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sabato 23 settembre 2017

Pilgrimage

Titolo: Pilgrimage
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Ambientato nell'Irlanda del 13° secolo, il film segue un piccolo gruppo di monaci mentre intraprendono un pericoloso pellegrinaggio per scortare la più santa reliquia del monastero a Roma. Man mano che il loro viaggio diventa pieno di insidie, la fede che tiene uniti gli uomini è al contempo l'unica cosa che potrà dividerli.

Tosto, nerboruto, straziante e a tratti poetico. Finalmente Muldowney sembra avercela fatta a superare l'ostacolo del suo esordio SAVAGE, un thriller/horror con alcuni spunti interessanti ma purtroppo sconnesso su tutto il resto, portando a casa un dramma storico fra clan in guerra e conquistatori Normanni riesce ad essere molto intenso e prendersi seriamente.
Qui siamo dalle parti di BLACK DEATH pur senza avere come manifesto il fatidico scontro tra paganesimo e cristianesimo, ma lavorando insistentemente sulla materia spirituale come capita nell'assunto del film che da le coordinate su cosa andrà a succedere. Qui troviamo Innocenzo III e la reliquia di San Mattia tenuta nascosta negli abissi.
Un'epopea, un viaggio silenzioso alla scoperta di se stessi e dei propri demoni con il punto di vista esclusivamente dalla parte dei confratelli più giovani e altri decisamente più tormentati come il nostro tuttofare laico attanagliato da momenti di trance e una scelta di non proferire parola.
Un pellegrinaggio in cui le "fratellanze" sono ideologicamente schierate su piani diversi ma che trovano una via per viaggiare assieme e portare sana e salva la reliquia a Roma.

Un film che ricorda vagamente anche i dubbi religiosi che attanagliavano i protagonisti di SILENCE in cui l'atmosfera riesce ad essere cupa al modo giusto rendendo tutto inquietante dalla natura ai vassalli doppiogiochisti, ai predoni locali paganeggianti e le leggende anglosassoni.

sabato 28 gennaio 2017

Silence

Titolo: Silence
Regia: Martin Scorsese
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

1633. Due giovani gesuiti, Padre Rodrigues e Padre Garupe, rifiutano di credere alla notizia che il loro maestro spirituale, Padre Ferreira, partito per il Giappone con la missione di convertirne gli abitanti al cristianesimo, abbia commesso apostasia, ovvero abbia rinnegato la propria fede abbandonandola in modo definitivo. I due decidono dunque di partire per l'Estremo Oriente, pur sapendo che in Giappone i cristiani sono ferocemente perseguitati e chiunque possieda anche solo un simbolo della fede di importazione viene sottoposto alle più crudeli torture. Una volta arrivati troveranno come improbabile guida il contadino Kichijiro, un ubriacone che ha ripetutamente tradito i cristiani, pur avendo abbracciato il loro credo.

Cinema Fratelli Marx.
Vedo che il cassiere è simpatico e ha voglia di scambiare quattro parole prima del film.
Io "Ciao. Che tu sappia il film ha delle analogie con MISSION? cioè mi sembra di capire che tratta di scontri tra fanatismi religiosi?"
Cassiere "No in MISSION c'era più azione, questo è SILENCE"
Io "Cioè?"
Cassiere "Nel senso che è proprio SILENCE dall'inizio alla fine"

L'ultimo film di Scorsese è un'opera complessa e raffinata. Un testamento spirituale, un ricerca interiore, un film che contempla la pace dei sensi e l'avvicinamento a Dio. Per dirla con una frase: il rapporto dell'uomo con la fede.
In più è uno dei film di Scorsese che cita apertamente capolavori della cinematografia nipponica e in questo caso il parallelo con Mizogouchi più di tutti appare scontato.
Contemplativo, umile, spoglio, estremamente estenuante. Il lavoro dietro l'ambientazione, la ricostruzione storica, i gesuiti ridotti a brandelli d'ossa e la natura ostile quando selvaggia soprattutto quanto più ci avviciniamo al mare, simbolo per altro di fuga ed evasione.
Tanti sono i temi quanto l'attesa di vedere finalmente completata un'opera che annoverava inizialmente nel cast Daniel Day-Lewis e Del Toro a differenza di Liam Neeson e Garfield (attore che nonostante 99 HOMES con Shannon, non è ancora riuscito a togliersi la maschera dell'uomo ragno/adolescente, un tamarretto che gioca a fare il serio mi viene da dire).
Martin Scorsese ha impiegato quasi trent'anni per portare sul grande schermo il romanzo "Silenzio" dello scrittore giapponese di religione cristiana Shusaku Endo, basato in parte sulla storia di personaggi realmente esistiti come Padre Christovao Ferreira e il gesuita italiano Giuseppe Chiara, su cui Endo ha modellato il personaggio di Padre Rodrigues.
Uno dei film più impegnativi, un progetto quasi maledetto come sembra succedere a numerose pellicole che cercano di abbracciare/incontrare la fede.
L'arroganza occidentale, la religione di stato, il monoteismo come unicum. Quando i dialoghi tra l'inquisitore e padre Ferreira cominciano a scandagliare le differenze tra quello che al tempo poteva essere l'antenato del buddhismo primitivo, l'ateismo di allora, e la religione con il più alto numero di fedeli, il film affonda (sempre con un'umiltà di fondo) e riesce a tirare fuori alcuni momenti intensi in cui ci si rende conto di dove le ambizioni e gli intenti "religiosi" cercavano di plasmarsi.
L'incontro e la figura di Padre Ferreira sembra una sorta di redenzione nell'altro senso, una scelta come monito per i cambiamenti che lì a poco avrebbero portato mutamenti significativi e importanti nella chiesa. Il dialogo di Rodrigues e Ferreria è perfettamente in parte con l'interpretazione intensissima di Neeson (che per un attimo sembra mettere da parte i suoi ideali reazionari).
E allora come Gesù nel deserto per quaranta notti viene continuamente aizzato dal diavolo, così l'inquisitore e i suoi scagnozzi accompagnano i cristiani nel loro martirio, tra atrocità e sofferenze facendoli assistere divertiti alle atrocità nei confronti dei loro compagni o a immolarsi per redimere i giapponesi-cristiani come Padre Garupe (un sofferto e intenso Adam Driver) che ricevevano pene ancor peggiori dei preti per rinnegare il loro signore e allo stesso tempo per cercare di carpire i misteri della fede che questi padri sembrano ricevere direttamente dal signore.

