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venerdì 8 dicembre 2017

Al massimo ribasso

Titolo: Al massimo ribasso
Regia: Riccardo Jacopino
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: 35° Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Uno spregiudicato quarantenne vive garantendo l'assegnazione delle aste alla malavita. Non si sa come, ma conosce sempre l'offerta più bassa, il che inquina il mercato e manda in rovina cooperative e piccoli imprenditori. Ma un giorno si trova di fronte alla questione, squisitamente etica, della scelta. Cinema civile, coraggiosamente prodotto da una cooperativa sociale torinese, con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte.

Al massimo ribasso è il secondo lungometrgio prodotto dalla cooperativa Arcobaleno di Torino con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte e Rai Cinema dopo l'indie e l'esordio di 40 %.
Un noir o meglio un fanta-noire con un piede nella critica alle gare d'appalto truccate e con una realisticità che abbraccia il cinema d'autore e una sotto-storia che strizza l'occhio al cinema di genere senza però renderlo esageratamente inverosimile ma dotandolo di una metafora di fondo importante.
Il risultato del secondo film di Jacopino è per certi versi bizzarro. Di sicuro a livello tecnico il film vanta un salto di qualità in avanti notevole per quanto concerne la messa in scena, la fotografia, il montaggio e la post produzione. Anche per quanto concerne il cast il film ha voluto puntare su volti leggermente più noti anche se sempre presi dall'hinterland dell'indie torinese.
Eppure se da un lato 40 % aveva quella vena e quel taglio così indipendente e quasi "amatoriale" vinceva sicuramente sotto il punto di vista empatico, elemento che questo film sembra dimenticare pur appartenendo e rispettando le regole del noire che di fatto non abbracciano appieno sentimenti ed emozioni per rendere quel taglio più cupo e freddo.
In fondo sono scelte e così anche i raccoglitori della Cartesio vengono sostituiti con attori improvvisati o figuranti che seppur in gamba (ma non tutti di certo) non lasciano quelle emozioni e quel senso di realisticità e amatorialità che hanno saputo rendere al meglio mostrando tutte le loro fragilità in momenti di cinema popolare molto forte e toccante.
Al massimo ribasso è la condizione o meglio la metafora che per chi lavora come il sottoscritto e tanti altri all'interno delle cooperative, scoprendo di giorno in giorno quanto queste realtà spesso rischino di venir sostituite da società senza più avere quello spirito umano con cui è nata l'idea stessa di cooperativa.
Arcobaleno-Segnali di senso aggiunge un'altra tacca al panorama del cinema indipendente italiano, dimostrando coraggio, mettendosi in gioco con un film forte, duro nel suo voler essere politico e di genere, vincendo sicuramente alcune sfide come ad esempio una maturità tecnica, perdendo però quella semplicità e armonia che ha fatto diventare 40% una piccola chicca dell'indie italiano tutto virato al sociale.


martedì 5 dicembre 2017

Lunadigas

Titolo: Lunadigas
Regia: Nicoletta Nesler e Marilisa Piga
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Lunàdigas è una parola della lingua sarda usata dai pastori per definire le pecore che in certe
stagioni non si riproducono. Il progetto racconta una realtà articolata e poco conosciuta, dalla quale emergono ragioni e sentimenti inaspettati, sempre diversi per ogni singola donna. Emozioni affini o opposte, a volte contraddittorie, dai contorni netti: compiacimenti, dolori, dubbi, certezze, pregiudizi.

Lunadigas, quest'anno in concorso al DQFF ha davvero diversi elementi di interesse e non parlo solo per quanto concerne il desiderio di una donna di non voler dare alla luce un bambino.
Il disegno e la materia trattata dalle due registe è molto più profondo con riferimenti quasi antropologici sul ruolo della donna e della sua emancipazione.
In '69 viene mostrata una carrellata di interviste con loro come protagoniste: donne, ragazze, di svariate età e ruoli sociali, filmate dentro salotti dove avvengono focus di discussione su diversi temi che riguardano la donna in quanto tale e i suoi diritti e se vogliamo i suoi doveri e non quelli che invece sembra dettare la società.
L'opera ha raccolto così tante interviste che le due registe hanno creato una vera e propria banca della memoria per tutte queste testimonianze.
Si può essere donne felici anche senza figli? La risposta è sì per una grossa parte del popolo femminile, ancora si potrebbe essere donne felici anche senza avere un figlio, a patto che il mondo intero non cercasse di sostenere a tutti i costi il contrario? Anche in questo caso la risposta è certo che sì.

La raccolta delle testimonianze è iniziata nel 2011, per cui basti pensare a quante migliaia di interviste sono ste raccolte da allora fino ad oggi (eh sì perchè continuano) ed il tutto è nato dal fatto che le due registe sarde non abbiano mai voluto avere figli, per scelta. Così hanno iniziato a lavorare insieme per Radio Sardegna nel 1991 impegnandosi da subito a raccontare cose per cui era difficile trovare un linguaggio dal momento che alcuni argomenti a volt ancora taboo, come già mostravano alcuni intellettuali del nostro paese, sembrano essere ancora avvolti da una patina di mistero.

sabato 18 novembre 2017

#Io segno (anche più di Totti)

Titolo: #Io segno (anche più di Totti)
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Viene raccontato l'universo "oltre il suono" dei protagonisti: la scuola, le passioni, l'integrazione con il mondo udente, il lavoro in radio fino al riconoscimento della Lis come lingua ufficiale.

Con quest'ottimo mediometraggio di '45, la coppia di registi che intravediamo anche all'interno del video, si è occupata di parlare di un universo abbastanza sconosciuto ovvero il mondo della Lis (Lingua dei segni italiana) e di alcuni suoi insuperabili e divertentissimi protagonisti.
C'è un centro a Roma dove un gruppo di ragazzi e ragazze porta avanti un lavoro, delle attività e l'impegno di partecipare ad un progetto solido e ambizioso che ha prodotto fatti con risultati interessanti come la Radio Kaos ItaLis dei sordi e alcuni incontri come quello al bar dei sordi aperto a Bologna dove confrontarsi con altri ragazzi che hanno l'elemento in comune della Lis.
Sono tanti e molto motivati, non hanno paura di raccontarsi anche nelle difficoltà e soprattutto hanno saputo convivere con questa difficoltà senza farsi prendere dall'ansia o dai pregiudizi.
Il quadro che ne emerge, soprattutto al femminile, e di un gruppo coeso e forte che ha deciso di mettersi in gioco partecipando e sostenendo attivamente le attività in tutti i vari settori, dalla scuola, alle passioni, l'integrazione con il mondo udente, il lavoro in radio fino alla battaglia per il riconoscimento della LIS come lingua ufficiale.
In più è un lavoro che spiega di fatto che cos'è veramente la Lis (spiegata appunto dai ragazzi), come funziona e quali sono state le difficoltà iniziali legate alla sordità e le loro esperienze.
Con tante musiche, una regia de facto da videomaker senza grossi guizzi, ma puntando la camera su di loro, il mediometraggio è stato caricato anche su Youtube ed era fuori concorso nell'area cortometraggi all'interno del Divine Queer Festival dopo essere passato per il CineDeaf ovvero il festival Internazionale del Cinema Sordo di Roma
Vincitore del premio speciale della comunità radiotelevisiva italofona, per la capacità di ricordarci che le lingue sono un patrimonio culturale di inestimabile valore e che la loro coesistenza arricchisce tutti favorendo la creatività, la comprensione reciproca e la solidarietà.



