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sabato 9 dicembre 2017

Kuso

Titolo: Kuso
Regia: Flying Lotus
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Flying Lotus, musicista e rapper californiano, debutta con un film che non mancherà di far scalpore. In una Los Angeles post-Big One, seguiamo le vite parallele di alcuni sopravvissuti, tra insetti giganteschi e da incubo, decomposizioni organiche, ossessioni scatologiche, mutilazioni genitali. Un body horror ossessionato dalla pop art, che cita, ingloba, digerisce ed espelle il cinema di Cronenberg, Tsukamoto, Korine, Švankmajer, i Quay Brothers.

Notte horror al Torino Film Festival.
Quello che avviene in Kuso si può riassumere più o meno così: Los Angeles. Una ragazza afroamericana strozza il proprio fidanzato ricoperto di pustole e poi gli spalma lo sperma sul viso. Un uomo deforme affetto da una grave patologia gastrointestinale viene umiliato a scuola, scappa e incontra una creatura boschiva composta da un ano e una lingua. La nutre con le proprie feci, facendole crescere una testa. Una bionda con dermatite seborroica scopre di essere incinta, ma i suoi due amici a forma di televisori pelosi le strappano il feto (e se lo fumano). Una donna orientale striscia in una fogna cibandosi di insetti quando viene risucchiata in un universo psichedelico. Il dottor George Clinton alias il cantante dei Funkadelic defeca una scolopendra grande come un’astice su un paziente del suo studio medico. Tutto ciò è la conseguenza di un terremoto che si è abbattuto sulla California, a quanto pare.
Kuso sin dalle prime inquadrature e dall'orrore (anche se è più lo schifo che genera) mi ha ricordato un altro film malato agli stessi livelli se non di più ovvero WHERE THE DEAD GO TO DIE.
Di nuovo un artista come nel film sopracitato che si interessa alla settima arte con un susseguirsi di scene, gag, vignette, tutte molto sinistre e macabre finalizzate a dare peso e consistenza a tutto lo schifo e lo squallore che cerchiamo di non vedere. Mascheroni, tute, make-up esageratissimo, scene raccapriccianti e grottesche con guizzi gore e una visceralità di fondo che da quell'inquietudine finale ad un film strano, complesso, singolare, sperimentale, scomodo e politicamente scorretto, ma più di tutto fine a se stesso, un esercizio di stile autocelebrativo come nuovo maniaco della psiche.
Un film per pochi disegnato da chi non vuole piacere alla massa (direi che su questo non c'è bisogno di stare a dilungarsi) sapendo bene di rischiare di essere mal interpretato soprattutto nel senso e negli intenti con si muovono alcuni personaggi e nella fattispecie alcuni intenti.
Kuso è un contenitore di immagini estremamente sgradevoli”, una schifezza che striscia nei liquami più infetti e purulenti e gratta tutto il marcio peggiore che si possa trovare.

Al Sundance il pubblico è scappato via...

venerdì 8 dicembre 2017

Tokyo Vampire Hotel

Titolo: Tokyo Vampire Hotel
Regia: Sion Sono
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35° Torino Film Festival
Serie: 1
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

Tokyo, 2021. Manami vorrebbe festeggiare il suo compleanno, ma la celebrazione si trasforma in una carneficina. Quel che Manami non sa è che è l'unica sopravvissuta a recare in corpo sangue dei discendenti di Dracula, estromessi dal mondo secoli prima da un'altra casata di vampiri rumeni

L'incipit della serie tv di Siono sui vampiri voluta e prodotta ad alto budget da Amazon prime Giappone risulta un compendio di svariate tematiche del regista nipponico che ovviamente vanno sempre nelle direzioni preferite dal divario tra nuove e vecchie generazioni, alla religione vista attraverso le sue diverse forme e strutture, l'identità di genere femminile, la mattanza finale e l'esagerazione gore nonchè il mondo yakuza sminuito o esageratamente pompato (al pari del cinema di Miike Takashi).
In 142' Sono prova, senza riuscirci sempre, ad omaggiare i signori delle tenebre contando che nel sollevante non sono mai andati così di moda. Dopo un recente passaggio in Romania, l'outsider ha voluto intraprendere questa ennesima sfida vincendola anche se con immancabili esagerazioni e dilungamenti nella trama che sanciscono alcuni limiti soprattutto di trama.
L'incipit è un surplus di citazioni da i J-Horror a Cronemberg a piene mani (BROOD su tutti).
Unire dunque vampiri orientali e rumeni dalla sua ha sicuramente decretato alcune scelte di fatto funzionali che hanno contribuito a rendere ancora più suggestivo il casting ma in alcuni momenti mostra le sue perle derivative soprattutto nel finale che sembra esageratamente tirato via per chiudere una mattanza che sembrava non aver fine (i vampiri non muoiono facilmente soprattutto quando gli scarichi addosso una scarica di pallottole...) e ad un certo punto liberata la vera anima della protagonista, l'unica soprtavvissuta, il film diventa exploitation puro al cento per cento.
Ancora una volta protagoniste sono loro, il genere femminile a 360°.
Le sexy teenager sono ancora una volta al centro dell'inquadratura: tartassate, desiderate, a(r)mate, mutilate, vilipese e ricoperte di sangue.
Dovevano dargli più tempo. Sono come dicevo in questa fruizione spensierata non riese purtroppo a caratterizzare molto bene i personaggi (la protagonista ad un certo punto sembra soppiantata dal suo mentore K intenta a dividersi tra i discendenti di Dracula e le origini degli Yamada del clan Corvin).
Rimane come sempre un’idea visiva molto nipponica che l'autore e la sua politica non ammette tagli e censure esagerando e mostrando tutto senza problemi e senza badare alla censura con fusioni di mitologie e look diversi , mostrando lotte di vampiri di diverse dinastie è uno scontro senza senso, che trae la sua vitalità proprio dall’esibizione della morte e dal suo annullamento (si muore e si ritorna senza troppi problemi).
TVH segna la quarantottesima regia di Sion Sono in soli trent'anni in un twist che non accenna ad esaurire la vena artistica e grandguignolesca del regista che tra massacri seriali, decapitazioni, sgozzamenti, sventramenti, amputazioni e fiumi di sangue, sembra continuare a divertirsi molto e a fare ovviamente di testa sua mischiando carte, regole clan di vampiri e clan di yakuza vampirizzati.