In questo lungo girone infernale dove alla potenza delle onde e delle correnti si intravedono scogli pericolosi e strade irte di insidie, il viaggio interno/esterno del nostro protagonista è un viaggio dell'eroe, dove incontra i giapponesi cristiani, contadini umili destinati a calpestare l'effige del loro dio o a perdere la testa. Seguiamo le orme e lo scontro tra due civiltà, tutte e due con i loro limiti e le loro credenze, tutte e due che meritano di essere condannate e risparmiate, ascoltate e comprese.

martedì 27 dicembre 2016

Flaskepost fra P – A Conspiracy of Faith

Titolo: Flaskepost fra P – A Conspiracy of Faith
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Carl Mørck, un ex detective della omicidi costretto a lavorare sui cold case del Dipartimento Q della polizia di Copenaghen, si ritrova a dover far luce sullo strano caso di un messaggio in una bottiglia a lungo dimenticato in una stazione di polizia nella più profonda Scozia. La prima parola del messaggio è "aiuto", scritta in danese e con il sangue. Mørck e la sua squadra realizzano che proveniva da parte di due fratelli, tenuti prigionieri in una darsena in riva al mare. Individuare chi siano i due, capire perché nessuno ne ha denunciato la scomparsa e scoprire se siano ancora vivi, diventeranno i principali obiettivi di Mørck.

Facendo qualche ricerca sono venuto a sapere che questo A Conspiracy of Faith non è l'unico capitolo bensì il terzo episodio della serie Department Q di Zentropa Entertainments, tratta dai thriller di Jussi Adler-Olsen – il quale ha registrato 207.669 presenze durante il suo weekend di apertura, diventando il primo film locale nella storia a superare le 200.000, ovvero a ottenere il record di incassi in Danimarca, una buona notizia sul cinema di genere e sul noir europeo che negli ultimi anni ha saputo consolidarsi ancor più con titoli scomodi e suggestivi come TREATMENT con cui questo A conspiracy of Faith ha diverse analogie.
E'un noir danese cupo e sofferto, in cui niente è lasciato al caso. Gli ingredienti del film anche se non del tutto originali riescono a coinvolgere grazie ad una buona scrittura, la rigorosa messa in scena e il cast azzeccato. Ingredienti che fanno sempre breccia nella psiche dello spettatore come i rapimenti di bambini, la corsa contro il tempo, i fanatismi religiosi, un killer che non è il classico stereotipo e via dicendo, fino fascinazioni diaboliche e le ambientazioni costiere contando anche che i paesaggi del nord della Danimarca sono piattissimi
Le atmosfere nordiche è l'ottima caratterizzazione dei personaggi, dalla rodata complementarietà fra la coppia protagonista fino a dei buoni colpi di scena, danno la prova di come questo thriller insolito e inedito in Italia, riesca ad andare al di là del tipico prodotto di genere.




martedì 15 novembre 2016

Ragazza del mondo

Titolo: Ragazza del mondo
Regia: Marco Danieli
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Giulia con tutta la sua famiglia fa parte dei Testimoni di Geova. Le regole che l'appartenenza a questo gruppo religioso le impone sono rigide e comportano una separazione nelle relazioni sentimentali con i non appartenenti alla comunità. Un giorno conosce, durante uno dei suoi impegni di proselitismo, Libero. È un ragazzo che la colpisce immediatamente e di cui si innamora ma la sorella, che li sorprende una sera, ne parla con i genitori e la comunità viene subito coinvolta. Giulia viene diffidata dal continuare a frequentarlo, pena l'allontanamento dalla Chiesa ma decide di non arrendersi.

L'esordio di Danieli pur essendo un film imperfetto sotto molti aspetti, a partire dal radicale cambiamento di Giulia in troppo poco tempo, ha la sua efficacia, punta su un tema scottante e poco conosciuto come i testimoni di Geova e la loro adattabilità al mondo.
Grazie anche ad un ottima performance di Del Bono nei panni del responsabile della congrega, Danieli costruisce e dipana una storia realistica e al contempo funzionale a far emergere i problemi e i contrasti di una chiesa con la modernità, l'ortodossi e il rigore, il concetto di obbedienza e tutte le regole ferree che limitano la socializzazione dei credenti portandoli a doversi separare dagli "uomini del mondo" ovvero i non credenti.
Un film di formazione che diventa ribellione e al contempo non commette l'errore di far passare i membri religiosi come dei fanatici anche se in alcune scene (l'interrogatorio a Giulia dopo le prime frequentazioni con Libero) i dialoghi e alcune perfomance evidenziano una curiosità e un'intrusività inquietante.



domenica 18 settembre 2016

Banshee

Titolo: Banshee
Regia: AA,VV
Anno: 2013
Paese: Usa
Stagioni: 4
Episodi: 38
Giudizio: 3/5

Il protagonista principale è un criminale, che dopo aver scontato quindici anni di prigione a seguito di un tentativo di rapina finito male, ritorna in libertà. Immediatamente si mette sulle tracce della sua ex amante e complice, Ana, mentre si ritrova braccato dagli uomini del boss criminale che aveva tentato di rapinare, Mr. Rabbit. Le sue ricerche lo conducono quindi in un luogo immaginario, ossia a Banshee, una piccola città della Pennsylvania abitata prevalentemente da una popolazione Amish. Banshee, come viene detto in una presentazione della serie, è una creatura femminile della mitologia irlandese che porta sfortuna e probabilmente ciò ha ispirato il nome della città, che è rappresentata come una località in apparenza bella, pacifica, ma in realtà abitata da alcune persone orribili, come Proctor, un potente gangster che nasconde le proprie attività criminali dietro la facciata di uomo d'affari e praticamente tiene in pugno la città. Il protagonista qui rintraccia Ana, che ha cambiato identità ed è nota come Carrie Hopewell, moglie del procuratore distrettuale. Dopo essersi ritrovato casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in città, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l'identità dello sceriffo e rimanere in città, nel tentativo di convincere l'ex complice a riprendere il rapporto con lui.

