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giovedì 14 dicembre 2017

Les Affames

Titolo: Les Affames
Regia: Robin Aubert
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 4/5

Un gruppo di sopravvissuti deve affrontare un'apocalisse zombie nelle campagne del Quebec, tra boschi, prati, e case isolate.

Les Affames è l'ennesimo film di zombie che racconta l'itinerario di un gruppo di sopravvissuti.
L'idea è praticamente quanto di più comune abbiamo visto negli ultimi anni e fin qui sembrerebbe un film come un altro se non fosse che Aubert sembra essersi studiato attentamente ogni inquadratura. Il ritmo nonchè l'azione divora letteralmente i protagonisti, gli zombie e gli spettatori. Con alcune leggere tamarrate come la mattanza di Celine che senza stare a spoilerare è pura adrenalina al femminile con un finale nel bosco che provocherà qualche lacrimuccia.
Les Affames più si narra e più assume contorni e intenti sempre più interessanti in primo luogo da un'atmosfera tesa e rarefatta, in cui sembra esserci sempre uno strato di nebbia come a lasciare tutto in uno stato di sospensione. Esistenzialista, grondante sangue e con livelli di gore molto alti, ad un tratto c'è un vero e proprio geiser di sangue, il film riesce come dicevo a non sembrare ripetitivo, visto il tema, non è un caso che sia canadese dal momento che molti registi indipendenti, soprattutto nell'horror post contemporaneo vengono proprio da quei territori inesplorati e intatti.
Dicevo che l'atmosfera ma anche il senso di sconforto prevale tra tutti, i dialoghi ridotti, il passato che non emerge se non da espressioni intrise e colme di sofferenza con diversi momenti costellati da battute sferzanti e intrise da un ferocissimo humour nero.
Il film ad un tratto, dal secondo atto in avanti, prende una piega vagamente surreale con i non morti che costruiscono un vero e proprio totem che ricorda quanto di più bello scritto dal sociologo francese Durkheim sull'argomento.


Beach Rats

Titolo: Beach Rats
Regia: Eliza Hittman
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Beach Rats è la storia di Frankie, un giovane bello e alla deriva che trascorre le giornate con gli amici del quartiere, una periferia in cui domina il machismo. Il ragazzo è sessualmente confuso ma sa che la soluzione non è la condivisione bensì la mortificazione.

"Se lo fanno le donne è sexy, se lo fanno gli uomini è gay" il gesto ovviamente è quello di baciarsi...
Beach Rats è un film vibrante, minimale e molto passionale che racconta il coming out di un ragazzo in una situazione tutt'altro che semplice in un gruppo di pari che non sembra comprendere la sua scelta (che poi sarà davvero tale?)
Proprio da questo spunto il film ad un certo punto si smarca in maniera funzionale, dal secondo atto, facendo intendere un campio di prospettiva, proprio visto dagli amici (sul cyber-bullismo), che la sceneggiatura decide di non seguire concentrandosi in tutto e per tutto su Frankie.
Interessante come il regista segue assiduamente il suo protagonista senza di fatto staccarsi mai da lui ma diventandone un prolungamento tra le chat room in stanza alla scoperta di qualcosa di nuovo, alle timide ritirate con la "ragazza" dovendo dimostrare agli altri la sua scelta sessuale.
Un film che non ama e non predilige particolarmente i dialoghi preferendo i silenzi e gli sguardi assorti come a dare una spiegazione di quanto avviene.
Un tipico indie da festival, un film con tematiche queer che riesce a colpire per la sua profondità partendo dalla routine quotidiana dei ratti da spiaggia finendo per incupire sempre di più, domandandosi con delle trovate quasi pasoliniane e con uno stile secco e asciutto cosa fare della propria vita e di quanto è importante l'apparenza ai giorni nostri per i giovani.

Un film che parla di omosessualità trovando aperture nuove senza regalare nulla, senza esagerare con i sentimenti, tant'è che alcune scene riescono ad essere abbastanza crude e dotate di delicatezza, trovando a mio dire una contro tendenza su come vengono analizzati i valori e le scelte che portano il protagonista a prendersi le sue responsabilità sapendo dove lo porteranno...il futuro non sarà roseo

Firstborn

Titolo: Firstborn
Regia: Aik Karapetian
Anno: 2017
Paese: Lettonia
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 2/5

I coniugi Francis e Katrina vivono un momento di difficoltà perché non riescono ad avere figli. Un giorno vengono presi di mira da un delinquente che umilia Katrina e poi li rapina. Per smarcarsi dalle accuse della moglie, che gli rimprovera di non aver reagito, Francis si mette sulle tracce dell’assalitore e durante una colluttazione ne causa la morte. Francis riesce comunque a dimostrare la propria estraneità al fatto e per di più, poco dopo, Katrina gli annuncia di essere incinta. Qualcosa però non torna in questa apparente felicità, e ben presto un pacco anonimo lo conferma.

La tragedia di un uomo ridicolo. Firstborn si interroga o meglio interroga gli uomini su una situazione piuttosto peculiare e che tendiamo a sottovalutare: la debolezza e il sentimento di impotenza soprattutto se non riusciamo a difendere nostra moglie dall'attacco di un ragazzo più giovane.
L'anno scorso il timido Karapetian approdava al festival con il suoTHE MAN IN THE ORANGE JACKET un revenge-movie appena interessante che serviva al regista per cercare di affinare un suo stile personale. Questo suo terzo lungometraggio sembra proprio cercare di arrovellarsi ancora di più nella psicologia del suo protagonista, cominciando in maniera anche delirante a mischiare realtà, sogno e paranoie. Il problema è quando la trama comincia a non funzionare diventando macchinosa e piena di buchi. Il dato peggiore è che il film avendo pure pochissimi personaggi riesce a perderseli come lo strano tipo nel bosco che rimane lì senza un senso compiuto, il secondo tentativo di saccheggio da parte del piccolo ladruncolo stona di fatto senza aggiungere nulla a parte i dubbi.
Pur cercando di creare momenti di pathos, ritmo, lentezza e alcuni disarmanti momenti di quasi non sense (la creatura dai sei occhi rossi) le scene di sesso, il fantasma che scompare e riappare con o senza stampelle, il film deraglia precipitosamente come nella paranoia del protagonista (poteva essere interessante questa sorta di limbo in cui veniamo proiettati assieme a lui).
Purtroppo è un film che non è riuscito a darsi sostanza cercando di creare un'atmosfera rarefatta e solo in pochissimi casi funzionale allo stile che il regista ha cercato di dare al film.
Peccato perchè lo sforzo del cast non era affatto male, il protagonista ha una ghigna che lo fa sembrare realistico al punto giusto creando in più momenti un'imbarazzante empatia con lo spettatore.