Dust-La vita che vorrei

Titolo: Dust-La vita che vorrei
Regia: Gabriele Falsetta
Anno: 2015
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Fetival
Giudizio: 4/5

Epopea favolosa di otto disabili fisici e psichici che vvono all'interno di un istituto, il cottolengo di Torino, da oltre cinquant'anni.

Dare la possibilità di raccontarsi in questa società soprattutto quando si vive rinchiusi tra le mura di un ospedale dovrebbe essere sacrosanta. In questo caso il viaggio sperimentale di Gabriele Falsetta, spinto oltre il teatro e il cinema con l'inebriante messa in scena delle esistenze mai vissute di 8 pazienti del Cottolengo, cerca proprio di dare un'identità a queste micro storie raccontate nell'arco di '21. Sette uomini e una donna che da oltre cinquant’anni vivono i loro disagi di natura psichica e fisica con vite interrotte, nascoste o dimenticate all'interno di una struttura chiusa al mondo, in cui sono stati mandati lì inizialmente per un breve periodo per poi scoprire dai famigliari che da lì non potranno più uscire. Alcuni ne parlano con dei toni sofferti come di chi è stato preso in giro dai propri familiari e senza di fatto avere la possibilità di scegliere.
'21 minuti di giochi, danze, sorrisi, voci incomprensibili e vite desiderabili, messe in scena in location reali, dalla sala prove nello scantinato alle sedie usate da Cavour prima e dal sindaco di Torino oggi e muovendosi poi per alcune aree di Torino come la Porta Palatina e così via.

Interpretazioni spontanee e travolgenti, per un cortometraggio sperimentale e vibrante, realizzato con la complicità di Giulio Baraldi della giovane casa di produzione Kess Film, arrivato in competizione nella sezione Spazio del 33esimo Torino Film Festival e disponibile in Video on demand.  

mercoledì 15 novembre 2017

Fortunata

Titolo: Fortunata
Regia: Sergio Castellitto
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Fortunata è una donna sulla trentina che sta crescendo da sola la figlia Barbara di otto anni in un quartiere degradato di Roma. È agosto, la città è semivuota, e Fortunata va di casa in casa a fare (in nero) messe in piega e shatush ad amiche e vicine, coltivando il sogno di aprire un suo negozio di parrucchiera e conquistare così un minimo di indipendenza economica. Franco, il marito allontanato da casa, da cui Fortunata non è ancora separata legalmente, la tormenta con visite inaspettate, insulti gratuiti e aggressioni sessuali. Chicano, il suo migliore amico, è un tossico con una madre straniera, Lotte, che sta scivolando nel buco nero dell'Alzheimer. L'incontro con uno psicoterapeuta infantile, Patrizio, cui è stato affidato dai servizi sociali il sostegno psicologico a Barbara, si presenterà a Fortunata come l'opportunità di cambiare la propria vita. Ma non tutti sanno sfruttare le buone occasioni, soprattutto se a guidare le loro azioni è una cronica mancanza di autostima e una sfiducia nella capacità (o il diritto) di essere, nella vita, fortunati.

Oggi come oggi capita sovente di potersi imbattere in qualche Fortunata.
Caratteristica di questa società, di questo periodo post-contemporaneo in cui si corre e non si ha tempo per voltarsi indietro soprattutto quando non si ha un buon bagaglio culturale e una figlia piccola iperattiva con una componente oppositiva.
La protagonista di questo intenso dramma contemporaneo che strizza l'occhio ad un certo nostro cinema neorealista, deve molto della sua riuscita alla bella protagonista, una Jasmin Trinca che finalmente è riuscita a conquistarmi con la sua semplicità e una personalità di fuoco ( una qualche similitudine con la Magnani di BELLISSIMA potrebbe pure starci) e l'attore del momento Borghi (di nuovo in un ruolo sopra le righe ma affascinante) e l'immancabile Accorsi, qui in un ruolo che come per YOUNG POPE riesce a riscattarlo e a dargli quella meritata maturità (l'assistente sociale).
Castellitto che non ho mai amato come regista e diciamo che adatta quasi tutti i suoi film dai romanzi della moglie, qui sembra per fortuna prendersi meno sul serio, lasciando la telecamera e gli attori in diversi momenti di totale improvvisazione (e direi dove vediamo anche i momenti più riusciti). Anche se spesso alcuni personaggi e tasselli della storia sembrano abbozzati e abbastanza superficiali ( il marito/poliziotto di Fortunata che non le da pace, la madre Lotte di Chicano che sembrano usciti da un film di Ozpetek) alla fine riscono a inserirsi bene come pezzi di un puzzle.
Se dal punto di vista della messa in scena e del reparto tecnico tutto sembra non fare una piega, è proprio la scrittura dell'autrice/sceneggiatrice che ancora una volta mostra alcuni limiti che se nei film precedenti erano sempre esagerate con una propensione a mostrare relazioni sempre ai limiti del sopportabile e del buon gusto, qui ancora una volta il melodramma diventa presto motivo che porta allo sfinimento e al mero masochismo femminile.
E'proprio quando il film e la scrittura vogliono decollare senza prendere le giuste distanze che il film commette i suoi errori più grandi e il destino di Chicano è proprio uno di questi, mentre dal'altra parte emergono schegge impazzite di un cinema libero e anarchico come la sfuriata di Patrizio.
Questo film assomiglia ad un elastico. Puoi tirarlo quanto vuoi ma più lo tiri e più grande è il colpo o la frusta che ti torna indietro. Guardandolo sono riuscito a non farmi male, ma soprattutto il film non mi ha annoiato per un solo singolo minuto.


domenica 15 ottobre 2017

Più grande sogno

Titolo: Più grande sogno
Regia: Michele Vannucci
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Mirko è appena uscito di prigione. Alla soglia dei quarant'anni vuole ricominciare da capo, recuperando il rapporto con la compagna Vittoria e le figlie Michelle e Crystel, ma non è facile: se Vittoria e Crystel lo accolgono con fiducia, Michelle lo guarda con diffidenza e ostilità. L'occasione per rifarsi una vita sembra arrivare da un'improbabile candidatura: Mirko, a suo modo popolare nella borgata degradata in cui vive, viene eletto presidente del comitato di quartiere, e si appresta a cambiare le circostanze non solo sue ma di tutti coloro che lo circondano. Ad affiancarlo è l'amico di sempre, Boccione, prodotto dell'incuria e dell'incultura del suo ambiente ma dotato di buon cuore e buone intenzioni. Per entrambi il rischio del fallimento è dietro l'angolo, come è vicino il pericolo di una ricaduta nel vecchio giro di malaffare. Riuscirà Mirko a trovare la sua strada e a costruirsi una nuova identità?