Banshee ha qualcosa di infinitamente idiota ed esageratamente tamarro questo è vero.
Si prende poco sul serio o meglio quando lo fa non ci riesce comunque.
Diciamo proprio: e'una serie di ignoranza senza precedenti.
Eppure è adorabile, fantasticamente pieno di ritmo e di insensatezze che piacciono perchè incasellate in modo furbo, certo banale, ma d'effetto.
E'un telefilm di uomini duri che bevono in silenzio whisky, scopano senza un domani e fanno rapine con una facilità degna dei serial americani.
Ho deciso per limiti di tempo di essere coinciso e perchè sinceramente trovo esagerati e inutili tutti coloro che recensiscono, magari con due o tre pagine, ogni singolo episodio di tutte le lunghe e disparate serie che guardano.
Nel mio caso sarò estremamente veloce contando che provare a dare un giudizio su quattro stagioni tutte assieme per 38 episodi e opera folle come non ho quasi mai fatto.
Seppur con tante trovate, alcune davvero banali e scontate mentre altre quasi d'effetto, la serie trova nell'esagerazione, nella continua diversificazione dei personaggi l'elemento più imprevedibile e divertente. Poi senza stare a prendersi in giro, in Banshee ci sono un sacco di fighe, spogliarelli e altro che fanno capire quale è stato l'elemento in più della Cinemax, costola della HBO, ex canale sporcaccione dei porno softcore.
Veniamo per ordine. Che cosa c'è in Banshee: violenza, nudi, scopate, indiani, amish, freaks, checche che spaccano i culi, tette e culi, inseguimenti, sparatorie, religioni caratterizzate col culo, fbi, azione a gogò, mafiosi russi e ucraini, branchie del governo che appaiono e scompaiono, zii che scopano le nipoti, motociclisti, albini che sodomizzano, sceriffi senza uno scopo nella vita, tutori del disordine, nazisti e bambini malati.
In mezzo a tutto questo poi non esiste solo la città di Banshee, vero tesoro per gli scambi di identità, ma altri coloratissimi e insensati luoghi che danno e creano disordine e ovviamente uniscono i tasselli di una trama che come per molte altre serie tende a lavorare per accumulo.
Ho un problema grosso.
Ho visto questa serie qualche mese fa ma per strani, arcani e sinistri motivi non l'ho mai recensita. Quindi inserire le trame di quattro stagioni non avrebbe senso e quindi non lo farò.
La parola chiave di Banshee comunque rimane una: l'adrenalina, quella che piace perchè spegne il cervello.
Continuando sono davvero tanti i luoghi comuni che vengono buttati sullo schermo senza pensare alle conseguenze, come un giocattolone che forse si pensava non sarebbe mai andato oltre il primo episodio, ma che invece è stato addirittura ed esageratamente tirata avanti e non a caso le ultime due serie sono quelle che hanno i maggiori wtf.
Da questo punto di vista l'ultima serie infatti è forse quella campata più in aria e l'antagonista con quelle corna da minchione sembra una parodia del satanismo e delle new-religion.
L'unico aspetto politicamente scorretto (il vero colpo di genio se vogliamo), ma dubito che appartenesse negli intenti dei due creatori, è quello di dare potere ad un uomo comune tutto rapine e discutibile senso della morale. Come a dire che chiunque potrebbe fare lo sbirro o lo sceriffo in America (o forse un po ovunque...) e che tanto non bisogna sapere e capire niente sulla legge perchè in fondo basta trovare un minimo di coerenza e buon senso quando la circostanza lo ritiene.



lunedì 25 aprile 2016

Hell & Back

Titolo: Hell & Back
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il film racconta la storia di Remy, Augie e Curt, tre amici fin dalla nascita. Quando Curt finisce all'inferno a causa di un incidente, gli altri due amici faranno di tutto per salvarlo e riportarlo nel loro mondo.

Hell & Back è il tipico lungo d'animazione per adulti.
Una commedia in stop-motion capace di regalare ironia oltraggiosa e demenziale, divertendosi, giocando e prendendo in giro l'inferno e tutta la sua galleria di personaggi (demoni, anime perdute)
Con una nota di intenti spiccata nei confronti della sessualità tra angeli e demoni in un continuum di sberleffi e satira, mostra questi ultimi stanchi e costretti come unico divertimento a prendere in giro in modo infernale le anime che giungono all'inferno.
Hell & Back parte benissimo, un parco divertimenti ormai alla frutta, maledizioni e profezie, porta i nostri due protagonisti nell'antro della belva per poi, proprio dove avrebbe potuto regalare e giocare su una miriade di spunti, perdersi con una trama banalissima e a tratti noiosa.
Manca quel coraggio e quell'arroganza che i registi mostravano all'inizio del film ma che poi sembra essersi spenta, perdendo pure smalto nei dialoghi che sembrano fagocitare sempre le stesse battute e ironicamente trovando l'effetto inverso di ciò che si sperava.
Purtroppo nonostante alcuni buoni spunti e trovate, il film non riesce a mantenere un equilibrio e ottenere ritmo, intrattenimento e originalità.




venerdì 29 gennaio 2016

Dio esiste e vive a Bruxelles

Titolo: Dio esiste e vive a Bruxelles
Regia: Jaco Van Dormael
Anno: 2015
Paese: Belgio
Giudizio: 4/5

Dio esiste e vive a Bruxelles con una moglie timorosa e una figlia ribelle. Il figlio, più celebre di lui, è fuggito molti anni prima per conoscere gli uomini più da vicino, morire per loro e lasciare testimonianza e testamento ai suoi dodici apostoli. Egoista e bisbetico, Dio governa il mondo da un personal computer facendo letteralmente il bello e il cattivo tempo sugli uomini. Ostacolato da Eva, decisa a seguire le orme del fratello e a fuggire il 'suo regno', la bambina si 'confronta' con JC (Jesus Christ) ed evade dall'oblò della lavatrice. Espulsa dentro una lavanderia self-service infila la via del mondo, recluta sei apostoli e si prepara a combattere l'ira di Dio, a cui ha manomesso il computer e di cui ha denunciato il sadismo, spedendo agli uomini via sms la data del loro decesso.

Dio esiste e vive a Bruxelles è un gioiellino di comicità, amarezza, cinismo, ma soprattutto speranza.
Un film ambizioso e colorato, con un inizio sorprendente e illuminante, che non poteva mancare nel curriculum di un autore davvero singolare, che sembra voler sempre superarsi e raccontare, in questo caso grazie alla commedia, temi surreali e sempre incisivi.
Partendo dalla scrittura, dalla voce off fuori campo infantile che riesce nel delicato compito di non essere disturbante, la pellicola di Dormael spinge sempre su universalità di temi e concetti che sembrano essere allo stesso tempo delle parodie, con dialoghi ironici, ma senza mai dimenticare il dramma e la solitudine di fondo, che come una nuvola, sembra aver attanagliato l'umanità.
E'così Dio, un bastardo che tratta male moglie e figlia, nella sua terribile voglia di tacere il segreto e la fine della vita e la speranza dell'umanità, per paura che questa si rivolti contro di lui (come il suo primo figlio) scrive e dirige, bevendo e fumando, nella sua piccola stanza immortale dal tempo, una prigione di sentimenti e valori.
Chi allora se non Eva, il femminino, la donna, può spezzare questo triste e noiosissimo incantesimo?
Sicuramente scomodo e blasfemo per alcuni, ma allo stesso tempo sicuramente curioso e interessante e rassicurante, per chi sa cogliere il messaggio dietro a tutto ciò.
Un messaggio che sa essere molto più misurato e di nobili intenti come molti altri film non hanno saputo fare anche se dall'altro diventa curioso nella domanda per cui probabilmente nessuno di noi vorrebbe ricevere un sms con la data della sua morte.
Una satira che stuzzica e provoca senza mai affondare la lama ma restituendo la speranza e cercando di svegliare gli esseri umani nel loro sonno primordiale.
Un grottesco corretto originale e immortale, una vera chicca che con tante sfumature riesce a conquistare su tutti i piani senza sconvolgere ma facendo ridere e sorridere in più momenti.


