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giovedì 14 dicembre 2017

Beach Rats

Titolo: Beach Rats
Regia: Eliza Hittman
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Beach Rats è la storia di Frankie, un giovane bello e alla deriva che trascorre le giornate con gli amici del quartiere, una periferia in cui domina il machismo. Il ragazzo è sessualmente confuso ma sa che la soluzione non è la condivisione bensì la mortificazione.

"Se lo fanno le donne è sexy, se lo fanno gli uomini è gay" il gesto ovviamente è quello di baciarsi...
Beach Rats è un film vibrante, minimale e molto passionale che racconta il coming out di un ragazzo in una situazione tutt'altro che semplice in un gruppo di pari che non sembra comprendere la sua scelta (che poi sarà davvero tale?)
Proprio da questo spunto il film ad un certo punto si smarca in maniera funzionale, dal secondo atto, facendo intendere un campio di prospettiva, proprio visto dagli amici (sul cyber-bullismo), che la sceneggiatura decide di non seguire concentrandosi in tutto e per tutto su Frankie.
Interessante come il regista segue assiduamente il suo protagonista senza di fatto staccarsi mai da lui ma diventandone un prolungamento tra le chat room in stanza alla scoperta di qualcosa di nuovo, alle timide ritirate con la "ragazza" dovendo dimostrare agli altri la sua scelta sessuale.
Un film che non ama e non predilige particolarmente i dialoghi preferendo i silenzi e gli sguardi assorti come a dare una spiegazione di quanto avviene.
Un tipico indie da festival, un film con tematiche queer che riesce a colpire per la sua profondità partendo dalla routine quotidiana dei ratti da spiaggia finendo per incupire sempre di più, domandandosi con delle trovate quasi pasoliniane e con uno stile secco e asciutto cosa fare della propria vita e di quanto è importante l'apparenza ai giorni nostri per i giovani.

Un film che parla di omosessualità trovando aperture nuove senza regalare nulla, senza esagerare con i sentimenti, tant'è che alcune scene riescono ad essere abbastanza crude e dotate di delicatezza, trovando a mio dire una contro tendenza su come vengono analizzati i valori e le scelte che portano il protagonista a prendersi le sue responsabilità sapendo dove lo porteranno...il futuro non sarà roseo

venerdì 8 dicembre 2017

They

Titolo: They
Regia: Anahita Ghazvinizadeh
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35° Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

J. è un adolescente che non sa decidersi riguardo alla propria identità sessuale e, per questo, prende degli ormoni che ritardano la pubertà, sperando di trovare una risposta nel mentre. Una telefonata del medico che lo/a segue, però, segnala la necessità di interrompere la cura, per via di un valore delle ossa che può farsi pericoloso: a J. non restano che un paio di giorni per decidere di sé. Intanto i genitori sono fuori casa e con lui/lei (in famiglia si è scelto di adottare un neutrale "loro") c'è la sorella maggiore, di passaggio con il suo futuro marito.

Il primo lungometraggio della regista iraniana ha diversi elementi di interesse parlando di identità di genere raccontando una storia piuttosto complessa.
La prima riflessione è sicuramente legata ad aver trattato una tematica che negli ultimi anni sta uscendo sempre di più, superando ormai quei tabù che fino a qualche anno fa avevano una certa timidezzae paura del pregiudizio per parlare di tematiche così nuove e "scomode".
Senza mai di fatto mostrare il problema reale in sè, la regista non fa dell'identità di genere una questione sociale ma solo e soltanto una scelta personale, intima, privata monitorandola dall'esterno in uno schema corale abbastanza riuscito ( e parlo ovviamente della sorella maggiore e il compagno iraniano). Un film lento e suggestivo, con tanti colori e fiori che sembrano alternare le giornate di J. nella serra, giornate assorte nei suoi pensieri, sicura, matura e decisa a portare avanti la sua causa senza mai scoraggiarsi. Funzionale l'attrice che comunica la sua scelta e allo stesso tempo risulta così strana e incomunicabile esprimendo tutto con uno sguardo.
L'unico punto se vogliamo debole è la delicatezza che va a pari passo con una regia minimale e patinata, una scelta che rallenta il ritmo del film in più parti lasciando ai gesti e agli sguardi le risposte alle tante e complesse domande di chi gravita attorno alla protagonista.
Lasciando diversi personaggi silenziosi, taciturni, i dialoghi cercano comunque di ironizzare almeno quando passiamo nelle scene con la sorella e il compagno che sembrano tra gli unici in grado di ironizzare ed empatizzare con la scelta di J.
Interessante l'ambiente sociale, i pari della ragazzina, che leggono positivamentente l'obbiettivo della loro compagna senza nessun pregiudizio ma anzi avendone pieno rispetto, questo come a lasciar intendere che spesso i ragazzini sono neutrali senza aver ancora l'ombra di quei pregiudizi trasmessi dagli adulti.
La sceneggiatura ad un certo punto non è più narrativa ma mostra vetrine diverse dove predomina soprattutto nel secondo atto la coralità della gente in transito dei parenti, tra identità e appartenenze culturali diverse.
Un film che posa molti aspetti personali della regista assieme ad un tema forte e un viaggio di formazione di una protagonista giovane e concentratissima.
Forse l'elemento più confuso al di là degli obbiettivi dei co-protagonisti può essere legato alle scelte etiche che portano una dodicenne ad assumenere farmaci che ne impediscono la maturazione sessuale e il film in questo risparmia un'analisi accurata per lasciare invece spazio alla mimica e alle espressioni di stupore e rammarico di J.






martedì 5 dicembre 2017

Limina

Titolo: Limina
Regia: Joshua M. Ferguson
Anno: 2016
Paese: Canada
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un* ragazz* gender-fluid di nome Alessandra che, guidat* da innocenza e intuizione, è curios*
della vita degli abitanti di una piccola città pittoresca che decidono di giocare un ruolo attivo nel
processo di lutto di una donna sconosciuta.

