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domenica 10 settembre 2017

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

domenica 4 giugno 2017

Scare Campaign

Titolo: Scare Campaign
Regia: Cairnes
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Il popolare show televisivo Scare Campaign ha divertito il pubblico negli ultimi cinque anni grazie al suo mix di paure vecchio stampo e telecamere nascoste. Una volta entrati in una nuova era di tv on line, i produttori si ritrovano di fronte alla volontà di realizzare una serie web dal taglio molto più duro, che rende il loro show ancora più caratteristico e singolare. Per loro, è arrivato il momento di alzare la posta in gioco e di rendere il terrore ancora più tremendo, finendo però con lo scegliere come vittima la persona sbagliata.

Ogni tanto arrivano delle piacevoli sorprese in grado se non di spiazzare almeno di regalare qualche reale sorriso per quanto concerne alcuni colpi di scena inaspettati.
Ormai l'Australia sempre più si sta concentrando sull'horror in particolare lo splatter e i territori inospitali e le lande desolate dei nostri cari amici bifolchi in quel "redneck" che tutti conosciamo.
Ora questi fratelli Cairnes riescono in un'operazione interessante che riesce a portare a casa un traguardo soddisfacente in un'unica location. Dall'inizio fino al climax finale e se vogliamo all'ultima parte del terzo atto, purtroppo con un finale posticcio, il film funziona e regge proprio su un'atmosfera davvero ben studiata con un ritmo che riesce ad essere sempre travolgente e la tecnica di aprire un twist dopo l'altro, una matrioska perfetta che sembra non finire mai.

Il film apre poi un sipario interessante e politicamente necessario da inserire di questi tempi dopo alcuni recenti scandali e dati che germogliano sinonimo di quanto diventa sempre più possibile seguire tutto ciò che avviene in rete. Denuncia il peso di alcuni siti (e qui il passaggio di come si inserisce il filone snuff-movie nel film è purtroppo la parte meno originale e più scontata) e soprattutto quello dell'audience per cui si cerca di esagerare il più possibile con i contenuti per avere sempre la fascia dei consumatori giovani ovvero i nuovi adolescenti che fagocitano contenuti violenti sul web con una foga inquietante.

lunedì 1 maggio 2017

Xx

Titolo: Xx
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

XX è un’antologia horror presentata nella sezione Midnight del Sundance Film Festival 2017

Ormai di questi tempi le antologie sull'horror non si contano più.
Mancava quella al femminile con tutte registe donne alcune delle quali famose e altre meno da Kusama (JENNIFER'S BODY, INVITATION) alla Vuckovic e la Benjamin (SOUTHBOUND) senza contare le sequenze animate in stop motion di Sofia Carrillo.
XX non è certo una di quelle serie che possono competere con alcuni lavori che portano sicuramente firme più autorevoli ma riesce a destreggiarsi molto bene con alcuni alti e bassi.
Il primo episodio The Box è quello che racchiude più suspance per l'originalità della trovata.
The Birthday party è in assoluto il più grottesco e ironico per alcuni aspetti.
Don't fall è il più slasher mentre Her only living son è il più demoniaco.
Bisogna riconoscere a tutte le registe uno sforzo e un impegno tale per cui il senso di appartenenza al genere e la messa in scena trova sicuramente alcune buone trovate e interessanti spunti.
Tutte le storie a parte la penultima non hanno mai quel concentrato di violenza e sangue che in altre antologie si è abituati a vedere. Qui le storie partono da spunti in alcuni casi reali e tematiche come il senso d'isolamento e la reazione a questa condizione, i lutti improvvisi, i complotti familiari e diabolici. Problemi che nella vita di tutti i giorni se dovessero mai presentarsi ci costringerebbero a delle scelte rigorose (ad esempio il padre dei due figli in The Box o l'umiliazione a cui si sottopone la madre del ragazzo in only living son). La donna di nuovo è al centro, nel bene e nel male, scegliendo e dovendo lei ancora una volta lottare o scegliere di mostrare per salvare se stessa o i cari. Progetto dalla lunghissima gestazione, ha modificato la sua linea creativa un paio di volte dall’annuncio della sua produzione nel 2013, ma alla fine la pellicola è stata per fortuna ultimata.


sabato 8 aprile 2017

Devil's Candy

Titolo: Devil's Candy
Regia: Sean Byrne
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quella in cui si trasferisce Jesse con la moglie e la figlia Zooey è la casa dei sogni. Poco importa se il prezzo è stato abbassato per l’aura misteriosa che la circonda; meglio ancora, anzi, visto che Jesse, come artista, non se la passa molto bene. Strane forme iniziano però a dominare i suoi quadri, forme che evocano il mondo del satanismo. E poi c’è Ray, lo squilibrato figlio degli ex proprietari, che inizia a importunare Zooey chiedendole di aiutarlo a tornare a casa: una conferma che quella di Jesse non è la casa dei sogni, ma degli incubi.