lunedì 16 novembre 2015

Station of the Cross

Titolo: Station of the Cross
Regia: Dietrich Brüggemann
Anno: 2014
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Maria è una quattordicenne figlia di una famiglia devota alla Società di S. Pio XII, organizzazione religiosa ortodossa che rinnega le innovazioni del Concilio Vaticano II e rivendica una dimensione stretta e oscurantista del cristianesimo. L'adolescente si trova quindi intrappolata tra le pulsioni della sua età, i corteggiamenti di alcuni ragazzi a scuola e i duri insegnamenti familiari che l'hanno convinta a mantenersi pura nel cuore per il signore. Serve a poco la presenza di una ragazza alla pari, anch'essa religiosa ma in maniera più ragionevole, Maria è convinta che i durissimi rimproveri della madre siano giusti e che il peccato sia ovunque, ad ogni angolo, in ogni parola, in ogni uomo. In armonia con tutto ciò ha infatti preso una decisione che non ha confessato ancora a nessuno.

Cosa succede in una famiglia quando domina l'ideologia.
Una domanda e una scelta di intenti così interessante e affascinante da poter creare un insieme di elementi e simboli maturi e realistici per tutto l'arco del film.
Scandito in quattordici diversi capitoli che hanno come titolo le diverse stazioni della via crucis, Kreuzweg adotta una linea minimale e statica, un quadro dopo l'altro di eventi e scelte, puntando su alcuni dialoghi di intenso spessore come ad esempio l'incipit iniziale con il gruppo di catechismo in vista del sacramento della Confermazione in un piano sequenza a camera fissa di diciassette minuti.
La tragicità della sopportazione, il fanatismo ideologico, il prete che crea dei modellini, dei soldatini di Dio è un tema che non poteva non essere affrontato, soprattutto in tempi come questi dove i monoteismi stanno vivendo momenti di crisi, modernità, rivoluzione culturale e purtroppo anche vendetta spietata.
Sono molti e complessi i temi che il regista affronta.
Il sacrificio più di tutti che può portare alla santificazione crea un filo conduttore tra tutte le stazioni diventando una componente fondamentale per intuire dove gli intenti vogliano arrivare.
Si rimane attoniti di fronte ai gesti di Maria, alla sua forza, alle spaventose reazioni del nucleo familiare, con alcuni dialoghi spirituali che creano una tensione sempre crescente.
Quando ogni piacere diventa una colpa, allora ogni sistema che non accetta altra verità che la propria… è la negazione stessa della vita, citando le parole di Anna Brüggemann, sorella del regista che ha contribuito alla stesura della sceneggiatura.

Kreuzweg non attacca la religione, porta alla riflessione il sistema iper razionale della fede cattolica, con un'ironia crudele e criticando la cultura reazionaria dell'apoteosi religiosa in questo caso cattolica.

domenica 30 agosto 2015

Going Clear:Scientology e la prigione della fede

Titolo: Going Clear:Scientology e la prigione della fede
Regia: Alex Gibney
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Going Clear: Scientology and the Prison of Belief è un intenso sguardo all’interno della controversa religione di Scientology. Attraverso filmati di archivio e testimonianze di ex membri, Gibney ci mostra ciò che i seguaci di Scientology sono disposti a fare in nome della religione. Il film tocca una vasta gamma di aspetti della chiesa, dalla sua origine con un ritratto intimo del fondatore L. Ron Hubbard, ai modi di reclutamento, alle pratiche giornaliere dei funzionari, fino al ruolo delle celebrità che ne fanno parte.

Going Clear è un documentario importante e ambizioso. Una testimonianza difficile da portare a galla, che ha avuto innumerevoli difficoltà cercando di andare a fondo e nel cuore di una controversa e complessa "religione"o "setta di invasati", che nel corso di pochi decenni, è riuscita a diventare un'imporante realtà economica e ideologica.
Un'inchiesta su origini, metodi e fini di Scientology. Basata sulle testimonianze di otto fedeli, oggi fuoriusciti, tra cui il regista Paul Haggis e altri nomi meno noti.
Le testimonianze, l'agonia vissuta da alcuni membri, la rinuncia di molti nomi noti a rilasciare interviste e prendere parte al progetto (come spesso capita nei documentari di denuncia) e la singolare storia del leader Hubbard, sembrano portare ad un certo punto ad una vera storia di fantascienza con venature complottiste e gialli da indagare.
Lungo, didascalico, molto intenso, con una voce narrante che non smette mai di sondare e spiegare molti aspetti a partire dalla nascita, al suo fondatore, agli intervistati, agli interessi che ci sono dietro e che sembrano prevalere, fino alla lotta col governo per accaparrarsi la vittoria come new religion.
La struttura appunto è classica, senza guizzi di nessun genere ma attenendosi solo alla descrizione senza commenti istrionici ma lasciando lo spettatore di fronte agli ex-schiavi della fede e le loro sofferenze e l'annichilimento morale e psicologico.
In alcui momenti Scientology lascia davvero basiti e si fa fatica e paura a credere a tutto quello che viene riportato. Praticamente non ci sono aspetti positivi, alcune star spaventano ancora più del loro leader e l'intricata matassa di interessi, una prigione che cattura tutti i suoi adepti e incanta le star.
Le accuse, i fatti, e le sofferenze vissute, sono evidenti e pesanti e non stupiscce il fatto che non vi siano risposte da parte degli interpellati e del misterioso e inquietante leader Miscavige.


lunedì 29 giugno 2015

Oltre le Colline

Titolo: Oltre le Colline
Regia: Cristian Mungiu
Anno: 2012
Paese: Romania
Giudizio: 4/5

Alina torna dalla Germania per convincere l’unica persona che abbia mai amato, Voichita, assieme alla quale è cresciuta nell’orfanotrofio di un piccolo centro nella Moldavia rumena, a ripartire con lei. Quest’ultima però, nonostante l’affetto per l’amica, è entrata in un convento ortodosso e non sembra disposta a rinunciare a Dio. Alina, accolta temporaneamente nel monastero, decide allora di rimanere al fianco di Voichita, sperando di farle cambiare idea. Le conseguenze saranno impensabili e tragiche.

