Visualizzazione post con etichetta Divine Queer Film Festival. Mostra tutti i post
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martedì 5 dicembre 2017

Limina

Titolo: Limina
Regia: Joshua M. Ferguson
Anno: 2016
Paese: Canada
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un* ragazz* gender-fluid di nome Alessandra che, guidat* da innocenza e intuizione, è curios*
della vita degli abitanti di una piccola città pittoresca che decidono di giocare un ruolo attivo nel
processo di lutto di una donna sconosciuta.

I canadesi come sempre sanno distinguersi per come affrontano alcune tematiche.
Limina, in concorso anch'esso, è notevole quanto estremamente particolare soprattutto per cercare di analizzare il punto focale del corto di '15. Una chiesa, una bambina gender straordinaria e sempre sorridente e il suo compito che metaforicamente potrebbe essere quello di custodire una candela che deve rimanere sempre accesa.

Con una fotografia tutta virata tutta verso il rosso e l'arancione e i colori accesi e autunnali, Alessandra scoprirà presto di avere uno scopo e un ruolo aiutando una donna che soffre a superare le difficoltà diventandone amica e facendosi custode dei suoi segreti.

Lunadigas

Titolo: Lunadigas
Regia: Nicoletta Nesler e Marilisa Piga
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Lunàdigas è una parola della lingua sarda usata dai pastori per definire le pecore che in certe
stagioni non si riproducono. Il progetto racconta una realtà articolata e poco conosciuta, dalla quale emergono ragioni e sentimenti inaspettati, sempre diversi per ogni singola donna. Emozioni affini o opposte, a volte contraddittorie, dai contorni netti: compiacimenti, dolori, dubbi, certezze, pregiudizi.

Lunadigas, quest'anno in concorso al DQFF ha davvero diversi elementi di interesse e non parlo solo per quanto concerne il desiderio di una donna di non voler dare alla luce un bambino.
Il disegno e la materia trattata dalle due registe è molto più profondo con riferimenti quasi antropologici sul ruolo della donna e della sua emancipazione.
In '69 viene mostrata una carrellata di interviste con loro come protagoniste: donne, ragazze, di svariate età e ruoli sociali, filmate dentro salotti dove avvengono focus di discussione su diversi temi che riguardano la donna in quanto tale e i suoi diritti e se vogliamo i suoi doveri e non quelli che invece sembra dettare la società.
L'opera ha raccolto così tante interviste che le due registe hanno creato una vera e propria banca della memoria per tutte queste testimonianze.
Si può essere donne felici anche senza figli? La risposta è sì per una grossa parte del popolo femminile, ancora si potrebbe essere donne felici anche senza avere un figlio, a patto che il mondo intero non cercasse di sostenere a tutti i costi il contrario? Anche in questo caso la risposta è certo che sì.

La raccolta delle testimonianze è iniziata nel 2011, per cui basti pensare a quante migliaia di interviste sono ste raccolte da allora fino ad oggi (eh sì perchè continuano) ed il tutto è nato dal fatto che le due registe sarde non abbiano mai voluto avere figli, per scelta. Così hanno iniziato a lavorare insieme per Radio Sardegna nel 1991 impegnandosi da subito a raccontare cose per cui era difficile trovare un linguaggio dal momento che alcuni argomenti a volt ancora taboo, come già mostravano alcuni intellettuali del nostro paese, sembrano essere ancora avvolti da una patina di mistero.

Lily

Titolo: Lily
Regia: Shron Cronin
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Il film racconta la storia di Lily, una giovane donna con un segreto. Con il suo migliore amico,
Simon fieramente leale e fiammeggiante, navigava sulle acque tradizionali della vita scolastica.
Quando un malinteso con la bella e popolare Violet conduce ad un attacco vizioso, Lily si trova di
fronte alla sfida più grande della sua giovane vita.

Un altro cortomettraggio a tematica queer. Una giovane ragazzina alla scoperta della sua sessualità in compagnia dell'amico Simon che sembra essere uscito da MISTERYOUS SKIN di Gregg Araki cercheranno di tenere duro e di non mascherare le loro scelte.
E'devo dire che alcune formule visive e la scelta di sistemare la camera piuttosto che la fotografia ricordano vagamente l'outsider americano.
Il corto è una bomba con un ritmo incredibile nei suoi '21 e con delle facce che riescono a raccontarsi stampandosi in maniera indelebile. Succedono tante cose in questo corto.
Bullismo, ferite da taglio autoinflitte, un nucleo che non sembra capire le difficoltà della figlia, l'amico diverso come il salvatore e l'amica dell'amico che deve aiutare tutte coloro che vengono perseguitate a causa della loro "diversità". In più è interessante notare come anche le antagoniste subiscano una specie di trasformazione e il finale contando che vengono chiamate in causa anche le istituzioni (la scuola) e il corpo docenti, sembra ribadire che alcune questioni tra adolescenti vanno risolte proprio secondo i loro codici e le loro regole e in cui gli adulti a volte proprio non servono.


Shala

Titolo: Shala
Regia: Joao Inacio
Anno: 2017
Paese: Brasile
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

La delicata storia di Shala che in orfanotrofio che non rinuncia alla propria identità per
conquistare potenziali genitori adottivi.