Nightmare 3-I signori della notte

Titolo: Nightmare 3-I signori della notte
Regia: Chuck Russell
Anno: 1987
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Le vittime degli incubi del perfido Freddy Krueger si alleano e, in un sogno collettivo, lo sconfiggono. Terza e, forse, tra le più interessanti puntate della saga del mostro di Elm Street.

Nightmare 3- I signori della notte non è solo uno dei capitoli più riusciti e memorabili della saga, ma anche uno tra i più violenti, mettendo tutti d'accordo su una scrittura mai così viva e ricca di spunti e sorprese da ampliare nell'arco narrativo.
A partire dall'istituto psichiatrico, le istituzioni, la religione e quindi la suora (forse in alcune scene ancora più terrificante di Freddy), la storia e il passato di Krueger per finire nella solita mattanza finale che non esclude niente e nessuno.
Uno degli elementi più riusciti del film è sicuramente l'atmosfera e il ritmo sempre incessante senza contare la sperimentazione e i passi raggiunti con gli effetti speciali artigianali e di una maestosità incredibile come la scena del televisore, all'interno dell'istituto dove Freddy si traveste prendendo forma in ogni dove e il dubbio se quella che vediamo è realtà o sogno.
L'idea alla base del film, l'assunto, continua a rimanere un vulcano prezioso di idee dove Russel e Darabont (regia e scrittura assieme a Craven) sembrano divertirsi un sacco e danno prova di mettere su uno spettacolo, un luna park di sorprese e sangue, nonchè di orrori e di incubi davvero originale e che pone la saga per quello che è ovvero una delle idee e saghe piùimportanti dell'horror di sempre.



Bamy

Titolo: Bamy
Regia: Jun Tanaka
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 2/5

È da tempo che Ryoa vede con i propri occhi degli oscuri fantasmi: sul posto di lavoro, nelle stanze della propria casa, alle spalle della sua preoccupata ragazza. Fumiko, compagna del giovane Ryota e presto sua sposa, non riesce a comprendere l’atteggiamento distratto di quell’inquieto fidanzato, sempre con la mente volta da un’altra parte e in grado di discolparsi solamente attraverso incomprensibili scuse. Le cose per il ragazzo sembrano però cambiare grazie all’incontro con Sea Kiruma, anche lei afflitta dall’incomprensibile sciagura legata ai fantasmi e per questo occasione per Ryota di sentirsi meno incompreso. Ma i rapporti tendono ad essere fragili, e un destino superiore sembra intento a disegnare per il protagonista percorsi differenti.

L'immagine che più mi è rimasta impressa di questo film è quella d'apertura.
Per un attimo ho avuto le vertigini sperando di trovarmi di fronte a qualcosa di nuovo, un autore che nei suoi silenzi sapesse comunicare meglio di molti altri registi mischiando thriller, dramma psicologico e j-horror. Così non è stato.
Saliamo su un ascensore che sembra arrivare fino in cima al cielo. Qui sale una persona e poi l'ascensore scende e il film è un po tutto così.
A parte questo breve intro, il film del regista nipponico e alquanto strano o meglio singolare nel girare su se stesso con queste visioni che non fanno neppure paura ma anzi sembrano una sorta di strana convivenza tra fantasma e protagonista per non si sa quale strana ragione.
Ad un certo punto i personaggi attorno a lui e la ragazza cominciano a preoccuparsi...ed era ora forse...è così anche il pubblico che sembra assolutamente distante da questo film indipendente e senza degli intenti precisi o degli obbiettivi che possano risultare almeno interessanti comincia a chiedersi se non sia tutto un sogno del regista ma il piano metacinematografico qui non c'entra proprio nulla (purtroppo).
Qui predomina il vuoto in una sorta di film personale, un esercizio di stile, anche se la tecnica (ottimi alcuni movimenti di macchina) sembrano in alcuni casi amatoriali.

L'ascensore iniziale non sembra salire da nessuna parte. Ombrelli che volano da soli, poteri sovrannaturali che avvengono senza nessun motivo, la capacità di vedere i fantasmi che rischia di diventare quasi tragicomica o trash come in alcune scene (quelle sul posto di lavoro per cui Ryoa si rifiuta di salire sui container perchè lì seduto c'è il fantasma che lo fissa). Con pochissimi soldi, circa seimila euro, Tanaka ha voluto realizzare questo film molto personale, troppo forse, sul legame fra amanti predestinati in un percorso lento e noioso che non rimarrà impresso a nessuno.

Beau soleil interieur

Titolo: Beau soleil interieur
Regia: Claire Denis
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Artista parigina insicura dei propri mezzi ma di indubbio fascino, Isabelle, divorziata, è alla ricerca dell'amore che finalmente potrebbe assicurarle una vita rassicurante.