Mungiu al suo terzo lungometraggio fa di nuovo centro facendo incetta di premi a Cannes (vincendo come miglior sceneggiatura e migliori interpretazioni femminili).
Sceglie di nuovo due protagoniste, in cui è di nuovo la più forte a farsi carico delle debolezze dell'altra, e mette ancora una volta l'uomo a lato come una sorta di mentore che altro non fa che cercare di ottenere i suoi interessi in modo autoritario (come succedeva anche per il capolavoro precedente del regista).
In questo caso non è la gravidanza e l'aborto il tema, ma la religione, lo scontro tra civiltà e diverse anime abbandonate in un luogo isolato, asettico, ostile e soffocante.
La normalità è un concetto di maggioranza, questo è il monito che le monache sembrano dettare con le loro regole dentro il monastero e a cui l'insofferenza e il rifiuto di Voichita risulta un grido disperato in una muraglia di silenzi e gelo totale.
Mungiu è partito da un fatto avvenuto in un convento sperduto della Moldavia, nel quale una ragazza ha trovato la morte in seguito ad un esorcismo, e ha trasformato la cronaca dell'evento in evento cinematografico, (ri)aprendo grazie agli strumenti del cinema ciò che la storia aveva chiuso.
Un risultato che risulta ancora più efferato e brutale, soprattutto contando che le violenze sono perlopiù psicologiche e non fisiche, una mossa astuta che il regista rumeno compie in modo magistrale.
Oltre le colline è quel grido di libertà che non verrà mai udito, un inno di amore contro ogni costrizione, spirituale, materiale, scientifica

Forse l'unica nota dolente del film è la durata e alcuni momenti che sembrano eterni, ma fanno probabilmente parte di un limbo in cui il regista ci catapulta, per farci entrare ancora di più in empatia con Voichita.

lunedì 22 giugno 2015

Faults

Titolo: Faults
Regia: Riley Stearns
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Claire è stretta nella morsa di un culto misterioso. Nel tentativo di ricongiungersi a lei, i genitori stabiliscono di assumere Ansel Roth, una delle autorità più importanti al mondo in tema di controllo della mente. La specialità di Ansel, ovvero la "riprogrammazione" degli adepti per restituirli alle loro famiglie, non è una scienza esatta e, pressato dal suo editore che vorrebbe metterlo fuori gioco, l'uomo rapisce Claire, che si rivela essere un vero osso duro, dalla logica e dalle fede inattaccabili.

Peccato per il finale.
Faults è un astuta commedia nera, meglio una tragicommedia oltre un dramma da camera, che tratta di new-religion, sette e "santoni" in grado di riportare sulla retta via.
Il tutto inquadrato in modo molto austero per certi versi e recitato perfettamente in particolare da Leland Orser attore poco sfruttato, ma in grado di restituire un bagaglio di emozioni ed espressività davvero incisiva sotto molti aspetti.
Un personaggio emblematico che nella salvezza dell'altro, cerca di trovare una salvificazione di un suo fallimento personale ( un matrimonio fallito alle spalle e un agente-creditore che lo tallona da presso).
Sarà che appena sento la parola sette mi piombo a vedere qualsiasi cosa tratti il tema, quando poi sono diciamo le new-religion, a riprova di quanto la gente in generale abbia bisogno di un sistema simbolico organizzatore di senso da cui dipendere, allora mi lascio completamente investire da ogni parto e atrocità che il cinema sappia tirare fuori e negli ultimi anni c'è ne sono stati davvero di diversi alcuni interessanti e originali altri vuoti come la capacità di giudizio di alcuni uomini di potere.
Da ateo convinto mi lascio invadere da questi elementi cercando ogni volta di trovare qualche punto che giustifichi e de-strutturi la devianza di alcune persone.
Qualcosa che mi lasci comprendere i perversi meccanismi nella costruzione di un consenso che fa leva sulle debolezze e i desideri più reconditi (da quello sessuale a quello economico a quello spirituale) della cultura di massa, in particolare quella americana ma negli ultimi anni ovunque dall'Asia all'Europa.
L'unico problema di Faults e la durata e la matassa di elementi da sbrogliare in un racconto compresso ma efficace.

Ansel crede di essere padrone della propria esistenza, quando in realtà ne è schiavo, dai debiti e dai sensi di colpa e forse non vede l'ora di trovare anche lui qualcuno che l'aiuti a rimettere ordine. Claire dal canto suo ha trovato un astuto modo per entrare nella vita degli altri, assorbire le debolezze e le fragilità e portare fuori un carisma in grado di esorcizzare le paure altrui.

sabato 14 febbraio 2015

Mele di Adamo

Titolo: Mele di Adamo
Regia: Anders Thomas Jensen
Anno: 2005
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Adam, neonazista appena uscito di prigione, deve trascorrere un periodo di recupero in un vicariato di campagna, sotto la tutela di Padre Ivan, curioso e inquieto parroco protestante. Dovendo indicare un obiettivo finale della sua permanenza, Adam dichiara di voler realizzare una torta di mele con i frutti di un albero che cresce vicino alla chiesa.

L'essenziale è invisibile agli occhi vorrebbe poter dire Padre Ivan anche se è lui stesso per primo a non distinguere in modo lucido la realtà. Le mele di Adamo, primo lungometraggio dello sceneggiatore di NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI, è una riflessione e una lunga analisi, che traspare quasi tutta da importanti dialoghi tra due individui apparentemente inconciliabili, sul potere della fede o meglio di come la fede viene strumentalizzata dai suoi “servitori”.
Un film in cui i corpi si prestano a una lunga battaglia che se da principio sembra vedere vittima e carnefice, man mano diventa più complesso e metafisico, storpiando solo in alcuni momenti la realtà e inserendovi degli elementi assolutamente irreali o poco chiari, in cui a pagarne le spese più grosse è purtroppo il climax finale che non riesce ad essere in linea con il resto del film.

La provocazione iniziata da Padre Ivan che poi si sposta su di lui da parte di Adam, non si riduce alla manicheistica questione se il male provenga da Dio o da Satana, invece la possibilità di scelta che ci riguarda tutti, tendando di sopravvivere ignorando la realtà (Ivan) oppure cominciando a guardarla con altri occhi (Adam), e in tutti e due i casi affidandosi ad un sistema simbolico organizzatore di senso (che vale per la religione come per le ideologie).

venerdì 9 gennaio 2015

Last Will and Testament of Rosalind Leigh

Titolo: The Last Will and Testament of Rosalind Leigh
Regia: Rodrigo Gudino
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Leon ritorna nella casa natìa dopo la morte di sua madre. L’edificio si rivela una sorta di santuario di una setta che adora gli angeli. Durante la breve permanenza l’uomo avvertirà la presenza di qualcuno o qualcosa in casa con lui. È lo spirito di sua madre che tenta di dirgli qualcosa?