I viaggi di redenzione sono materiale vasto e infinito. Di solito è un tema che appartiene ad una grossa fetta del genere drammatico. In questo caso l'utilizzo fatto all'interno del film e la buona catarsi dell'attore che interpreta se stesso Mirko Frezza è stata una sfida interessante e rischiosa che l'opera prima di Vannucci con difficoltà e momenti che faticano a decollare riesce a dare credibilità e spessore ad una storia molto popolare e populista, il tipico "borgata-movie".
Chiariamo subito: se non ci fosse stato Alessandro Borghi che nel film ha un ruolo molto importante da co-protagonista, il film avrebbe sicuramente patito una recitazione non sempre in grado di dare pathos e enfasi a sufficienza nonostante uno dei più grandi sforzi sia stato quello di superare gli stereotipi di genere e renderlo passionale e appassionato.
Vannucci si concentra molto sul linguaggio e il dialetto romano è iconico nel cercare di farci comprendere il microcosmo e la sotto-cultura in cui vivono questi borgatari in particolare il nostro ex-pregiudicato che ha passato tra il suo quartiere e Regina Coeli, sempre diviso fra gli “impicci” di casa e i castighi del carcere.
Dramma, pesanti rapporti familiari e con la gente del quartiere, un passato che torna o che meglio non lo ha mai abbandonato, della paura ha provare a fidarsi (non vuole nemmeno mettere una firma quando viene eletto) una figlia che non accetta che il padre durante la carcerazione non abbia voluto vederla e infine una redenzione compromessa quando dall'altra parte il tentativo di tornare a delinquere e dietro l'angolo.

L'idea buona del chi "ce sta a provà" nonchè trasformare la realtà in fiction semidocumentaria è buona, a tratti purtroppo ma speriamo che sia solo una questione di tempo, la regia e soprattutto la ripresa stilisticamente è abbastanza piatta, fatta quasi esclusivamente di un'insistente mdp a spalla che cammina con i personaggi e si chiude quasi sempre sulla faccia stralunata di Mirko.

sabato 23 settembre 2017

Figli della notte

Titolo: Figli della notte
Regia: Andrea De Sica
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Torino Film Festival 
Giudizio: 4/5

Con poca voglia ma parecchia obbedienza alla madre, Giulio entra in un collegio prestigioso per rampolli benestanti. Dalle sembianze asburgiche, la struttura è una nota palestra per la futura classe dirigente, rigida e spietata. Il ragazzo è immediatamente attratto da Edo, dalla personalità a lui opposta, anticonformista e incline alla ribellione. In complicità si oppongono al bullismo imperante e in totale segretezza, iniziano a trascorrere nottate in un locale di prostitute. Gli effetti attesi non tarderanno a presentarsi.

Al suo esordio De Sica firma un film avvincente con una storia davvero originale che tra l'altro prova a far luce su una realtà davvero inquietante per alcuni aspetti. Quella dei rampolli benestanti che dovrebbero diventare la classe dirigente del futuro.
Partiamo subito con la scena d'apertura che sembra strizzare l'occhio a Sorrentino per quanto anche a livello tecnico, il regista sappia esattamente cosa vuole giocando molto bene negli interni con una scenografia e una luce più che perfetta e anche in esterno con una fotografia molto più fredda ad esaltare l'inverno rigido e il clima arido che non fa sconti per nessuno.
Sembra un vero e proprio carcere il collegio dove Giulio e gli altri ragazzi vengono inviati e come tale viste le dure regole imposte dovrà assolutamente fare i conti con dei giovani che non sono più quelli ubbidienti e pazienti di una volta ma sono una generazione in cui i genitori cercano di sbarazzarsene in fretta. Uno di loro Edoardo in particolare risponde al suo educatore dicendo come siano bravi e svelti i genitori a fare le valigie. Ruolo interessante ma con qualche leggera riserva è quello degli educatori tra cui svetta Mathias, i quali a volte sembrano uscire fuori dagli schemi con una linea educativa leggermente coercitiva come si lascia scappare uno di loro ad un certo punto "Le vostre famiglie sanno che tutto ciò che succede qui dentro lo risolviamo qui dentro. "
Alla fine il film è recitato bene, a livello tecnico è ottimo, tutto sembra raggiungere livelli molto alti per il nostro cinema e forse i soli e unici problemi sulla credibilità di alcuni fatti e un climax finale abbastanza scontato sono i mordenti principali.
Il film riesce ad essere uno spaccato sul sociale e un dramma significativo su una realtà che finalmente qualcuno si è deciso a raccontare.


sabato 2 settembre 2017

Padre D'Italia

Titolo: Padre D'Italia
Regia: Fabio Mollo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Paolo voleva diventare un falegname o un architetto, e invece fa il commesso in un megastore di arredamento preconfezionato. Da poco è stato lasciato dal suo compagno Mario, che sta provando a realizzare i suoi sogni (forse anche quelli preconfezionati) insieme a un altro uomo. Una sera, mentre Paolo va in cerca di Mario in un locale gay, incontra Mia, giovane donna incinta che sembra non sapere cosa fare di se stessa, men che meno della bambina che aspetta. Suo malgrado, Paolo si farà carico di Mia e cercherà di riportarla a casa, intraprendendo un viaggio che porterà entrambi in giro attraverso l'Italia del presente.

Come commedia il film di Fabio Mollo ha quella componente in più che riesce a non farlo diventare del tutto un'opera convenzionale come spesso capita nel nostro cinema. Ci sono tanti elementi sul sociale, entrano in campo le fragilità di ognuno di noi, i rapporti di coppia non sono mai stati così difficili in questa post- contemporaneità liquida e alla deriva e infine i due protagonisti riescono ad avere una caratterizzazione più che discreta grazie anche a due attori interessanti.
Protagonisti, lui gay mollato da poco e lei invece scapestrata e incinta, entrambi vittime di una società che tende sempre più ad emarginare l'individuo, alla paura e difficoltà ad appartenere a qualcuno, al ritorno alle origini (il sud come vertice delle tradizioni) ma soprattutto come monolite dove la "coppia" dovrà affrontare gli stessi interrogativi e le insicurezze che gli accompagnano e che li tormantavano fin dal loro incontro.
Il sud potrebbe continuare ad essere arretrato come una certa tematica sui cui però il film non si prefigge di dare didascalie o giudizi, come quello di difendere dalla genitorialità omosessuale.