I canadesi come sempre sanno distinguersi per come affrontano alcune tematiche.
Limina, in concorso anch'esso, è notevole quanto estremamente particolare soprattutto per cercare di analizzare il punto focale del corto di '15. Una chiesa, una bambina gender straordinaria e sempre sorridente e il suo compito che metaforicamente potrebbe essere quello di custodire una candela che deve rimanere sempre accesa.

Con una fotografia tutta virata tutta verso il rosso e l'arancione e i colori accesi e autunnali, Alessandra scoprirà presto di avere uno scopo e un ruolo aiutando una donna che soffre a superare le difficoltà diventandone amica e facendosi custode dei suoi segreti.

Lily

Titolo: Lily
Regia: Shron Cronin
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Il film racconta la storia di Lily, una giovane donna con un segreto. Con il suo migliore amico,
Simon fieramente leale e fiammeggiante, navigava sulle acque tradizionali della vita scolastica.
Quando un malinteso con la bella e popolare Violet conduce ad un attacco vizioso, Lily si trova di
fronte alla sfida più grande della sua giovane vita.

Un altro cortomettraggio a tematica queer. Una giovane ragazzina alla scoperta della sua sessualità in compagnia dell'amico Simon che sembra essere uscito da MISTERYOUS SKIN di Gregg Araki cercheranno di tenere duro e di non mascherare le loro scelte.
E'devo dire che alcune formule visive e la scelta di sistemare la camera piuttosto che la fotografia ricordano vagamente l'outsider americano.
Il corto è una bomba con un ritmo incredibile nei suoi '21 e con delle facce che riescono a raccontarsi stampandosi in maniera indelebile. Succedono tante cose in questo corto.
Bullismo, ferite da taglio autoinflitte, un nucleo che non sembra capire le difficoltà della figlia, l'amico diverso come il salvatore e l'amica dell'amico che deve aiutare tutte coloro che vengono perseguitate a causa della loro "diversità". In più è interessante notare come anche le antagoniste subiscano una specie di trasformazione e il finale contando che vengono chiamate in causa anche le istituzioni (la scuola) e il corpo docenti, sembra ribadire che alcune questioni tra adolescenti vanno risolte proprio secondo i loro codici e le loro regole e in cui gli adulti a volte proprio non servono.


Follow Me

Titolo: Follow Me
Regia: Anthony Schatteman
Anno: 2015
Paese: Belgio
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Jasper, diciannovenne, cerca di affrontare il suo primo amore con i suoi sentimenti e le relative
conseguenze. Frammenti di una telefonata.

Corto a tematica queer sullla scoperta della sessualità di un giovane esordiente protagonista. I suoi incontri all'interno di un locale e gli intensi sguardi di ricerca di conferme da parte degli altri. Nel vuoto e nel calderone di uomini nudi, Jasper incontrerà il suo vero amore in un finale romantico e con una musica travolgente in grado di restituire pathos all'opera.
Un cortometraggio composto da luci calde, pochi dialoghi e i gesti e le fragilità dei suoi protagonisti


sabato 23 settembre 2017

Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


lunedì 6 marzo 2017

Handmaiden

Titolo: Handmaiden
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea,1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

C'è una frase che mi colpì di Park Chan-Wook quando al tempo diresse uno dei tre episodi di THREE EXTREMES. Il regista confidò al giornalista di essersi avvicinato solo in tarda età alla settima arte e di aver visto pochissimi film.
Senza stare a fare le presentazioni parliamo di un outsider che non ha mai sbagliato un colpo.
Sia nella trilogia della vendetta, la più conosciuta e apprezzata, ma anche in tutto il suo cinema precedente e la filmografia successiva, è un autore poliedrico che ha spaziato dal dramma, all'horror fino alla sci-fi, per arrivare con questo suo ultimo film a concludere la trilogia sull'esplorazione dell'amore proibito iniziata nel 2009 con THIRST e proseguita con STOKER.
Handmaiden approfondisce alcuni temi cari al regista e chiama in cattedra ancora una volta una scenografia inquietante per quanto rasenta la perfezione e una fotografia anch'essa molto potente in grado di restituire tutto ciò che i dialoghi e le parole non devono sforzarsi di raccontare.
Eppure a dispetto di altre sue opere appare come qualcosa di incredibilmente complesso, stratificato, un omaggio al cinema erotico e al soft-core con scene di sesso tra donne che fanno imbarazzare LA VITA DI ADELE.
Hideko, la protagonista ad esempio è costretta ad essere, lei come tutti gli altri, prigioniera del suo zio folle, un demiurgo come non si vedeva da tempo, addestrata fin dalla tenera età a interpretare reading per soli uomini di testi erotici giapponesi, di cui lo zio è un accanito e geloso collezionista, ossessionato dal sesso come esercizio di potere in modo indifferente sia nei confronti delle donne sia degli uomini.
In Handmaiden tutto viene ribaltato, i giochi e le dinamiche complesse tra i personaggi esplodono, il lento gioco della rottura delle apparenze diventa sempre più grottesco e avvincente per poi finire in un bagno di sangue come nella inquietante scena che fa da apri pista alla deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica tranciando dita.
E'un omaggio agli usi e costumi di una Corea ancora schiava e repressa, dove si insinua la libertà dell'erotismo come unica valvola di sfogo "femminile" e concentrandosi su una messa in scena che a differenza di molta cinematografia di genere coreana non usa un'estetica patinata così esagerata. Ispirato ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters, il thriller di Wook, che tra i suoi registi preferiti pone Hitchcock palesandolo senza troppi problemi e tessendo come spesso capita nel suo cinema il classico concetto per cui chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.
Handmaiden come tante opere in costume utilizza lo storytelling per creare ambiguità e per dare ancora più valore e spessore alla storia.