Ancora una volta quando ci si trova di fronte ad esperimenti simili, la sospensione d'incredulità deve andare a farsi fottere, spegnendo il cervello ma nemmeno così tanto come mi aspettavo dal momento che la metaforona politica non è affatto male come quella della Dieta e di un certo governo e politica giapponese fine a se stessa e ad auto sostenersi che è la prima ad essere odiata dai signori della notte.

domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


giovedì 3 agosto 2017

Bad Batch

Titolo: Bad Batch
Regia: Ana Lily Amirpour
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Arlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l'anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell'umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell'area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del "sogno".

Quanta carne al fuoco ha messo Amirpour nel suo ultimo film. Questa giovane regista si era già fatta conoscere grazie al bellissimo e sottovalutato A GIRLS WALKS HOME ALONE AT NIGHT, un film semplice e modesto che raccontava con diverse metafore una situazione abbastanza controversa. In questo caso l'aspetto che più colpisce è la metafora con i rifugiati, qui rifiuti sociali da gettare nel gabinetto del mondo che dopo aver superato una sorta di cancellata che divide il deserto del Texas dal resto degli Stati Uniti entra/no nelle terre di nessuno, nel ventre torrido e arido deserto dove non puoi sapere cosa ti aspetta e dove ovviamente l'America nasconde i suoi nei.
Bad Batch è tante cose assieme: deserto, violenza, mondo post-atomico, la distopia, i cannibali, pulp ed exploitation e qualche riferimento steampunk a caso qua e là...il grosso problema è che viaggia confuso senza una metà vera e propria, diventando così tante cose da non saperne scegliere bene nessuna. Film distopico, post-apocalittico, un western steampunk? Il fatto poi di inserire una comunità di cannibali (la scena della seghetta al braccio e alla gamba è notevole) fanno solo parte come tante bellissime scene di una sorta di continui eccessi psichedelici dove come ciliegina sulla torta troviamo una comunità guidata da un santone che sogna la nascita di una nuova era ingravidando ogni giovane a disposizione.
Dal punto di vista della messa in scena , del budget e del cast le possibilità erano davvero ghiotte e facevano pensare a qualcosa di innovativo, sperimentale e tanto altro ancora.
Forse bisognerebbe iniziare ad abbassare le aspettative con i giovani talenti altrimenti si rischia di farsi del male.
La morale in fondo è semplice quanto chiara: spazzatura siamo ma spazzatura non vogliano essere.
Il finale è imbarazzante, speriamo che Amirpour abbia imparato la lezione.

lunedì 1 maggio 2017

Gang dell'arancia meccanica

Titolo: Gang dell'arancia meccanica
Regia: Osman F.Seden
Anno: 1974
Paese: Turchia
Giudizio: 2/5

Tre psicopatici criminali vanno in giro per Istanbul a uccidere e stuprare ragazze. Col fiato della polizia sul collo, i tre irrompono in una villa e la occupano, sottoponendo gli abitanti a ogni genere di cattiveria. Il padrone di casa è un ricco medico con moglie e figlio piccolo a carico e comincia così una serie inaudita di brutalità: l'uomo viene umiliato ripetutamente, la donna picchiata e palpeggiata. Il bambino piccolo inizialmente non capisce bene la situazione e prende tutto come un gioco, ma quando i criminali lo affogano in piscina la mamma impazzisce definitivamente. I tre finiranno in galera ma la pena che riceveranno sarà breve e, all'uscita dal carcere, anche per loro ci sarà una brutta sorpresa...