Shala è un corto tenero quanto drammatico sui bambini che vengono dati in adozione.
In questo caso la vicenda si sposta in Amazzonia dove Pedro, il giovane protagonista, riceve una bambola da un'amica che presto dovrà lasciarlo. Proprio l'amica assieme alla responsabile dell'orfanotrofio cercheranno di cambiare Pedro affinchè risulti funzionale e adatto da parte delle coppie di genitori benestanti che fanno visita ai ragazzi.
Molto interessante lo stile di ripresa con queste carrellate su questi bambini tutti puliti e sorridenti per cercare di trovare un eden diverso e consolatorio.
Shala, il nome della bambola, è funzionale perchè potrebbe essere anche il nome del piccolo protagonista che nasconde un impeto di rabbia nel momento in cui gli si chiede di dimostrare di essere un bambino maschio. Bellissimo e intenso, con un cast misurato, bambini straordinari e una regia attenta e colta nel saper individuare tutti gli elementi necessari della vicenda in soli '11.





Goonga Pehelwan

Titolo: Goonga Pehelwan
Regia: Vivek Chaudhary and Prateek Gupta
Anno: 2013
Paese: India
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Un documentario che segue l’atleta sordo più bravo dell’India sulla sua improbabile ricerca per raggiungere le Olimpiadi di Rio 2016 e diventa il secondo lottatore sordo nella storia delle Olimpiadi a farlo.

Davvero sorprendente questo mediometraggio indiano.
Il wrestler muto Virender Singh Yadav a parte essere un attore nato e una persona che buca la quarta parete mostrando la sua semplicità, la sua voglia di vivere e soprattutto il suo straordinario talento da lottatore. Virender però è sordo.
Proprio questo "limite" lo porta all'interno di questo documentario ad analizzare le cause per le quali l'atleta non ha mai potuto partecipare alle Olimpiadi per i normododati mentre invece ha solo partecpato alle Paraolimpiadi. Il perchè dal puto di vista burocratico è che l'atleta non sentendo il suono del fischietto non può competere. L'altra versione è che Virender è così forte che avrebbe sicuramente battuto gli atleti normodtati e questa particolarità forse non era ben accetta dal comitato olimpico.
Ancora una volta vengono analizzate diverse tematiche tra cui le disparità di trattamento e le opportunità o gli svantaggi che gli atleti disabili hanno ricevuto dal governo e dalla società.
Virender con il suo appello chiede e vorrebbe giustamente un cambiamento che ossa giovare e sostenere gli atleti disabili attraverso l'inclusione e a vincita di premi in denaro.
L'ispirazione alla base di questo documentario era un articolo di giornale che uno dei registi, Vivek Chaudhary, aveva letto. L'articolo parlava di Virender Singh, un wrestler sordo e muto che, nonostante fosse un Campione del Mondo e Deaflympics Gold Medalist tra le altre cose, non è riconosciuto e non è celebrato dal Paese e dal Governo. Il sogno più grande di Virender e uno degli obbiettivi del documentario è quello di raccogliere supporto e rendere possibile il desiderio di Virender Singh di rappresentare l'India alle Olimpiadi di Rio 2016 possa esaudirsi. Speriamo!


Sunday

Titolo: Sunday
Regia: Danilo Curro
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Fasasi Sunday lascia la sua casa, la Nigeria, perché non è più possibile per lui, come per molti altri, restarci.

In collaborazione con Lavori In Corto – Torino, il corto in concorso al festival di '23 racconta in un'intervista biografica il drammatico esodo di Fasasi Sunday in Italia. La sua testimonianza diventa lo specchio allargato di una barbarie che non accenna a finire, sempre dilaniato da scontri a sfondo religioso, dove spesso dopo l'omicio del padre, il figlio maschio diventa il capro espiatorio e per questo è costretto a scappare lasciando la madre e le sorelle.
A sfondo nero ma intervallato in location diverse, con gli amici, su un barcone, per le strade, Fasasi riesce anche a sorridere e a far capire quanto la voglia di vivere possa condizionare e far superare ostacoli che sembrano insormontabili.

Prodotto da Gabriele Muccino.

Follow Me

Titolo: Follow Me
Regia: Anthony Schatteman
Anno: 2015
Paese: Belgio
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Jasper, diciannovenne, cerca di affrontare il suo primo amore con i suoi sentimenti e le relative
conseguenze. Frammenti di una telefonata.

Corto a tematica queer sullla scoperta della sessualità di un giovane esordiente protagonista. I suoi incontri all'interno di un locale e gli intensi sguardi di ricerca di conferme da parte degli altri. Nel vuoto e nel calderone di uomini nudi, Jasper incontrerà il suo vero amore in un finale romantico e con una musica travolgente in grado di restituire pathos all'opera.
Un cortometraggio composto da luci calde, pochi dialoghi e i gesti e le fragilità dei suoi protagonisti


sabato 18 novembre 2017

#Io segno (anche più di Totti)

Titolo: #Io segno (anche più di Totti)
Regia: AA,VV
Anno: 2011
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Viene raccontato l'universo "oltre il suono" dei protagonisti: la scuola, le passioni, l'integrazione con il mondo udente, il lavoro in radio fino al riconoscimento della Lis come lingua ufficiale.

