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sabato 9 dicembre 2017

Kuso

Titolo: Kuso
Regia: Flying Lotus
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Flying Lotus, musicista e rapper californiano, debutta con un film che non mancherà di far scalpore. In una Los Angeles post-Big One, seguiamo le vite parallele di alcuni sopravvissuti, tra insetti giganteschi e da incubo, decomposizioni organiche, ossessioni scatologiche, mutilazioni genitali. Un body horror ossessionato dalla pop art, che cita, ingloba, digerisce ed espelle il cinema di Cronenberg, Tsukamoto, Korine, Švankmajer, i Quay Brothers.

Notte horror al Torino Film Festival.
Quello che avviene in Kuso si può riassumere più o meno così: Los Angeles. Una ragazza afroamericana strozza il proprio fidanzato ricoperto di pustole e poi gli spalma lo sperma sul viso. Un uomo deforme affetto da una grave patologia gastrointestinale viene umiliato a scuola, scappa e incontra una creatura boschiva composta da un ano e una lingua. La nutre con le proprie feci, facendole crescere una testa. Una bionda con dermatite seborroica scopre di essere incinta, ma i suoi due amici a forma di televisori pelosi le strappano il feto (e se lo fumano). Una donna orientale striscia in una fogna cibandosi di insetti quando viene risucchiata in un universo psichedelico. Il dottor George Clinton alias il cantante dei Funkadelic defeca una scolopendra grande come un’astice su un paziente del suo studio medico. Tutto ciò è la conseguenza di un terremoto che si è abbattuto sulla California, a quanto pare.
Kuso sin dalle prime inquadrature e dall'orrore (anche se è più lo schifo che genera) mi ha ricordato un altro film malato agli stessi livelli se non di più ovvero WHERE THE DEAD GO TO DIE.
Di nuovo un artista come nel film sopracitato che si interessa alla settima arte con un susseguirsi di scene, gag, vignette, tutte molto sinistre e macabre finalizzate a dare peso e consistenza a tutto lo schifo e lo squallore che cerchiamo di non vedere. Mascheroni, tute, make-up esageratissimo, scene raccapriccianti e grottesche con guizzi gore e una visceralità di fondo che da quell'inquietudine finale ad un film strano, complesso, singolare, sperimentale, scomodo e politicamente scorretto, ma più di tutto fine a se stesso, un esercizio di stile autocelebrativo come nuovo maniaco della psiche.
Un film per pochi disegnato da chi non vuole piacere alla massa (direi che su questo non c'è bisogno di stare a dilungarsi) sapendo bene di rischiare di essere mal interpretato soprattutto nel senso e negli intenti con si muovono alcuni personaggi e nella fattispecie alcuni intenti.
Kuso è un contenitore di immagini estremamente sgradevoli”, una schifezza che striscia nei liquami più infetti e purulenti e gratta tutto il marcio peggiore che si possa trovare.

Al Sundance il pubblico è scappato via...

venerdì 8 dicembre 2017

Games of Death

Titolo: Games of Death
Regia: Sebastien Landry E Laurence Morais-Lagace
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 3/5

Un gioco da tavolo, il Game of Death, ha un’unica regola: se non uccidi qualcuno, ti esplode la testa, entro 20 minuti. Sette ragazzi vi partecipano ignari, a loro spese.

Notte horror al Tff tra cornetti e caffè bollente.
Games of Death è un'opera divertente, eccentrica e con sovraddosi splatter che sostanzialmente porta avanti un'idea di carneficina che negli ultimi anni sta partorendo tanti ibridi con l'idea di fondo che poi è sempre la stessa.
Siamo quest'anno, con tutte le opere visionate, in toni decisamente eighties, dove la stragrande maggioranza dei film si rifà ai videogiochi e a quell'aspetto ludico, spensierato, con in alcuni casi rimandi alla sci-fi e con le musiche fatte col sinth che tanto piacciono.
Games of Death dura 75', la trama è praticamente un escamotage per mostrare questo branco di buoni a nulla e tutti straordinariamente cazzoni e antipatici alle prese con questo strano gioco.
Cronemberg e Carpenter su tutti nella miriade di citazioni ma anche BATTLE ROYALE, BELKO EXPERIMENT e via dicendo.
Un film con un ritmo incredibile, splatter al massimo, senza guizzi di sceneggiatura ma con l'unico scopo di arrivare a far esplodere e ammazzare tutti l'uno con l'altro nel minor tempo possibile.
Da questo punto di vista il film fa centro divertendo e mostrando frattaglie in tutte le forme e maniere nonchè teste che piano piano si ingrandiscono assomigliando in alcuni casi alle deformazioni di Rob Bottin. Puro divertissement senza bisogno di spiegazioni e soprattutto di nessun titpo di background ad esempio da dove provenga il gioco, sul finale telefonatissimo e alcune scelte che muovono le azioni dei personaggi davvero lasciate al non sense totale.

Per chi vuole staccare il cervello, ridere e divertirsi prego avvicinare il dito al tasto, una piccola puntura, il sangue che arriva al nucleo del gioco e il ghigno del malefico display, in una narrazione veloce, scatenata e sgangheratissima.

giovedì 3 agosto 2017

Belko Experiment

Titolo: Belko Experiment
Regia: Greg McLean
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una compagnia americana in Sud America viene misteriosamente isolata e i suoi impiegati cominciano a mostrare la loro vera natura quando gli viene ordinato di uccidersi a vicenda o di farsi uccidere.