Divertente. Questo è l'assunto con cui mi sono gustato l'ultimo horror del regista di LOVED ONES (un revenge movie violentissimo). Spostato in America il regista riesce a sfruttare un impianto molto abusato nell'horror ovvero quello della casa infestata più la possessione demoniaca e alcuni attimi di inaspettata ironia. La storia non sembra aver nulla di nuovo dal momento che il tema alla fine e poi sempre quello ma già dall'incipit, dall'incidente scatenante, si intuisce qualcosa soprattutto nella messa in scena di Byrne, un nostalgico che si ispira ad alcuni grandi maestri dell'horror senza però copiarli furbescamente ma rimanendo nella sua idea di cinema.
Ultimamente la musica metal, colonna sonora fantastica di questo film, sta facendo incetta di film con opere spesso bizzarre come DEATHGASM e METALHEAD piazzandosi come una specie di mood che si affaccia quasi sempre al diabolico.
Byrne si vede che cura con precisione ogni dettaglio della messa in scena e studia attentamente le inquadrature riuscendo a regalare un'atmosfera importante che il film raramente perde.
Un horror atipico come vanno di moda negli ultimi anni prendendosi tante libertà e rischi ma cogliendo e riuscendo a misurare action, splatter e facendo un accurato uso del montaggio soprattutto in alcune scene fondamentali.
Nel film il sacrificio è sia metaforico (la famiglia rispetto alla carriera) sia letterale (i bambini sacrificati a Satana). Attingendo ai classici film sul tema (Rosemary’s Baby e Il presagio), volevo dare al film un’eleganza posata. Ma oltre che classico volevo anche essere audace, dando ai personaggi una loro ampiezza, in modo che il mondo stesso fosse straordinariamente interessante. I fratelli Coen e Tarantino sono stati riferimenti fondamentali in tal senso, perché rappresentano l’unione di maestria registica e sensibilità.

Sean Byrne - Regista 

domenica 19 febbraio 2017

Last Showing

Titolo: Last Showing
Regia: Phil Hawkins
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La storia è incentrata sulla giovane coppia Martin e Allie che si dirige verso il cinema locale per vedere l'ultimo show horror notturno, inconsapevoli del fatto che diventeranno i protagonisti della storia dell'orrore. Englund interpreta l'ex proiezionista Stuart che è stato retrocesso dal progresso della tecnologia e che decide di vendicarsi su una generazione che non richiede più le sue abilità. Il film verrà realizzato con un budget di 2 milioni di dollari. Le riprese dureranno quattro settimane e si terranno nel nord ovest dell'Inghilterra.

Last Showing è un thriller vecchia maniera girato in unica affascinante location, un cinema, e con tre attori principali e poche comparse. Da un lato un proiezionista vecchia scuola che ama dirigere dalla cabina di proiezione e dall'altra parte una giovane coppia che vogliono guardarsi uno slasher e passare una piacevole serata prima di passare al dessert.
Niente di nuovo dunque. Hawkins però cerca fin da subito di dosare bene la tensione e non esagerare con morti e uccisioni telefonate che porterebbero subito ad un finale e un climax abbastanza scontato ma vira verso una storia più complessa e grottesca dove il nostro Robert Englund può divertirsi approfondendo un personaggio tutt'altro che prevedibile.
Una pellicola dove ci sono pochi ma buoni colpi di scena, il finale è piacevole e lascia una strada aperta, lavorando insistentemente sull'immedesimazione verso questo protagonista che si trova in una situazione quasi kafkiana e che mano a mano diventa sempre più realistico con dei tratti inquietanti giocati davvero bene.

Un indie british che con i suoi due milioni di dollari e alcune scelte poco scontate di sceneggiatura riesce ad essere mediocre senza nessun guizzo, una messa in scena che alterna alcuni colori molto accesi e un attore sempre in parte che cerca di salvare l'intera baracca dal resto del cast che punta su un protagonista purtroppo davvero inespressivo.

venerdì 18 novembre 2016

Under the Shadow

Titolo: Under the Shadow
Regia: Babak Anvari
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Teheran 1988. Shideh vive in mezzo al caos della guerra Iran-Iraq. Accusata di sovversione e registrata nella lista nera dal collegio medico, si ritrova in uno stato di malessere e confusione. Mentre il marito è in guerra un missile colpisce il loro condominio e da quel momento una forza soprannaturale cercherà di possedere Dorsa, la loro giovane figlia.

Under the Shadow è una piacevole sorpresa che arriva dall'Iran passando per la Gran Bretagna.
E'un altro di quegli horror intelligenti, che sposa leggende, folklore popolare e miti narrando del Djin e del loro potere, l'esoterismo che prende piede in una città afflitta dalla guerra dove tutti scappano e solo coloro che non credono, accettano di rimanere per sopravvivere.
L'esordio di Anvari però non si limita solo ad essere una fiaba moderna con una nuova demonologia (anche perchè i Djin non sono proprio nuovi nel cinema), ma è stratificato e ben più complesso parlando di legami familiari che sfociano in allucinazioni e paranoie, difficoltà madre/figlia, una società misogina che si rispecchia nel lavoro come nella vita pubblica (quando lei esce di casa terrorizzata con Dorsa senza velo e viene fermata dai poliziotti che vorrebbero frustarla) e infine il male come manifestazione della guerra (in questo caso il missile che diventa il tramite).
Dicevo c'è tanto è il film si delinea all'inizio come un dramma solo familiare (bisogna aspettare quasi un'ora per vedere il primo Djin ad esempio) e in tutto questo arco di tempo il regista caratterizza benissimo i suoi personaggi, destruttura l'ambiente e crea la suspance proprio facendo avvicinare Shideh e Dorsa all'orrore vero. Un film per alcuni aspetti claustrofobico che mi ha ricordato CITADEL e BABADOOK.