Con quest'ottimo mediometraggio di '45, la coppia di registi che intravediamo anche all'interno del video, si è occupata di parlare di un universo abbastanza sconosciuto ovvero il mondo della Lis (Lingua dei segni italiana) e di alcuni suoi insuperabili e divertentissimi protagonisti.
C'è un centro a Roma dove un gruppo di ragazzi e ragazze porta avanti un lavoro, delle attività e l'impegno di partecipare ad un progetto solido e ambizioso che ha prodotto fatti con risultati interessanti come la Radio Kaos ItaLis dei sordi e alcuni incontri come quello al bar dei sordi aperto a Bologna dove confrontarsi con altri ragazzi che hanno l'elemento in comune della Lis.
Sono tanti e molto motivati, non hanno paura di raccontarsi anche nelle difficoltà e soprattutto hanno saputo convivere con questa difficoltà senza farsi prendere dall'ansia o dai pregiudizi.
Il quadro che ne emerge, soprattutto al femminile, e di un gruppo coeso e forte che ha deciso di mettersi in gioco partecipando e sostenendo attivamente le attività in tutti i vari settori, dalla scuola, alle passioni, l'integrazione con il mondo udente, il lavoro in radio fino alla battaglia per il riconoscimento della LIS come lingua ufficiale.
In più è un lavoro che spiega di fatto che cos'è veramente la Lis (spiegata appunto dai ragazzi), come funziona e quali sono state le difficoltà iniziali legate alla sordità e le loro esperienze.
Con tante musiche, una regia de facto da videomaker senza grossi guizzi, ma puntando la camera su di loro, il mediometraggio è stato caricato anche su Youtube ed era fuori concorso nell'area cortometraggi all'interno del Divine Queer Festival dopo essere passato per il CineDeaf ovvero il festival Internazionale del Cinema Sordo di Roma
Vincitore del premio speciale della comunità radiotelevisiva italofona, per la capacità di ricordarci che le lingue sono un patrimonio culturale di inestimabile valore e che la loro coesistenza arricchisce tutti favorendo la creatività, la comprensione reciproca e la solidarietà.



Dust-La vita che vorrei

Titolo: Dust-La vita che vorrei
Regia: Gabriele Falsetta
Anno: 2015
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Fetival
Giudizio: 4/5

Epopea favolosa di otto disabili fisici e psichici che vvono all'interno di un istituto, il cottolengo di Torino, da oltre cinquant'anni.

Dare la possibilità di raccontarsi in questa società soprattutto quando si vive rinchiusi tra le mura di un ospedale dovrebbe essere sacrosanta. In questo caso il viaggio sperimentale di Gabriele Falsetta, spinto oltre il teatro e il cinema con l'inebriante messa in scena delle esistenze mai vissute di 8 pazienti del Cottolengo, cerca proprio di dare un'identità a queste micro storie raccontate nell'arco di '21. Sette uomini e una donna che da oltre cinquant’anni vivono i loro disagi di natura psichica e fisica con vite interrotte, nascoste o dimenticate all'interno di una struttura chiusa al mondo, in cui sono stati mandati lì inizialmente per un breve periodo per poi scoprire dai famigliari che da lì non potranno più uscire. Alcuni ne parlano con dei toni sofferti come di chi è stato preso in giro dai propri familiari e senza di fatto avere la possibilità di scegliere.
'21 minuti di giochi, danze, sorrisi, voci incomprensibili e vite desiderabili, messe in scena in location reali, dalla sala prove nello scantinato alle sedie usate da Cavour prima e dal sindaco di Torino oggi e muovendosi poi per alcune aree di Torino come la Porta Palatina e così via.

Interpretazioni spontanee e travolgenti, per un cortometraggio sperimentale e vibrante, realizzato con la complicità di Giulio Baraldi della giovane casa di produzione Kess Film, arrivato in competizione nella sezione Spazio del 33esimo Torino Film Festival e disponibile in Video on demand.  

Copper

Titolo: Copper
Regia: Jack O'Donnel
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un ragazzino sordo molto curioso incontra una statua vivente: chi si nasconde dietro la maschera?

E' vero i bambini possono sentire i loro cari vicini, anche quando sono apparentemente mascherati.

Ma come fare quando affianco si ha una madre troppo normativa che non lascia respiro al bambino con la paura che possa finire nei guai a causa della sordità. Per non parlare del compagno della mamma che cercando di proteggere il bambino non si rende conto che banalmente non ha mai provato a imparare il linguaggio dei segni per entraci in sintonia e infine un fenomeno da baraccone che sa essere più deciso che mai quando arriva il momento di aprire gli occhi e vedere chi ha davanti. A tratti molto melodrammatico e melanconico. Interessante anche sul piano tecnico in cui le musiche alla Amelie e un girotondo di colori cercano di mischiare il piano drammatico-sociale con quello dell'immaginazione e della fantasia.