giovedì 23 febbraio 2017

E' solo la fine del mondo

Titolo: E' solo la fine del mondo
Regia: Xavier Dolan
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Da dodici anni Luis, drammaturgo affermato, è lontano da casa. Si è chiuso la porta alle spalle e non è si più voltato indietro. Ma adesso Louis sta morendo e a casa ci vuole tornare. Imbarcato sul primo aereo, rientra in seno alla famiglia che lo attende tra premurosità e isteria. Sulla soglia lo accoglie l'abbraccio di Suzanne, la sorella minore che non ha mai visto crescere, Antoine, il fratello maggiore che si sente minacciato dal ritorno del fratello che aveva monopolizzato l'attenzione dei genitori durante tutta la sua infanzia, Catherine, la cognata insicura e mai conosciuta che esprime le sue verità balbettando, la madre, affatto preparata al ritorno di un figlio mai compreso. Adesso che Louis è tornato lei vorrebbe tanto che le cose funzionassero, che i suoi figli trovassero le parole per dirsi ma nessuno dice e tutti sentenziano. Nessuno sa più niente dell'altro, la morte si appressa e la voce per annunciarla si spegne su un indice che chiede il silenzio.

Xavier Dolan arriva al suo sesto film. Il ventisettenne cineasta di Montréal, odiato e amato al contempo da critica e pubblico, adatta quello che è ritenuto il capolavoro di Jean-Luc Lagarce, l'autore teatrale oggi più rappresentato in Francia, di cui non fu mai portato in scena nulla prima della morte avvenuta prematuramente nel 1995.
Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes 2016, "Juste la fin du monde" è il film più complesso del regista che necessiterebbe di più visioni (noi pubblico e lui regista) per poterne cogliere e custodire le tante sfumature, come già accadeva per MOMMY. Qui è meno isterico, nessuno ascolta nessuno e tutti si parlano sopra sbraitando in un'unica location e con una crew di attori tutta francese a conferma che ormai il quebecchese ci ha salutato.

Film greve a tutto volume, unisce tematiche e paradossi puntando ancora una volta su un tema significativo nella vita del regista che è la vergogna e anche la separazione già sondata nel toccante TOM A LA FERME. Un fiume di parole, di non detti e di reticenze che in un perfetta armonia creano un dramma da camera per un Pinter ancora non affermato e di successo come qualcuno ha avuto l'azzardo di un simile paragone.

sabato 18 febbraio 2017

Moonlight

Titolo: Moonlight
Regia: Barry Jenkins
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Miami. Little ha dieci anni ed è il bersaglio dei bulli della scuola. Sua madre si droga, e lui trova rifugio in casa di Juan e Teresa, dove può parlare poco ma sa che può trovare le risposte alle domande che più gli premono. Nero fra soli neri, dei suoi coetanei non condivide l'atteggiamento aggressivo, l'arroganza che indossano fin da piccoli. Chiron -è questo il suo vero nome- non è un duro, ma nemmeno un debole. È gay e, anche se non lo dice, non sa essere chi non è, non sa e non vuole adeguarsi, così si ribella e finisce in prigione. Quando esce, Black è diverso, cambiato, apparentemente un altro, ma sempre lui.

Quando ti confronti con un film come MOONLIGHT la sfida è ardua.
E'uno dei quei film stronzi che ti mette il seme del dubbio se analizzarlo per ciò che realmente è (la vita di un nero gay in un quartiere povero) o la furbizia di chi sta dietro per cercare di parlare dei soliti fantasmi dell'America e travestirli in modo diverso.
Moonlight mi ha fatto pensare a questo elemento oltre a tantissime altre cose.
E'un film magnifico al limite del sopportabile. Mostra niente e parla di tutto. E'scomodo e complesso quanto narrativamente elementare.
Jenkins si trova anche lui come altri registi afroamericani a dover portare quel macigno sulle spalle che grava e che sembra essere lo sforzo titanico di Atlante.
L'America ha generato il male della schiavitù, dell'apartheid, delle divisioni sociali, dei quartieri poveri e ora tocca a voi nuova hollywood moderna di registi afroamericani (chi meglio di voi per il politically correct) farci riflettere e prendere atto (tanto ormai è troppo tardi) su come vi abbiamo fatto soffrire e messi in condizione per cui oggi vivete una nuova schiavitù accettandola addirittura e  facendoci un film che vincerà golden globe e oscar (da qui l'inutilità dei premi e della cerimonia).
Questa è la domanda drammatica delle produzioni e delle major.
Quella di Barry invece e di Little è quella di affrontare tanti temi scomodi e complicati in tre capitoli in quello che appare un quadro sociologico e introspettivo.
Moonlight ha un solo aspetto geniale al di là delle sofferte e intense performance attoriali.
In un dialogo quando Little ormai grande incontra il suo "amico" quest'ultimo gli chiede come se la sia passata negli anni in cui non si sono visti.
Qui scatta la scintilla. Jenkins ci fa capire che Little ha passato di tutto e ha visto cose affrontandone altre pesantissime eppure il regista semplicemente non le mostra.
Un film che parla di delinquenza, violenza e malavita senza mai mostrarla. Almeno questo aspetto è  innovativo direi.


