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sabato 9 dicembre 2017

Daphne

Titolo: Daphne
Regia: Peter Mackie Burns
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Festival: 35°Torino film Festival
Giudizio: 3/5

Daphne ha capelli rossi e anni ardenti che spende facendo sesso con gli sconosciuti e bevendo troppo, di tutto. Una notte, durante una rapina in un drugstore, assiste all'aggressione di un uomo che soccorre e poi archivia come i bicchieri e gli amanti occasionali. Fatta la deposizione in centrale, una poliziotta la informa che ha diritto all'assistenza psicologica. Daphne ci pensa su e poi decide di incontrare un terapista. Ma rielaborare i traumi non fa per lei, il matto è lui e se ne va. Fuori, in giro a tirare coca, a insultare i colleghi, a respingere la madre, Joe che la ama e David che vorrebbe solo conoscerla.

Daphne è una lezione di cinema furbetta e che sembra non andare in nessun dove all'apparenza.
Un film che sottolinea la monotonia, la quotidianità del voler rimanere come si è perchè tanto è così che vanno le cose. Sotto un'apparente superficialità e mondanità, la protagonista in realtà è più sensibile e profonda di quanto non sembri e i suoi gesti e le sue espressioni danno conferma durante l'arco della narrazione.
Rapporti superficiali, il sesso al posto dell'amore, il sogno di non poter o non voler mai avere una relazione stabile, una mamma che sembra lo specchio della figlia e una fatica a prendersi le proprie responsabiluità scappando appena di fronte si trova uno specchio come le sedute dallo psicologo.
Infine per equilibrare tutto e mettere a tacere i demoni personali, l'alcool, vero farmaco capace di sedare ogni male interiore all'apparenza, diventa la soluzione al problema.
Per 90' è tutto così passando dalla tavola calda (il lavoro) al pub (incontri occasionali) lo studio (psicologo) la casa (la mamma come amica/vicina) poi l'incidente scatenante (l'accoltellamento) e infine il cambiamento (il buttafuori).
Alcune scelte che potrebbero essere intellettualmente stimolanti come la lettura di Slavoj Žižek appaiono abbastanza slegate e lasciate al caso dal momento che vediamo la protagonista leggere il libro dello psicoanalista sloveno nel letto mentre ride e citarlo con un amico che non riesce a pronunciarne bene il nome (mi aspettavo un'analisi maggiore).
In tutto questo come dicevo prima la sbronza colossale in pieno giorno e l'espressione corrucciata come di chi è cresciuta prima degli altri sono gli immacabili effetti che non possono mancare a dare tono e risalto alla commedia.
Il regista quando ha presentato il film in concorso al Torino Film Festival a parte essere molto giovane è parso molto divertito. Quello che è riuscito a descrivere e raccontare meglio è proprio la situazione di post-contemporaneità in cui vive Daphne ovvero "tempi di crisi economica, dove le personalità si sfrangiano, rasentano l’instabilità, vivendo così intensamente e allo stesso frammentati da affezionarsi a un modello-non modello di vita in cui tutto è fra parentesi, rinviabile, rivalutabile, soggetto ad accettazione e successiva, rapida fuga". In questo forse un regista appunto giovane ha trovato il modo più alla mano per descrivere una tappa dell'età che ci vede protagonisti e con il bisogno di comunicare a nostro modo le mille difficoltà quotidiane.

Ecco Daphne in questo, anche se frammentato, sembra esserci riuscito.

mercoledì 15 novembre 2017

Fuck you prof 2

Titolo: Fuck you prof 2
Regia: Bora Dagtekin
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 2/5

Zeki Müller, rude ed eccentrico insegnate presso il liceo Goethe, si offre di portare i suoi studenti in viaggio d'istruzione in Thailandia quando scopre che la compagna e collega Lisi Schnabelstedt vi ha spedito in beneficenza un orsacchiotto di peluche al cui interno egli ha occultato una partita di diamanti, eredità del suo passato criminale. Partecipano alla spedizione anche i pupilli dell'istituto rivale Schiller capitanati dallo sprezzante professor Hauke, vecchia fiamma di Lisi.