Purtroppo visionato in un'edizione tagliata nel finale di almeno una quindicina di minuti, il film maledetto di Seden rimane uno dei caposaldi del sotto genere horror rape & revenge. Un titolo importante quasi quanto I SPIT ON YOUR GRAVE ovvero quelle pellicole che hanno aperto le porta al tema anche se in questo caso i riferimenti paiono più spingersi verso Craven con L'ULTIMA CASA A SINISTRA del 72' e Kubrick per ARANCIA MECCANICA del 71'.
A differenza del film del '78 di Zarchi, il film di Sedem per fortuna gioca meno sulla tortura fisica e sullo stupro per concentrarsi maggiormente sul lavoro di violenza psicologica simile per certi versi al capolavoro che Haneke disegnerà nel 97' ovvero FUNNY GAMES.
Questa operetta qui sembra semplicemente l'opera più sciocca senza concentrarsi sulla natura e l'origine del male, ma mettendo in scena sevizie e soprusi del trio ai danni del nucleo familiare.
In particolare per l'epoca ha fatto discutere l'impiego del bambino nelle scene di violenza per arrivare all'annegamento. Anche se nelle scene della piscina è chiaro che sia un bambolotto, per l'anno di uscita una tale idea di violenza non era ancora così abusata come oggi. I picchi comunque arrivano nella scena madre e forse anche la più forte e lunga dell'intero film dove la mamma del bambino viene presa a schiaffi per dieci minuti di seguito, gettata a terra, fatta rialzare e colpita nuovamente
Il leader della band poi Savas Basar con quel sorriso serafico riesce a dare davvero una grande prova attoriale ricordando il Noe Hernandez di TENEMOS LA CARNE.
"Cirkin dunya" il titolo originale che in realtà dovrebbe suonare come "Mondo Cattivo" è un home invasion con un ritmo forsennato che non si ferma mai, senza smettere mai di gridare e di mostrare un certo compiacimento tipico dei film anni ’70.


martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


mercoledì 15 febbraio 2017

Greasy Strangler

Titolo: Greasy Strangler
Regia: Jim Hosking
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film racconta la storia di Ronnie, un uomo che gestisce un tour di Disco Walking assieme al figlio Brayden. Quando una donna sexy e affascinante prende parte al tour, comincia una competizione tra il padre e il figlio per attirare le attenzioni della donna. Nel frattempo un maniaco viscido e disumano soprannominato ''The Greasy Strangler'' si aggira per le strade di notte a strangolare innocenti.

Esercizio di stile, hipsterata doc, viaggio di nozze weird, trashata mega galattica? Innanzitutto bisogna fare una premessa su coloro che hanno reso possibile questo film che altrimenti non avrebbe mai preso vita (sono sicuro che qualcuno sperava che non si facesse). Infatti dietro a questa produzione troviamo Tim League di Drafthouse Pictures, il regista di culto Ben Wheatley e l'attore Elijah Wood.
Greasy Strangler è un po di tutto e niente di tutto questo. Un film che da spiegare non si può, bisogna vederlo apprezzarlo o detestarlo senza esitazioni.
Un indie disgustoso e offensivo, maniacalmente divertente, anomalo e strano come il regista alla sua opera prima che confeziona qualcosa di non solo bizzarro ma una prova d'amore per John Waters e Lloyd Kaufman e tanta altra scuola.
Abbiamo padre e figlio che fanno schifo oltre ogni modo, forma e misura. Il loro bisogno di provocare e inondare lo spettatore con dei dialoghi che sembrano un'ammissione di negligenza e omosessualità repressa è sintomatico per un film che proprio non riesce ad essere preso sul serio.
Allo stesso tempo è così confezionato bene che ogni accessorio è studiato così ad hoc e impreziosito con dei colori sgargianti e dei contrasti che bilanciano tutto lo scenario che non è mai improvvisato come potrebbe sembrare.
Greasy Strangler oltre ad essere una commedia horror è un'esperienza da fare sobri, vomitando scemenze e depositando resti fecali di un abominio alimentare trattato senza nessun riguardo e con uno schifo cosmico che non vedevo da un pezzo. Il film comunque non è affatto stupido ma si traveste in questo modo per cercare nei suoi silenzi e nelle espressioni luciferine e autistiche dei suoi personaggi, un'alienazione dalla società post-contemporanea e un inno all'anarchia più pura e dura dove padre e figlio combattono per chi ha il cazzo più duro e si fa valere a letto.
Il finale forse è la parte peggiore in cui il regista vuole dare con una metafora un significato alla lotta di questo improbabile duo inserendo un paio di scene che non giovano come dovrebbero e che sembrano dare complessità e intenti politici a un prodotto che vale la pena che voli basso per non rovinare quella componente grassa e cangerogena di cui Ronnie è succube e dipendente.



venerdì 10 febbraio 2017

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




domenica 23 ottobre 2016

31

Titolo: 31
Regia: Rob Zombie
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il 30 ottobre 1975, durante la notte di Halloween, cinque persone vengono rapite e tenute in ostaggio in un luogo infernale chiamato "Murder World", dove sono costretti a partecipare ad un gioco violento, il cui obiettivo è quello di sopravvivere dodici ore contro una banda di pagliacci sadici.