martedì 27 dicembre 2016

Jesus

Titolo: Jesus
Regia: Fernando Guzzoni
Anno: 2016
Paese: Cile
Festival: TFF 34°
Sezione: Torino 34
Giudizio: 3/5

Santiago del Cile. Jesus ha diciotto anni e vive solo con il padre, che si assenta spesso per lavoro. I due non comunicano più di tanto e il ragazzo mente spudoratamente al genitore, per avere più soldi da spendere con gli amici. Quando non fa le prove per esibirsi in discoteca con la boy band di pop koreano, Jesus e i suoi coetanei si sballano con tutto quello che trovano e fanno sesso dove e con chi capita. Una notte, in un parco, quella che inizia come una buona azione nei confronti di un ragazzino quasi privo di sensi, trascina il protagonista e i suoi sodali lungo un tragico crinale. A questo punto, a Jesus non resta che chiedere aiuto al padre.

Guzzoni pur essendo molto giovane sembra sapere il fatto suo. Jesus al dì là del titolo suggestivo può essere osservato sotto profili e tematiche diverse. Un film apparentemente semplice ma in realtà complesso, senza dover mistificare e insegnare una morale specifica ma lasciando ancora una volta il tema dei giovani allo sbaraglio e la loro esagerata e spasmodica voracità che gli mette spesso in situazioni di rischio, o come in questo caso specifico, in un girone infernale da cui non possono scappare se non aiutati da coloro che per principio vanno messi da parte perchè rappresentano lo scontro con la realtà e con la maturità: i genitori.
Jesus nel suo passare da un estremo all'altro, dalla sete di conoscenza e fantasie sessuali che ammettono anche i suoi migliori amici, è un quadro efficace quanto crudele e spietato, mostrando le difficoltà, la solitudine e il male che può essere generato dal singolo e quanto può essere perpetuato se non c’è nessuno che riesca a fermarlo in tempo. In questo ritratto dell’ennesima generazione perduta, come ne abbiamo visti e ne vediamo tante al cinema, Guzzoni ci mostra una Santiago del Cile che sembra per certi aspetti una bidonville senza reali aiuti e possibilità per i giovani ma solo il consumismo bieco e le tendenze trasgressive che i giovani devono promuovere come i veri valori su cui dar forma alla propria identità.

Il finale è un grido pesantissimo. Un film con diverse tematiche sociali che sposta una problematica di cui poco si parla, ampliandone gli aspetti comuni generati dal consumismo e dalla globalizzazione che soprattutto in Cile possono portare a situazioni estreme per ottenere beni effimeri che servono solo ad alimentare la rabbia e l'invidia.

King Cobra

Titolo: King Cobra
Regia: Justin Kelly
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio: 2/5

Ispirato a una storia vera cupa e intrigante, il film narra le vicende di un ragazzo che diventa una star del porno gay grazie a un losco figuro fondatore di una casa di produzione a luci rosse chiamata Cobra Video. Gli eventi lo porteranno ad accostarsi a un produttore rivale e altrettanto influente, che farà di tutto pur di accaparrarselo.

Kelly: "come si fa un film che tratti il porno-gay senza essere grossolano ed approssimativo?"chiese il discepolo al maestro Gus Van Sant
Van Sant: "bisogna andare al di là dell'estetica senza eccitarsi e autocompiacersi"
E fu così che al suo secondo film, Kelly dimostrò di non aver capito nulla.
E'difficile trovare le parole per descrivere un film fortemenete voluto da Franco, qui in veste anche di produttore, che sembra essere stato girato troppo velocemente dove l'attore non fa altro che ammettere la sua omosessualità in una parodia di un "gay" secondo James Franco che si bea di sguazzare nei luoghi comuni penando solo a ficcare e mostrare le sue pose da produttore/gangster (senza però avere quel fascino che mostrava in SPRING BREAKERS). Il risultato è una performance eccessiva, urlata, volgare, grottesca nelle scene di sesso che vorrebbero ambire al softcore con il risultato di apparire trash e banali.
King Cobra si basa sul libro del 2012 di Andrew E. Stoner Cobra Killer: Gay Porn, Murder, and the Manhunt to Bring the Killers to Justice, dal titolo molto esplicativo. Un film che riesce a rendere noiosa una storia con dentro il porno, un omicidio e James Franco, cosa praticamente impossibile, diventando nel giro di venti minuti qualcosa di indefinito tra crime, drama e merda.
Tutto è superficiale, tutto. E la cosa che stupisce di più è che Kelly si impegna davvero tanto per affossare il film: rallenty, colonna sonora oscena e una visione del mondo gay allucinante in un tripudio di muscoli che guizzano, bilancieri, canotte e boxer lucidi, il tutto con quell'inconfondibile sapore eighties e la performance di Slater che riesce in alcuni momenti a salvare il film in corner con un personaggio complesso e ben caratterizzato. Infatti è proprio nella convivenza tra due universi opposti che sembrava potesse evolversi la narrazione del film. Da una parte abbiamo l'omosessualità oppressa e opprimente di Stephen (Slater), che nasconde le proprie pulsioni sessuali dietro un'apparenza borghese. Dall'altra l'esibizionismo eccessivo e pacchiano della coppia di Franco e compagno che in quanto produttori meno famosi combattono a suon di ricatti la famosa industria cinematografica.
Per dirla tutta è un film che personalmente ho archiviato e quasi dimenticato poche ore dopo averlo visto.