Il film si apre con una scritta che ci ricorda i numeri della guerra Iran-Iraq combattuta tra il 1980 e il 1988. Proprio l'orrore della guerra e la scelta da parte del demone di entrare dalle crepe che si formano dopo i bombardamenti diventano gli spiragli che non riescono ad essere coperti e cancellati soprattutto con lo scotch, ma che metaforicamente sono ferite destinate a rimanere per sempre.

domenica 23 ottobre 2016

Train to Busan

Titolo: Train to Busan
Regia: Sang-ho Yeun
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 3/5

Seok-wu è un manager finanziario separato dalla moglie: la piccola Su-an spesso si sente trascurata da lui e preferisce la compagnia della madre. Sul treno su cui viaggiano i due, per portare Su-an dalla madre che vive a Busan, sale una ragazza che riporta delle ferite strane sul corpo, simili al morso di un animale. Presto si trasformerà in zombi e sul treno per Busan si scatenerà l'inferno.

Gli zombie ormai negli ultimi anni sono spesso e volentieri sinonimo di qualcosa di già visto.
I traguardi da ricordare negli ultimi anni sono davvero pochi e quindi imbattersi in uno zombie-movie orientale, in particolar modo coreano, non capita spesso.
Train to Busan è sicuramente un film che gioca benissimo per quanto concerne il ritmo, l'atmosfera e l'azione. Forse l'eccessiva lunghezza e un finale troppo telefonato e strappalacrime sono gli elementi che ne sanciscono un buon prodotto di genere ma senza quel salto in avanti che Yeun poteva permettersi contando che di certo una componente di pessimismo e crudeltà erano già presenti nel suo precedente KING OF PIGS un film d'animazione davvero teso e violento.
Seok porta avanti la sua corsa per la sopravvivenza con la figlia e un gruppo di persone che una dopo l'altra periranno in due tra le maggiori location dove il film decide di concentrare e dipanare la storia. Sicuramente per i fan di genere è un film da non perdere consigliato da quasi tutti i siti e i blog che ne capiscono un minimo di cinema.

E' una pellicola con un budget importante e un cast ben misurato. Un'opera che al contempo riesce a inquadrare qualcosa di originale e non banale o iper sfruttato, come capita sovente, e tante citazioni che non tolgono o rubano idee ma servono semplicemente a omaggiare la tipologia zombie che negli ultimi anni ha sdoganato: quella dei non morti che corrono e che vedono solo gli oggetti in movimento.

31

Titolo: 31
Regia: Rob Zombie
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il 30 ottobre 1975, durante la notte di Halloween, cinque persone vengono rapite e tenute in ostaggio in un luogo infernale chiamato "Murder World", dove sono costretti a partecipare ad un gioco violento, il cui obiettivo è quello di sopravvivere dodici ore contro una banda di pagliacci sadici.

Il settimo film di Zombie era la prova che tutti aspettavano dopo i remake bruttini di HALLOWEEN che mi avevano fatto annoiare non poco e scavavano troppo nel passato di Miers, elemento che ha fatto peraltro arrabbiare il grande Carpenter.
Con questo slasher grindhouse e vintage Zombie ritorna alle origini. Torna ad un film da lui scritto e diretto. Un surviror movie, una caccia all'uomo che trova nell'azione e in una buona galleria di personaggi i punti di forza. Sembra che l’idea per 31 sia venuta in mente leggendo una statistica secondo la quale, il giorno di Halloween è la giornata dell’anno in cui per qualche “inspiegabile” ragione scompaiono più persone. Dunque da un pretesto esce fuori questa piccola scheggia di follia, un film pieno di ambienti sporchi e violenti con viscidi villain (nano nazista ma soprattutto Doom Head) e bifolchi ad ogni angolo, un vero concentrato di idee pur mantenendo uno script all'osso per cercare di concentrarsi solo su scontri e fughe in questo inferno malatissimo dove alcuni psicopatici sembrano indossare le maschere di Crossed, godere dei fan come L'IMPLACABILE e riuscire a divertire come ormai non capita spesso negli horror post-moderni.
Un'opera come quelle del passato, carico ed esplosivo, girato con l'estetica forte che contraddistingue il cinema di Zombie, un b-movie in piena regola anarchico a ancora capace di rievocare, senza particolari sforzi, quelle atmosfere tipiche del cinema horror 70’s ed 80’s


venerdì 23 settembre 2016

Invitation

Titolo: Invitation
Regia: Karyn Kusama
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Will ed Eden un tempo si amavano. Dopo aver perso tragicamente il loro figlio, Eden è scomparsa prima di ripresentarsi due anni dopo, di punto in bianco, con un nuovo marito. Totalmente diversa da prima, Eden è stranamente cambiata e ha intenzione di riallacciare i rapporti con Will e con tutti coloro che si era lasciata alle spalle. Nel corso di una cena in una casa che una volta era sua, Will in preda ai tormenti si convince che Eden e i suoi nuovi amici hanno in mente un misterioso e terrificante piano.