Belko Experimet aveva diversi motivi per interessare. La trama, un esperimento sul sociale dove possano incontrarsi sci fi e horror, un cast di serie b dove spuntano tanti antagonisti visti in passato e una sorta di atmosfera da corporation che lascia pochi spazi dove fuggire ma che facilmente lascia intravedere gli spiragli di conseguenze inattese ed effetti perversi che porteranno ad un bagno di sangue. Lo spunto quindi seppur non così originale è interessante partendo proprio dall'idea del microchip e di queste corporation in cui gli stessi dipendenti e impiegati non sembrano mai sapere fino in fondo cosa stanno realizzando. La vicenda infatti è ambientata in Colombia, a Bogotà, uno di quei paesi del terzo mondo che manco a farlo apposta sta vivendo un clima politico teso e disperato con una sorta di guerriglia che sancisce la disuguaglianza in questi paesi come il caso e la vicenda amara di ciò che sta succedendo in Venezuela. Qui all’interno di un’azienda di recruiting americana con il compito di aiutare i suoi dipendenti ad inserirsi perfettamente nella società colombiana, le giornata sembrano trascorrere come tutte le altre, in cui i dipendenti sorridono e vestono sempre in modo impeccabile fino a quando una voce misteriosa proveniente dall’interfono rilascia una inquietante comunicazione:
A tutti i dipendenti: qualunque cosa stiate facendo, per favore fermatevi e prestate la massima attenzione. Attualmente ci sono ottanta dipendenti nell’edificio. Nelle prossime ore la maggior parte di voi morirà. La vostra possibilità di sopravvivere aumenterà solo se seguirete i miei ordini. Il primo test è molto semplice: uccidete due dei vostri colleghi nei prossimi 30 minuti. Se non ci sono due cadaveri nell’edificio nella prossima mezz’ora subirete delle conseguenze.
“L’esperimento” a Greg McLean è riuscito, sarà particolarmente apprezzato dai fans del gore contando che non mancano teste esplose, sparatorie, scazzottate e traumi vari (a un ragazzo, la testa verrà fatta a pezzi con una grande pinzatrice). Il film altro non è che una brutale e sanguinosa battaglia che scorre molto bene.

Tutto bello soprattutto nel primo atto, poi il film esaurisce tutto molto in fretta, il problema grosso è stato seminare la suspance invece di liberarla senza troppi convenevoli con l'effetto del tutto subito e un veloce climax che non sembra nemmeno chiudere la vicenda ma lasciando le briciole per altri possibili sequel.

martedì 7 marzo 2017

Frankenstein

Titolo: Frankenstein
Regia: Bernard Rose
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri - il film è raccontato interamente dal punto di vista del mostro. Dopo essere stato creato artificialmente e essere stato abbandonato al suo destino da una coppia di eccentrici coniugi scienziati, Adam - questo è il suo nome - viene aggredito e diventa oggetto di violenza da parte del mondo che lo circonda. Questa creatura inizialmente perfetta, diventata in poco tempo mostro sfigurato, si trova presto a dover fare i conti con il lato più brutto dell'essere umano.

Sinceramente non riesco a capire il motivo di mettere in scena così tanta inusitata violenza e sofferenza. Questa ennesima rappresentazione della creatura di Shelley oltre ad essere post contemporanea e iper moderna (che potevano essere elementi interessanti da riscoprire) crea un contorno di fatto costituito da umiliazioni e vessazioni per l'intero arco del film.
La realtà per Adam è solo violenza e sopraffazione usato come cavia e come mostro.
Ricorda per alcuni aspetti l'opera bizzarra e malata 964 PINOCCHIO di Shozin Fukui.
Mi ha colpito non solo la linea d'intenti limitata e volta solo ad inquadrare l'incubo in cui viene gettato Adam, ma non riesco proprio a cogliere il senso e il perchè di questa operazione che tra l'altro a parte essere di una violenza spesso gratuita, non lascia proprio spazio alla speranza e alla redenzione portando Adam ad una sola e unica scelta.
Ci sono pochi personaggi che "empatizzano" con il mostro restituendogli da un lato l'affettività che non ha mai avuto e dall'altra rendendolo una maschera di sangue e tumori, una cavia perfetta per i loro esperimenti.
Come tutti i giocattoli fabbricati velocemente e senza coglierne la logica scientifica che si sostituisce a quella divina, Rose che non è solo regista ma anche montatore e tutto il resto, ha provato un esperimento secondo me troppo autodistruttivo e pesante, trovando l'unica possibile rimedio medico per un esperimento ovvero scaricarlo in quanto imperfetto in mezzo ad una società che non può far altro che condannarlo.
Inoltre l'errore più grosso che Rose commette è quello di raccontare in prima persona dal punto di vista del mostro gli eventi e quant'altro, rendendolo una specie di intellettuale che mastica frasi apprese chissà dove. Quando poi lo conosciamo invece è l'esatto opposto, un automa senza la minima capacità di mentalizzare o avere una struttura del pensiero.



martedì 27 dicembre 2016

Los Decentes

Titolo: Los Decentes
Regia: Lukas Valenta Rinner
Anno: 2016
Paese: Austria
Festival: TFF 34°
Sezione: Torino 34°
Giudizio: 3/5

Una donna si presenta ad un casting per essere assunta come cameriera in una casa di lusso in una zona residenziale nella periferia di Buenos Aires, abitata da famiglie dell'alta borghesia, vale a dire, da persone "decenti". Ma dall'altra parte della barricata, c'è un'altra comunità dai precetti radicalmente diversi: una congregazione di nudisti, che si dimentica dei canoni sociali quanto a classe e, soprattutto, a "decenza", per abbracciare la liberazione mentale e sessuale in comunione con la natura. E la donna viene, naturalmente, rapidamente attratta dal richiamo di quest'oasi.

Il secondo film del giovane regista argentino è un film che racconta sotto certi aspetti una lotta di classe, ancora argomento pregnante in Argentina, sfruttando un paradosso molto interessante che riesce a diventare durante l'arco della narrazione il vero motore che riesce a conferire atmosfera e mistero al film. Un paradosso, il passaggio segreto dove Belen vive entrambi i mondi entrando in contatto da un lato con la borghesia di un nucleo familiare particolarmente fastidioso, dall'altro una comunità di nudisti che si sdraiano al sole, fanno bagni solitari o collettivi, praticano il sesso tantrico, a due, in ammucchiata, eterosessualmente, omosessualmente, come capita, con chi capita. Una di quelle comunità neopagane tra movimenti nudisti tedeschi del primo Novecento e frikkettonismi californiani anni Settanta, chissà come incistatatasi in quella parte di Argentina.
Dunque nudisti contro borghesi in questa nuova lotta di classe che sembra interessare al regista con messaggio anarcoide-ribellistico da vecchio cinema di contestazione e sovversione anni Settanta
(un surreal-latinoamericana) e le atmosfere di una imminente distopia, la violenza che può scoppiare anche dove il livello di sicurezza è più alto, la segmentazione delle città in zone chiuse e non comunicanti. Purtroppo tutta l'ansia e il nervoso che Belen trattiene sembra evolversi e allargarsi anche al resto della comunità per la preparazione molto grottesca di un climax finale un po troppo veloce in questo gioco al massacro che ricorda la caccia alla volpe.
Un film che volutamente non è mai inquietante ma grazie all'uso delle inquadrature fisse e di queste composizioni simmetriche che passano da un estremo all'altro risulta seppur lento e con dei dialoghi ridotti all'osso, visivamente molto curato e con diversi riferimenti letterari e cinematografici.
Un film che forse girato dallo stesso regista con più esperienza e maturità avrebbe giovato all'opera e a tutta la contestazione, che seppur datata, poteva provocare e smuovere di più.


sabato 10 settembre 2016

Rebirth

Titolo: Rebirth
Regia: Karl Mueller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Durante un seminario sulla rinascita, un padre di famiglia viene catapultato in un turbine di violenza e seduzione.