L'ennesimo film della Denis si avvale di un'altra sacerdotessa del cinema francese dopo la Huppert.
Juliette Binoche appare sempre più affascinante ed elegante col passare del tempo che per lei sembra essersi fermato e il pubblico non può che trarne gioia.
Il cinema della Denis tratto da un racconto "Frammenti di un discorso amoroso" di Roland Barthes è un film ricco di sfumature che potrebbe non finire mai addentrandosi in quelle lande scoperte e infinite dei rapporti di coppia, problematiche sentimentali indagate già in tanto cinema francese che riescono per qualche strana ragione a riuscire ad assorbire il pubblico pur trattando temi e scene di vita cui è facile assistere nel quotidiano.
Ci sono alcuni momenti che per qualche strana ragione mi sono rimasti impressi come l'insistenza finale del monologo di Depardieu, la scena di sesso della protagonista con l'ex marito e il "dito", eppure quel tormento e quella inadattabilità a qualcosa di continuativo e stabile sembra essere da un lato il punto fermo degli intenti del film ma anche il suo punto debole dal momento che ad un tratto pur avendo Isabelle come punto di riferimento, ilpersonaggio tende aad essere come la macchina sfuggevole, come lo schema corale che in alcuni casi si impossessa della pellicola passando in una rapida galleria di personaggi, amanti, ex, giovani intelettuali spensierati e infine quella strana voglia di ricominciare tutto da capo.

Alla fine Isabelle sconta da sola le sue pene, paga con il sesso e attrverso i corpi trasmettendo vibrazioni positive ma anche ansie e una fragilità mai così moderna come capita in questa società liquida.

sabato 9 dicembre 2017

Crescent

Titolo: Crescent
Regia: Seth A.Smith
Anno: 2017
Paese: Canada
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Una casa grigia si erge isolata su una costa. Una donna sola e devastata dal dolore vi si è rifugiata con il suo bambino di due anni. Dipinge, cura il bambino, passeggia in riva al mare. Di notte, dall'acqua emergono figure minacciose che la chiamano. Incubi o fantasmi concreti di un passato non sepolto. Sospeso tra surrealismo lynchiano e orrore psicologico, un racconto tormentoso sulla fatica di vivere.

Quando sento che figure minacciose emergono dall'acqua penso all'orrore cosmico, ai fomori, Oannes oppure al bellissimo film di qualche anno fa al Tff e sempre nella sezione After Hours EVOLUTION.
Crescent è un film d'atmosfera e di colori che si mischiano l'uno con l'altro per creare quelle contaminazioni che la protagonista cerca di portare avanti, in particolare la tecnica della marmorizzazione, tecnica di arte vista che ben si presta per sottolineare gli stati di sospensione spiritica dei protagonisti.
Una pausa. Un momento di riflessione per se stessi e per starsene in pace e tranquillità con il piccolo nascituro a poche ore dal funerale del marito/padre.
Ci sono luoghi però che richiamano il passato e soprattutto i fantasmi che esso provoca e in tutto ciò l'acqua, un certo tipo energia rilasciata dall'oceano, può ridare enfasi e vita a chi non c'è l'ha.
In tutto questo Beth cerca di dare una spiegazione ad alcuni strani e anomali eventi soprattutto di notte che la portano a diventare paranoica, sonnambula e mettere da parte il piccolo Lowen in quella che a tutti gli effetti risulta come un "limbo" che rischia di imprigionare le anime perse in attesa di raggiungere un luogo definitivo.
Proprio quando ci avvicinamo all'orrore che è però più legato all'inquietudine di aver paura che il bambino possa farsi del male da solo rispetto a Beth e alla ricostruzione di un passato/presente che si miscelano. Una contaminazione che proprio come i colori, trova in questa tecnica pittorica suggestiva che richiama tanto la video arte con alcuni eccessi di cura estetica davvero impressionanti oppure di questi strani ospiti tra cui una sorta di guardiano con una ghigna e una trasformazione finale funzionale e che richiama le creature degli abissi per non parlare dell'uomo pitturato o dell'uomo paguro.
Un film disturbante, minimale, che ripeto fa dei suoni e dell'atmosfera il suo punto di forza, rimanendo derivativo quando cerca di spiegare troppo o di svelare tutti coloro che emergono dall'acqua per una sorta di sacrificio finale.



Outlaw and Angels

Titolo: Outlaw and Angels
Regia: J.T.Mollner
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Con un famigerato cacciatore di taglie sulle loro tracce, una banda di fuorilegge dal sangue freddo invade la casa di una famiglia di frontiera apparentemente tranquilla. La situazione diventa un gioco, precisamente quello del gatto e del topo, che porta alla seduzione, inversione di ruolo e, in ultima analisi, a una sanguinosa vendetta.

Feroce, cattivo senza nessuna redenzione per nessuno. Solo è unicamente vendetta e carneficina.
La trama di Outlaw and Angels da principio potrebbe sembrare telefonata e senza guizzi di sceneggiatura che ne decretino un plot originale o quantomeno interessante. Il soggetto in questo caso pur avendo degli scompensi per quanto riguarda il ritmo e la scrittura è l'elemento migliore e mi ha ricordato in diversi momenti BONE TOMAHAWK ma anche BONNIE AND CLYDE per come si costruisce il rapporto tra la protagonista e il capo dei banditi.
Molte location esterne ma una casa appunto per l'home invasion dove all'interno si dipanerà una struttura contorta che si appoggia quasi tutto sul dramma familiare e con un colpo di scena che arriva dritto dritto come un pugno allo stomaco.
Diciamo pure che il sottotesto potrebbe essere che non c'è mai un limite alle azioni criminali e gli orrori che possono scaturire tra le mura domestiche. A volte quello che si scopre fa più male di qualsiasi criminale o sconosciuto che bussa alla nostra porta.
Ancora western ma di nuovo con tantissimo sangue, sparatorie efferate, sgozzamenti, un livello di violenza che non mi aspettavo e soprattutto un lavoro sugli attori che cerca di non essere mai banale scavando a fondo e caratterizzando quasi tutti a dovere inserendo infine dei buoni colpi di scena.
Mollner non si fa davvero mancare nulla e il cambio che avviene all'interno della dimora dove vanno a rifugiarsi i criminali e un alternarsi di cambi di registri narrativi e con momenti gore e grotteschi uno dopo l'altro senza badare a danno di chi è la tortura se uomo o donna o in questo caso padre, madre o sorella che sia. L'importante è che tutti paghino per i peccati commessi.