Il settimo film di Zombie era la prova che tutti aspettavano dopo i remake bruttini di HALLOWEEN che mi avevano fatto annoiare non poco e scavavano troppo nel passato di Miers, elemento che ha fatto peraltro arrabbiare il grande Carpenter.
Con questo slasher grindhouse e vintage Zombie ritorna alle origini. Torna ad un film da lui scritto e diretto. Un surviror movie, una caccia all'uomo che trova nell'azione e in una buona galleria di personaggi i punti di forza. Sembra che l’idea per 31 sia venuta in mente leggendo una statistica secondo la quale, il giorno di Halloween è la giornata dell’anno in cui per qualche “inspiegabile” ragione scompaiono più persone. Dunque da un pretesto esce fuori questa piccola scheggia di follia, un film pieno di ambienti sporchi e violenti con viscidi villain (nano nazista ma soprattutto Doom Head) e bifolchi ad ogni angolo, un vero concentrato di idee pur mantenendo uno script all'osso per cercare di concentrarsi solo su scontri e fughe in questo inferno malatissimo dove alcuni psicopatici sembrano indossare le maschere di Crossed, godere dei fan come L'IMPLACABILE e riuscire a divertire come ormai non capita spesso negli horror post-moderni.
Un'opera come quelle del passato, carico ed esplosivo, girato con l'estetica forte che contraddistingue il cinema di Zombie, un b-movie in piena regola anarchico a ancora capace di rievocare, senza particolari sforzi, quelle atmosfere tipiche del cinema horror 70’s ed 80’s


martedì 6 settembre 2016

Bad Biology

Titolo: Bad Biology
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jennifer e Batz sono due ragazzi con degli strani problemi sessuali. La ragazza è nata con sette clitoridi ed è sempre eccitata e subito dopo ogni rapporto sessuale partorisce dei bambini mutanti. Batz ha invece un pene enorme con una volontà sua, tossicodipendente e capace di provocare orgasmi allucinanti alle ragazze. Per fare due soldi e saziare la fame di droghe e steroidi del suo pene, il ragazzo accetterà di ospitare in casa sua un set fotografico guidato da Jennifer ed i due finiranno per conoscersi.

Una donna con sette clitoridi e un uomo con un pene che se ne và in giro a scopare modelle in giro. E'tutto vero, sono due idee del cazzo che già da sole muovono una certa curiosità nell'ambito weird e soprattutto splatter contando che stiamo parlando di Frank Henenlotter, l'autore di BASKET CASE. Il regista ritorna a girare un film dopo quasi sedici anni di inattività. Ecco forse è proprio questa se vogliamo la critica principale che si può fare al film.
Mentre la Troma e altri registi fedeli a Kauffman e all'exploitation osavano in un certo periodo storico, qui Henenloter se ne esce con questa pillola nel 2008 quindi se vogliamo dirla tutta con un certo ritardo rispetto a quanto ci si poteva aspettare contando che il cinema in quanto a malattia e oscenità sembra aver mostrato ormai tutto e difficilmente si rimane ancora inorriditi di fronte alle scene di violenza.
I b-movie a volte hanno la fortuna di potersi togliere il mantello della credibilità e della seriosità puntando su una clamorosa esagerazione di momenti trash, comici e allo stesso tempo violenti come difficilmente capita in altri contesti.
Poteva essere un film della Troma per certi versi, eppure nonostante tutto la trama non è poi così ridicola anche se di certo non porta l'effetto folle e bizzarro come in altre pellicole.
Eppure quel suo taglio low-budget unito alla commedia erotica politicamente scorretta, funziona molto più di altri suoi simili e non si vergogna di mettercela tutta e creare un humus offensivo e disgustoso di un cinismo crudo ed esagerato dove i bambini vengono partoriti dopo due ore e diventano mostriciattoli da buttare nel cestino.



lunedì 18 luglio 2016

Gun Woman

Titolo: Gun Woman
Regia: Kurando Mitsutake
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Due mercenari stanno attraversando il deserto quando per ingannare l'attesa uno racconta all'altro la storia di un individuo noto come Mastermind, che è riuscito a trasformare una prostituta tossicodipendente in una macchina per uccidere. In cerca di vendetta nei confronti del miliardario sadico che ha ucciso la sua amorevole moglie, Mastermind, un medico giapponese, ha "modificato" la prostituta con l'intento di farla entrare nella struttura sotterranea in cui il miliardario soddisfa i suoi desideri sessuali.

L'exploitation, il genere dnotomista, il trash e lo splatter sono tutti gli ingredienti previsti per questa pellicola molto pulp e con alcuni momenti esilaranti ma anche di spessore.
Ritorna Asami, l’attrice porno nonchè protagonista di numerosi film trash nipponici degli ultimi anni.
Gun woman è pieno d'azione e di sangue. Seguiamo questa piccola fiammiferaia schiava della droga in un Giappone allucinato popolato da individui sempre più ambiziosi ed egoisti in cui la vita umana vale meno di zero e ciò che conta è soddisfare i propri istinti.
Senza inutili pedanterie e dei dialoghi d'effetto, sembra prendere i recenti LUCY e EVERLY e buttarli in un tritacarne, come se fossero passati sotto il vigile occhio di Miike Takashi.
La chirurgia portata agli eccessi con parti meccaniche di una pistola da montare introdotte nel corpo sembrano citare il cinema di Tsukamoto anche se con alcune varianti differenti.
Forse solo il finale con alcuni colpi di scena un po tirati per le lunghe e senza troppa logica, in realtà servono a ben poco contando che gli intenti del film sono ben altri.