Rebirth aveva tutte le carte in tavola per essere un thriller psicologico affascinante che tratta un tema molto attuale come quello delle new-religion.
Il cammino di auto-realizzazione per alcuni aspetti sembra avere qualche analogia con i concetti di Scientology e altre pratiche che soprattutto in questo periodo di reincanto stanno tornando di moda.
Il fatto poi di scegliere un protagonista, Kyle, come un padre di fatto tranquillo senza molta identità e senza troppe aspirazioni, funziona fino ad un certo punto per cercare di equilibrare i suoi stati emotivi e le sue reazioni di fronte al gruppo e alla "setta" che diventano mano a mano sempre più intenzionati a far parte della quotidianità di Kyle.
Quindi anche nel suo caso il percorso per cercare di scardinarne la tranquillità è per certi versi anomalo, con qualche intuizione, che però scade soprattutto nel finale troppo esagerato e che per certi versi distrugge quanto di buono era stato creato prima.
Proprio la log-line "sei libero di andartene ma non di evitarne le conseguenze" sembra profetica per quella disfatta che andrà ad assorbire la vita del protagonista e che entrerà in modo invasivo a casa sua sconvolgendo la sua vita.

Il problema grosso alla base del film è che sembra volerti far riflettere su tanti temi e situazioni che possono entrare nelle nostre vite, per curiosità, scoperta, bisogno di avere qualcuno che ci ispiri, e via dicendo, ma al contempo essere freddo e distaccato proprio da tutte le strade che vuole percorrere. Un film disordinato e caotico, che volendo muovere troppe pedine finisce con l'essere schiacciato proprio dai suoi intenti. Intenzioni che nella prima parte funzionano bene poichè portatrici di un'atmosfera e una suspance che fino alla "rivelazione" ha tutti gli elementi per tenere lo spettatore incollato allo schermo.  

giovedì 21 luglio 2016

Hardcore!

Titolo: Hardcore!
Regia: Ilya Naishuller
Anno: 2015
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Henry si sveglia mutilato senza ricordare la propria identità, ma capisce ben presto di essere un cyborg, ricostruito dalla moglie scienziata dopo essere stato massacrato dal crudele Akan, uno psicopatico dotato di poteri di telecinesi. Per Henry avrà inizio una fuga a rotta di collo dagli agenti di Akan, prima di prendere consapevolezza di avere una forza sovrumana.

Hardcore è puro intrattenimento per un regista che altro non fa che girare un lungo dopo la buona prova dei video girati per i Biting Elbows.
Il film è di fatto una sorta di videogioco che non si prende troppo sul serio mischiando elementi di sci-fi, tecnologie d'avanguardia, con tanto sangue e inseguimenti mozzafiato.
Un film che cerca di correre più velocemente che può per non dare modo allo spettatore di concentrarsi sulla storia e la banalità sconvolgente con cui è stata scritta.
Di fatto il film è un action tutto in soggettiva come d'altronde è stata forse la svolta per i videogiochi sparatutto dal '92 in avanti.

Non è il primo ad usare la GoPro in modo soddisfacente, ma è il primo a convogliarla solo per l'intrattenimento fine a se stesso. Al cinema con la colonna sonora giusta diventa un'esperienza abbastanza nuova e stimolante, ludica a tutti gli effetti dove i neuroni possono tranquillamente andare in letargo

domenica 20 dicembre 2015

Standford prison experiment

Titolo: Standford prison experiment
Regia: Kyle Patrick Alvarez
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un film basato sull' esperimento condotto nell'estate del 1971 presso la Stanford University, durante il quale alcuni studenti assunsero il ruolo di guardie carcerarie, altri di detenuti. Nel giro di un solo giorno, i profili psicologici degli studenti erano cambiati, e l'interazione tra prigionieri e guardie era diventata violenta. Quando i prigionieri organizzarono una rivolta, lo studio fu immediatamente chiuso.

Zimbardo e il suo esperimento vengono ripresi di nuovo dopo altre due trasposizioni molto diverse tra loro tra cui spicca il film tedesco del 2001 THE EXPERIMENT a differenza del film americano un po troppo pompato del 2010 sempre con lo stesso titolo.
Alvarez come regista sembra essere più interessato e proiettato verso gli intenti delle guardie, il meticoloso lavoro di provocazione dei prigionieri, la calma forse troppo apparente dello psicologo. Con un cast che riesce dove altri film avevano fallito, questo studio sulle trasformazioni dell'animo umano, sull'abuso di potere e quasi mai sulla tortura (certo un discorso sul maltrattamento psicologico andrebbe fatto) porta ad una linearità di fondo, esaminata, bilanciata e controllata senza mai esagerazioni inutili che avrebbero imbrogliato la storia.
Con un soggetto come questo, la scelta più astuta e proprio quella di giocare su reazioni spontanee, creare disagio e suspance equilibrando dall'altra parte con la testardaggine di Zimbardo che vuole osare fino in fondo.
Dove il film da il suo meglio, anche il finale con i filmati reali è un pezzo in più che non avevamo mai visto, e con gli arresti dei carcerati, che quando si erano offerti volontari non sapevano che tutto sarebbe iniziato con un vero arresto.
Ci sono poi anche delle cadute di stile come la storia d'amore dello psicologo, il suo team mai caratterizzato a dovere, un voler ripetersi in alcune modalità senza trovare un ritmo, ma nel complesso tra tutti quelli portati alla luce finora, questa è senza dubbio la trasposizione più veritiera e più scientifica.
Alcuni studiosi misero in discussione il comportamento del professor Zimbardo sostenendo che lo psicologo agisse da “sovrintendente capo” della prigione e indirizzando alcuni discorsi alle guardie, avrebbe falsato il loro comportamento e avrebbe dato troppe istruzioni implicite su come comportarsi.