Kuso

Titolo: Kuso
Regia: Flying Lotus
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Flying Lotus, musicista e rapper californiano, debutta con un film che non mancherà di far scalpore. In una Los Angeles post-Big One, seguiamo le vite parallele di alcuni sopravvissuti, tra insetti giganteschi e da incubo, decomposizioni organiche, ossessioni scatologiche, mutilazioni genitali. Un body horror ossessionato dalla pop art, che cita, ingloba, digerisce ed espelle il cinema di Cronenberg, Tsukamoto, Korine, Švankmajer, i Quay Brothers.

Notte horror al Torino Film Festival.
Quello che avviene in Kuso si può riassumere più o meno così: Los Angeles. Una ragazza afroamericana strozza il proprio fidanzato ricoperto di pustole e poi gli spalma lo sperma sul viso. Un uomo deforme affetto da una grave patologia gastrointestinale viene umiliato a scuola, scappa e incontra una creatura boschiva composta da un ano e una lingua. La nutre con le proprie feci, facendole crescere una testa. Una bionda con dermatite seborroica scopre di essere incinta, ma i suoi due amici a forma di televisori pelosi le strappano il feto (e se lo fumano). Una donna orientale striscia in una fogna cibandosi di insetti quando viene risucchiata in un universo psichedelico. Il dottor George Clinton alias il cantante dei Funkadelic defeca una scolopendra grande come un’astice su un paziente del suo studio medico. Tutto ciò è la conseguenza di un terremoto che si è abbattuto sulla California, a quanto pare.
Kuso sin dalle prime inquadrature e dall'orrore (anche se è più lo schifo che genera) mi ha ricordato un altro film malato agli stessi livelli se non di più ovvero WHERE THE DEAD GO TO DIE.
Di nuovo un artista come nel film sopracitato che si interessa alla settima arte con un susseguirsi di scene, gag, vignette, tutte molto sinistre e macabre finalizzate a dare peso e consistenza a tutto lo schifo e lo squallore che cerchiamo di non vedere. Mascheroni, tute, make-up esageratissimo, scene raccapriccianti e grottesche con guizzi gore e una visceralità di fondo che da quell'inquietudine finale ad un film strano, complesso, singolare, sperimentale, scomodo e politicamente scorretto, ma più di tutto fine a se stesso, un esercizio di stile autocelebrativo come nuovo maniaco della psiche.
Un film per pochi disegnato da chi non vuole piacere alla massa (direi che su questo non c'è bisogno di stare a dilungarsi) sapendo bene di rischiare di essere mal interpretato soprattutto nel senso e negli intenti con si muovono alcuni personaggi e nella fattispecie alcuni intenti.
Kuso è un contenitore di immagini estremamente sgradevoli”, una schifezza che striscia nei liquami più infetti e purulenti e gratta tutto il marcio peggiore che si possa trovare.

Al Sundance il pubblico è scappato via...

Worthy

Titolo: Worthy
Regia: Ali F.Mostafa
Anno: 2016
Paese: Emirati Arabi Uniti
Giudizio: 3/5

In un futuro distopico, un camionista raccoglie un autostoppista che, con il volto segnato dall'angoscia, lo invita a guardarsi bene dalle Bandiere nere prima di allontanarsi. Il conducente è Shuaib, un uomo che vive in un magazzino con i figli e con un piccolo gruppo di sopravvissuti in cerca di rifugio con l'unica fonte d'acqua pulita rimasta in zona. Quando due sconosciuti si infiltrano nel composto, Shuaib e gli altri diventano le pedine di un brutale test per la sopravvivenza, in cui solo uno di loro può essere scelto come "degno" e continuare a vivere.

La novià più interessante non è il sotto genere post-apocalittico ma la provenienza ovvero gli Emirati Arabi e quindi geopoliticamente il Medio Oriente con uno sguardo verso l'horror che negli ultimi anni sta producendo diverse pellicole con risultati abbastanza altalenanti.
The Worthy è uno di questi. Altalenante.
Mostafa predilige le regole più comuni del sotto genere con un low-budget dove tutto è concentrato in un'unica location e dove solo nella scena iniziale vediamo una strada e ascoltiamo il racconto del pater familias.
C'è una comunità di sopravvissuti, tutto è basato sulla paura e sulla sopravvivenza e fuori c'è un epidemia dal momento che e "Bandiere Nere" hanno avvelenato l'acqua.
Ovviamente la storia comincia ad ingranare quando arrivano gli ultimi sopravvissuti...
Al di là del reparto tecnico che cerca di mettercela tutta con una buona messa in scena e una fotografia funzionale, il cast cerca di fare il possibile dando delle interrpetazioni dignitose con alcuni alti e bassi e con fuoriclasse come Ali Sulliman anche qui dopo ZINZANA in una ruolo ad hoc per lui.
Il film secondo me perde parte dell'atmosfera e dei toni da thriller quando esagera nel voler diventare una sorta di mattanza con il solito pazzo che decide di mettere a ferro e fuoco il resto dei sopravvissuti. Ci sono ovviamente i retroscena legati tra le faide dei vari componenti interni e quando viene a mancare il leader tutto diventa confuso e con diatribe che aspettavano solo di venir accese.
In più la grande metafora su come queste non meglio precisate "Bandiere Nere" potrebbero essere una sorta di Isis che dove passa lascia miseria e morte, se così è stata voluta è un po troppo abbozzata senza risultare graffiante come avrebbe voluto.

Un film che soprattutto in termini di scrittura avrebbe potuto osare molto di più ma rimane comunque una novità sul tema da parte di una regione del mondo che non è proprio avvezza al genere.

Daphne

Titolo: Daphne
Regia: Peter Mackie Burns
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 3/5

Daphne ha capelli rossi e anni ardenti che spende facendo sesso con gli sconosciuti e bevendo troppo, di tutto. Una notte, durante una rapina in un drugstore, assiste all'aggressione di un uomo che soccorre e poi archivia come i bicchieri e gli amanti occasionali. Fatta la deposizione in centrale, una poliziotta la informa che ha diritto all'assistenza psicologica. Daphne ci pensa su e poi decide di incontrare un terapista. Ma rielaborare i traumi non fa per lei, il matto è lui e se ne va. Fuori, in giro a tirare coca, a insultare i colleghi, a respingere la madre, Joe che la ama e David che vorrebbe solo conoscerla.