Gun Woman è un revenge-movie dove una donna gira nuda vendicandosi e usando il corpo come magazzino in cui nasconde una pistola da assemblare e qualcuno che vigili su di lei per farle ad hoc una trasfusione.

lunedì 22 giugno 2015

As the gods will

Titolo: As the gods will
Regia: Takashi Miike
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Shun Takahata si è appena lamentato della sua vita, noiosa e uguale a se stessa, quando la mattina, in classe, la testa del professore esplode e al suo posto compare un gioco parlante e assassino (il Daruma ga koronda, "Daruma è caduto"), una versione mortale di "Un, due, tre, Stella" che miete una vittima dopo l'altra, lasciando un solo vincitore per aula. Non c'è tempo per domandarsi cosa stia succedendo, ma solo per prepararsi al secondo gioco, altrettanto infantile e sterminatore.

La scuola. Ancora una volta ad essere presa di mira è proprio l'istituzione ad hoc degli studenti che stanchi della noia sperano in un miracolo.
Quel miracolo arriva e non viene più di tanto spiegato.
Sono le divinità nipponiche che attraverso un insieme di prove stabiliscono un gioco perverso e mortale.
Takashi Miike non merita presentazioni essendo a tutti gli effetti uno degli outsider maggiori e più eversivi del suo tempo. Oltre ad essere anche un precursore e un amante dei generi, ha una nutrita filmografia che abbraccia in un trentennio di anni almeno un ottantina di pellicole (in realtà sono di più).
As the gods will è un film frenetico che parte subito in quinta spiazzando il pubblico e insistendo sullo humor nero e l'elemento splatter onnipresente.
Tratto da un manga, sembra fare il verso a film come HUNGER GAMES contando che lascia aperte le porte per un sequel, risultando un concentrato d'azione, soprattutto nei primi due atti, per poi perdere solo in parte, nel finale, l'aggressività che lo contraddistingue.
Anche a livello tematico non fa una piega.
Divinità che si contraddicono e studenti ambivalenti, il tutto seguendo una line precisa che ha come filo conduttore l'enorme acume del protagonista.
Il Tao che mette di fianco a Shun, in fondo buono e puro, un compagno che rappresenta l'opposto in una parabola delirante in cui comunque l'intrattenimento supera a tutti gli effetti le ambizioni filosofiche che Miike trattava in modo più esaustivo in altri film.

A soli due anni di distanza dal truculento IL CANONE DEL MALE, Miike torna alla ribalta con quel qualcosa di più contaminato che sembra mischiarlo a YOKAI DAISENSO e ZEBRAMAN 2.

domenica 19 aprile 2015

Everly

Titolo: Everly
Regia: Joe Lynch
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una donna blindata nel suo appartamento, deve affrontare un commando di assassini inviati dal suo ex, uno spietato capo della mafia, per ucciderla.

“Tette Grosse, Bene. Film Pacco, Male”
Se non fosse per la presenza della bomba che più sexy non si può, Salma Hayek, forse non sarei arrivato fino alla fine. Simile il caso di un altro esperimento furbetto simile, ma meno, parlo di COLOMBIANA con la bellissima Zoe Saldana.
Di fronte a tope del genere si arriva fino alla fine è questa la dura realtà.
Everly potrebbe sembrare cool e pulp per chi non ha mai visto pellicole come queste o che si avvicinano (per non dire assomigliano molto e tutte).
Il risultato però, almeno in questo caso, è imbarazzante.
E'imbarazzante la storpiatura di LEON, le strizzatine d'occhio a un certo cinema orientale che sa il fatto suo (prendendone in questo caso solo il lato peggiore come il masochista e il sadico) ad un tentativo di addolcire puntando sulle torture a giovani donne, ad un rapporto con una madre e una figlia abbandonate da cinque anni, e ad un altro orientale che prima di spirare sul divano cerca di redimersi. Per non dimenticare lo stuolo di killer donne tutte a caso che irrompono nella stanza.

Peccato davvero per Joe Lynch che con questo film si è proprio sputtanato, altri lo osanneranno, mentre invece lo ricordo solo per aver girato quella nerdata, almeno divertente, di KNIGHT OF BADASSDOM

Leggenda di Kaspar Hauser

Titolo: Leggenda di Kaspar Hauser
Regia: Davide Manuli
Anno: 2012
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Giunto su una spiaggia disabitata del Mediterraneo, in un tempo e un luogo imprecisati, Kaspar Hauser è costretto a confrontarsi con la malvagità di una Granduchessa che sente minacciato il potere da lei esercitato sulla comunità. Per liberarsi dell'intruso biondo, costei chiede aiuto al Pusher, un criminale con cui ha una relazione, che sa come liberarsi del "nemico". Peccato che non abbia fatto i conti con lo Sceriffo, un dj che considera Kaspar come il nuovo Messia.