Una guardia che partecipò all’esperimento è convinta ancora oggi che fu Zimbardo a causare il peggioramento della situazione, e che fin dall’inizio lo psicologo cercò di ottenere un “crescendo drammatico”.  

martedì 15 dicembre 2015

Circle

Titolo: Circle
Regia: Aaron Hann, Mario Miscione
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Circle si apre con 50 sconosciuti che pian piano si svegliano in piedi su piccole piattaforme rosse illuminate, in cerchio in una stanza buia e nessuno di loro ricorda con precisione come ci sia arrivato. Si scopre subito che tentare di scappare è controproducente poiché mettere il piede fuori dalla piattaforma significa essere colpito da un fulmine che schizza da un macchinario futuristico sito al centro della stanza, e come se non bastasse ogni 2 minuti c’è un countdown ed al termine del quale una persona a caso è fulminata senza pietà

E' da un po di anni che sta prendendo piede questo sotto filone di genere che tratta esperimenti sugli esseri umani.
A volte si riesce ad essere originali, muovendo dei tasselli rimasti finora in ombra nella cinematografia oppure si corre il rischio, senza avere dietro bravi sceneggiatori, di crollare sotto lo stesso muro che si è voluto creare, come ad esempio in questo caso.
Un'unica location (vabbè non dico altro altrimenti è spoiler) e cinquanta attori statici, quasi tutti sconosciuti e costretti a stare in piedi, sena muoversi, pena la morte, per tutta la durata.
Circle, pur partendo da un'idea che poteva essere interessante, ha davvero così tanti limiti che risulta difficile metterne alcuni da parte pur cercando di vedere dove voglia arrivare l'intento dei registi.
Dall'uso mai azzeccato di mettere in luce e ombra alcuni personaggi contando che svariati non si vedono o forse per limiti di budget vengono inseriti in seguito, quando prima non c'erano.
Un ritmo che fa sempre fatica a decollare pur cercando di rifarsi su dei dialoghi a volte azzeccati anche se spesso non riescono a tenere alta l'attenzione e meno ancora la suspance.
Il perno centrale che destruttura tutto l'impianto del film è il non-sense che si spera abbia un potente climax in grado di far riflettere o perlomeno dare un senso alla pellicola.
A differenza di EXAM o CUBE che poggiavano su strutture, idee e registi con altri crediti, il duo che confeziona il suo esordio forse ha voluto cercare di stupire con qualcosa che facesse effetto (ma forse solo la locandina e i commenti di sconosciute testate da prendere a testate).
L'unico elemento che salvo di questo strano e confuso o meglio poco ispirato film, è l'aver scardinato una regola topica della cinematografia, eliminando il o la protagonista e lasciando dunque tutti alla mercè del raggio "alieno".


lunedì 22 giugno 2015

Cheap Trills

Titolo: Cheap Trills
Regia: E.L. Katz
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un giovane padre e il suo vecchio amico delle superiori sono in grave crisi economica. Incontrano una ricca coppia che li aiuterà finanziariamente se sopporteranno una serie di test che spingeranno ai limiti le loro capacità mentali e fisiche.

Che cosa sei disposto a fare per soldi (soprattutto quando sfratto e altri problemi sembrano circondare la tua vita?)
Al suo primo film, Katz, scrive e dirige una commedia nera, a tratti nerissima, più che altro per l'escalation legata a torture e umiliazioni a cui sono costretti a cimentarsi i due proletari nei confronti di una coppia borghese, metafora in tutti i sensi del capitalismo, che nella loro apatia hanno bisogno di scene forti e disturbanti per passare le serate.
Di breve durata e con un ritmo che non perde smalto, "Emozioni a buon mercato" è quella pillola che farà esaltare alcuni amanti del genere, mentre nel mio caso è stato un film appena dignitoso, contando che mi aspettavo qualcosa di insolito soprattutto per quanto concerne la dose di violenza e i dialoghi a volte ridondanti.

Cheap Trills da un lato cerca di esagerare il più possibile per diventare un piccolo cult (che sicuramente lo sarà per alcuni fan del genere) soprattutto se contiamo che non ha un budget incredibile e a parte gli attori, le location sono davvero limitate ma funzionali alla narrazione.

lunedì 27 aprile 2015

Enther the Void

Titolo: Enther the void
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2009
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il ventenne Oscar e la sorella minore Linda arrivano a Tokyo. Oscar vende droga per vivere, mentre la diciottenne Linda lavora come spogliarellista in un nightclub. Una notte Oscar si reca in un locale per concludere un affare, ma gli agenti di polizia lo stanno aspettando per arrestarlo e nella colluttazione che ne segue parte accidentalmente un colpo. Oscar muore ma riemergono le memorie del passato, tra queste spiccano la morte dei genitori avvenuta in un incidente d'auto quando aveva solo cinque anni e la promessa fatta alla sorella di non abbandonarla mai.

Noè è uno di quei registi che adoro.
Adoro tutti i suoi film perchè sono crudi e portano sempre a galla sesso e violenza senza soluzione di continuità come succedeva per IRREVERSIBLE e per il suo film migliore SEUL CONTRE TEUS (probabilmente anche il film più maturo). Le sue pellicole mi lasciano sempre un buco nell'anima che con dovute difficoltà adoro, perchè sembra avere una lente che capta il marciume della società e te lo schiaffa in faccia.
Enther the void poi sembra voler scavare ancora di più dentro le coscienze, in un melodramma psichedelico e allucinatorio, aprendo squarci allucinati ed onirici in chiave sempre sperimentale dimostrando il perchè, oltre motivi di budget, il regista argentino trapiantato in Francia se ne esca con un film ogni 3-4 anni.
Un manierismo, il suo, che molti definirebbero fine a se stesso.
Cos'è il vuoto?
-la stessa idea di cinema? -un trip di effetti visivi digitali e computerizzati? -il voyeurismo innato della vittima e del suo creatore? -un vaso di pandora religioso dove spicca il libro tibetano dei morti e la reincarnazione forse infinita?
E' tutto e niente per come l'ho interpretato io, senza stati di allucinazione o visioni avute dall'utilizzo di droghe come ha invece ammesso lo stesso regista.
In 143' secondo me continua a prendere tutti per il culo perchè di immorale ci sono solo i commenti della critica e del pubblico. Per me è un continuo flash al di là della fragilità e a volte della ridodanza e dell'insistenza nel girare attorno ad alcune scene.
Oscar muore e da quel momento il trip ha inizio.