Invitation è stato consacrato da molti come una piacevolissima sorpresa.
Mi spiace fare il bastian contrario, cioè la sufficienza se la merita per lo stile e l'arroganza e una messa in scena che prima del finale poteva significare qualcosa, pur vedendo il sosia di Tom Hardy che recita anche lui con la mascella. INVITATION come molti film che trattano le new-religion zoppica e vacilla dalla metà in avanti e gli esempi ultimamente ci sono come FAULTS e REBIRTH solo per fare due nomi.
Questo poi ha un finale esagerato che distrugge quel poco che riusciva a garantire.
Con un inizio di una lunghezza rara (parlo della scena in macchina e della bestia che rimane incastrata negli ingranaggi) e uno sviluppo non proprio esaltante, Kusama la regista che finora ha fatto solo film orribili, riesce grazie ad astute e consolidate tecniche di furbizia ha salvarsi in corner.
Per farla breve: amori che si rincontrano ognuno con il nuovo partner, qualcosa nel clima sembra strano, l'ex di lui sta con uno stronzo che è svitato e pure con la faccia da culo, bagno di sangue.
Sarà che devo smetterla di partire facendomi prendere dall'entusiasmo, eppure la locandina, la trama, tutto mi ha fatto esaltare particolarmente. E ci casco ogni volta.
Tutto è scontato...ma non in modo che te ne accorgi solo alla fine...è palesato tutto fin dall'inizio con la completa assenza di colpi di scena.
Voleva essere una dark-comedy, invito a cena con delitto, come cerco di portare a casa un film furbacchione e modaiolo puntando su un'unica location.
Un consiglio alla "promettente" a detta di molti regista americana: licenzia Phil Hay e Matt Manfredi, gli sceneggiatori, altrimenti ti sputtani alla grande.
Qualcuno considera poi INVITATION uno degli horror più riusciti del 2015...
Qualche ancora di salvezza il film comunque la possiede. Amando alla follia questo genere, il tipo di atmosfera, il centellinare i ritmi e dare spazio ai dialoghi curando la forma all'ennesima potenza. Continuo dicendo che gli attori sono bravi a stare antipatici e questo è bene contando che dall'inizio alla fine scommetti solo l'ordine con cui verranno uccisi.
E'un film sulla perdita, sul lutto, sulla miseria a cui ci costringiamo a credere per tenerci aggrappati a qualcosa. Un film sulla persuasione e su una visione sociale apocalittica (il finale è assurdo quanto allucinante).
Guardatelo anche se non vi piace, questo è il mio consiglio.
Vi lascio un pezzo di monologo del guru di turno che mischia new-age, scemology, qualche elemento di testimonianza di Geova, e alcuni rimandi alle peggiori religioni orientali.

Il dolore è soltanto un’opzione. Tutte le emozioni negative, la rabbia, la depressione, sono solo reazioni chimiche. Si tratta di fisica, siamo tutti in grado di espellerle dal nostro corpo e cominciare a vivere la vita che desideriamo. Noi stiamo benissimo, siamo felici. Non pensate a noi come a una di quelle sette religiose strambe, siamo solo un gruppo di persone unite, che si aiutano a vicenda. Siamo in tanti, siamo individui brillanti, molti di noi vengono da Los Angeles. La nostra è comunione, connessione. Noi trascendiamo. Vi abbiamo invitati a cena, oggi, per comunicarvi il nostro benessere, per trasmettervi i nostri stati d’animo, la serenità, la sicurezza che non ci sia niente da temere.” 

martedì 20 settembre 2016

Deathgasm

Titolo: Deathgasm
Regia: Jason Lei Howden
Anno: 2015
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

La vita in un liceo può essere un inferno e lo sa bene Brodie, un giovane metal emarginato da tutti fino a quando non incontra uno spirito affine in Zakk. Dopo aver messo in piedi una loro band, Brodie e Zakk incappano in un misterioso spartito che garantirebbe un potere supremo a chi è in grado di eseguirlo. La musica che ne deriva,però, evoca un'antica e malvagia entità in grado di sconvolgere l'esistenza di chiunque e divorare l'umanità.

Deathgasm è un divertissement, qualcosa che si prende molto alla leggera. Un prodotto folle, bizzarro, splatter/gore e soprattutto autoironico. Un mix che riesce al contempo a frullare generi e atmosfere non sapendole sempre trasformare in un risultato ottimale, ma riuscendo comunque a fare una bella figura per essere un'opera prima anche se per alcuni aspetti può sembrare un omaggio a tutta una nutrita serie di film anni'80.
Qui alla sceneggiatura si sono proprio divertiti su alcuni argomenti inserendo e prendendo in prestito un po dappertutto, mentre per altri elementi permane il vuoto assoluto, ovvero non accenna nemmeno per un secondo a cercare di prendersi sul serio. E'una scelta.
Deathgasm è uno di quei film che va considerato e potrebbe piacere solo per una certa fetta di pubblico a differenza del recente TURBO KID sempre in arrivo dalla N.Z
Combattimenti, demoni, spartiti maledetti, teste tagliate, tutto sa di già visto, eppure si ride.
Qui si punta solo ed esclusivamente sulla demenzialità altrimenti i nostri due protagonisti fanatici del metal non affronterebbero i posseduti con cazzi di lattice e altri oggetti improbabili.
Uno svago con stile, una vaccata di classe, insomma qualcosa che potrebbe assomigliare quasi ai film della Troma e che per fortuna ha tanto ritmo, musica e degli attori che almeno ci provano.

Un altro prodotto insolito dalla N.Z che si sà deve gran parte del successo di questo sotto-genere alle opere prime del talentuoso Jackson.

Neon Demon

Titolo: Neon Demon
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jesse è una sedicenne che dalla Georgia raggiunge Los Angeles per tentare la carriera di modella. La sua bellezza e la sua innocenza si fanno immediatamente notare suscitando l'attenzione di colleghe ben più navigate (Gigi e Sarah) le quali si avvalgono di Ruby, una truccatrice che le si presenta come amica, per attrarla in un gioco che per lei si farà sempre più pericoloso.