Può un horror intrattenere per 72' relegando e puntando gran parte della suspance su una casa? Nel 2014 sembrerebbe di no, contando che ormai il tema della casa, infestata o meno, sembra aver quasi detto tutto. "Quasi" perchè l'opera prima di Gudino è un film davvero minimale, studiato e pensato in ogni singola inquadratura, in gradi di intrattenere contando che la storia non sembra essere il perno centrale degli intenti del regista.
Con una voce fuori campo della madre che narra la storia della casa e il rapporto con il figlio (la fede è l'incidente scatenante tra i due) e con un budget contenuto, sono soprattutto le musiche, l'attenzione per il sonoro e la fotografia e infine il taglio gotico del racconto a fare del film un'esperienza piacevole, in cui dalla metà del secondo atto interviene un elemento che potrà far storcere il naso ( parlo della creatura che scappa dal bosco).
Senza stare ad analizzare e fare luce su alcune sotto-storie (la setta degli angeli che celebra nella casa della madre di Leon) e su alcune forzature (l'angelo che apre gli occhi nel video), il lungo non soffre quasi mai la pesantezza della narrazione e dei movimenti fluidi e sinuosi della macchina da presa che in alcuni momenti sembrano ripetersi ma senza mai apparire fuori luogo o come la classica forzatura per aggiungere minuti al film.
Forse il climax finale potrà sembrare leggermente in contrasto con gli obbiettivi del protagonista e giocare tutto su un attore (purtroppo nemmeno così fotogenico) e una location, Gudino ha tutte le caratteristiche per aggiungere considerazioni e migliorare ancor di più il suo stile.

domenica 27 luglio 2014

The Master

Titolo: The Master
Regia: Paul Thomas Anderson
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Freddy Quell è un soldato uscito dalla Seconda Guerra Mondiale con il sistema nervoso a pezzi. A poco servono le cure che l'esercito gli offre, se non a rendere esplicita un'ossessione per il sesso. A ciò si aggiunge un forte interesse per l'alcol che si traduce in misture che lui stesso si prepara e che offre agli altri con esiti non sempre positivi. Finché un giorno, in modo del tutto casuale, Freddie incontra Lancaster Dodd. Costui ha inventato un metodo di introspezione che sperimenta sul disturbato Marine, il quale sembra trarne giovamento. Da quel momento ha inizio un sodalizio che li vedrà percorrere insieme un lungo tratto di strada. Anche se il loro viaggio finirà con l'offrire loro esiti assolutamente diversi.

The Master è un film atipico e complesso che narra di uno strano rapporto tra persone con comportamenti devianti e che continua un personale discorso del regista sul tema della solitudine.
Forte di due protagonisti in ottima forma, Anderson si ispira solo in parte al fondatore di Scientology e l'autore di Dianetics, Hubbard, cercando ancora una volta di sottolineare la sua enorme e singolare personalità.
Sicuramente è il meno accessibile dei suoi film e riconferma pregi e difetti, premi e punizioni per alcuni errori nello script e alcuni dialoghi che perdono di consistenza.
Eppure il fascino in cui Anderson ci trasporta è lento, quasi soporifero, ma mai inconsistente, tanto da regalare alcune scene davvero toccanti e dotata di una strana lente, in grado di riflettere alcuni sentimenti ed emozioni che solo una coppia affiatata come Freddy e Lancaster riesce a trasmettere.
Una storia d'amore e d'amicizia tra due casi clinici che si insegue e fugge via un pò come il giudizio finale di un film che alle volte decolla, mentre il più delle volte viene da chiedersi quando la storia decide finalmente di inziare un unico discorso logico coerente.

venerdì 16 maggio 2014

Borderlands

Titolo: Borderlands
Regia: Elliot Goldner
Anno: 2013
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Una squadra di investigatori del Vaticano viene inviata nella British West Country per indagare su delle attività paranormali in una chiesa.

Ora ditemi voi se è realistico e soprattutto se ha un senso, mettersi a inseguire un prete, che nemmeno si vede, giù per cunicoli e passaggi segreti in stile THE DESCENT, fino a finire quasi al centro del mondo, con sostanze fossili che ti sciolgono il corpo.
Borderlands ha così tante falle da diventare uno dei nuovi casi di questa travolgente (solo per numero di titoli) scia di film in stile mockumentary o found footage che si ispirano ormai a qualsiasi evento, fatto di cronaca, religione o setta, leggende o cronache locali.
Borderlands tenta di parlare di Paganesimo, ovviamente mostrandolo per come non è, tentando un disperato collage di cose già viste, tra cui compare anche il film che di certo non si ricorda SKINWALKER RANCH sempre del 2013.
La differenza è che nel film succedevano un quantitativo impressionante di eventi paranormali, un vero "bestiario" sovrannaturale, unito alle leggende indiane dei "mutaforma"e Vimana, una figura mitologica del pantheon indiano.
Abduction, ovvero possessione o impossessati, o qualcosa che si è impossessato di un oggeto nella casa o della casa stessa, è un impianto che sembra ormai spianato per quanto è stato abusato, in buona o cattiva forma.
Il non sapere più da dove andare ad attingere, e sceneggiandolo pure male, sta diventando sempre più il manifesto di un genere che non ha più la forza di un tempo e non è più in grado di regalare quelle emozioni che al tempo avevano modo di comunicare qualcosa come BLAIR WITCH PROJECT o REC. In Borderlands l'azione vacilla ancor prima di decollare, i personaggi non conquistano e le vocine dei bambini di sottofondo e un prete che cade giù da una chiesa, creano forse più imbarazzo che suspance.

giovedì 24 aprile 2014

Dogma

Titolo: Dogma
Regia: Kevin Smith
Anno: 1999
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due angeli caduti lasciano il Wisconsin e viaggiano verso il New Jersey dove credono di trovare in una chiesa il modo di essere riammessi in Paradiso. Un arcangelo, portavoce di Dio (che s'incarna in A. Morissette), incarica una cattolica in crisi di fede di fermarli. L'aiutano due profeti.

Kevin Smith ha dimostrato di riuscire a disegnare un quadro interessante sul fanatismo religioso con il robusto RED STATE del 2011.
Dogma è un film furbetto e lezioso che cerca di dare un punto di vista sportivo e fumettistico sulla religione giudaico-cristiana. Smith ci riesce solo a tratti, senza mai dare l'impressione di aver del tutto compreso come trattare e provocare davvero i dogmi cristiani (cosa a cui non si avvicina nemmeno lontanamente) e li mescola in un cocktail da cui emerge un quadro piuttosto scordinato e contraddittorio.
Dio è una donna, gli angeli non sono poi così pacati e gentili come poteva sembrare e Gesù Cristo era nero. Tutto qui.
Il ritmo è forse la parte più coinvolgente. Le cadute di stile sono imbarazzanti e il manipolo di attori che gigioneggiano troppo senza mai dare prove convincenti (forse è difficile riuscirci dal momento che nulla viene mai trattato seriamente e nel cast è presente Ben Affleck come protagonista) a volte proprio non si possono vedere.
Dogma è una parabola fine a se stessa, di trasgressivo e apocrifo c'è poco o nulla (forse per coloro che non conoscono nulla di questi due monoteismi troveranno davvero spassose numerose scene) i dialoghi sono davvero interminabili e quasi mai divertenti, il ragnarok finale sembra una bolgia in puro stile action e il tutto viene condito da un regista credente ma non praticante, feroce ma ironico, oppositore del Cristianesimo e delle politiche della Chiesa di Roma, ma che poco cela e poco scardina.
In realtà di blasfemo in Dogma non c'è quasi nulla e sembra più di assistere ad una parata goliardica che cerca il politicamente scorretto o il religious scorretto.