Il secondo lungometraggio di Mollo riesce a trovare quelle scelte funzionali di macchina e di improvvisazione tra gli attori per il suo taglio indie e fresco, nonostante la sceneggiatura firmata da Mollo insieme a Josella Porto in alcuni momenti sembra fermarsi per inquadrare solo i silenzi e i vuoti dei personaggi. Alla fine il mutuo soccorso e l'aiuto salvifico, se non dalle persone care, arriva proprio da chi meno te lo aspetti.

domenica 2 luglio 2017

Young Pope

Titolo:Young Pope
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La vicenda di Lenny Belardo, salito al soglio pontificio con il nome di Pio XIII, primo papa americano della storia. La sua elezione sembra utilissima per avviare un'efficace strategia mediatica. Ma non è così facile piegarlo, né ai voleri della Curia né di chiunque tenti di manipolarlo.

"Se il Vaticano la guarderà, capirà che questa serie non è contro nessuno"
E'interessante vedere il rapporto che si crea tra un autore come Sorrentino e la serialità.
I motivi di interesse appaiono fin da subito numerosi e legati indubbiamente al talento e alla voglia di saper narrare, elemento che nell'ultima parte della filmografia dell'autore è stato criticato dai media e dal pubblico. Young Pope può essere vista sotto diversi piani e profili.
Una serie distopica credo sia la targetta migliore per definire i toni apocalittici e implausibili con cui si plasma l'intera vicenda. Prima di tutto accade un fenomeno strano nella politica autoriale dell'outsider italiano ovvero l'ironia: i discorsi su Dio, la morte, la vita, la celebrità, l’amore, il sesso, la politica, la filosofia e l’umanità, tutti vengono trasformati da valori giganteschi in frasi a effetto, slogan vuoti, aforismi da condividere su Facebook depotenziando e riducendo ad accidente ogni snodo narrativo della vicenda. Lenny incarna tutte le contraddizioni e tutti i valori prima di tutto di un uomo e poi di un "servo"di dio. Proprio il padre del Cristianesimo viene continuamente criticato. Dio esiste? Dio non esiste? Questa frase verrà pronunciata e ripetuta come un mantra.
Il dialogo con il presidente del consiglio, Accorsi nei panni del premier Renzi anche se non dichiarato è una vera goduria per intenti e portata dei contenuti.
Lo strano rapporto tra il cardinal Voiello e Suor Mary, la passione per le donne del cardinal Dussolier che lo porterà a scontrarsi con una realtà devastante, il cardinal Caltanissetta sempre a proteggere le azioni imprevedibili del suo Lenny e così via per una galleria di personaggi meravigliosa, caratterizzata a dovere e in grado di far luce su alcune vicende e tematiche che pur non incontrando mai reali vicende di cronaca sembrano viaggiare su un terreno analogo e parallelo che suona già come una sorta di profezia sui mali reali ed eterni della santa sede.

La serie è stata spesso vista come virtuosistica e vuota (elementi già fortemente criticati nella GRANDE BELLEZZA e YOUTH) i quali tuttavia non devono per forza essere limiti ma possono avere ampie zone di interesse. Il vuoto che spesso viene criticato a Sorrentino è un vuoto esistenziale in cui l'individuo si ritrova per depressione, noia o apatia, tutte condizioni e malesseri generazionali che in fondo ci appartengono più di quanto pensiamo e che diventavano l'assist perfetto tra i dialoghi di Fred e Mick. Di nuovo una società desolata e divorata dal di dentro che proprio all'interno delle mura vaticane sembra essere ancora più devastata e innegabilmente divorata da opulenza e populismo.
Dal punto di vista della coerenza narrativa la serie riesce ad avere un buon collante nelle sue dieci ore a parte alcuni momenti in cui anche la regia sembra perdersi per qualche sconosciuta ragione come nell'episodio tre dove vediamo i genitori di Lenny partire da Venezia abbandonandolo poi all'educazione di Suor Mary. Il lavoro sul cast merita un'attenzione particolare. Jude Law per la prima volta riesce ad aderire perfettamente ai canoni e al personaggio di Belardo riuscendo a coglierne sfumature, sguardi e toni veramente in stato di grazia e regalando, grazie a Sorrentino, la sua miglior performance. Il suo personaggio si è lentamente trasfigurato, da severo si è poi addolcito e le sue parole sono state influenzate da quello che Sorrentino indica come unico, possibile miracolo umano: l’amore I suoi collaboratori da Orlando alla Keaton, Sheperd, Camara, Cromwell, Bertorelli, sono tutti semplicemente splendidi in grado di dare risalto e umanità a ognuno dei personaggi.

giovedì 15 giugno 2017

Indivisibili

Titolo: Indivisibili
Regia: Edoardo De Angelis
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno (in particolare quello di una delle due) è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l'altra si ubriachi... fare l'amore.

Indivisibili entra immediatamente nella galleria di quelle opere italiane post moderne da tenere a mente. Una fiaba neo melodica, uno spaccato sociale, tra kitsch estremo e sublime, mica poi tanto distante dalla realtà...anzi (il fenomeno dei finti invalidi in Italia tocca un bilancio tragico) confermando ulteriormente il momento d'oro di un cinema italiano che guarda finalmente ai generi, provando a diversificare la propria produzione con coraggio ed elevata qualità.
Sono tanti i temi, le interpretazioni, i rimandi e gli intenti di questa pellicola. Forse più di quelli che aveva pensato inizialmente De Angelis.
Un film ambizioso, che diventa uno spaccato culturale visionario ricordando per certi versi il primo Garrone su come il regista non si nasconda e non abbia paura di mostrare la natura grottesca dell'animo umano senza risparmiarsi nulla.
Un viaggio folkloristico nella terra che il regista conosce molto bene con un cast nostrano che riesce a dare realisticità alle maschere che si prestano in questo dramma contemporaneo. Lo sfondo dove avviene la vicenda diventa lo scenario perfetto per mostrare quanto spiritualità e interesse personale oppure bellezza e bruttezza diventino una lotta tra opposti, l'anima dove si gioca il fulcro della vicenda ovvero il corpo, in questo caso i corpi delle due gemelle.
Un corpo che ancora una volta diventa il bene, il miracolo, l'aspetto freak che si mischia qui con tutta la sua viscerale complessità. Tutti le cercano, le ammirano e vogliono 'toccarle', proprio lì dove c'è un lembo di pelle e carne a tenerle unite la dimensione del toccare per essere salvati quasi come una piccola Lourdes mobile con prezzi e listini molto salati.






giovedì 23 marzo 2017

Omicidio all'italiana

Titolo: Omicidio all'italiana
Regia: Maccio Capatonda
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Uno strano omicidio sconvolge la vita sempre uguale di Acitrullo, sperduta località dell'entroterra abruzzese. Quale occasione migliore per il sindaco e il suo vice per far uscire dall'anonimato il paesino? Oltre alle forze dell'ordine infatti, accorrerà sul posto una troupe del famigerato programma televisivo "Chi l'acciso?", condotto da Donatella Spruzzone. Grazie alla trasmissione e all'astuzia del sindaco, Acitrullo diventerà in men che non si dica famosa come e ancor più di Cogne! Ma sarà un efferato crimine o un... omicidio a luci grosse??