Daphne è una lezione di cinema furbetta e che sembra non andare in nessun dove all'apparenza.
Un film che sottolinea la monotonia, la quotidianità del voler rimanere come si è perchè tanto è così che vanno le cose. Sotto un'apparente superficialità e mondanità, la protagonista in realtà è più sensibile e profonda di quanto non sembri e i suoi gesti e le sue espressioni danno conferma durante l'arco della narrazione.
Rapporti superficiali, il sesso al posto dell'amore, il sogno di non poter o non voler mai avere una relazione stabile, una mamma che sembra lo specchio della figlia e una fatica a prendersi le proprie responsabiluità scappando appena di fronte si trova uno specchio come le sedute dallo psicologo.
Infine per equilibrare tutto e mettere a tacere i demoni personali, l'alcool, vero farmaco capace di sedare ogni male interiore all'apparenza, diventa la soluzione al problema.
Per 90' è tutto così passando dalla tavola calda (il lavoro) al pub (incontri occasionali) lo studio (psicologo) la casa (la mamma come amica/vicina) poi l'incidente scatenante (l'accoltellamento) e infine il cambiamento (il buttafuori).
Alcune scelte che potrebbero essere intellettualmente stimolanti come la lettura di Slavoj Žižek appaiono abbastanza slegate e lasciate al caso dal momento che vediamo la protagonista leggere il libro dello psicoanalista sloveno nel letto mentre ride e citarlo con un amico che non riesce a pronunciarne bene il nome (mi aspettavo un'analisi maggiore).
In tutto questo come dicevo prima la sbronza colossale in pieno giorno e l'espressione corrucciata come di chi è cresciuta prima degli altri sono gli immacabili effetti che non possono mancare a dare tono e risalto alla commedia.
Il regista quando ha presentato il film in concorso al Torino Film Festival a parte essere molto giovane è parso molto divertito. Quello che è riuscito a descrivere e raccontare meglio è proprio la situazione di post-contemporaneità in cui vive Daphne ovvero "tempi di crisi economica, dove le personalità si sfrangiano, rasentano l’instabilità, vivendo così intensamente e allo stesso frammentati da affezionarsi a un modello-non modello di vita in cui tutto è fra parentesi, rinviabile, rivalutabile, soggetto ad accettazione e successiva, rapida fuga". In questo forse un regista appunto giovane ha trovato il modo più alla mano per descrivere una tappa dell'età che ci vede protagonisti e con il bisogno di comunicare a nostro modo le mille difficoltà quotidiane.

Ecco Daphne in questo, anche se frammentato, sembra esserci riuscito.

venerdì 8 dicembre 2017

Tokyo Vampire Hotel

Titolo: Tokyo Vampire Hotel
Regia: Sion Sono
Anno: 2017
Paese: Giappone
Festival: 35° Torino Film Festival
Serie: 1
Episodi: 9
Giudizio: 3/5

Tokyo, 2021. Manami vorrebbe festeggiare il suo compleanno, ma la celebrazione si trasforma in una carneficina. Quel che Manami non sa è che è l'unica sopravvissuta a recare in corpo sangue dei discendenti di Dracula, estromessi dal mondo secoli prima da un'altra casata di vampiri rumeni

L'incipit della serie tv di Siono sui vampiri voluta e prodotta ad alto budget da Amazon prime Giappone risulta un compendio di svariate tematiche del regista nipponico che ovviamente vanno sempre nelle direzioni preferite dal divario tra nuove e vecchie generazioni, alla religione vista attraverso le sue diverse forme e strutture, l'identità di genere femminile, la mattanza finale e l'esagerazione gore nonchè il mondo yakuza sminuito o esageratamente pompato (al pari del cinema di Miike Takashi).
In 142' Sono prova, senza riuscirci sempre, ad omaggiare i signori delle tenebre contando che nel sollevante non sono mai andati così di moda. Dopo un recente passaggio in Romania, l'outsider ha voluto intraprendere questa ennesima sfida vincendola anche se con immancabili esagerazioni e dilungamenti nella trama che sanciscono alcuni limiti soprattutto di trama.
L'incipit è un surplus di citazioni da i J-Horror a Cronemberg a piene mani (BROOD su tutti).
Unire dunque vampiri orientali e rumeni dalla sua ha sicuramente decretato alcune scelte di fatto funzionali che hanno contribuito a rendere ancora più suggestivo il casting ma in alcuni momenti mostra le sue perle derivative soprattutto nel finale che sembra esageratamente tirato via per chiudere una mattanza che sembrava non aver fine (i vampiri non muoiono facilmente soprattutto quando gli scarichi addosso una scarica di pallottole...) e ad un certo punto liberata la vera anima della protagonista, l'unica soprtavvissuta, il film diventa exploitation puro al cento per cento.
Ancora una volta protagoniste sono loro, il genere femminile a 360°.
Le sexy teenager sono ancora una volta al centro dell'inquadratura: tartassate, desiderate, a(r)mate, mutilate, vilipese e ricoperte di sangue.
Dovevano dargli più tempo. Sono come dicevo in questa fruizione spensierata non riese purtroppo a caratterizzare molto bene i personaggi (la protagonista ad un certo punto sembra soppiantata dal suo mentore K intenta a dividersi tra i discendenti di Dracula e le origini degli Yamada del clan Corvin).
Rimane come sempre un’idea visiva molto nipponica che l'autore e la sua politica non ammette tagli e censure esagerando e mostrando tutto senza problemi e senza badare alla censura con fusioni di mitologie e look diversi , mostrando lotte di vampiri di diverse dinastie è uno scontro senza senso, che trae la sua vitalità proprio dall’esibizione della morte e dal suo annullamento (si muore e si ritorna senza troppi problemi).
TVH segna la quarantottesima regia di Sion Sono in soli trent'anni in un twist che non accenna ad esaurire la vena artistica e grandguignolesca del regista che tra massacri seriali, decapitazioni, sgozzamenti, sventramenti, amputazioni e fiumi di sangue, sembra continuare a divertirsi molto e a fare ovviamente di testa sua mischiando carte, regole clan di vampiri e clan di yakuza vampirizzati.