Neon Demon è una pubblicità inquietante sulle modelle.
Continuo ad amare e al contempo odiare NWR perchè il suo cinema mi piace anche quando sbaglia, l'horror forse, se sempre di horror vale la pena parlare, è una costola che teneva in grembo e a cui voleva dare sfogo forse anche lui come altri per navigare tra i generi.
Un film autocelebrativo, una elegantissima video-installazione di rara perfezione, per un autore che forse si è montato troppo la testa o che non sa quale idea di cinema rincorrere.
Ecco se avesse diretto INVISIBLE MONSTER di Palahniuk credo che la critica ancora ne starebbe tessendo le lodi. Il problema è proprio uno script che non porta dall'inizio alla fine da nessuna parte e quel poco che esprime lo fa attraverso i corpi, la fotografia in primis (mai così spaventosa nel senso di esageratamente perfetta e allo stesso tempo vuota) è un concetto e la rincorsa verso un'ideale di bellezza che sta prendendo sempre più piede e che non concede nessun margine di errore per la corsa al successo.
Neon Demon è una Cenerentola della moda. Scritto dallo stesso regista assieme a due donne che non si comprende quale ruolo abbiano davvero avuto, in questo parto travagliato, che lascia di stucco e allo stesso tempo fa incazzare come una bestia.
Purtroppo è il ritratto di un narciso, di un Dorian Gray megalomane che ha provato a fare qualcosa di horror che non fosse un horror, di pauroso senza far paura.
Insomma un tentativo fallito in una filmografia che era partita davvero molto bene e che con DRIVE sembra aver raggiunto l'apice. Speriamo di no, perchè in fondo il regista danese è in gamba, ha i numeri, ma è stato travolto da un successo che non si aspettava fino a fare un documentario su se stesso...
NWR sembra attratto ormai solo più dalla forma.

Neon Demon porta all'esasperazione se stesso e il pubblico. E'un estasi di piacere e di noia per quanto insegue un'estetica che diciamolo pure va oltre, ma al contempo potrebbe essere riassunto come una storia d'amore tra una bimba che non conosce il suo corpo e delle lesbiche assatanate che se la vogliono letteralmente"divorare".

giovedì 4 agosto 2016

Holidays

Titolo: Holidays
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Kevin Kolsch dirige l'episodio dedicato al giorno di San Valentino, che ruota attorno ad una giovane ragazza che è ossessionata dal suo allenatore di nuoto. Scott Stewart dirige invece l'episodio dedicato al Natale e segue un uomo che farà di tutto e di più per regalare a suo figlio un nuovo paio cuffie all'ultima moda scoprendo cose su se stesso e sulla sua famiglia che non avrebbe mai voluto sapere. l'episodio di Kevin Smith tratta invece di CamGirls che lavorano durante la notte di Halloween.

Ultimamente gli horror a episodi non sono certo una novità.
Sono un espediente come un altro per raccontare in minor tempo e con maggior forza, quando si riesce, una storia. Non per forza dei corti ma dei piccoli episodi finalizzati all'intrattenimento.
Ultimamente non ci possiamo lamentare se nelle antologie c'è sempre chi è più bravo o ha più dimestichezza e una storia originale da raccontare e sviluppare rispetto agli altri.
GERMAN ANGST è stato un tentativo interessante anche se parliamo più di gore e cinema exploitation austriaco, oppure TALES OF HALLOWEEN anche se mi aspettavo di più ma come questo HOLIDAYS si focalizza su un tema in particolare quello delle festività.
THEATRE BIZZARRE purtroppo è quello che ne è uscito più sconfitto visto lo scarso budget così come PENNY DREADFUL PICTURE SHOW.

I temi qui seppur indirizzati al tema della festività (Natale, Pasqua, Halloween, Festa della mamma, San Valentino) cercano di sviluppare un'idea in particolare, dalla setta alle nuove tecnologie, al desiderio e alla vendetta, e infine al ritrovamento e alla nascita come metamorfosi.
Se non tutti brillano per originalità e intenti, alcuni più di altri nella loro apparente semplicità riescono a creare suspance con pochi mezzi ma puntando tutto su un'ottima atmosfera come accade per il Father’s Day di Anthony Scott Burns dove una ragazza riceve dal padre, creduto morto, un nastro inciso che la guida nel luogo dove scomparve anni prima oppure Il Gary Shore del bruttissimo DRACULA UNTOLD con il complesso St. Patrick’s Day, che parte dai lati più colti della festa di San Patrizio – il Santo cacciatore di serpenti – per innestarvi la storia di un’insegnante che si trova incinta di un rettile. Motrice dell’oscuro evento è una diabolica bimba irlandese che vuole restaurare col padre il culto pagano dei serpenti: inquietante tutta la parte conclusiva con il rito e le maschere zoomorfe che adorano il gigantesco rettile.
In tutto questo non manca l'episodio con il folletto di turno che sevizia una donna con tanto di penetrazione e fallo ben in vista.


martedì 12 aprile 2016

Regression

Titolo: Regression
Regia: Alejandro Amenabar
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Bruce Kenner è il detective più in gamba del suo dipartimento, una stazione di polizia di provincia, nel Minnesota, dove tutti conoscono tutti, dalla nascita o quasi. È il 1990 e una ragazzina di nome Angela ha accusato il padre, John Gray, di gravi abusi. Gray non nega a lungo, anzi si assume la colpa, dicendo però di non riuscire a ricordare nulla. Viene dunque chiamato uno psicologo, Raines, per sottoporlo ad ipnosi regressiva. I ricordi dell'uomo si mescolano, sul taccuino delle indagini di Kenner, con le parole di Angela, del fratello e della nonna, e presto anche con i suoi stessi incubi, sempre più vividi e ingombranti.