Secondo film per Marcello Macchia dopo ITALIANO MEDIO e la serie uscita nel 2017 MARIOTTIDE direttamente su Infinity.
A differenza del primo film qui troviamo un lavoro di scrittura molto più complesso e sofisticato avendo al suo interno intenti da thriller e da indagine poliziesca ovviamente con tutti i suoi sottoriferimenti ironici e grotteschi ma che almeno portano elementi nuovi e la capacità e lo sforzo di provare a mettersi in gioco anche in un giallo.
Senza avere ancora quella forza e quella maturità che potranno dargli la possibilità di fare qualcosa di più maturo anche se di comicità e demenzialità si parla (dal momento che sono diventati i punti di forza dell'attore/regista) in questo suo secondo film, non per il cast che alla fine pur avendo qualche star in più non aggiunge da quel senso lì forza e spessore sui personaggi, bensì proprio per quella critica mass mediatica che l'autore già dai suoi trailer in passato a sempre cercato di sottolineare buttandola sulla risata ma lasciando comunque che la critica faccia il suo effetto.
"Chi l'ha acciso" diventa il punto di riferimento per una metafora sulla morale e il perbenismo dell'italiano medio e allo stesso tempo la mancanza totale assenza di morale che riesce in alcuni casi a dare ancora più spessore alla comicità demenziale.

L'unico dubbio per questo personaggio di spettacolo è che lui come la sua squadra, rischiano di rimanere intrappolati e schiavi di un sistema e di una produzione che lui per primo cercava di cambiare ma che quando gli ha messo di fronte contratto e limiti, il nostro Macchia non ha più potuto fare la sua scelta.

Loro di Napoli

Titolo: Loro di Napoli
Regia: Pierfrancesco Li Donni
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

A Napoli, nel 2009, nasce l'Afro-Napoli United, una squadra di migranti partenopei provenienti dall'Africa e dal Sud America, composta da italiani di seconda generazione e napoletani. I protagonisti di questa storia sono Adam, Lello e Maxime, tutti giocatori dell'Afro-Napoli United. Attraverso le vite di questi personaggi, Loro di Napoli racconta lo scontro quotidiano tra un' integrazione ormai inarrestabile e le lungaggini e l'ostilità della legge italiana in un contesto difficile e problematico come quello di Napoli.

Il documentario di Li Donni a parte parlare di un tema poco conosciuto, sport e animazione, riesce a portare a casa un documentario semplice e interessante che si focalizza su un unico tema cercando di strutturarlo e descriverlo in tante sue parti affidate alle storie di Adam, originario della Costa D'avorio che spera di mandare i soldi alla madre e Lello napoletano di madre marocchina e infine l'ivoriano Maxime. Tutti cercano una redenzione, una possibilità, per poter ripartire, ritornare o essere accettati da una squadra più forte e guadagnarsi in questo modo da vivere.
Il tema è attuale quanto urgente e complesso come quello dei permessi di soggiorno e i certificati di residenza dei giocatori, tutti immigrati recenti o di seconda generazione.
Il documentario in alcuni punti cerca di essere commovente riuscendoci solo in parte. Il protagonista come sostituto di un educatore a tutti gli effetti è abbastanza realistico e vedere un ragazzo di colore parlare perfettamente napoletano è un'esperienza da fare.


Questione di Karma

Titolo: Questione di Karma
Regia: Edoardo Falcone
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Giacomo è lo stravagante erede di una dinastia di industriali, ma più che interessarsi all'azienda, preferisce occuparsi delle sue mille passioni. La sua vita è stata segnata dalla scomparsa del padre quando era molto piccolo. L'incontro con un eccentrico esoterista francese gli cambia la vita: lo studioso infatti afferma di aver individuato l'attuale reincarnazione del padre di Giacomo. Trattasi di tal Mario Pitagora, un uomo tutt'altro che spirituale, interessato solo ai soldi e indebitato con mezza città. Questo incontro apparentemente assurdo cambierà la vita di entrambi.

Questione di Karma è un film che mischiando filosofia orientale e toni da commedia all'italiana crea un'impianto insopportabile con due personaggi odiosi e tremendamente fuori dal comune, almeno per quanto riguarda il personaggio di De Luigi, Giacomo, che in una scena topica si scopre parlare anche il giapponese fluentemente. Mario interpretato da un Germano scazzato all'inverosimile sembra invece il tipico burino romano che non fa altro che sottolineare lo stereotipo del farabutto con un grande cuore...
Questione di Karma è un mix tra LA FELICITA' E'UN SISTEMA COMPLESSO e UNO STRANO CASO in cui c'è il tema della reincarnazione e una sorta di guru interpretato da Philippe Leroy che alla fine rivela al nostro protagonista che la cosa più importante nella vita e l'arrosto di maiale con le patate.
Tutto purtroppo è prevedibile e patinato e Falcone non fa nulla per cercare di fare in modo che il film debba andare proprio nella direzione più scontata con un finale a lieto fine che sembra uscire dalle pubblicità della mulino bianco.
Gli attori pur provando a mettercela tutta per fare in modo che riesca ad essere credibile anche una situazione paradossale, non riescono mai a trovare loro come chi ha scritto il film, quell'impianto nei dialoghi che alla fine riesce ad essere matura finendo per fare ridere poco e non sembra prendersi mai sul serio cercando per tutta la durata un equilibrio macchinoso.
Alcuni stereotipi poi li ho trovati abbastanza banalotti e poco convincenti come la rampolla di famiglia che oltre ad essere un arrampicatrice sociale e per forza lesbica, che il matto alla fine è sempre il genio e che tutte le famiglie aristocratiche puntando a risparmiare i soldi senza mai provare il piacere di spenderli.


martedì 7 marzo 2017

Largo Baracche

Titolo: Largo Baracche
Regia: Gaetano di Vaio
Anno: 2014
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Il produttore e regista Gaetano Di Vaio, fondatore nel 2003 della società di produzione Figli del Bronx e di recente in sala come attore in Take Five di Guido Lombardi, insiste sulla sua Napoli. Con una camera leggera, per lo più tenuta a mano, per strada e in pochi interni, filma sette ragazzi dei Quartieri Spagnoli: Carmine (alias 'o Track, dal nome del personaggio che interpreta in Gomorra - la serie di Stefano Sollima), Luca, Giuseppe, Giovanni (figlio dell'ex superboss dei Quartieri, Mario Savio), Mariano (detto 'o mericano), Gennario, Antonio. Hanno tra i 19 e i 32 anni, sono quasi tutti disoccupati ma dicono di volere una vita legale, un lavoro («perché non bisogna guadagnare per morire, bisogna guadagnare per vivere»).