Ancora una volta quando ci si trova di fronte ad esperimenti simili, la sospensione d'incredulità deve andare a farsi fottere, spegnendo il cervello ma nemmeno così tanto come mi aspettavo dal momento che la metaforona politica non è affatto male come quella della Dieta e di un certo governo e politica giapponese fine a se stessa e ad auto sostenersi che è la prima ad essere odiata dai signori della notte.

Aknyeo-The Villainess

Titolo: Aknyeo-The Villainess
Regia: Jung Byung-Gil
Anno: 2017
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Sook-Hee è una killer. Cresciuta e addestrata in Yanbian, in Cina, nasconde la sua vera identità e parte per la Corea. Lì sogna di avere un tipo di vita diverso, ma viene in contatto con due uomini misteriosi: Joong-Sang e Hyun-Soo.

Aknyeo aka The Villainess è sicuramente uno dei film d'azione coreani virato tutto al femminile destinato a far parlare di sè. Una bomba in tutti i sensi. Ovviamente senza uno straccio di distribuione qui da noi, il film è un vortice di combattimenti e sparatorie da far sembrare OLD BOY o LADY VENDETTA e HARDCORE, quello russo, delle commediole (i rimandi a questi due film sono impossibili da non fare) nonchè una certa estetica compositiva che sembra rimandare a Bong Joon-ho oltre che il pluricitato KILL BILL per quanto concerne la scelta della sposa, momenti che ricordano LADY SNOWBLOOD e l'estetica videoludica che mi ha ricordato tanto JIAKPAE.
Senza contare alcuni rimandi ad un certo cinema orientale più estremo dal genere Dnotomista o al cinema nipponico di Mitsutake e parlo ovviamente di GUN WOMAN.
Interessante, adrenalinico e se vogliamo anche abbastanza esagerato con queste musiche sparate al massimo e alcuni mirabolanti azioni e delle coreografie sempre più impressionanti, The Villainess, uno dei due attesissimo film a Cannes mostra però come spesso accade in questi film una trama derivativa come a ribadire per l'ennesima volta di come non servano plot narrativi per il cinema d'azione. Il regista in questo caso spinge al massimo nel primo atto, sparpaglia il più possibile flashback per tutto il secondo atto e infine nel terzo raccoglie ciò che ha seminato ovvero caos.
La sequenza iniziale first-person shooter è fatta così bene da meritarsi il top nelle classifiche di sparatorie degli ultimi anni, nemici a pioggia, iper-violenza, splatter e un ritmo davvero inesauribile come la vendetta che ancora una volta assale la protagonista.
C'è da dire però che forse i coreani più di tutti o tra i maggiori attualmente sono in grado di

mischiare eleganza estetica e intrattenimento mainstream in maniera mai troppo scontata e grossolana riuscendo a convivere reciprocamente senza fare a botte e regalando momenti di puro cinema d'intrattenimento e non solo.

They

Titolo: They
Regia: Anahita Ghazvinizadeh
Anno: 2017
Paese: Usa
Festival: 35° Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

J. è un adolescente che non sa decidersi riguardo alla propria identità sessuale e, per questo, prende degli ormoni che ritardano la pubertà, sperando di trovare una risposta nel mentre. Una telefonata del medico che lo/a segue, però, segnala la necessità di interrompere la cura, per via di un valore delle ossa che può farsi pericoloso: a J. non restano che un paio di giorni per decidere di sé. Intanto i genitori sono fuori casa e con lui/lei (in famiglia si è scelto di adottare un neutrale "loro") c'è la sorella maggiore, di passaggio con il suo futuro marito.

Il primo lungometraggio della regista iraniana ha diversi elementi di interesse parlando di identità di genere raccontando una storia piuttosto complessa.
La prima riflessione è sicuramente legata ad aver trattato una tematica che negli ultimi anni sta uscendo sempre di più, superando ormai quei tabù che fino a qualche anno fa avevano una certa timidezzae paura del pregiudizio per parlare di tematiche così nuove e "scomode".
Senza mai di fatto mostrare il problema reale in sè, la regista non fa dell'identità di genere una questione sociale ma solo e soltanto una scelta personale, intima, privata monitorandola dall'esterno in uno schema corale abbastanza riuscito ( e parlo ovviamente della sorella maggiore e il compagno iraniano). Un film lento e suggestivo, con tanti colori e fiori che sembrano alternare le giornate di J. nella serra, giornate assorte nei suoi pensieri, sicura, matura e decisa a portare avanti la sua causa senza mai scoraggiarsi. Funzionale l'attrice che comunica la sua scelta e allo stesso tempo risulta così strana e incomunicabile esprimendo tutto con uno sguardo.
L'unico punto se vogliamo debole è la delicatezza che va a pari passo con una regia minimale e patinata, una scelta che rallenta il ritmo del film in più parti lasciando ai gesti e agli sguardi le risposte alle tante e complesse domande di chi gravita attorno alla protagonista.
Lasciando diversi personaggi silenziosi, taciturni, i dialoghi cercano comunque di ironizzare almeno quando passiamo nelle scene con la sorella e il compagno che sembrano tra gli unici in grado di ironizzare ed empatizzare con la scelta di J.
Interessante l'ambiente sociale, i pari della ragazzina, che leggono positivamentente l'obbiettivo della loro compagna senza nessun pregiudizio ma anzi avendone pieno rispetto, questo come a lasciar intendere che spesso i ragazzini sono neutrali senza aver ancora l'ombra di quei pregiudizi trasmessi dagli adulti.
La sceneggiatura ad un certo punto non è più narrativa ma mostra vetrine diverse dove predomina soprattutto nel secondo atto la coralità della gente in transito dei parenti, tra identità e appartenenze culturali diverse.
Un film che posa molti aspetti personali della regista assieme ad un tema forte e un viaggio di formazione di una protagonista giovane e concentratissima.
Forse l'elemento più confuso al di là degli obbiettivi dei co-protagonisti può essere legato alle scelte etiche che portano una dodicenne ad assumenere farmaci che ne impediscono la maturazione sessuale e il film in questo risparmia un'analisi accurata per lasciare invece spazio alla mimica e alle espressioni di stupore e rammarico di J.