Pur essendo un thriller che esplora il mondo del satanismo, l'ultimo film di Amenabar ha qualcosa che non torna. Un'indagine che trova le sue falle proprio nella sceneggiatura e in uno spoiler che danneggia e scardina tutto il processo di scrittura.
Il regista e gli sceneggiatori riportano a galla una pagina di storia americana dei primi anni '90 inserendola all'interno di un quadro a tinte thriller e inquietanti (elementi che vacillano nella pellicola) che lentamente prende la strada della farsa, della presa in giro contando che quel che viene raccontato per tutta la durata viene poi smontato negli ultimi sei minuti con tanto di svolta narrativa stupidamente anticipata a metà pellicola.
L'idea e la possibilità di puntare su un plot più intrigante c'era così come sfruttare al massimo l'idea della psicosi collettiva, per contagio umano e mediatico e tutto ciò che ne deriva in una piccola cittadina del Minnesota sfruttando il satanismo come spauracchio.
Amenábar dopo essere sparito per sei lunghi anni dopo l'insuccesso di critica e pubblico con AGORA', torna con un thriller ancora più scialbo, furbetto e scontato, mischiando psicoanalisi, cronaca nera e sette con il risultato di andare fuori di capoccia come il detective Kenner.


Some kind of hate

Titolo: Some kind of hate
Regia: Adam Egypt Mortimer
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando un adolescente tormentato viene messo alle strette da una grave forma di bullismo, evoca accidentalmente lo spirito di Moira Karp, un adolescente che è stata spinta al suicidio. Moira è diventata una forza inarrestabile in missione per vendicarsi. Ma quando si spinge troppo in là, il ragazzo dovrà impedirle di andare fuori controllo in questo appassionato e violento thriller soprannaturale.

Ormai anche gli spiriti vendicativi se non dotati di grosse risorse e storie originali e intense risultano scontate e noiose. Trovarne uno in una sorta di comunità per ragazzi disturbati in mezzo al deserto in una piccola cantina con una collana di lamette non è proprio il massimo e sembra una forzatura e un pretesto bello e buono.
Questa bambola voodoo umana con tendenze al masochismo deve vendicarsi di tutti gli educatori del centro che le hanno fatto passare di tutto prima di ucciderla. La vendetta deve arrivare a loro ma passando per le preghiere del protagonista vittima di bullismo prima a scuola e poi in comunità.
Il fantasma allora incarna la rabbia del protagonista oltre che la sua vengeance, in più il suo potere sembra quello di subire danni quando li subisce chi l’ha evocata...
Il problema a parte la scontatezza e l'inutilità di alcune scelte è proprio la coerenza interna della storia e degli intenti poco lineari di alcuni personaggi rispetto al timidone di turno con famiglia disfunzionale.
Resta un villain in parte carismatico anche se per certi versi incomprensibile in cui il suo personaggio è sfruttato adeguatamente in quanto elemento cardine che non uccide e non è solo spinta dalla crudeltà ma da conseguenze dettate dal bullismo timoniere del film che cerca di dare spiegazioni e sottolineare un problema che porta a cambiare ideali e valori per i giovani sempre più inclini a comportamenti autolesivi.

La scena dell'amichetta del protagonista che si taglia assieme a Moira per scoprire chi delle due soffre di più risultando emblematica per idiozia, per il messaggio e per come viene messa in scena.

venerdì 29 gennaio 2016

Goodnight Mommy

Titolo: Goodnight Mommy
Regia: AA,VV
Anno: 2014
Paese: Austria
Giudizio: 4/5

Una casa della campagna in provincia di Vienna. Due fratelli gemelli di nove anni d’età attendono il ritorno della madre dopo che la donna è stata sottoposta a un intervento di chirurgia estetica al volto che fa sì che le si vedano quasi solo gli occhi e la bocca. Dal comportamento autoritario di colei che afferma essere la loro madre i due bambini deducono che in realtà si tratta di una mistificatrice. La mamma che loro conoscevano aveva tutt’altro carattere. Da quel momento il loro comportamento nei loro confronti si fa sempre più ostile.

Ich Seh, Ich Seh, è sicuramente un film interessante quanto complesso.
Minimale e crudo, ponendo sotto vari livelli di significato un tema straziante e contenutisticamente originale.
Come la scoperta per due "gemelli" di trovarsi di fronte a qualcuno che sembra aver perso alcuni valori di riconoscimento, quell'empatia e quell'attaccamento che come per gli animali ci fionda nelle braccia dei nostri genitori e in particolare di nostra madre.
Sono tanti i dubbi e i misteri celati nella pellicola già dalla primissima scena.
Tutto appare come onirico e surreale, profondo e allo stesso tempo incerto, nell'omettere e nel offrire allo spettatore che cosa è giusto e che cosa invece no.
La chirurgia estetica, il codice normativo, i gemelli e il doppio, il sogno e gli stati di incoscenza, in un crescendo di mascheramenti che solo alla fine sembrano togliere le bende per rivelare, ma anche qui qualcuno potrebbe storcere il naso, chi realmente è cosa, o come il titolo originale del film "Io vedo, Io vedo".
Un puzzle costruito in modo infallibile, dove, anche quando non sembra, tutto torna con i suoi tasselli, i suoi innumerevoli indizi, i dialoghi striminziti e i doppi sensi che valgono già da soli una visione accurata e minuziosa.
Con un'unica location, una casa enorme e bellissima, i due registi ci lasciano fuori dal tempo, ci rendono prigionieri di questo triste e tetro quadro familiare che non può avere un lieto fine.
Goodnight Mommy è indescrivibilmente malvagio quanto reale, semplice e straordinariamente complesso, un viaggio nella mente umana che lascia ben sperare per l'incredibile lavoro di scrittura e di montaggio. Senza contare poi la bravura dello sconosciutissimo cast.
Un altra pillola di doverosa cattiveria che ci arriva dal paese madre sul tema, l'Austria di Haneke.