mercoledì 25 maggio 2016

Desde Allà

Titolo: Desde Allà
Regia: Lorenzo Vigas
Anno: 2015
Paese: Venezuela
Giudizio: 4/5

Armando Marcano è un cinquantenne venezuelano che gestisce un negozio di protesi dentarie da lui stesso messe a punto con perizia tecnica e diligente attenzione al dettaglio. Nel tempo libero Armando adesca ragazzi di strada che fa spogliare davanti a lui, senza toccarli. Uno di questi è Elder, che però non si lascia svestire, e lo apostrofa dandogli della "checca". Se Elder è orfano di padre, Armando vorrebbe vedere il proprio padre morto. Ma a poco a poco fra i due si instaura un legame che sfugge alle definizioni e che ha molto più a che fare con i rapporti di potere fra classi sociali destinate a rimanere rigidamente separate che con una sessualità per Armando confinata al solipsismo.

L'opera prima di Vigas è potente e affascinante.
Prima di tutto per il contesto sociale, la caotica e agitata Caracas che non capita spesso di vedere al cinema in cui il rumore e i movimenti continui e senza sosta piombano lo spettatore in un caos urbano in cui i giovani, soprattutto, sembrano avere tutto sotto controllo in una dimensione per certi versi pasoliniana.
Ed è qui che conosciamo il nostro Elder camminando dietro le spalle del nostro protagonista che preferisce comprare piuttosto che toccare.
Entrambi senza padre, entrambi assetati di vita e di conoscenza, i soldi come gli affetti, il contatto fisico come la mancanza, la violenza come normalità, la curiosità come mordente alla noia quotidiana e poi l'amore, sono sempre opposti come le età dei due protagonisti che di fatto riescono a fare in modo che tutto alla fine rimanga in equilibrio.
Desde Allà è un queer anomalo, originale e fresco, spontaneo e mai volgare che indaga sulla relazione tra età differenti sull’identità sessuale dal punto di vista psicologico emozionale.
Tratta un tema spinoso senza soffocarlo con immagini esagerate, tant'è che riesce in una sfida difficilissima ovvero creare ancora più angoscia senza farci vedere quasi mai i corpi nudi ma percependo tutto dagli intensi occhi di Armando.
La pellicola sfiora la tragedia senza mai abbracciarla grazie ad alcuni colpi di scena che arrivano glaciali come pallottole. Delizioso anche se devastante la reazione dei coetanei e della madre quando scopre "l'omosessualità"del figlio, il quale diventa succube di Armando trovando in lui tutto quello che ha sempre cercato. Tante scelte e tanti elementi sono soggetti a diverse interpretazioni come per l'intenso finale ricorrendo poco ai dialoghi e confidando su gestualità e sguardi.



giovedì 24 marzo 2016

Bare

Titolo: Bare
Regia: Natalie Leite
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una ragazza de Nevada si innamora di una vagabonda che la introduce in un mondo di spogliarelli, droghe, ed esperienze metafisiche che le insegneranno come ciò che accade nella vita reale è velato di oscure fantasie.

Sarah è una ragazza che ha difficoltà con l'altro sesso e non riesce a trovare un lavoro che la soddisfi. Quando incontra in un market la folle Pepper, inizia una strana e intensa amicizia sempre giocata su doppi sensi che prenderà una deriva queer da circa metà film in avanti, tra una palpante provocazione erotica e un disequilibrio in cui Pepper e a tutti gli effetti una schizzofrenica.
Bare sembra l'ennesima versione con un nome diverso del magnifico THELMA & LOUISE, in cui però, in questo film, i fatti narrati non sono molti arenandosi su una quotidianità senza enfasi e colpi di scena. La Leite scrive, dirige e produce con la sua Purple Milk assieme alla collega Alexandra Roxo, due filmaker indipendenti di Brooklyn. Cercando di mettercela tutta a livello di inquadrature e stile tecnico, sfruttando luci e ombre e facendo risaltare molto i colori all'interno del film per delineare emozioni e paure.
Purtroppo il risultato non basta.
Come dark comedy non sembra trovare mai quel guizzo che ci si poteva aspettare facendo intravedere un potenziale che non decolla mai.
L'idea poi è curiosa ma neanche così strana o avvincente.

Le due registe che si definiscono femministe e queer, hanno lavorato come stripper in un locale per camionisti del New Mexico, un posto “dove le stripper vanno a morire”, filmando tutto e raccogliendo le storie delle donne per il loro documentario EVERY WOMAN.

Weekend

Titolo: Weekend
Regia: Andrew Haigh
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Al termine di una serata con gli amici storici, Russell conosce Glen in un gay club e i due trascorrono la notte insieme. Glen chiede a Russell di raccontarsi al registratore, dove tiene una sorta di archivio di tutti i suoi incontri sessuali, che vorrebbe trasformare in un progetto artistico. Diversi, con un passato diverso e idee diverse sul futuro, Russell e Glen cominciano a conoscersi e passano insieme l'intero weekend.