Buona visione!

mercoledì 3 dicembre 2014

Eau Zoo

Titolo: Eau Zoo
Regia: Emilie Verhamme
Anno: 2014
Paese: Belgio
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

Lou e Martin sono due adolescenti che vivono su un’isola. L’isolamento geografico e l’atteggiamento iperprotettivo dei genitori fanno maturare in loro un senso di soffocamento: un’impasse emotiva e sentimentale che mette a rischio il loro legame.

L'opera prima di Verhamme, giovane regista belga, poteva trasformarsi in un importante quadro simbolico dove far emergere tante contraddizioni della società e volgerle verso un futuro distopico meno fantascientifico e più intellettuale.
A partire dalla comunità di isolani governata da regole improntate a un ferreo isolazionismo, che nel corso della storia-non storia divengono via via sempre più rigide, trova molti elementi interessanti soprattutto tra gli scontri generazionali degli adulti (autoconservatori e rigidi burocrati) a confronto con diverse tipologie di giovani (ci sono i reazionari e imprevedibili come Martin, ma purtroppo anche i rigidi osservatori delle regole sociali, come il fratello di Lou) e il bisogno e il desiderio di libertà a dispetto della totale incomunicabilità reciproca che provano i protagonisti.
Purtroppo a causa di un epilogo finale che destruttura tutta la piramide di simboli, riportando alla tragedia shakespiriana, Eau Zoo non mantiene le promesse e perde gran parte della suspance e della credibilità della vicenda.
Sono molti gli elementi presi in prestito o citati all'interno del film così come anche i richiami letterari e soprattutto svariati film (DOGVILLE,THE VILLAGE,IL SIGNORE DELLE MOSCHE,LOST) che sotto diversi punti indagavano già alcuni temi presenti nella vicenda.
Eau Zoo oltre a comunicare troppo allo spettatore e troppo tardi (alcuni buchi di sceneggiatura comunque ci sono) poteva senz'altro, senza arrivare ad essere così macchinoso e per certi versi ambiguo, quell'opera sperimentale e indipendente di incredibile impatto, mentre invece diventa un'opera inconclusa che mostra fantastiche location, ha momenti piuttosto toccanti o accattivanti, complici anche scogliere pittoresche e cinematograficamente molto fotogeniche e alcune buone intuizioni di ripresa, il tutto infine rilegato da un cast credibile e da un perfetto uso del sonoro.

martedì 2 dicembre 2014

Mercuriales

Titolo: Mercuriales
Regia: Virgil Vernier
Anno: 2014
Paese: Francia
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

Les Mercuriales sono due torri molto alte alla periferia est di Parigi completate nel 1975 ed ispirate alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York.
Mercuriales è anche un aggettivo che significa vivace, scaltro, mobile, quasi inafferrabile. Deriva dal greco Mercurio, messaggero tra gli Dei dell’Olimpo e maestro di commercio, arte oratoria e ladrocinio.

"Sei la puttana di Allah"
così una delle due protagoniste del film del "quasi" sorprendente esordio di Vernier apostrofa un ragazzo islamico durante un party che le dice di vestirsi perchè il vestito è troppo stretto e lei sembra una ragazza che la da al primo che incontra.
La ragazza è Joana e proprio nel giorno del suo compleanno scopriamo quanto è triste, depressa e quanto cerca di dare un senso alla propria vita in quelle periferie abbandonate francesi, metafore ormai di una squallida realtà sociale di fondo.
Mercuriales è uno di quei classici film francesi che sono destinati a farsi amare o odiare fin da subito per il loro modo naif di dare un senso alla realtà e alla narrazione, quasi tenendo d'occhio alcuni classici ma cercando di dare un quadro più sperimentale e autoriale alla trama.
Il plot alla fine è decisamente scarno e oltre a mostrare la scoperta e la realtà quotidiana delle due protagoniste, tratteggia solo tutto ciò che rimane come perimetro della vicenda, tornando solo in alcuni momenti a cercare di mantenere un filo conduttore come con il ragazzo di colore all'inizio del film e la sua lenta "scalata sociale".
Sicuramente ci sono alcuni ottimi elementi all'interno del film (il cast, la partenza in 16mm, alcune interessanti location, una buona musica elettronica, l'idea del complesso Les Mercuriales come torri gemelle in una zona popolare simbolo del consumismo, della globalizzazione e del trasformismo) ma il problema, dopo il primo atto, è proprio la strada da prendere che sembra sfuggire.
Se le storie che si intrecciano nel film sono tre, soltanto le ultime due di Joana e Lisa vengono caratterizzate a differenza della sorvegliante su cui viene detto ben poco.
In più la bellezza e l'amicizia delle due bellissime protagoniste sembra abbandonare dopo il secondo atto, una linea d'arrivo, e rimane un sottofondo in cui sta succedendo qualcosa di strano all'Europa e che vede le due ragazze quasi come due sopravvissute in una periferia lugubre e affascinante.
E' così Mercurio influenza l’andamento dei personaggi, ed essendo un pianeta diventa quindi anche un elemento chimico e una splendida metafora simbolica come riferimento mitologico legato al dio del commercio.
Vernier è in gamba ma dovrebbe concentrarsi meno sugli aspetti stilistici e provocatori e insistere un pò di più sulla storia.

lunedì 17 novembre 2014

Maze Runner

Titolo: Maze Runner
Regia: Wes Ball
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Thomas, senza ancora sapere o ricordare di chiamarsi così, si ritrova intrappolato in un ascensore che sale verso l'alto per arrivare alla Radura. Lì incontra altri ragazzi che come lui non ricordano nulla del proprio passato e che hanno fondato una piccola comunità con le sue regole. La numero 1 dice che non si può uscire dalla Radura: intorno ad essa si snoda il Labirinto, popolato dai letali Dolenti, a cui nessuno è mai sopravvissuto.