Viy

Titolo: Viy
Regia: Oleg Stepchenko
Anno: 2014
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Londra, 1713, il cartografo inglese parte in viaggio per realizzare la mappa delle terre della Transilvania. Dopo aver passato i monti Carpazi, trova un piccolo villaggio isolato dal resto del mondo, i cui abitanti si nascondono dai demoni e dalle creature che controllano la zona. Non capiscono che il male ha trovato da lungo tempo casa nelle loro anime e che sta solo aspettando un'occasione per uscire nel mondo esterno. Solo un uomo può svelare questi misteri e fermare le spietate creature: l'impavido cartografo Jonathan Green.

Capita di rado di imbattersi in un kolossal russo-ceco-sino-tedesco-inglese con un budget di 26 milioni. Alla sua opera prima il regista emergente sforna una pantomima che cerca di strizzare l'occhio a più generi cinematografici, inserendo c.g e mescolando favola e horror, confezionando così un remake di un film del 1976, non che un adattamento dell’opera omonima di Nikola Gogol.
Una dark novel che punta tutto sull'enorme sforzo in fase tecnica, con un magnifico lavoro di fotografia e delle location davvero sorprendenti, con un cast funzionale e autoctono, fatta eccezione per la parte british con Fleming e pochi altri.
Dai dialoghi e dalla estenuante messa in scena è un film che arranca spesso puntando troppo sulla sottile vela di ironia russa che aleggia in tutto il film e che spesso sembra prendersi dei tempi troppo lunghi per dilatare la narrazione, dal momento che la storia è semplice e senza grosse rivelazioni.
Viy è un film che punta su alcuni momenti di puro intrattenimento davvero eccellenti, come la scena nella locanda della trasformazione, senza però riuscire ad avere un ritmo e una formula narrativa efficace e sempre coerente.

La parte in cui viene criticata la reigione come sistema simbolico organizzatore di senso a favore del positivismo moderno e scientifico è interessante ma non intelligente come ci si poteva aspettare.

domenica 13 dicembre 2015

Yakuza Apocalypse

Titolo: Yakuza Apocalypse
Regia: Takashi Miike
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Kamiura è un leggendario leader della yakuza. Leggenda vuole che sia immortale, e in effetti è un vampiro, un capo-yakuza-vampiro! Kageyama è il più fedele membro del suo clan, ma gli altri yakuza si prendono gioco di lui, che ha la pelle troppo sensibile per potersi fare i tatuaggi di rito.
Un giorno degli uomini arrivano dall’estero e presentano un’ultimatum a Kamiura: o rientra a far parte del sindacato internazionale del crimine che ha abbandonato oppure verrà ucciso. Kamiura rifiuta, e il suo corpo viene smembrato al termine di un feroce combattimento. Prima di morire, Kamiura morde Kageyama, trasmettendogli i propri poteri. Al suo risveglio Kageyama decide di servirsi di tali poteri per vendicare la morte del suo capo e combattere il sindacato internazionale del crimine.

Se c'è un regista con una capacità, una fantasia e un talento visionario straordinario senza limiti e che non ha bisogno di commenti è Miike Takashi.
Ovunque lo metti, qualsiasi cosa gli dai in mano, trasformerà sempre la merda in oro.
Con una filmografia senza paragoni (toccherebbe scrivere due righe sulle produzioni giapponesi) insieme al numero due Sion Sono, è tra gli outsider nippo di cui il mondo dei cinefili aveva un disperato bisogno e che non ha potuto non visionare ogni sua opera, smanettando come un nerd sul web nel disperato tentativo di visionare ogni sua creazione dal momento che non è così facile reperire alcuni suoi film.
Yakuza Apocalypse ritrova il canovaccio e la semplice essenza dell'esagerazione portata agli eccessi, metafora di un disagio e di un male sociale e tramutata in una parabola che spero possa avere un seguito. Senza una vera e propria storia, il film smonta la struttura lineare abitudinaria, diventando senza mezzi termini un divertimento continuo, una serie di gag che giocano su un'ironia, quella giapponese, difficile a volte da comprendere nella sua forza dissacrante ma che se esteticamente portata al massimo può soffocare nel senso buono lasciandoti come una tela bianca da sporcare a proprio piacimento.
Un fumetto spettacolare, colorato, scoppiettante e con alcune trovate, seppur minori ad alcuni suoi precedenti capolavori, in grado di dare forma e fare diventare cool anche una semplice "rana" con un virtuosismo, quello di Miike anarchico e difficile da trovare in giro.
Sicuramente uno dei film cretini più belli che abbia mai visto.


mercoledì 18 novembre 2015

Knock Knock

Titolo: Knock Knock
Regia: Eli Roth
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Evan Webber sta vivendo il suo sogno. Ha una bella moglie, due figli splendidi e una casa veramente stupenda - da lui stesso progettata. Le cose stanno andando così bene che a Evan non importa trascorrere il giorno del papà da solo, mentre il resto della sua famiglia se ne va fuori per un weekend sulla spiaggia. Ma qualcuno bussa alla porta, due giovani donne sono sulla soglia di casa. Niente sarà più come prima.