Weekend è un film interessante per un unico vero aspetto.
Ci parla con delicatezza e fragilità, ma allo stesso tempo noncuranza e coraggio, di tanti aspetti della cultura gay, di tanti dubbi che fanno parte di una relazione e di come in pochi giorni, appunto il weekend del film, tutto questo emerga con limpidezza e sensibilità sia nella sceneggiatura che nei dialoghi.
Senza stare a darci elementi sulle caratterizzazioni dei personaggi, il film fa in modo che tutto emerga rivelandosi dopo una notte di passione.
Curiosi, disinibiti e allo stesso tempo così diversi e così attratti l'uno dall'altro, Russell e Glen sembrano non portere fare a meno l'uno dell'altro, prorio per completarsi, pur sapendo che uno presto partirà e l'altro è fidanzato. Mentre uno nasconde la propria omosessualità alla famiglia, la scena nel letto in cui prova a simulare la telefonata parlando con Glen è ottima, l'altro sembra aver sdoganato la propria identità cercando di palesarla e mostrarla fin troppo.
Weekend è un indie girato quasi interamente con una piccola telecamera a mano che sonda i due protagonisti esaminandoli dall'inizio alla fine. Purtroppo da noi è arrivato in ritardo di ben cinque anni. In alcuni casi capita quando il regista non è ancora noto come lo è stato nel caso del suo successivo 45 ANNI.



mercoledì 3 febbraio 2016

Love

Titolo: Love
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Murphy ha sposato Omi con un matrimonio riparatore, poichè Omi è rimasta incinta della loro figlioletta durante un rapporto non protetto. Quel rapporto occasionale è stato la causa della drammatica rottura fra Murphy e il suo grande amore, Electra. La mattina del primo dell'anno la madre di Electra telefona a Murphy e lo informa di non avere più notizie della figlia, ed essere preoccupata perchè la ragazza soffre di tendenze suicide. Nell'arco di 24 ore Murphy ripercorrerà con la memoria le tappe della sua folle passione per la sua ex anima gemella, cercandone il perdono.

Gaspar Noè è un regista che reputo molto interessante. Ogni suo film viene sempre anticipato come qualcosa di scandaloso, esplicito e perturbante.
A mio avviso Noè è anche un regista che comincia ad avere un'età e il suo ultimo film sembra l'opera meno matura che si sia mai degnato di fare arrivando lui stesso a parlare di "sessualità sentimentale". Mi sfugge il perchè del 3d ma avendolo visto in 2d non voglio nemmeno pensarci.
La sua politica, i suoi temi ricorrenti, il suo modo di provocare il pubblico e la critica, sono tutti elementi che in questo menage a trois non sembrano sortire lo stesso effetto dei film precedenti Ormai il pubblico non si lascia addescare sentendo solo la parola fellatio, porno arthouse,masturbazioni, eiaculazioni verso il pubblico (spiegato forse l'uso del 3d), penetrazioni filmate dall'interno di una vagina, triangoli, fellatio, cunnilingu, etc, altrimenti si sposterebbe su un porno e farebbe molto prima.
Lo scandalo trattando il sesso (e solo in parte l'amore) uno se lo poteva pure aspettare, anche se in questo caso è più l'elemento esplicito che non disturbante, ma almeno con una trama dietro, cercando almeno ai minimi termini di contestualizzare la materia in modo che meritasse una messa in scena di un certo tipo e non un capriccio su come senza il preservativo si rischia di commettere una cazzata prendendosi poi le proprie responsabilità.
Quindi una provocazione per poi dare una dose di morale su come i giovani-adulti pensino sempre che il cazzo non vuole pensieri.
Love arriva tardi, forse troppo, cercando qualcosa di nuovo da dire ma senza riuscirci e sapendo bene che molti altri registi, esagerando di meno, sono stati molto più provocatori, lasciando di sicuro il segno. Rimane un esercizio di estetica formidabile, che ancora una volta nel suo clima malato e onirico, in un’alterazione delle immagini e poi della coscienza che rimane forse l'unico vero marchio del regista.


venerdì 29 gennaio 2016

Danish Girl

Titolo: Danish Girl
Regia: Tom Hooper
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Pittore paesaggista della Danimarca dei primi anni del '900 Einar Wegener ha vissuto due vite, la prima con una moglie a Copenhagen, e la seconda a Parigi come Lili Elbe. Infine ha tentato la prima operazione chirurgica della storia finalizzata al cambio di sesso. Attratto dall'abbigliamento femminile dopo un gioco erotico con la moglie e sempre meno capace di smettere di vestirsi e atteggiarsi da donna, nel corso di diversi anni Einar vuole lasciare il posto a Lili, che percepisce come un'entità separata. Aiutato e supportato attraverso molte difficoltà da una moglie da cui è sempre meno attratto, Einar fugge dalla medicina del proprio tempo che lo vuole internare o dichiarare schizofrenico e si rifugia nella chirurgia sperimentale, conscio che quella che intende provare è un'operazione mai tentata prima e dai rischi immani.