Penso che l’esordio di Manuli sia uno dei film italiani esteticamente più belli degli ultimi cinque anni.
I meriti sono tanti e doverosi. 
In primis la fotografia di Tarek Ben Abdallah. 
In secondo luogo le musiche dei Vitalic davvero ipnotiche e suggestive. In terzo luogo le scenografie naturali della Gallura scarne e infinite. 
In ultimo il cast, bizzarro e atipico, quindi, in questo caso, un’operazione riuscita (eccezion fatta per la Gerini che stona).
Un film sperimentale (un western di fantascienza?) di quelli che si amano o si odiano, ma quando si amano, il risultato è lasciarsi invadere mente e corpo da immagini mozzafiato, alcuni sketch che ricordano Cipri e Maresco e la Calderoni e Gallo che ballano in modo divino.
Con un calvario produttivo di tre anni, questo film vide la co-produzione di Bruno Tribboli, Alessandro Bonifazi della Blue Film e dalla Shooting Hope Production di Davide Manuli, con in più la collaborazione di Fourlab e il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Autonoma della Sardegna e della Regione Lazio.
Pochissimi e coraggiosissimi i distributori che in Italia hanno creduto in questo film. Uno scandalo dall’altra parte che un’opera coraggiosa e insolita come questa non sia rimasta per più di una settimana nelle sale.
Un film, un’opera, una colonna sonora da ascoltare con le cuffie della protagonista e con cui lasciarsi proiettare verso mondi lontani su di un’astronave magica come quella che appare all’inizio.


venerdì 19 dicembre 2014

Psych Out-Il velo del ventre

Titolo: Psych Out-Il velo del ventre
Regia: Richard Rush
Anno: 1968
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Giovane sorda va alla ricerca del fratello scomparso che vive nel quartiere hippy di San Francisco e inciampa in un gruppo rock, guidato da un baldo capellone.

Rush continua a filmare una generazione della controcultura dei fricchettoni.
Sembra un film particolarmente divertente, senza eccessi e guizzi narrativi, ma giocando più che altro su scelte tecniche con colori e luci psichedeliche, fotografati da Laszlo Kovacs, che enfatizzano la natura godereccia del film.
Dal punto di vista delle immagini, sono proprio la suggestività e la musica a fare da padroni incontrastati del film, contando che per gli attori sembra un divertissement e basta.
Un film che però rimane solo un accessorio, senza comunicare o assurgere a nulla che non sia lo sballo, il sesso, in particolar modo visto e analizzato dagli occhi di una protagonista timida e sorda e senza nutrire grosse ambizioni ma rimanendo una sorta di docu-film sugli eccessi della fine degli anni '60.


giovedì 4 dicembre 2014

Editor

Titolo: Editor
Regia: Adam Brooks, Matthew Kennedy
Anno: 2014
Paese: Canada
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

Rey Ciso era considerato il re della sala di montaggio. I migliori registi si affidavano a lui per l’editing dei loro film. Ma un terribile incidente concluse drammaticamente la sua brillante carriera. Oggi il povero Rey si occupa del montaggio solo di film trash e a basso budget. Durante la realizzazione di uno di questi film attori e attrici iniziano a essere misteriosamente assassinati. La polizia subito fa di lui il sospettato numero uno, e Rey dovrà riuscire a dimostrare la sua innocenza. Presto, però, un oscuro segreto verrà svelato.

The EDITOR come WRONG COPS sono quei film da festival imperdibili che regalano intrattenimento, horror, risate, concentrato di trash e tutto il weird possibile e immaginabile che si possa desiderare.
Con dichiarate venature da b-movie e tanto altro ancora, The Editor si prende maledettamente sul serio come film, citando, omaggiando e prendendosi gioco di quasi tutto il genere neogotico italiano ma anche strizzando l'occhio all'horror anni '70 come anche il genere poliziottesco e tutte le possibili parodie del giallo all'italiana.
Per gli amanti, The Editor si rivelerà presto come un antologia di scopiazzature da altri film (la metafora dei fotogrammi tagliati dal protagonista e le dita perse la dicono lunga su come Brooks e Kennedy procedano per lo studio delle immagini), con un cast perfetto (pensiamo solo che il protagonista sembra una via di mezzo tra Franco Nero e Maurizio Merli, con i baffi ancora più a manubrio, un sempre ispirato Ugo Kier e Laurence R.Harvey, il grasso unto di HUMAN CENTIPEDE II).
Alla regia ci sono una coppia di cineasti canadesi divoratori di cinema che sanno assolutamente il fatto loro e soprattutto sanno come spalmarlo in faccia al pubblico, come la sterminata serie di culi, tette, attrici formose, arti di qualsiasi tipo e forma, e scene di sesso a volontà che mescolate al sangue e al ritmo nonchè alle musiche originali, diventano una bomba esplosiva a orologeria.
The Editor però non va confuso con una produzione low-budget, ma anzi è un grande adattamento scenografico, di costumi, e citazioni a bizzeffe che faranno impazzire i fans del genere.
Tra questi citerei la bionda cieca dagli occhi velati, riferimento palese a L'ALDILA' E TU VIVRAI NEL TERRORE solo per citare il regista numero uno del nostro paese che ha saputo far diventare oro tutta la merda che toccava.
Forse l'unico tranello del film, e i registi se ne accorgono presto, è proprio l'intrattenimento che giocando sempre più sull'esagerazione ad un certo punto rischia di annoiare...o di implodere come facevo riferimento prima alla bomba ad orologeria.