Knock Knock è un film erotico con venature grottesche.
Per questo con due attrici così affascinanti ed esteticamente perfette come Ana De Armas, del precedente GREEN INFERNO nonchè moglie del regista, e Lorenza Izzo, Roth scatena tutte le fantasie e gli ormoni del pubblico.
Keanu Reeves sta invecchiando e bisogna dargli atto che ultimamente non se la passa bene con la scelta dei film e soprattutto da quando ha provato a cimentarsi con la sua prima brutta regia.
Eli Roth continua a fare un certo tipo di cinema di genere senza originalità, ma con alcuni interessanti guizzi, qualche leggero colpo di scena e una tecnica indiscutibile.
Un soggetto come questo in altre mani avrebbe di certo fatto la differenza.
Soprattutto quando pur con una sceneggiatura scritta a sei mani di un remake di un film exploitation come DEATH GAME del '77 che ovviamente nessuno conosce (ma è qui il vero trucco), il film dimostra tutti i suoi limiti, potendo giocare solo sulle interpretazioni e sull'abilità tecnica.
Per essere un home-invasion i punti di forza del film che sono davvero pochi, restano l'elemento della Lolita, il fatto di continuare a violentare la generosità del padrone di casa, i social per mandare a puttane una vita nel giro di pochi minuti, una scenografia ovviamente curatissima e nemmeno troppo hi-tech come poteva sembrare, picchi di esagerazione continua e senza una vera continuità, ma passando da un estremo all'altro come l'alternanza tra le facce timide delle due ragazze e la loro componente borderline.
Dall'altro però implacabile c'è il limite che seppur con una forza e intenti diversi rispetto al film del '77, la mancanza di originalità e i dialoghi che a lungo andare deragliano diventando ripetitivi e a volte senza senso, rappresentano una barriera a dir poco invalicabile.



giovedì 12 novembre 2015

Tales of Halloween

Titolo: Tales of Halloween
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La pellicola è una raccolta antologica di 10 racconti i quali si svolgono durante la notte di Halloween e per giunta nella stessa città, come esplicitamente indicatoci dai bellissimi titoli di testa animati. Le storie sono abbastanza varie per contenuti e toni, ma contengono sempre quell’alone di ironia, magia e terrore quasi infantile che contraddistingue la notte delle streghe.

Tales of Halloween è quella raccolta di storie creata, messa assieme e resa funzionale solo per ottenere un prodotto per una delle feste più famose del mondo.
Purtroppo i limiti di questi horror antologici ci sono eccome e investono tutte le storie in un qualche modo senza mai avere una sensazione di originalità o di colpi di scena che possa fare effetto o avere una presa sullo spettatore.
Eppure guardando i nomi dei registi si rimane abbastanza basiti.
Neil Marshall, Darren Bousman, Lucky McKee, solo per fare i nomi più famosi.
Sono tutti corti, tutti hanno un inizio e una fine, non offendono lo spirito della festa ma non verranno certo ricordati, infatti il limite più grosso è quello di essere esageratamente politically correct. In più alcuni di loro sono pure delle imitazioni di film non certo entusiasmanti, il corto dei vicini che si fanno la guerra sembra una versione splatters di CATTIVI VICINI.
Tales of Halloween non è mai cattivo e crudele come riesce un V/H/S o in alcuni casi e con molti limiti ABCS OF DEATH, creando più delle vere e proprie favole miste a leggende che non altro.
Diciamo che se il pubblico o lo spettatore non è avvezzo a questo tipo di genere o alle storielle di paura, troverà piacevole e forse originale questo progetto voluto da Axelle Caroly, moglie di Neil Marshall, che non solo a creato il progetto e ha coinvolto i finanziatori ma a perfino scritto e diretto uno dei corti facenti parte dell’antologia.

Per tutti gli altri, fanatici, divoratori e amanti del genere e dell'argomento sarà uno sbadiglio piacevole e nulla più.

lunedì 5 ottobre 2015

Zombeavers

Titolo: Zombeavers
Regia: Jordan Rubin
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tre ragazze, vestite perennemente da troiette, si recano in una casa in un bosco per passare un weekend senza ragazzi e per fare in modo che Jenn si distragga dopo il tradimento subito. I tre rispettivi ragazzi però riescono a scoprire la cosa e a raggiungerle, ma il loro weekend sarà rovinato dalla presenza di un branco di castori zombie assassini.

Di questi tempi non è facile trovare spunti originali e non è un caso che quasi nessuno ci riesca quando si parla di mostri o "Animal attack" e quant'altro. Se non contiamo l'Asylum che crea porcherie a raffica senza pensare a quello che fa ma cercando di trovare un pubblico paralizzato che vuole solo rispondere alla domanda su quale mostro sia più forte di un altro allora Zombeavers diventa una trashata splatter banale oltre ogni limite, ma con qualche piccolissima scena ironica.
E inoltre sembra citare la Troma che a differenza dell'Asylum ha davvero creato dei piccoli cult e un'ironia splatter e trash senza precedenti.
Unire i soliti stereotipi per questi film di genere è diventata cosa ovvia.
Location al lago+fighe ninfomani+teenager arrapati e imbecilli+bifolchi=cazzatone col botto.
Zombeavers è un film demenziale quanto nostalgico, idiota quanto divertente che nasce come un eco-vengeance classico e mischiando molti luoghi comuni, ancorati su un'idea poco abusata, ovvero l'animale zombie quando si sa che di solito è una regola legata solo agli umani.