 2013

Act of Killing

Titolo: Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Paese: Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia
Giudizio: 5/5

Nel 1965, con un colpo di stato, l'esercito depone il governo indonesiano. In meno di un anno chiunque si opponga alla dittatura militare viene accusato di comunismo e trucidato con l'appoggio della Gioventù di Pancasila. Appartenenti ai sindacati e alla minoranza etnica cinese, contadini privati della propria terra e intellettuali sono giustiziati dai paramilitari e da piccoli fuorilegge dediti al bagarinaggio di biglietti del cinema presto elevati allo stato di killer spietati. Gli assassini di ieri oggi sono uomini benestanti che hanno accettato di ricreare le scene delle loro torture e esecuzioni, adattandole ai generi cinematografici preferiti: western, musical e gangster movie.

The Act of Killing è originale. Basterebbe già solo questo elemento per collocalo tra gli esperimenti più interessanti di questi ultimi anni.
Cinema veritè, il duro confronto con una realtà che per molti era probabilmente sconosciuta e un fatto sociale che diventa la triste realtà di alcuni paesi.
Fiction e documentario si stringono la mano per un lavoro, l'opera prima di un regista, che cerca di convogliare gli intenti per far emergere un quadro sulla dura e disarmante scelta di un paese alla deriva e i loro spiacevoli protagonisti.
Oppenheimer racconta l’orrore del massacro indonesiano inscenando davanti ai nostri occhi quell’orrenda realtà che è così poco nota in occidente; in alcuni momenti assistiamo davvero ad un intenso dramma emotivo che rivivono gli attori che al tempo erano vittime o figli delle vittime, come nella scena del villaggio in cui una bambina continua a piangere anche quando gli dicono che non è vero e una donna sembra perdere i sensi.
Gli aguzzini stessi, Anwar Congo e Adi Zulkadry, ricreano per il regista e per noi spettatori, i loro efferati delitti, le atroci torture a cui sottoponevano gli oppositori al regime. Il delitto vero e proprio non si vede mai, ma il regista e i suoi attori (attori di una messa in scena nella messa in scena, geniale creazione di Hoppenheimer) si spingono così vicini alla sua mostrazione che allo spettatore sembra di vederlo ed è sorprendente il disagio arrecato a carnefice,vittima e spettatore.
Uno dei tratti sorprendenti dell'opera è sicuramente il ruolo marginale della telecamera che osserva senza commentare e dare giudizi, ma lasciando solo allo spettatore la straziante presa di coscienza su qualcosa che non è stato possibile frenare dilagando come un tumore incurabile capace di genererare ancora terrore a distanza di anni nelle coscienze dei carnefici e delle vittime.
"La più grande caccia ai comunisti di tutti i tempi" è una scusa per un manipolo di uomini che confessano più volte di non sapere se le vittime fossero comuniste o meno.
Il regista inoltre riflette su un elemento determinante nella classificazione di questo lavoro e della ricerca degli intenti del documentario ovvero come vedono sé stessi questi assassini? Come vedono il loro agìto e le loro vittime? Come vogliono essere visti?
Oppenheimer ha ottenuto la collaborazione dei protagonisti presentando il film come un ritratto pubblico delle gerarchie militari al potere. Non era una menzogna, ma era inevitabile che alla visione del prodotto finito, Anwar e compagni manifestassero qualche dubbio in merito alla ricezione del documentario presso il pubblico indonesiano e internazionale.
Se l’intento che li aveva guidati nelle loro messe in scena era quello di glorificare sé stessi e le loro azioni passate, perché avevano liberato il Paese dal pericolo comunista, rivedendo le sequenze in cui simulano i propri crimini, non possono non percepire un che di disforico quando il film di Hoppenheimer compie un ulteriore passo nel delirio, ovvero quando gli assassini giungono ad impersonare le loro vittime.
A questo punto gli incubi di Congo e le tristi confessioni dei suoi alleati, come quello che dovette uccidere il padre della moglie perchè comunista, oppure lo stesso Congo che si fa picchiare e costringe i nipoti di notte a svegliarsi e vedere le immagini, diventano fantasmi reali e comunicanti.