mercoledì 19 novembre 2014

Why don't you play in hell

Titolo: Why don't you play in hell?
Regia: Sion Sono
Anno: 2013
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Muto e Ikegami sono due gangster che si odiano ma Ikegami è innamorato di Michicko, la figlia attrice di Muto che la madre Shizue vorrebbe vedere apparire in un film. Dopo essere stato scambiato per un regista, il giovane cinefilo Koji chiede al regista indipendente Hirata di scegliere Michiko come protagonista del suo prossimo lavoro ma la situazione prende presto una piega sbagliata.

"Io stesso non credo di capire perfettamente il cinema. Sto ancora cercando di capire cos'è"
Un film totale in tutti i sensi. Forse una delle più grandi sorprese di questi ultimi anni.
Nell'universo di Siono a farla di certo da padrone sono le contaminazioni tra i generi di cui questo film ne è sicuramente un esempio lampante nella sua efficacia e nel suo concetto di Metacinema.
L'opera anarchica dell'outsider giapponese è interpretabile sotto diversi punti di vista.
A partire dalla critica verso le grosse produzioni che con i loro effetti speciali stanno distruggendo il cinema, alle stesse tecniche accomodanti e a volte prepotentemente estetiche (e qui nel calderone ci butta dentro tutti) facendole convergere in un'unica location che sarà anche lo spazio stretto nel quale far detonare tutte le sue voglie e bizzarrie cinematografiche.
In più non si capisce bene se strizza l'occhio o si è stufato del fatto che spesso e volentieri le produzioni occidentali colgano nell'Oriente solo gli aspetti kitchs.
Il 37° film dell'autore giapponese entra di petto dentro gli stessi cardini del soggetto e della sceneggiatura, diventando un motore di propulsione verso il futuro della settima arte, un lungometraggio saturo, in continua deflagrazione cinematografica, sempre dinamico e fuori controllo.
Sono, come i Fuck Bombers, sono in fondo tutti decisi a spingersi ben oltre per realizzare la loro opera d’arte, anche se ciò comporta stringere patti con la yakuza e gettarsi, cinepresa alla mano, in mezzo a sanguinolente battaglie all’arma bianca.
Allo stesso tempo il film ha un ritmo e un gioco a incastro davvero intricato in cui ancora una volta tutti i personaggi riescono ad essere incredibilmente caratterizzati e ognuno di loro assolve una precisa funzione.
Wdypih è un film corale, strutturato sovrapponendo i classici due piani temporali di certi film a tema criminale e connotandolo con tutti gli eccessi che gli passano per la testa diventando e immergendosi nel pieno exploit delirante, dove a farla da padrone è il rosso del sangue che copioso copre buona parte delle inquadrature.
Al di là del fatto che Sono riprende un copione di quindici anni prima, sembra in questa allucinata pellicola, divertirsi come non mai in un divertissement su decenni di cinema action, nipponico innanzitutto, come gli yakuza eiga di Fukasaku Kinji, esplicitamente citati nei dialoghi, o il visionario Suzuki Seijun, di cui Sono Sion riprende l'uso dei colori primari accecanti (la sequenza della bambina che torna a casa e trova un lago di sangue su tutte) o ancora l'eccesso grandguignol delle produzioni Sushi Typhoon di oggi.
"Sono il Dio del cinema"dice uno dei protagonisti durante il film e Sono scherzando, si conferma come uno dei più eversivi, innovativi, inteligenti e coraggiosi autori moderni.

lunedì 22 settembre 2014

Classe 1984

Titolo: Classe 1984
Regia: Mark L.Lester
Anno: 1982
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Un professore di musica viene preso di mira da una banda di cinque studenti criminali, quattro ragazzi ed una ragazza, che controllano anche le attività illegali all'interno della scuola. Dopo che questi si è opposto alle intimidazioni l'atteggiamento dei cinque muta radicalmente, fino ad arrivare allo stupro della moglie incinta; questo evento scatena la sua reazione, che si concretizzerà nell'uccisione dell'intera banda di teppisti.

Mark L.Lester è uno di quei registi,produttori e sceneggiatori che hanno firmato un sacco di film, alcuni assolutamente da dimenticare, per stile, incoerenza e spirito reazionario, mentre altri invece da riscoprire e analizzare in modo meno frettoloso come i due capitoli sulla fantascienza post-apocalittica come CLASSE 1984 e il successivo CLASSE 1999.
In questo caso il film prende svariati temi, centrifugandoli al meglio, senza lesinare sulla violenza e la storia, ma anzi riuscendo a fare un compendio di tanti paradossi soddisfando quasi tutte le tematiche sviluppate.
Mentre nel successivo in particolare la violenza e la disobbedienza, vengono inseriti come conseguenza di un sistema e un'istituzione che ha fallito fin da principio, in questo caso viene sottolineata la violenza tra i giovani nei licei, uniti ad atti di bullismo verso i piu deboli, violenza perpetuata anche dagli insegnanti, costretti a girare armati e una carneficina finale davvero cruda e violenta.
Nel 1968 il nostro buon Di Leo firmava I RAGAZZI DEL MASSACRO sicuramente un film che non è sfuggito all'occhio di Lester e ce se anche trattava un episodio all'interno di una scuola, aveva una sua premura in comune di sottolineare un'emergenza educatica e sociale.