Al massimo ribasso

Titolo: Al massimo ribasso
Regia: Riccardo Jacopino
Anno: 2017
Paese: Italia
Festival: 35° Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Uno spregiudicato quarantenne vive garantendo l'assegnazione delle aste alla malavita. Non si sa come, ma conosce sempre l'offerta più bassa, il che inquina il mercato e manda in rovina cooperative e piccoli imprenditori. Ma un giorno si trova di fronte alla questione, squisitamente etica, della scelta. Cinema civile, coraggiosamente prodotto da una cooperativa sociale torinese, con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte.

Al massimo ribasso è il secondo lungometrgio prodotto dalla cooperativa Arcobaleno di Torino con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte e Rai Cinema dopo l'indie e l'esordio di 40 %.
Un noir o meglio un fanta-noire con un piede nella critica alle gare d'appalto truccate e con una realisticità che abbraccia il cinema d'autore e una sotto-storia che strizza l'occhio al cinema di genere senza però renderlo esageratamente inverosimile ma dotandolo di una metafora di fondo importante.
Il risultato del secondo film di Jacopino è per certi versi bizzarro. Di sicuro a livello tecnico il film vanta un salto di qualità in avanti notevole per quanto concerne la messa in scena, la fotografia, il montaggio e la post produzione. Anche per quanto concerne il cast il film ha voluto puntare su volti leggermente più noti anche se sempre presi dall'hinterland dell'indie torinese.
Eppure se da un lato 40 % aveva quella vena e quel taglio così indipendente e quasi "amatoriale" vinceva sicuramente sotto il punto di vista empatico, elemento che questo film sembra dimenticare pur appartenendo e rispettando le regole del noire che di fatto non abbracciano appieno sentimenti ed emozioni per rendere quel taglio più cupo e freddo.
In fondo sono scelte e così anche i raccoglitori della Cartesio vengono sostituiti con attori improvvisati o figuranti che seppur in gamba (ma non tutti di certo) non lasciano quelle emozioni e quel senso di realisticità e amatorialità che hanno saputo rendere al meglio mostrando tutte le loro fragilità in momenti di cinema popolare molto forte e toccante.
Al massimo ribasso è la condizione o meglio la metafora che per chi lavora come il sottoscritto e tanti altri all'interno delle cooperative, scoprendo di giorno in giorno quanto queste realtà spesso rischino di venir sostituite da società senza più avere quello spirito umano con cui è nata l'idea stessa di cooperativa.
Arcobaleno-Segnali di senso aggiunge un'altra tacca al panorama del cinema indipendente italiano, dimostrando coraggio, mettendosi in gioco con un film forte, duro nel suo voler essere politico e di genere, vincendo sicuramente alcune sfide come ad esempio una maturità tecnica, perdendo però quella semplicità e armonia che ha fatto diventare 40% una piccola chicca dell'indie italiano tutto virato al sociale.


Cured

Titolo: Cured
Regia: David Freyne
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Festival: 35°Torino Film Festival
Giudizio: 3/5

Molti umani si sono trasformati in creature simili a zombie. Una cura c'è ma gli infettati dovranno essere isolati da tutto e da tutti.

Nella sezione After Hours continuano come ogni anno le sorprese e le delusioni.
Quest'anno riaffiorano alcuni film a tematica zombie con quest'opera prima che è una bella via di mezzo. A differenza del film francese LES AFFAMES, piccolo vero gioiellino pur non dicendo nulla di nuovo, The Cured, irlandese, cerca invece di aggiungere nuovo materiale in termini di soluzioni all'epidemia e ad un messaggio politico nemmeno tanto velato.
In questo caso, come in altri film, viene trovata una cura al virus che ha trasformato parte della popolazione in zombi, in cui il 75% delle persone colpite è stato guarito dal virus mortale denominato Maze, lasciando però il 25% ancora infetto, una fascia di cosiddetti “resistenti”, che, cioè, non reagiscono alla cura come gli altri e vengono rinchiusi in ospedale, in attesa di un’altra terapia.
Da qui in avanti le reazioni verso gli individui all'interno della società sono diversi per chi sta cercando di rifarsi una vita, alle persecuzioni che vedono questi individui marchiati ormai come capri espiatori e vittime sacrificali perfette in una società sempre più paurosa e xenofoba.
Come poter perdonare e accettare qualcuno che nonostante la cura si è macchiato di assassini brutali e in alcuni casi arrivando a cibarsi di bambini molto piccoli. Inoltre l'aspetto peggiore (ma direi quello più interessante) è quello legato ai ricordi, dal momento che gli ex infetti conservano i ricordi delle carneficine commesse, con relativi disturbi post-traumatici. Proprio questo elemento nella buona e nella cattiva sorte non sempre riesce a dare la giusta dose di empatia in particolare legata alla sofferenza del co protagonista e i dialoghi con Ellen Page a capo dei non infetti.
La messa in scena di Freyne è dura e non lesina sul sangue, sull'elemento gore, su una fotografia freddissima e glaciale e dialoghi tagliati con l'accetta senza nessuna traccia di salvezza ma forse solo di redenzione.