GOMORRA ha proprio fatto esplodere petardi ovunque oltre ad aver puntato i riflettori su Napoli. Dopo la fortunata serie sono davvero tanti, forse troppo uguali però, i film e i documentari sul mesocosmo napoletano e le sue complesse quanto contraddittorie abitudini.
LARGO BARACCHE però a differenza di ROBINU oppure LORO DI NAPOLI approfondisce il discorso prima della serie televisiva (come realtà indipendente non vedrà mai una distribuzione cinematografica toccata tra i sopracitati solo al documentario di Michele Santoro).
Il regista e la troupe sondano e intervistano l'hinterland napoletano come in questo caso i quartieri spagnoli e le loro storie di vita reale e vissuta così come i dubbi che popolano le giornate dei giovani e il futuro incerto nonchè aspirazioni. C'è un dialogo sulla scuola fatto da una ragazza del posto che la dice lunga sulla capacità di resilienza e la voglia di andare avanti degli adolescenti napoletani.
In una frase riesce a evidenziare tutti i problemi che di fatto ci sono e quelli che invece rischiano di diventarlo.
Il lavoro poi nasce da inclinazioni particolari in cui bisognerebbe approfondire solo per un attimo il suo regista e attore che dall'inizio sembra una variante di un educatore di strada, di fatto facendo lo stesso lavoro e dimostrando così un certo coraggio.
Gaetano di Vaio dopo un'esperienza in carcere si dedica dal 2001 al 2003 alla carriera di attore nella compagnia "I ragazzi del Bronx Napoletano", diretta da Peppe Lanzetta. Nel 2004 intraprende la strada di produttore cinematografico, fondando l'Associazione Culturale "Figli del Bronx" divenuta in seguito anche Società di Produzione Cinematografica.
Le interviste seguono i ragazzi ma anche gli ex boss e famiglie che non riescono a tirare avanti entrando dentro le case e assistendo a volte in modo un po troppo amatoriale e improvvisato dialoghi che sembrano avere l'unico scopo di creare empatia con lo spettatore.
Non siamo dalle parti di ROBINU' che dimostra più coraggio ma anche più conoscenze e possibilità di ampliare gli intenti (d'altronde Santoro è pieno di risorse) ma anche rispetto a LORO DI NAPOLI che rimane fedele allo scopo ovvero parlare di calcio tra i ragazzi analizzando il contorno.


lunedì 6 marzo 2017

Falchi

Titolo: Falchi
Regia: Toni D'angelo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Peppe e Francesco sono due Falchi, ovvero due poliziotti della sezione speciale della Squadra mobile di Napoli: girano per i vicoli della città in moto e in borghese, dando la caccia alla piccola e grande criminalità che comprende non solo la tradizionale camorra, ma anche le nuove mafie di importazione, come quella cinese. I Falchi sono "nati per difendere e combattere", come i cani che Peppe fa addestrare proprio agli esponenti della malavita cinese che gestisce gli incontri clandestini fra molossi. Ma sono anche uomini fallibili e talvolta sbagliano di grosso, come è successo a Francesco in uno scontro a fuoco che gli è costato la sospensione temporanea dal servizio. Ad aver sbagliato è anche Marino, il capo della Squadra mobile, almeno secondo la testimonianza di un pentito. Ed è dalla vicenda di Marino, come dal presagio di una pizia greca, che prende le mosse la storia di Peppe e Francesco, fratelli di strada l'uno impegnato a distinguere il giusto dall'ingiusto in un mondo in cui quel confine diventa sempre più labile, l'altro in cerca di conforto per il proprio senso di colpa, tanto dall'assunzione di droghe quanto dalla frequentazione di un bordello cinese

L'ultimo film del figlio di Nino D'angelo cerca di fare i conti con la tradizione del cinema di genere senza avere quel polso o intenti tali da renderlo un film interessante. Falchi non aggiunge niente di nuovo. Sembra di vedere un episodio di GOMORRA con meno attori. Il quinto film del regista è un disastro perchè nella sua idea astuta e interessante di fondo, non riesce ad emergere mostrando i soliti stereotipi e fossilizzandosi in una guerra tra poliziotti corrotti, criminalità e affari sporchi con la comunità cinese. Il punto è che tutti questi ingredienti non riescono ad essere dosati come qualcun'altro avrebbe fatto restituendo per di più una serie di colpi di scena davvero imbarazzanti per non parlare di inutili stratagemmi per arrampicarsi sui vetri come le lotte clandestine tra cani o il senso di colpa di Francesco in un flash back che viene ripetuto così tante volte da dare la noia.
E'un peccato perchè Falchi vola alto, mettendo in primo piano due attori tosti che ultimamente stanno recitando molto come Cerlino e Riondino e aggiungerei anche Del Bono (tra l'altro proprio questi due hanno recitato assieme nel recente LA RAGAZZA DEL MONDO).
Il film di D'angelo è tesissimo, forse troppo, come se dovesse spezzarsi da un momento all'altro cercando di guardare agli asiatici ma facendo proprio quello che non andava fatto ovvero infilando clichè a gogo e caratterizzando malissimo i suoi personaggi. Alla fine il film pretende di essere un film di genere, senza averne affatto la stoffa.
Dal punto di vista tecnico invece è una bella sorpresa. Il budget è alto e così Toni può permettersi una interessante fotografia, una messa in scena patinatissima, un buon lavoro con le comparse, senza però riuscire nemmeno ad essere convincente proprio nel cuore dell'azione dove assistiamo a sparatorie e rese dei conti. Un altro esperimento fallito che travestendosi da poliziesco e noir e scegliendo temi universali come l'amicizia, l'amore e il tradimento, senza far mancare il tema della corruzione soprattutto nei reparti delle forze dell'ordine, non va oltre una sofferta mediocrità.

La sparatoria finale ricorda un famosissimo hard-boiled di Johhnie To ed è tra le cose in assoluto migliori del film.

Robinù

Titolo: Robinù
Regia: Michele Santoro
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mondo di soldati bambini che imparano a sparare a 15 anni, a 20 sono killer professionisti e talvolta non arrivano ai 30. Michele Santoro li incontra e li fa parlare. Ma non si trovano, come si potrebbe pensare, in qualche area del continente africano. Vivono e combattono una guerra, che è arrivata a contare fino a 80 morti, nelle vie e nei vicoli di Napoli.