giovedì 26 giugno 2014

Wrong

Titolo: Wrong
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2012
Paese: Usa
Festival: TFF 30°
Giudizio: 3/5

Dolph Springer si sveglia una mattina e si rende conto di aver perso l'amore della sua vita, il suo cane Paul. La ricerca del fidato amico lo porterà a cambiare se stesso e quelli che incontra.

Dupieux e il lato inquietante del non-sense.
Prima di ROBBER e del suo migliore finora WRONG COPS, il dee-jay e regista francese, continua la sua visione bizzarra degli aspetti quotidiani della vita, come sempre sfruttando un impianto a volte grottesco e spesso con grandi dosi di humor nero.
Sembra che a Mr Oizo proprio la quotidianità infastidisca quindi la capovolge ma senza esagerare nemmeno troppo, la riplasma mettendoci del suo a tempi di electro, con un risultato che spesso e volentieri funziona e diventa pure maledettamente divertente.
Da un ufficio di lavoro in cui piove continuamente dentro, ad un vicinato quanto mai difficile da accettare, sembra uno scanner delle nevrosi e delle ansie post moderne e di tutta la frustrazione generata e mal vissuta, per non esplodere, ma anzi implodendo dalla rabbia.
Il meccanismo di difesa dall'assurdo dei personaggi del film è quello della negazione e sembra davvero aver inquadrato una delle caratteristiche post-moderne di noi scimmie ammaestrate male e votate all'egoismo e alla proprietà privata.
Il punto più forte che Dupiex centra (non si capisce se volutamente o no) è proprio l'interessante critica surrealista sull'alienazione piccolo-borghese che ci colpisce ora più che mai.


giovedì 29 maggio 2014

Las brujas de Zugarramurdi

Titolo: Las brujas de Zugarramurdi
Regia: Alex De La Iglesia
Anno: 2013
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Josè in compagnia di un gruppo di balordi compie una rapina in un banco di pegni e ruba venticinquemila fedi nuziali. Porta con sé il figlio di appena otto anni, facendolo partecipare attivamente al colpo all’insaputa della moglie, in lotta con lui per l’affidamento del bambino. Ma qualcosa va storto, la rapina si trasforma in una caneficina e Josè, con il figlio, un altro strampalato rapinatore, un ignaro tassista e un ostaggio, fuggono verso il confine francese. Ma nella loro fuga approdano a Zugarramurdi, un piccolo paese popolato da streghe bellicose che non hanno nessuna intenzione di lasciarli andare via.

Nel suo ultimo calderone di esagerazioni furibone, Witching & Bitching del talento spagnolo, fa godere come pochi, dal primo all'ultimo minuto, in quasi due ore di film.
Chi conosce il regista, conosce il suo braccio destro, ovvero lo sceneggiatore folle Guerricaechevarria. Ora il suo ultimo film scardina tutto, distrugge, ricolloca, ritrasforma e da una sua particolare visione sul femminino davvero impressionante.
E'però un film che dietro la sua apparente ingenuità narrativa e soprattutto nelle regole e nel taglio action, estrae le più oneste verità, dipingendo uno scenario grottesco ma attuale e veritiero che non strizza mai l'occhio alla misoginia ma invece allo humor nero (caratteristica endemica del regista).
Trovatemi in Europa qualche pazzo come il talento di cui parlo, che riesca a destreggiarsi tra i generi, mantenendo uno schema e una lucida follia come lui e allora forse capirete la difficoltà, l'importanza, il gioco, l'esagerazione e una sceneggiatura perfetta e quanto mai politicamente super-scorretta che ormai è un arto inseparabile del regista che proprio non c'è la fa a non schierarsi.
Ancora nel suo film ne ha veramente per tutti/e dalla paura per le streghe (capite la metafora) e la stoltezza di chi vede nella donna una minaccia o pericolo. Nell'attesa di un salvatore o di un demonio, quando invece vediamo spuntare l'emblema del non-sense come anche il nascituro, il nuovo uomo e adrogino (che strizza l'occhio a HELLBOY) invocato dalle streghe e che porterà ditruzione e caos.
Sulla grande madre un lavoro certosino, una Venere di Willendorf, ovviamente riplasmata e riveduta, che prende per il culo tutti gli ultimi mostri abominevoli, nel senso che sono tutti uguali, partoriti da una c.g senz'anima.
E per finire non và dimenticata l'auto-ironia di cui il film è costellato.
Un film coraggioso, spietato e potente di un marcato autore che prende le distanza da tantissimi colleghi o finti-tali, manovali di Hollywood, che non sono in grado di trasmettere nulla e non hanno quella che ha un solo e unico nome nella settima arte: la passione.