"Ogni artista è formato dalle storie che racconta"
E'difficile a volte esprimere un giudizio su una pellicola quando i nobili intenti che si nascondono dietro diventano ancora più importanti della messa in scena.
Come in questo caso trattasi del pittore danese, pioniere del transgender che da Copenaghen arriva fino a Dresda per coronare il sogno di diventare donna.
E'un film elegante, soffice e lieve, che pur trattando un argomento che avrebbe potuto essere esaminato in modo più sconvolgente ne coglie i riflessi morbidi e le pulsioni del suo timido protagonista, intrappolato per metà film, riuscendo a fare uno sforzo in cui lui (Einar) diventa libero mentre lei (Lili) è prigioniera della sofferenza.
Con un cast efficace su cui svetta l'interpretazione del giovane Eddie Redmayne e la bellissima Alicia Vikander, Hooper compattta tutto facendo di un'unica anima fotografia pittorica, scenografia e costumi. E'una storia di trasformazione e carne, di doppi e di conoscenza della propria persona, senza mai eccedere in una storia che poteva essere trattata in modo turbolento e bestiale trattando di corpi, amori e trasformazioni.

Danish Girl è un film appassionante, coinvolgente, triste e malinconico che si chiude nel modo più astuto possibile e lasciando vari livelli di lettura.

mercoledì 30 dicembre 2015

Nasty Baby

Titolo: Nasty Baby
Regia: Sebastian Silva
Anno: 2015
Paese: Usa
Festival: TFF 33°
Giudizio: 3/5

Freddy è un artista newyorkese ossessionato dal suo lavoro, una video istallazione sui neonati, e dall'idea di avere presto un figlio. Legato a Mo, hanno deciso insieme di avere un bambino da Polly, la loro migliore amica, che ha messo il suo utero a disposizione. Ma le inseminazioni artificiali non riescono, e spetterà a Mo, prima riluttante, 'ingravidare' Polly che finalmente rimane incinta. Nel mentre Bishop, un loro vicino di casa con problemi di mente e di indigenza, importuna Polly sul marciapiede e non smette di provocarli. L'intervento di una poliziotta sembra riportare la calma nel quartiere ma una sera improvvisamente Bishop incrocia Freddy in un market e le cose degenerano.

Nasty Baby è il primo film che ho visto di Silva.
Se da un lato mi ha subito lasciato di stucco, solamente dopo sono riuscito a rivalutarlo e rendermi conto, nonostante una messa in scena discutibile, di tutta una serie di elementi che vengono esaminati e tracciati.
Una commedia nerissima che sembra partire molto gay-friendly per poi diventare tutt'altra cosa, giocando e sfidando continuamente la psiche dello spettatore da un atto all'altro.
Proprio dall'altro il film sembra voler promuovere un insolito slogan moderno e non affatto banale.
I gay sanno difendersi? Oppure attenzione al gay che provochi? I gay sono sempre timidi e moderati o sono anche in grado di essere pericolosi?
Sfatando alcuni stereotipi di genere il film punta ad un interessante e per certi versi originale spaccato di realtà, mentre dall'altra parte si dilunga troppo in alcuni meccanismi che sembrano appesantire e allungare la narrazione.
Un film a metà tra alcuni aspetti ed equilibri nonchè intenti originali e scoppiettanti e altri elementi macchinosi, ridondanti e noiosi in un film in linea di massima sconnesso con un climax finale esagerato e quasi assurdo.
Ho anche apprezzato molto la critica, se questa ha voluto fare, agli artisti contemporanei, all'arte contemporanea e alle gallerie e coloro che le gestiscono.



lunedì 5 ottobre 2015

Normal Heart

Titolo: Normal Heart
Regia: Ryan Murphy
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

1981.Ned Weeks è uno scrittore ebreo americano gay che, al primo insorgere dell'epidemia dell'AIDS, si impegna perché la malattia non venga trattata con superficialità sia dall'ambiente medico che da quello politico. Fonda così il Gay Men's Health Crisis per sensibilizzare l'opinione pubblica e assistere gli ammalati. La sua attività, in pieno reaganismo, verrà ostacolata sia dagli etero che da una parte dei gay.

"Per molto tempo siamo stati sordi e cechi davanti alla tragedia dell'Aids mentre stava diventando una pandemia mondiale. La potenza e l'ammonimento di questa terribile storia è che, in qualche altro modo o forma, potrebbe un giorno ripetersi… Il film racconta la storia di persone che hanno combattuto e sono morte per i diritti civili, che oggi la comunità gay possiede. Molti giovani di oggi non hanno idea dell'inferno che tanti fratelli e sorelle hanno dovuto attraversare"
Il tema dell'aids ha sempre sensibilizzato molto la cinematografia statunitense prima con PHILADEPLHIA e poi con altre pellicole meno famose. Normal Heart aggiunge un tassello parlando di un importante personaggio e di una lotta che nella settima arte trova una perfetta sintonia e rigore narrativo.
Purtroppo storpiato dai sentimenti che soffocano in alcune scene la narrazione, il film riesce a reggere soprattutto grazie all'importante performance di Ruffalo, attore poliedrico e multiforme in grado come sempre di essere in grado di interpretare qualsiasi cosa.
Normal Heart come sostiene anche cinemagay è uno dei film più gay degli ultimi anni.
Mai visti tanti importanti attori gay insieme in un film: Matt Bomer, Jim Parsons, Jonathan Groff, Denis O’Hare, Stephen Spinella, Joe Mantello e BD Wong, reclutati dal regista gay Ryan Murphy insieme all'autore e sceneggiatore gay Larry Kramer.
Il film poi è stato prodotto dalla società Plan B Entertainment di Brad Pitt, tratto dall'omonima opera teatrale di Larry Kramer, vincitrice del Tony Award, che ne ha scritto anche la sceneggiatura.
Se ci mettiamo poi che il Presidente Obama ha chiamato il regista gay Ryan Murphy per congratularsi con lui dicendogli che ha amato il film e che lo ha trovato incredibilmente commovente. Ryan ha dichiarato: "L'intero film racconta la storia di Larry che sta cercando di attirare l'attenzione di Washington e 30 anni dopo mi arriva la chiamata del Presidente: il cerchio si è chiuso".