Ormai il cinema d'inchiesta non viene solo più fatto da registi ma anche da ex politici e giornalisti.
La critica più grossa che si può muovere a Santoro è lo scarso lavoro sugli intenti e sugli obbiettivi che il documentario si pone. Sembra una videocamera che in alcuni momenti di nascosto filma dialoghi e monologhi a caso nei quartieri spagnoli di Napoli, in cui gli stessi intervistati spesso e volentieri risultano spiazzati, alcuni presi alla sprovvista mentre altri semplicemente non capiscono se sia una cosa seria o interviste che magari non verranno nemmeno trasmesse.
Il (macro)cosmo napoletano della paranza dei bambini quel fenomeno che ha fatto si che la camorra, soprattutto in zone centrali di Napoli, continui le sue faide armando minorenni e distruggendo famiglie e quartieri interi ha dalla sua alcune scoperte e volti che si imprimono nella psiche dello spettatore con una forza e una violenza tremenda.
Vengono intervistate tante famiglie, tante persone, tante storie narrate con l’occhio investigativo da inchiesta e con il giusto tempo filmico affinché vengano esplicate per bene le condizioni dei ragazzi, la cui unica sfortuna è quella di vivere in quei territori. Viene raccontato tutto, dal mondo che li attornia fin dalla nascita, a come vengono attratti dal sistema e fino alla loro incarcerazione, per i più fortunati che sono in carcere e che hanno la possibilità di replica.
Le riprese attraversano le case, i quartieri ma soprattutto entrare dentro Poggioreale per scoprire la storia di Michele, un ragazzo che va per la sua strada, non appartiene a nessuna fazione, vuole una propria paranza, riceve lettere d’amore dalle ragazze in visibilio per lui, incosciente, sarcastico, sopportando il carcere con disinvoltura sapendo che la sua unica strada è quella.
L'unica vera domanda e riposta che il documentario ottiene è anche quella che fa più male, lascia perplessi e lascia la domanda aperta in questo caso alle istituzioni, su cosa vogliano fare.
Tutti i ragazzi ribadiscono la stessa cosa e il dato è davvero inquietante. Il primo a dirlo manco a farlo apposta è proprio Michele.Ma che futuro può avere un ragazzo incarcerato a 17 anni, che se va bene esce a 40 anni, quando l’unica cosa che ha conosciuto è la malavita, come si spaccia, l’estorsione e la prostituzione? Quale futuro gli si propone se in carcere non vengono avviati alcuni programmi di recupero, scolastico o di rieducazione? "Dentro il carcere non avviene nulla e quando usciremo saremo ancora più cattivi "
Questa frase e questa immagine dolorante dovrebbe far riflettere e cercare in qualche modo di porre un rimedio o almeno sperare che in futuro qualcuno riprenda in mano la situazione cercando di investire proprio all'interno delle carceri. Robinù così viene chiamato Michele dal padre, rubava ai ricchi per dare ai poveri, insegnando tra l'altro che proprio in quelle zone nessuno dei baby aspiranti boss mostra di aver avuto bisogno dei personaggi della fiction per desiderare di entrare nel mondo della criminalità più o meno organizzata come dice GOMORRA e i libri di Saviano.
Robinù è una tragedia in corso quotidiana, un'emergenza che non si vuole vedere, un documentario sporco, disorientante, segno di un’esperienza non collaudata e pure girato con una certa fretta.



Smetto quando voglio: Masterclass

Titolo: Smetto quando voglio: Masterclass
Regia: Sydney Sibilia
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La banda dei ricercatori è tornata: l'associazione a delinquere "con il più alto tasso di cultura di sempre" di Smetto quando voglio decide di ricostituirsi quando una poliziotta offre al capo, Pietro Zinni, uno sconto di pena e a tutto il gruppo la ripulitura della fedina penale, a patto che aiutino le forze dell'ordine a vincere la battaglia contro le smart drug. Così questi laureati costretti a campare di espedienti in un'Italia che non sa che farsene della loro cultura vanno a recuperare un paio di cervelli in fuga e lavorano insieme per stanare i creatori delle nuove droghe fatte con molecole non ancora illegali. Pietro però non può rivelare nulla del suo nuovo incarico alla compagna Giulia, incinta del loro primo figlio, ed è costretto ad inventare con lei bugie sempre più colorite.

E'una gioia vedere un sequel ancora più convincente del primo capitolo. Soprattutto quando sai che presto arriverà il terzo. Sibilia ha girato due film assieme riuscendo a tenere alta la testa e dirigendo ottimamente una crew di attori quasi "tutti romani" ma simpatici.
La prima saga italiana che rifacendosi alla commedia mischia azione, humor e tanti altri elementi (oltre che omaggiare tanto cinema) grazie ad un ritmo davvero incredibile e senza mai grosse pause che ne sanciscano i limiti è una vera sorpresa e apre forse uno spiraglio di innovazione per il nostro cinema. Edoardo Leo è riuscito in pochi anni a diventare uno degli attori più famosi e prolifici ritagliandosi ruoli da protagonista senza capire come abbia fatto a scalare il successo così velocemente (dal momento che è un attore mediocre), mentre il resto del casting è sempre a suo modo spassoso inserendo alcuni personaggi nuovi e funzionali come la Scarano e Lo Cascio.
Si ride e si festeggia prima di tutto per lo sforzo e il successo al botteghino di questi nerd criminali. Si ride davvero tanto in questo film senza però mettere da parte la trama e aggiungendo o meglio analizzando più a fondo il fenomeno delle smart drugs e inserendo altre novità come i blogger, un ispettore che si fa "aiutare" dai banditi proponendogli un affare niente affatto legale, e tante altre cose tra cui un non precisato antagonista ma sperimentando il brevetto della guerra tra ricercatori.
La struttura temporale abbraccia una sorta di analessi e tutto comunque viene collegato con il finale del film precedente senza muovere le lancette del tempo (la ragazza di Pietro infatti e ancora in cinta) ma anzi giocando di rimandi, raccordi e flash back. Un film psichedelico come il primo, drogato di acida ironia e finalmente un'operazione che fa pensare in tutto e per tutto ad un "unicum"

sul genere. Aspettiamo trepidanti "Ad Honorem".

domenica 26 febbraio 2017

Parada

Titolo: Parada
Regia: Marco Pontecorvo
Anno: 2008
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un clown francese di origine algerina, orfano di padre e nomade di indole, decide di dedicare la propria esistenza al recupero dei "boskettari", i bambini rumeni che dormono in giacigli improvvisati all'interno della rete fognaria. Con il suo volontarismo idealista, si mette contro la polizia e la mafia locale, cui rischia di sottrarre la manovalanza.