Maze Runner se non fosse per il finale che lascia più interrogativi che risposte, aprendo le porte a trilogie o vari sequel, conferma il successo degli universi distopici adolescenziali, avendo dalla sua un impianto quasi del tutto originale, un dramma avvincente se così possiamo definirlo, degli attori che per quanto bellocci, cercano di dare realisticità al dramma e una buonissima messa in scena unita ad un interessante intreccio che nelle citazioni e le rielaborazioni di vecchi cult, trova la sua contaminazione meglio riuscita.
Le noti dolenti sono come sempre quelle riguardanti il pathos e alcune spinte sul sentimentalismo becero, come la figura della ragazza e il ciccione, vittima sacrificale, che muore nel finale.
Tuttavia Ball, classe '85, al suo secondo film e che lo vede già al timone del sequel, cerca di fare del suo meglio, unendo la c.g all'importanza doverosa della narrazione, creando alla fine un buon film d'avventura che non cade mai nella retorica troppo ruffiana e che non esagera nemmeno con gli effetti speciali, riuscendo infine a creare un bel miscuglio che nella matassa dei film di genere new-tee o young adult, vanta di poter essere probabilmente il migliore.
Ovviamente a differenza dei grandi classici MAZE RUNNER è tratto dal primo romanzo della saga di successo scritta da James Dashner , che come molti sfrutta il fenomeno letterario (almeno i fanciulli leggono) iniziato dalla babbana Rowling.


giovedì 22 maggio 2014

Philosophers

Titolo: Philosophers aka After the Dark
Regia: John Huddles
Anno: 2013
Paese: Usa/Indonesia
Giudizio: 2/5

In una scuola di Jakarta, un brillante ma misterioso professore di filosofia sfida la sua classe, composta da venti laureandi, con un esperimento finalizzato a ottenere i requisiti per la laurea. L'esperimento è il più difficile che i ragazzi abbiano mai dovuto affrontare. Utilizzando il solo potere della logica, essi dovranno scegliere chi tra loro sarebbe degno di un posto in un rifugio sotterraneo costruito per resistere a un'apocalisse nucleare. Il rifugio dispone di spazio solo per una decina di persone, il che significa morte certa per coloro che non verranno scelti. Costretti a prendere una decisione così ardua, i venti giovani finiscono in una situazione in cui a regnare è l'istinto di sopravvivenza e dove l'omicidio, l'inganno, il sesso e il tradimento diventano la norma.

The Philosophers aka After the dark, è l'opera prima del giovane regista Huddles, alle prese con una trama piuttosto particolare e assai intrigante, se non fosse che lo svolgimento non è all'altezza delle premesse.
I film con temi su esperimenti e possibili sguardi su temi post-apocalittici, sono alla base dell'ultima generazione di film in questi ultimi anni, diventando a tutti gli effetti un sotto-genere ampio da cui attingere.
Questa strana produzione tra Usa e Indonesia dà il suo meglio nelle fantastiche location, anche se scorgiamo solo tempi, un deserto e una spiaggia (Belitung Island, Jakarta, Monas, Mount Bromo, East Java, Prambanan Temple e Yogyakarta) e un apprezzabile stile tecnico che non basta però in alcune trovate e soprattutto non da il suo meglio con la c.g per le esplosioni nucleari.
Il problema è proprio quando il film, che dai toni e dal format rimanda a un classico thriller di target adolescenziale (non a caso il protagonista lo troviamo in PLUS ONE e PURGE) mischia razionalità e logica da una parte, e umanità dall'altra di fronte ad un'ipotetica apocalisse nucleare creando scenari e cercando di trovare logiche che possano appassionare lo spettatore.
Ci riesce, ma fino alla seconda prova, poi tutto diventa leggermente forzato come a dover per forza insistere e ripetendo confusamente uno scenario troppo complicato con flash-back e soluzioni temporali ingenue che non aiutano di certo la narrazione e la struttura.
Il finale si perde completamente dietro una serie di colpi di scena ovviamente telefonati e una presunsione in campo di scrittura che lascia tracce evidenti di tutte le sue mancanze.






mercoledì 14 maggio 2014

Borgman

Titolo: Borgman
Regia: Alex Van Warmerdam
Anno: 2013
Paese: Olanda
Giudizio: 2/5

Camiel Borgman dorme come un vampiro in una bara sottoterra in un bosco. Viene svegliato da un prete e due uomini che vogliono eliminarlo. Riesce a fuggire e a svegliare altri due uomini che, come lui, dormono sottoterra. Si ritrova poi a bussare alla porta della villa di Marine e Richard, coppia sposata con tre figli. Il marito lo respinge, ma la moglie accetta di tenerlo nascosto per alcuni giorni in casa…

Abbagli. Borgman è il classico esempio, purtroppo, di un cinema veicolato solo sulle potenzialità tecniche, senza riuscire a trovare nella struttura, che invece dovrebbe essere sempre la base, il terreno fertile più importante.
Il caso lampante è la sceneggiatura che crea una sorta di imbarazzo generale nello spettatore, ribaltando gli schemi di continuo, e costruendo de-facto, un thriller atipico sui generis, nel cui finale però quasi nessun nodo viene al pettine e le domande sono persino superiori rispetto ad inizio film.
Quindi crolla tutto rispetto alla critica antiborghese, al bellissimo inizio fiabesco, alle inutili citazioni che qualcuno ha tentato forse di avvicinare, come i capolavori indiscutibili e intoccabili di TEOREMA,VISITOR Q e FUNNY GAMES.
Infine il fatto di creare tutto il sipario e l'incidente scatenante con il desiderio sessuale della madre, tema che a differenza di autori veri e propri non ha saputo trovare un riscatto, e infine un male ordinario, in cui è proprio il giardino la metafora violenta e forse riuscita meglio, di quello che succede ai personaggi.
Un film davvero con un enorme potenziale e tutto sommato numerose scene e intuizioni che crollano tutte però di fronte al non-sense e alle innumerevoli storie e sotto-storie che il film apre e basta.






venerdì 9 maggio 2014

Enemy

Titolo: Enemy
Regia: Denis Villeneuve
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Adam, un professore discreto, conduce una vita tranquilla con la fidanzata Mary. Il giorno in cui scopre il suo sosia perfetto nella persona di Anthony, un attore stravagante, sente una profonda inquietudine. Inizia allora a osservare a distanza la vita di questo uomo e della sua misteriosa moglie incinta. Poi Adam si mette a immaginare i più fantastici scenari per sé e la propria coppia.