venerdì 18 aprile 2014

Noah

Titolo: Noah
Regia: Darren Aronofsky
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Noah, ultimo discendente della stirpe di Set, vede morire suo padre per mano dei discendenti di Caino. Diventato adulto una notte il Creatore gli parla in sogno annunciandogli la fine dell'umanità con un grande diluvio e instillando in lui lo stimolo a costruire un'arca in cui stipare tutti gli animali assieme alla moglie, i figli e le mogli dei figli. Aiutato dai giganti (antica stirpe che popola la Terra, originariamente scesa dal cielo per pietà verso gli uomini) costruisce l'arca e la difende dagli attacchi portati dal resto degli uomini quando è ormai chiaro che la fine è vicina. Tentato a sua volta da un eccesso di religiosità e adesione alla furia divina rischia di uccidere la propria discendenza e sconfigge la propria nemesi infiltratasi nell'arca fino a sopravvivere e ritrovare la Terra.

Noah è un film d'azione con la struttura della Marvel unita al Signore degli Anelli e la parvenza di un qualcosa di biblico non ben definito.
Un pasticcio davvero squallido e insulso.
Aronofsky è credente. Già questa cosa lascia perplessi soprattutto quando nel racconto sulla creazione anche lui, come quasi tutti, sceglie la facile carta del famoso "soffio" magico e il resto è risaputo. In più Aronofsky assieme allo sceneggiatore Ari Hande provengono da un'educazione ebraica(...) e questo sancisce alcune mosse con cui disegna delle imbecillità memorabili.
In Noah tutto funziona meccanicamente e didascalicamente.
Battaglie che cercano di dare un tocco fantasy al film, i Vigilanti che sono l'ennesima presa per il culo dell'Industrial Light & Magic (una specie di mangiapietra fatto incredibilmente peggio), inondazioni di citazioni tra cui compare SHINING (Noè come tutti i fanatici religiosi impazzisce e vuole sacrificare tutto e in particolar modo tutt(e) girando per l'Arca come un pazzo armato di coltello...). Le musiche di Mansell come sempre sono soporifere e indicatori di un certo pacato sentimentalismo becero, e in più verso il finale, c'è il messaggio delle major che ingannano tutti dicendo che alla fine tutto andrà bene e regnerà la pace con un dio contraddittorio che cambia idea di continuo e che resta, come nell'antico testamento, un falso baluardo nel più totale odio verso la donna.
Pochi elementi nel plot salvano il film. Quello uterino/femminino nell'Arca con riferimento alle figlie di Ila (la metafora è davvero blasfema e quindi forse unica cosa riuscita bene) e la pulsione sessuale dei figli di Noah, che come tutti gli esseri umani, hanno bisogno di fare sesso e non possono nasconderlo.
Interessante anche la postilla che sembra interrogarsi se i padri del Cristianesimo fossero vegani (l'ambientalismo di cui è cosparso il film è allarmante, ma forse una delle uniche riflessioni riuscite)
La famiglia di Noah, alcolizzato e violento (forse non è a caso la scelta finale di Crowe), è composta da Naamah, moglie, forse erborista e strega che alla fine andrà a chiedere aiuto a Matusalemme/Abramo, unico personaggio davvero anomalo e contraddittorio nelle sue scelte e nelle azioni (dotato addirittura di poteri soprannaturali) e intrepretato dal Dio Odino/Hopkins (stà decisamente rincoglionendo a tutti gli effetti).
Naamah entra in collera con Noah e quindi con Dio. Tubal-Cain, grandissimo Winstone, rappresenta colui che scardina il plot narrativo inserendo una clausola biblica alternativa e divertente.
Infine il figlio di Noah, Jaffet, è gay, ma questo il regista non lo dice.
Alla fine ciò che può salvare o affondare Noah è la veridicità che forse uno vorrebbe e che non avrà mai. La Genesi viene reinventata quasi in toto e quindi da questa operazione scatta il meccanismo di chi accetta che la Bibbia, essendo un romanzo di fantascienza, possa essere sceneggiata come si vuole, o chi come me, vorrebbe, almeno un minimo di aderenza con il meccanismo teologico falso imparando a scardinarlo senza dover usare mostri, c.g a gogò, battaglie celestiali e scene di cannibalismo becero. In più gli animali di cui si è tanto parlato, tutti in c.g, sono fatti molto male e dentro l'Arca per uno strano gioco di luci(?)praticamente non li vediamo mai.
Speriamo che la Bibbia venga violentata in modo più consapevole.


domenica 9 marzo 2014

Utopia

Titolo: Utopia
Regia: Marc Munden
Anno: 2013
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 6
Giudizio: 4/5

Protagonista dello show è un gruppo di persone che si trova in possesso del manoscritto di una graphic novel di culto. Si dice che il tomo abbia previsto i peggiori disastri del secolo scorso e il gruppo ben presto si trova preso di mira da un'organizzazione misteriosa conosciuta come The Network.