Miloud Oukili, un clown di strada di origine franco-algerina arrivò in Romania nel 1992, tre anni dopo la fine della dittatura di Ceausescu, trovandosi di fronte ad una situazione davvero spiacevole: quella dei bambini dei tombini che, abbandonati da tutto e da tutti, si riunirono in condizioni estremamente disagiate nella rete dei canali. Duramente colpito dal loro modus vivendi, paragonabile a quello degli animali, Miloud, pur osteggiato dalla polizia rumena aiutato in minima parte da alcuni assistenti sociali, fece di tutto per aiutarli, insegnando loro l’arte circense e successivamente allestendo veri e propri spettacoli che ancora oggi porta in giro per l’Europa.
Parada è un importante film che tratta tematiche sociali come il disagio minorile, la fiducia, l'amicizia, il senso di appartenenza e tanto altro ancora.
Il figlio del noto regista segue i suoi piccoli boschettari, una realtà poco conosciuta nel cinema, cercando attraverso gli occhi di Miloud di trovare speranza e redenzione.
E'un film che per forza di cose tocca le corde dell'anima, grida tutta la sua disperazione, denuncia la corruzione accettata e voluta in Romania parlando anche di prostituzione infantile, di corpi straziati, di questi piccoli angeli deformati dalla droga e costretti a vivere di stenti rischiando la morte tutti i giorni e sfuggendo dalle mani di chi riesce a venderli come oggetti, come nella scena in cui la bimba scappa dall'orfanotrofio e viene trovata morta stuprata con le ossa rotte (viene detto e non mostrato).
E'un film che dice tante cose ma per fortuna a livello di violenza evita di mostrare le atrocità pur insistendo molto sulle location in cui la gente preferisce tacere, sui volti sporchi e le regole di sopravvivenza da mantenere sempre con il sacchetto di vernice alla bocca.
Allo stesso tempo l'opera di Pontecorvo è una denuncia da parte dello stesso Occidente che si meraviglia quando si sposta di poco nei paesi dell'Est scoprendo un orrore che non sembrava possibile. Nel mirino ci sono tutti: dall'opportunismo delle istituzioni, all'ambasciata francese, le stesse forze dell'ordine e le Ong che pensano solo ai propri interessi. Forse l'unica debolezza che si può muovere al film è nella sceneggiatura scritta a quattro mani con Roberto Tiraboschi in cui seppur viene raccontata una storia vera e profonda, lascia quell'amaro in bocca di chi in fondo ha seguito una linearità tematica coerente ma allo stesso tempo senza colpi di scena, in cui tutto va come deve andare senza sorprese.
Miloud ad un certo punto quando si trova quasi tutti contro ha l'idea che provocherà il più grosso cambiamento della sua vita. Stufo delle Ong e delle istituzioni decide di creare un'associazione tutta sua. In questo modo potrà girare con i ragazzi costruendo palchi in giro per il mondo e vivendo di rendita con gli spettacoli. Un'idea semplice ma che mostra l'immediata coerenza degli intenti del clown e della sua forza nel cercare di creare un cambiamento.
Miloud è rimasto 12 anni a Bucarest.





40%

Titolo: 40%
Regia: Riccardo Jacopino
Anno: 2010
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Lucio ha passato la prima parte della sua vita a mettersi nei guai. Un’adolescenza vissuta nell’anonimato della periferia, la droga, i traffici, i problemi con la Legge, sono stati l’abisso da cui si è ritratto appena in tempo. Quando esce dalla comunità di recupero, comincia a lavorare in una cooperativa sociale dove incontra una pittoresca tribù di personaggi con alle spalle storie altrettanto complicate. Dopo i conflitti iniziali con Alfred, il suo collega albanese, oltre che rivale nella squadra di calcio, Lucio entra a far parte del gruppo.
Ma quando il passato sembra riaffacciarsi con i pericoli e le tentazioni di sempre, saranno proprio i suoi compagni a salvarlo da un finale già scritto.

I film indipendenti, le produzioni dal basso, il budget ridottissimo ma pieno di mille speranze, la voglia di credere, sono questi gli ingredienti che la piccola ma efficace produzione cinematografica della cooperativa Arcobaleno di Torino ha messo insieme per dare vita al suo primo lungometraggio. Un film di fiction, di umana realtà, interpretato dagli stessi raccoglitori protagonisti che lavorano presso il progetto Cartesio, i quali si superano dando vita ad una galleria di personaggi, stili di vita e storie differenti e affascinanti. Una forma d'arte nuova in cui la cooperativa di Torino ha investito sperimentando il linguaggio cinematografico.
Il risultato è interessante soprattutto per dare un'immagine chiara e precisa evidenziando in 90' la realtà, il lavoro, la responsabilità e poi soprattutto le difficoltà e l'avvio per una nuova vita ricca di colpi di scena.
Arcobaleno è così. Una famiglia in cui diverse persone dal passato difficile (tossicodipendenza, alcolismo, carcere, etc) trovano una nuova casa, un senso di vita in cui credere e appartenere sentendosi accolti e accettati senza pregiudizi.
Il film di Jacopino registicamente è poco più che amatoriale senza guizzi di regia o tecniche e risorse particolari. Gli basta raccontare e descrivere l'originalità insita in ognuno dei suoi personaggi creando un empatia enorme con quasi tutti, di cui Lucio, il protagonista, non a caso è il meno in parte e non a caso e uno degli unici a non far parte della cooperativa provando a immaginarsi come uno di loro, riuscendo a cogliere poche sfumature e lasciando ad Alfred e Rambo la strada spianata per descrivere il microcosmo in cui lavorano.
Dal punto di vista della storia è funzionale alle aspettative, miracolosamente credibile, descrivendo l'ingresso, le avventure, il tipo di lavoro, la caduta, le difficoltà e infine la redenzione con un climax finale divertente e che esce leggermente dai canoni lasciando qualche residuo action e revenge che crea ancora più ritmo e atmosfera alla storia.



Fame Chimica

Titolo: Fame chimica
Regia: Antonio Bocola, Paolo Vari
Anno: 2003
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Due amici d'infanzia nella periferia milanese, due “zarri”: uno fa lo spacciatore, l’altro un lavoro normale, faticoso e mal pagato. I due si innamorano della stessa ragazza e la loro amicizia è ad un bivio. Sullo sfondo, la piazza dove vivono è teatro di forti scontri sociali.

Fame chimica è uno di quei film sballoni all'italiana che per fortuna esistono con tutti i loro limiti e il loro volersi prendere sul serio quando si parla di periferia, quartieri popolari, droga e redenzione. Il film della coppia di registi come molti progetti indipendenti a bassissimo budget nasce da una forma produttiva mai tentata in questa misura in Italia: tutti quelli che ci hanno lavorato hanno una compartecipazione negli utili e nelle eventuali perdite del film. Questo e altri fattori, come mettersi in gioco, interpretare se stessi, raccontare le proprie storie di vita, assumono contorni e valori preziosi che il film esamina contestualizzandoli seriamente ma al contempo ironizzando e creando molta empatia con i personaggi.
E'un film con un ritmo incredibile, le musiche sono del leader dei 99 posse il quale entra in scena cantando e commentando le azioni della tragedia (una sorta di coro post-moderno affidato ad un solo personaggio) e cerca di fare quello che può con un cast abbastanza improvvisato e in cui proprio i giovani "famosi", Foschi e la Solarino, danno il contributo minore.
Fame chimica sembra la serie GOMORRA girata coi cellulari a Barona.
E'un film che nella sua tenerezza, perchè in tanti momenti lascia il sorriso, inquadra i temi più importanti e capta la tensione sociale e psicologica dei giovani che stanno entrando nel mondo, il problema dell'immigrazione, il rapporto tra consumatore e spacciatore e tanto altro ancora in cui non manca la storia d'amore.

Un film semplice e leggero che merita non solo di essere visto e valorizzato ma che crede nell'importanza di valorizzare anche solo un piccolo microcosmo di quartiere.