Enemy è la libera trasposizione cinematografica del romanzo di José Saramago.
Una trasposizione fedele solo fino ad un certo punto. Al di là di alcune variazioni più o meno rilevanti (spostamento geografico e cronologico, riduzione di alcune dinamiche relazionali, finale diverso e aggiunta del motivo simbolico del ragno), film e romanzo si specchiano e rispecchiano difatti l’uno nell’altro pur mantenendo la loro singolarità e la loro autonomia (cosa che del resto avviene anche nella duplice vicenda raccontata). E' un film molto complesso e anche se vogliamo ambizioso quello del regista canadese. Da sempre abituato a smarcarci tra grosse produzioni e film indipendenti come questo (il suo film più personale), Enemy gode di una atmosfera molto intensa giocata attorno ad una colonna sonora inquietante la quale riesce a dare ancora più suggestione e catarsi nelle ricerche di Adam e in tutto ciò che il protagonista andrà a scoprire.
Sembra quasi scritto da Ballard per certi aspetti per come la società che vediamo sembra allucinata come se vivesse in un'altra realtà. Poi ci sono questi edifici immensi con le loro geometrie e i loro spazi tutti allineati e studiati secondo una prospettiva funzionale ai vari segni e simboli che come sempre Villeneuve e Gullon inseriscono e seminano nel film.
La doppia personalità del protagonista appena si incontrano, la paura di se stessi, di un altro io, la paura di essere spodestato, di non essere all'altezza dell'altro io, il tema del sosia e del doppio.
Di certo Enemy non è un film semplice è richiede calma e concentrazione e sicuramente almeno tre o quattro visioni altrimenti rimarrà come sempre criptico per diversi aspetti e soluzioni che non tutti gli spettatori vorranno analizzare e conoscere.


sabato 1 marzo 2014

Snowpiercer

Titolo: Snowpiercer
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2013
Paese: Corea del sud/Usa/Francia
Giudizio: 2/5

2031. Dopo il fallimento di un esperimento per contrastare il riscaldamento globale, una vera e propria Era Glaciale stermina tutti gli abitanti del pianeta. Gli unici sopravvissuti sono i viaggiatori che hanno lottato con tutte le loro forze per procurarsi un biglietto ed aggiudicarsi un posto a bordo dello Snowpiercer, un treno ad alta velocità che fa il giro del mondo e che trae energia da un motore in moto perpetuo. Questo treno è l’unico mezzo che garantisce la sopravvivenza, diventando un microcosmo di società umana diviso in classi sociali: i più poveri stipati nelle ultime carrozze; i più ricchi nei lussuosi vagoni anteriori. La difficile convivenza ed i delicati equilibri tra classi non potranno che sfociare inevitabilmente verso lotte e rivoluzioni.

Ed eccolo qui il nostro caro Bong Joon-ho.
Anche lui a misurarsi con le impenetrabili produzioni americane.
Uno dei registi più talentuosi della sua generazione e della corea del sud, intento a cimentarsi con il film coreano più costoso di tutti i tempi.
Ora Snowpiercer è il classico film post-apocalittico, atteso da tutti con la bava alla bocca o quasi, che ha fatto parlare di sè, soprattutto contando il soggetto, il cast, la regia e la sua formidabile filmografia.
Snowpiercer sembra quell'ibrido che richiama un cast molto contaminato, un'unica location che deve diventare a tutti i costi una perfetta sintesi di critica, immaginazione senza limiti e realisticità, quindi una sfida tutt'altro che facile per l'ottavo film del regista.
Secondo me già su questa analisi, il film mostra numerosi limiti, anche se la regia è furba nel captare cosa è più importante mostrare nel treno e cosa no.
D'accordissimo su questo tipo di scelta, anche se a dirla tutta però, alcune parti possono risultare contraddittorie e non in sintonia con quello che poi noi vediamo, ma non capiamo, ad esempio, da dove saltano fuori alcuni personaggi o dove si annidano elementi di cui il film accenna ma che poi non mostra.
La distribuzione dei vagoni, ciò che vi è immesso, genererà nei confronti di un attento osservatore, domande a gogò a cui non arriveranno risposte, quindi, o vi mettete l'animo in pace, o mandate a fare in culo il film. Semplice.
Ci sono due elementi inaspettati del film: la violenza e la potenza immaginifica.
La seconda in realtà non esplode mai, ma anzi, relega le aspettative verso un climax, diciamo, più pacato, in sintonia con una coerenza narrativa che non invece nell'esagerazione più totale (il quale avrebbe sancito una sconfitta immeritata sotto tutti i punti di vista).
La violenza è il fattore che spiazza e l'elemento più convincente del film.
Senza inutili concessioni e senza dilungarne troppo la messa in scena, è funzionale allo scopo perchè uccide e terrorizza. Punto.
Arriva potente come un fiume in piena e senza nessuna limitazione o senza lesinare nulla. Probabilmente visto il taglio tutt'altro che americano, è probabile ipotizzare che su questo particolare, il regista non abbia accettato compromessi.
La scena nel vagone con il passaggio rituale del regime che bagna la lama dell'accetta, dentro il sangue del pesce, è poi inizia la mattanza, è cruenta come nessuno si aspetta e di inusuale attualità. Senza contare la punizione del braccio a spese di un disperato nel treno.
Da questo punto di vista a parte volute forzature a cui il regista si è accostato, forse troppo facilmente, ci sono dei tagli netti nelle scelte e negli intenti dei protagonisti, che come per la violenza inusuale, non saranno così banali come si pensa, nel senso che alcune scelte spiazzeranno per gli intenti con cui vengono portati alla luce.
Ci penseranno invece alcuni colpi di scena, davvero bassi e telefonati, a contrastare con quell'idea, tratta da un fumetto, che il regista aveva scritto e che dopo anni è riuscito a portare alla luce anche grazie all'aiuto e gli sforzi produttivi della casa di produzione del buon Park Chan-Wook.
La metafora dei vagoni come gironi danteschi è buona, ma andava secondo me portata più a fondo (alla fine dei conti di vagoni ne vediamo davvero pochi, di cui alcuni, misuratissimi nel non farci vedere quasi nulla o nella loro inconsistente banalità).
La struttura che convoglia il film verso tante cose già viste, e che forse non vorremmo più vedere, è quella del viaggio dell'eroe.
Purtroppo in questo caso, si disegna un protagonista davvero troppo stereotipato e poco può fare Evans per cercare di dargli sostanza.
Il resto del cast è così perfetto in questa contaminazione e nel suo essere volutamente "universale" che alla fine non sembra nemmeno così suggestivo come voleva essere, anzi contando il poker di attori della madonna che aveva, mi è sembrata davvero una caratterizzazione poco convincente e anch'essa grondante di cose già viste.
Stiamo parlando di attori del calibro della Swinton, Song, Harris e Hurt.
Questo Curtis convince davvero poco come eroe, rivoluzionario, prescelto etc etc...
Alcune forzature in campo di facili sentimenti e una lacrimuccia che nel finale è telefonata come la chiamata di 12 ANNI SCHIAVO o AMERICAN HUSTLE agli Oscar, è davvero un colpo basso e inaspettato, che forse nessun fan del regista avrebbe voluto vedere. Mi riferisco alla scena dei superstiti dove vediamo due mabini, come segno di una nuova rinascita, lei ovviamente coreana e lui afro-americano.
Ormai è così. Spesso senti di un'idea originale, un cast davvero ottimo, un trailer furbacchione e un regista che ha dato finora solo perle. Poi però senti della produzione americana e allora a parte rari casi, purtroppo si parlerà di prodotto e non di opera. Peccato.
Tra i tre arrivati con film diversi in questi ultimi anni sul suolo americano, ne prendo in esame tre: STOKER,THE LAST STAND e SNOWPIERCER. Il migliore è il primo mentre il peggiore è proprio l'ultimo. Perchè? Perchè come dicevo una volta, da grossi poteri derivano enormi responsabilità.
Snowpiercer è uno dei tanti esempi che non supera la soglia. Come una metafora dello stesso film, sembra segnato da un destino ineffabile, in cui come in un contrappasso del cazzo, dovrà sempre girare su se stesso.
Il fatto è che quando si decide di fermalo forse è troppo tardi.