“This is the beginning of an unimaginable nightmare.”
I complotti ci piacciono, soprattutto di questi tempi.
Utopia mischia bene le carte e approfitta di una vasta gamma di possibili congetture, per creare il suo pantheon di colpi di scena.
Personaggi tagliati con l'accetta, dialoghi imprevedibili, complotti assurdi e un disegno dall'alto che sembra inesorabile nel suo implacabile obbiettivo di cancellare tutti.
Dal Giano Bifronte, all'organizzazione malata chiamata The Network, capeggiata dal misterioso The Rabbit, al manoscritto (in questo caso una "grapchic novel") a Jessica Hyde per poi arrivare fino al nostro killer preferito, cresciuto a sua insaputa e che vuole scoprire il suo passato.
Diciamo che di elementi c'è ne sono e pure tanti, forse addirittura troppi.
La coppia di registi fa un incredibile lavoro in campo di scrittura.
Il plot è decisamente modaiolo, illuminante per certi versi, nella sua divertita voglia di mischiare religione, complotti, thriller, organizzazioni segrete e infine davvero tanta azione coloratissima.
Chi dunque meglio degli inglesi, sembravano i testimonial adatti per creare questa piccola e divertente serie. Il fatto che sia una sola stagione è di fatto si chiuda dopo sei episodi, è un fattore incoraggiante e utile, a questo proposito, per non esagerare nella semina.
Utopia già dal titolo dice molto, e lo fa attingendo da una globalizzazione di elementi straordinari.
I toni sono quelli della black comedy e non ci vuole molto a capire che dal linguaggio, dallo stile tecnico alternativo e a tratti originale degli episodi, ci sia dentro tutta una nuova spinta generazionale, per certi aspetti matura e dannatamente divertente.
Se non lo si prende troppo sul serio, Utopia può apparire come una delle serie più originali e alternative degli ultimi anni. Il cast è molto funzionale e presenta uno stuolo di personaggi tutti ottimamente caratterizzati, creando così la sensazione che tutti siano legati da una ragnatela inestricabile (talvolta senza saperlo) e il fatto di strutturare diverse generazioni, porta a diversi punti di vista sull'argomento. Questa tecnica funziona moltissimo per confondere le idee e celare chi sta facendo un doppio gioco anche dallo stesso spettatore: nessuno, nessuno in Utopia è davvero chi dice di essere. Questo è uno dei più grandi meriti della solida scrittura di Dennis Kelly.
Utopia, infine, saprà concedersi a una vasta gamma di pubblico che ne trarrà le sue conclusioni, aprendo magari gli occhi su alcuni utili acorgimenti, o magari pensando che in fondo è tutto fumo e non c'è nulla di vero. Alternando una moltitudine di stili e generi, Utopia, è in questo non è assolutamente da sottovalutare, è anche brutale senza lesinare sulle torture o gli omicidi che siano a danno di adulti o bambini.






sabato 16 novembre 2013

Ultima profezia

Titolo: Ultima profezia
Regia: Gregory Widen
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il poliziotto Thomas Daggert, seminarista mancato, indaga sull'uccisione di un'ermafrodita senza occhi dal profilo fisiologico di un feto abortito. L'inchiesta si complica quando Gabriel, arcangelo rinnegato, compete col Diavolo per il possesso dell'anima di un generale morto, sotto accusa per crimini commessi durante la guerra di Corea.
Dopo una prima grande guerra nei cieli, nella quale gli angeli del Signore cacciarono nelle viscere dell'Inferno Lucifero e gli altri ribelli, è giunto il momento di una nuova sanguinosa battaglia, quella contro la razza umana.

Secondo alcuni angeli, gli uomini, o meglio, come sono soliti chiamarli, le scimmie parlanti, gli hanno sottratto l'amore di Dio, anteponendosi a loro e offuscando la propria figura agli occhi del Signore, verso il quale ora nutrono un feroce sentimento di odio e rancore. Per tornare ad essere le creature predilette, non resta altro che distruggere la razza umana, e per farlo dovranno servirsi dell'anima malvagia di un uomo, che si trasformerà in un potente guerriero che combatterà al loro fianco. A cercare di impedire questa nefasta profezia, ci sarà Dagget, ora divenuto un poliziotto, il quale in seguito ad un caso di omicidio totalmente irrazionale, si renderà conto di trovarsi ad affrontare qualcosa di infinitamente superiore e potente.
La scelta di girare un horror metafisico non è di per sè malvagia come idea.
Angeli, demoni, poliziotti, preti che lasciano la religione, etc sono tutte componenti che se collegati nella giusta maniera possono portare ad un buon film come è già capitato in passato usando lo stratagemma religioso e l'elemento soprannaturale come motore dell'azione che non è poca cosa.
Ora il problema della pellicola di Widen è fondamentalmente giocata su un ritmo che non sempre riesce ad essere incisivo, dialoghi che sembrano marcatamente pulp diventando spesso parabole insensate e frasi sconnesse. Un thriller esoterico, se così possiamo chiamarlo, non può e non dovrebbe incappare in alcuni di questi problemi di fondo diventando dunque poco serio con una morale finale tutta improntata sull'umanità.
Ci sono delle parti interessanti come la prova di Walken e un angelo Gabriele aka Lucifero interpretato da Mortensen e il sempre buon Koteas, più una buona fotografia di B.D. Johnson e R. Clabaugh. Sono stati girati diversi sequel sfruttando l'elemento bizzarro e prezioso del soggetto e cambiandone pochi contenuti interni.

mercoledì 20 giugno 2012

Wicker Man


Titolo: Wicker Man
Regia: Robin Hardy
Anno: 1973
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Neil Howie, sergente di polizia inglese, viene chiamato ad investigare sulla sparizione di Rowan Morrison, una ragazza che vive sull'isola di Summerisle, in Scozia. Giunto sul posto, Howie si rende ben presto conto che gli abitanti dell'isola, governati da Lord Summerisle, sono alquanto bizzarri e fanno di tutto per ostacolare le indagini.

L’uomo di paglia è uno dei cult più importanti della storia del cinema. Film di rara genialità, è una delle uniche pellicole che ha saputo conciliare il musical con l’oniricità totale di cui il film è permeato in ogni singola scena.
Il film è uno di quei capisaldi, anche se ancora parecchio sconosciuto, che come per pellicole come PICNIC AD HANGING ROCK ha saputo adattare completamente l’atmosfera al soggetto, arrivando ad un risultato forse insperato ma straordinario.
Probabilmente in stato di grazia, Hardy che poi ha diretto soltanto un altro filmetto insulso, si è ritagliato la formula di regista dannato dal momento che il film volente o no, ha intrapreso un importantissimo discorso sullo scontro tra il paganesimo e in questo caso la fede cristiana (religione che come ribadisce sempre Howie è quella che tutti gli inglesi seguono  e che mette dunque i suoi evangelizzatori come “pescatori di uomini in terra straniera”)
Definito da Christopher Lee come il miglior film in cui ha preso parte (e non è cosa da poco per un attore che al suo attivo ha quasi 150 film) è il perfetto sodalizio di generis e trovate che hanno saputo essere passaggi precursori di svariate pellicole. Come tale dunque non c’è da stupirsi che si sia ritagliato un’aura di film maledetto destinato a dei tagli di pellicola come se fosse una sorta di monito in grado di trasformare le coscienze dei credenti.
Il negativo è sparito mentre il dvd integrale sembra possederlo solo il buon Corman.
A livello sociologico e non solo, il film permette un ottima possibilità di adattare il metodo comparativo di Tocqueville sulle diversità dei culti e la grandezza concettuale con cui viene sviluppato.
Se contiamo le scene, non è facile adattarle con lo spirito di quei tempi, rituali e sacrifici vengono messi in scena con una capacità consapevole di trascinare lo spettatore in un continuo vortice che troverà nel climax finale la perfetta congiuntura.
Attori in stato di grazia citando almeno Woodward, Lee, la bellissima Ekland e gli abitanti dell’isola .
E’stato recentemente fatto un remake che come dimostrazione della logica commerciale del mercato non ha saputo nemmeno di striscio portare a casa una scena decente