Un'opera indipendente e solida che seppur non entra nella cerchia dei film memorabili sugli zombie, rispetto alla stragrande maggioranza dei film in circolazione, propinando sempre lo stesso assetto, questo the Cured ha diversi elementi maturi e politici per cercare di fare nel suo piccolo la differenza.

martedì 5 dicembre 2017

Limina

Titolo: Limina
Regia: Joshua M. Ferguson
Anno: 2016
Paese: Canada
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un* ragazz* gender-fluid di nome Alessandra che, guidat* da innocenza e intuizione, è curios*
della vita degli abitanti di una piccola città pittoresca che decidono di giocare un ruolo attivo nel
processo di lutto di una donna sconosciuta.

I canadesi come sempre sanno distinguersi per come affrontano alcune tematiche.
Limina, in concorso anch'esso, è notevole quanto estremamente particolare soprattutto per cercare di analizzare il punto focale del corto di '15. Una chiesa, una bambina gender straordinaria e sempre sorridente e il suo compito che metaforicamente potrebbe essere quello di custodire una candela che deve rimanere sempre accesa.

Con una fotografia tutta virata tutta verso il rosso e l'arancione e i colori accesi e autunnali, Alessandra scoprirà presto di avere uno scopo e un ruolo aiutando una donna che soffre a superare le difficoltà diventandone amica e facendosi custode dei suoi segreti.

Lily

Titolo: Lily
Regia: Shron Cronin
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Il film racconta la storia di Lily, una giovane donna con un segreto. Con il suo migliore amico,
Simon fieramente leale e fiammeggiante, navigava sulle acque tradizionali della vita scolastica.
Quando un malinteso con la bella e popolare Violet conduce ad un attacco vizioso, Lily si trova di
fronte alla sfida più grande della sua giovane vita.

Un altro cortomettraggio a tematica queer. Una giovane ragazzina alla scoperta della sua sessualità in compagnia dell'amico Simon che sembra essere uscito da MISTERYOUS SKIN di Gregg Araki cercheranno di tenere duro e di non mascherare le loro scelte.
E'devo dire che alcune formule visive e la scelta di sistemare la camera piuttosto che la fotografia ricordano vagamente l'outsider americano.
Il corto è una bomba con un ritmo incredibile nei suoi '21 e con delle facce che riescono a raccontarsi stampandosi in maniera indelebile. Succedono tante cose in questo corto.
Bullismo, ferite da taglio autoinflitte, un nucleo che non sembra capire le difficoltà della figlia, l'amico diverso come il salvatore e l'amica dell'amico che deve aiutare tutte coloro che vengono perseguitate a causa della loro "diversità". In più è interessante notare come anche le antagoniste subiscano una specie di trasformazione e il finale contando che vengono chiamate in causa anche le istituzioni (la scuola) e il corpo docenti, sembra ribadire che alcune questioni tra adolescenti vanno risolte proprio secondo i loro codici e le loro regole e in cui gli adulti a volte proprio non servono.


Shala

Titolo: Shala
Regia: Joao Inacio
Anno: 2017
Paese: Brasile
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

La delicata storia di Shala che in orfanotrofio che non rinuncia alla propria identità per
conquistare potenziali genitori adottivi.

Shala è un corto tenero quanto drammatico sui bambini che vengono dati in adozione.
In questo caso la vicenda si sposta in Amazzonia dove Pedro, il giovane protagonista, riceve una bambola da un'amica che presto dovrà lasciarlo. Proprio l'amica assieme alla responsabile dell'orfanotrofio cercheranno di cambiare Pedro affinchè risulti funzionale e adatto da parte delle coppie di genitori benestanti che fanno visita ai ragazzi.
Molto interessante lo stile di ripresa con queste carrellate su questi bambini tutti puliti e sorridenti per cercare di trovare un eden diverso e consolatorio.
Shala, il nome della bambola, è funzionale perchè potrebbe essere anche il nome del piccolo protagonista che nasconde un impeto di rabbia nel momento in cui gli si chiede di dimostrare di essere un bambino maschio. Bellissimo e intenso, con un cast misurato, bambini straordinari e una regia attenta e colta nel saper individuare tutti gli elementi necessari della vicenda in soli '11.





Goonga Pehelwan

Titolo: Goonga Pehelwan
Regia: Vivek Chaudhary and Prateek Gupta
Anno: 2013
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un documentario che segue l’atleta sordo più bravo dell’India sulla sua improbabile ricerca per raggiungere le Olimpiadi di Rio 2016 e diventa il secondo lottatore sordo nella storia delle Olimpiadi a farlo.

Davvero sorprendente questo mediometraggio indiano.
Il wrestler muto Virender Singh Yadav a parte essere un attore nato e una persona che buca la quarta parete mostrando la sua semplicità, la sua voglia di vivere e soprattutto il suo straordinario talento da lottatore. Virender però è sordo.
Proprio questo "limite" lo porta all'interno di questo documentario ad analizzare le cause per le quali l'atleta non ha mai potuto partecipare alle Olimpiadi per i normododati mentre invece ha solo partecpato alle Paraolimpiadi. Il perchè dal puto di vista burocratico è che l'atleta non sentendo il suono del fischietto non può competere. L'altra versione è che Virender è così forte che avrebbe sicuramente battuto gli atleti normodtati e questa particolarità forse non era ben accetta dal comitato olimpico.
Ancora una volta vengono analizzate diverse tematiche tra cui le disparità di trattamento e le opportunità o gli svantaggi che gli atleti disabili hanno ricevuto dal governo e dalla società.
Virender con il suo appello chiede e vorrebbe giustamente un cambiamento che ossa giovare e sostenere gli atleti disabili attraverso l'inclusione e a vincita di premi in denaro.
L'ispirazione alla base di questo documentario era un articolo di giornale che uno dei registi, Vivek Chaudhary, aveva letto. L'articolo parlava di Virender Singh, un wrestler sordo e muto che, nonostante fosse un Campione del Mondo e Deaflympics Gold Medalist tra le altre cose, non è riconosciuto e non è celebrato dal Paese e dal Governo. Il sogno più grande di Virender e uno degli obbiettivi del documentario è quello di raccogliere supporto e rendere possibile il desiderio di Virender Singh di rappresentare l'India alle Olimpiadi di Rio 2016 possa esaudirsi. Speriamo!