mercoledì 15 gennaio 2014

Would you rather

Titolo: Would you rather
Regia: David Guy Levy
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Iris è alla disperata ricerca di soldi. Suo fratello Raleigh, di cui si prende cura dalla morte dei genitori, è malato di leucemia e le spese per le cure sono diventate sempre più gravose. Senza lavoro e ormai senza altre soluzioni, accetta su consiglio del medico di partecipare alla versione live del videogioco Would you rather?, organizzata dal potente miliardario Shepard Lambrick. Ogni concorrente ha a disposizione pochi secondi per prendere decisioni sul da farsi per non venire eliminato ma presto, con l'accentuarsi del grado di violenza, diventa chiaro a tutti che chiunque cercherà di abbandonare il gioco prima della sua fine sarà in serio pericolo di vita.

L'America insegna che ci sono sempre degli eroi. Se sono donne ultimamente è meglio e se questa donna ha i genitori morti e il fratello malato allora la frittata è fatta.
A parte l'incipit, il lavoro di Levy è senza ombra di dubbio un thriller dalle venature splatter e un impianto che rimanda ad alcuni film dove il tema è la tortura oppure un sadico gioco tra sconosciuti. Quindi un uomo che mi offre un sacco di soldi per costringermi a fare qualcosa che io di norma non farei e un tema che seppur di una banalità incredibile, diventa invece un vaso di Pandora da cui si potrebbero far scaturire molte idee interessanti. Non che il regista e gli sceneggiatori non ne abbiano, ma soprattutto dopo il primo atto, alcuni colpi di scena sembrano telefonati con un vuoto disarmante.
La discreta dose di tensione e il soggetto che sicuramente stuzzica, vengono frenati troppo in fretta da un impianto di prove che non hanno nulla di visivamente scioccante e per di più con un finale moralista. Forse l'unica analisi riuscita è quella di Shepard che si prende gioco dei "partecipanti" e che si diverte a sgretolare la propria umanità e la propria dignità provocando con particolare piacere i partecipanti e in cui la forza del gruppo di fronte alla prospettiva del ricchissimo premio di denaro fa crollare tutte le speranze di solidarietà.

Terminal Island-L'isola dei dannati

Titolo: Terminal Island-L'isola dei dannati
Regia: Stephanie Rothman
Anno: 1974
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un prossimo futuro, il governo della California ha commutato la pena di morte - definitivamente abolita - con l'esilio perpetuo nell'isola di San Bruno. La colonia penale, conosciuta con il nome emblematico di "Terminal Island", non è sorvegliata dalla polizia poiché, da lì, un tentativo di fuga è impensabile, e i detenuti sono liberi di scegliere come organizzarsi, sia che decidano di orientarsi verso un modello di vita pacifico sia che preferiscano continuare a percorrere fino in fondo la strada della violenza. Nell'isola, inevitabilmente, regna la piú completa anarchia e il gruppo guidato dallo psicopatico Bobby Farr spadroneggia umiliando i rivali e schiavizzando le donne. L'arrivo sull'isola della giovane Carmen segna, però, l'inizio della rivolta da parte degli oppressi.

Bisogna ammettere che sono divertenti questi film del filone women in prison sottogenere dell'exploitation anni '70 in cui fondamentalmente i registi e gli sceneggiatori avevano la possibilità di creare previsioni sul futuro come in questo caso un'isola/carcere dove i prigionieri sono liberi di uccidersi e di organizzarsi come vogliono.
Dal punto di vista del soggetto è decisamente originale contando che molti anni dopo uscì un fumetto giapponese chiamato BATTLE ROYALE che per alcuni aspetti sembra riprenderne l'idea modificando però la storia e il contesto e in più cercando di allargare la denuncia sul mondo civile che espelle i problemi dandogli più una connotazione sociologica e in particolare nel film emerge tutta un'importanza legata al potere e al controllo dell'incertezza.
I personaggi sono tutti bene o male caratterizzati in modo comunque funzionale per la storia e gli obbiettivi del film e a fare da sfondo durante lo svolgimento del film ci pensano delle solide musiche beat.
La donna qui è fondamentale per la rinascita e per cambiare la dittatura che si era imposta sull'isola, una afro-americana diventa la scelta perfetta analizzando quindi diverse sotto-storie, ma anche non risparmiando una certa idea maschilista di relegarla a serva o a cortigiana.
Un film che certo và visto rapportato all'anno di uscita e quindi con tutti i limiti sugli effetti speciali e anche sembra sul budget e purtroppo le scene che soffrono di più di questo fattore sono proprio i combattimenti e le scene di lotta e contando che in un film come questo non sono certo poche si fa fatica a digerirle.