Normal Heart tratta temi importanti certo ma tutto questo fragile e sospettoso interesse da parte di numerosi sostenitori fa emergere qualche domanda e anche qualche nota di disappunto, come se tutti dovessero accorrere per cercare di dare sostegno alla sensibilità degli argomenti trattati, invece di lasciarne altri, forse ancora più importanti legati a questioni moderne e di cruciale importanza, in uno spartiacque anomalo che rischia di rimanere nascosto.

giovedì 16 luglio 2015

Wild Horses

Titolo: Wild Horses
Regia: Robert Duvall
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il Texas Ranger Samantha Payne riapre un caso su una persona scomparsa 15 anni prima, scoprendo degli indizi che collegano la morte di un ragazzo del luogo a un ricco padre di famiglia, Scott Briggs. Il Texas Ranger non si fermerà davanti a nulla per scoprire la verità, anche a costo di rischiare la propria vita. Con il ritorno inaspettato del figlio estraniato Ben, Briggs deve trovare un modo per mettere a tacere per sempre la legge o cercare di capire meglio il rapporto tra Ben e il ragazzo che ha cercato di far tacere tanti anni fa.

Un dramma con l'aria da western moderno.
Wild horses ha qualcosa di epico, una buona atmosfera, fantastici paesaggi, un cast notevole e una storia che in fondo riesce a creare un buon interesse.
E'un film lento che si dipana senza alterazioni o colpi di scena degni d'effetto.
Cerca l'esatto opposto preparando e incidendo sulla trama passo per passo, cercando una riflessione sugli intenti dei personaggi e creando un intreccio famigliare, che seppur non particolarmente originale, regge in tutti casi risultando convincente, moderato e molto realistico.
Duvall era da dieci anni che non prenedeva più in mano la regia.
Con tre film alle spalle e quasi 95 da attore, ricopre il ruolo tradizionale del pater familias che alla sua veneranda età, decide di fare pace con se stesso e con i suoi fantasmi scrivendo inoltre la sceneggiatura. E'interessante scoprire come lui, Tommy Lee Jones in testa e Eastwood il reazionario, contribuiscano e diano spessore con dei film molto attenti e che riescno ad esaminare, con il senno di poi, tematiche e generi in modo sublime.
Wild Horses potrebbe essere uno di quei film in cui ci si aspettano sparatorie, zuffe, violenza a gogò, invece è un dramma famigliare denso e di una lentezza senza precedenti il più delle volte compiaciuta, crepuscolare e in fondo tragica.
Colpa e remissione.
Con diverse tematiche, di cui quella dell'accettazione di un figlio gay, in una comunità come quella texana, viene trattata senza farla diventare una macchietta, ma anzi prendendola di lato come per altri temi trattati nel film.
La quarta regia di Duvall fa centro regalando un film sofferto, molto lungo e dotato di silenzi straordinari che spessso e volentieri comunicano più dei dialoghi.
Da menzionare James Franco, il figlio gay e Josh Hartnett, purtroppo non caratterizzato a dovere.



lunedì 22 giugno 2015

Blackbird

Titolo: Blackbird
Regia: Jason Buxton
Anno: 2012
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Sean Randall, adolescente problematico, stringe una anomala amicizia con Deanna, una giovane ragazza già fidanzata. Dopo un violento scontro con il ragazzo di Deanna, Sean fa intendere con il suo atteggiamento minaccioso on line di voler fare una strage sul modello di quanto successo alla Columbine. L'intervento della polizia in casa sua rivela la presenza di un arsenale di armi - tutte appartenenti al padre di Sean, accanito cacciatore - e una lista nera contenente una ventina di nomi di persone, tutti in qualche modo legate a Sean. Mentre le autorità e i media proclamano di aver sventato in tempo un massacro senza senso, Sean si ritrova ad affrontare una terribile prigionia in un centro di detenzione giovanile e a dover tentare di dimostrare la propria innocenza.

Blackbird è un atipico film sul sociale, sulla paura della devianza, sull'omologazione, la redenzione e le vessazioni costanti dentro e fuori la società.
Un film inoltre sul potere dei media e sulla suggestione.
Il quarto film di Buxton è solido nella sua descrizione di un microcosmo in cui vive il giovane Sean con diversi problemi alle spalle giocando su una buona psicologia del protagonista (i dialoghi non sono quasi mai forzati o ridondanti) e sfruttando un cast poco conosciuto ma molto funzionale.
Il rischio di una seconda Columbine e la psicosi di gruppo degli adulti in un paesino impeccabile, ingigantito dalla debolezza dei tribunali, sembrano far emergere una critica nei confronti delle istituzioni che rovinano le certezze e il futuro di alcuni giovani, non riuscendo a trovare altre formule se non quelle della pena detentiva nonchè una sopravvivenza forzata.
Blackbird ha il merito in quasi due ore di spaziare dal contesto familiare e scolastico, a quello carcerario e del tribunale ed infine di tornare al paesino freddo di Sean che non ha creduto per un solo minuto della sua innocenza.