Diciamo che l'ironia, le battute ad effetto, il gioco forza tra gli attori, un trama che seppur parlando di scuola e istituzioni riusciva ad essere divertente erano il corollario di fattori che hanno fatto sì che il primo capitolo diventasse un successone al botteghino.
Un film comico ed esilarante sul tema della commedia adolescenziale con qualche lezione di vita.
Tutto questo era il primo capitolo di FUCK YOU PROF!
Era purtroppo intuibile già dai limiti del primo film, aspettarsi un secondo capitolo più scialbo e meno d'impatto.
Se nel primo capitolo tutte le carte dovevano scoprirsi, qui sappiamo già tutto e il film sin dall'inizio non ha quel ritmo e quella carica che consente un'altra visione di più di due ore.
Purtroppo anche quella piccolissima premessa sul sociale che il primo capitolo aveva, qui diventa quasi una trashata (ma senza stile) per provare una comparazione.

Il primo capitolo con 60 milioni di euro al box-office aveva sbancato il botteghino tedesco puntando senza mezzi termini al formato politicamente scorretto e al linguaggio esplicito di tanta commedia americana che va dai fratelli Farrelli a Paul Feig e all'ambientazione scolastica con strizzatine d'occhio a diversi film. Purtroppo non si può dire lo stesso del secondo e una trasferta estiva non basta a far decollare una scrittura che sembra fatta appunto da dementi.

domenica 15 ottobre 2017

Babysitter

Titolo: Babysitter
Regia: Mcg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cole è un ragazzo timido ed emarginato, che sta attraversando una difficile fase della sua crescita, a causa della crisi matrimoniale dei genitori. Mentre il padre e la madre passano intere giornate in camere di hotel per ritrovare l’intimità perduta, Cole viene affidato all’avvenente e spigliata babysitter Bee. Fra i due si instaura un’immediata simpatia, basata sulla reciproca passione per la cultura pop. Cole comincia inoltre a nutrire anche un’attrazione fisica e sentimentale per la propria babysitter. Spronato dall’amica Melanie, Cole decide di spiare le azioni di Bee durante la notte, scoprendo la terribile verità: insieme agli amici, la babysitter mette in scena un macabro e sanguinario rito satanico.

Diciamolo pure. Mcg come regista è un mestierante chiamato a dirigere film abbastanza ridicoli di loro nonchè scialbi sequel. Babysitter è sicuramente il suo lavoro migliore prima di tutto perchè è furbo e sa cosa regalare ai fan del genere. I meriti quindi non sono di certo suoi ma di tutto il reparto che sta dietro, sceneggiatura in primis e produzione.
Babysitter è un horror sconclusionato e banale sotto certi aspetti che cavalca l'imperante moda degli anni '80. Una commedia di formazione in partenza che prende poi la piega della commedia nera a tinte splatter quando interviene la mattanza degli adepti in cui non si riesce più a contare le esagerazioni con cui vengono descritte e fagocitate le azioni. Il sangue predomina la scena comunque patinata e coloratissima creando una contaminazione tra sotto generi dell'horror come l'home invasion e gli slasher movie e tutto il tema sulle sette e i loro rituali.
Un film che vorrebbe ed è un viaggio di formazione sessuale e di autostima per il giovane adolescente con la babysitter troppo gnocca per essere vera.
Un piccolo viaggio dell'eroe di Cole dentro casa sua (modello MAMMA HO PERSO L'AEREO) ma con la differenza che all'interno c'è una setta satanica (o presunta tale dal momento che a parte Bee nessuno sembra così convinto) e da qui in poi il film prende la piega dell'horror a tutti gli effetti dimenticando quanto di buono prima era riuscito a mettere assieme.
La regia di Mcg impazza da ogni dove regalando movimenti di macchina fluidi e un montaggio frenetico che crea quel ritmo furibondo che non stanca mai. Anche i personaggi a loro modo, pur essendo macchiette, cercano di avere quella caratterizzazione che non gli rende così banali e cerca di giocare sui continui cambi di registro tra buoni e cattivi esterni o interni alla casa.
Alla fine è un film divertentissimo dove lo spettatore ha però u compito importante: spegnere completamente il cervello e sospendere l'incredulità come se non fosse mai realmente esistita.
Per alcuni aspetti ma con una trama che semplicemente è da invertire mi ha ricordato il film passato in sordina al TFF dell'anno scorso SAFE NEIGHBORHOOD


Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


Little Evil

Titolo: Little Evil
Regia: Eli Craig
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gary si è da poco sposato con Samantha e tra loro tutto sembra andare a meraviglia, non fosse per il difficile rapporto con il figlio di lei, Lucas. Intorno al bambino, nato il sei giugno e prossimo a compiere sei anni, si verificano infatti disastri con una frequenza incredibile e crescente. Tanto che pure l'amorevole Gary inizierà a sospettare che la sua natura non sia esattamente mortale e indagherà sulle origini del bambino, aiutato da bizzarri personaggi a partire dalla collega maschiaccio Al. Nel mentre un prete che in Tv predica la prossima fine del mondo si trasferisce in un convento abbandonato proprio nella cittadina di Gary.

A volte tocca aspettare degli anni. A volte capita anche che alcuni registi scompaiano dopo aver dato luce al loro piccolo cult. E'curioso un personaggio come Craig che dopo il validissimo TUCKER AND DALE VS EVIL gira questa contaminazione di generi assurda e divertentissima. Per alcuni aspetti una prosecuzione della politica d'autore che già gli vedeva adoratori del diavolo nel primo film e manco a farlo apposta anche i toni e la comicità sono simili. Inutile stare ad elencare le miriadi di citazioni dai grandi classici ai film di serie b di cui il film è infarcito.
Little Evil spacca in modo adorabile con alcune battute che colpiscono il segno e personaggi assai godibili. Riesce ad essere grottesco laddove PICCOLA PESTE e MATILDA non potevano.
Riesce ad essere politicamente scorretto mostrando i modi garbati e spesso falsi dietro cui si nascondono alcuni personaggi delle istituzioni e poi sette sataniche e gruppi di neo-mamme che difendono i valori dei loro figli in sedute che ricordano gli alcolisti anonimi.
Il film poi ha un ritmo incredibile, pieno di gag, regalando alcuni momenti decisamente esilaranti ad altri quasi splatter.
Un film dove davvero non manca nulla. La sceneggiatura esagera, straborda, diventando alla fine un film sul rapporto figlio e patrigno e possiamo citare OMEN, KRAMER CONTRO KRAMER.
La domanda che forse ogni spettatore dovrebbe farsi è proprio questa: perchè Gary ha accettato tutto questo? Ma la risposta è immediata guardando Evangeline Lilly la gnoccca di LOST che ad un tratto spiega che Lucas è nato dopo essere stata violentata da una setta sotto sostanze e in mezzo ad una cerimonia con rituale e annessi vari.
Una trashata pazzesca ma che alla fine per il sottoscritto ci sta eccome.

Ovviamente non ci si deve aspettare una sceneggiatura che prenda anche solo minimamente in maniera seria gli eventi che tratta e di cui parla. Si ride tanto in questo film ed è una caratteristica spesso più unica che rara ma con quell'inizio in medias res il regista ha già risposto a tutte le domande.

Pan

Titolo: Pan
Regia: Joe Wright
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nella II Guerra Mondiale, il piccolo Peter è un orfano a Londra, impegnato a scontrarsi con la mefistofelica suora direttrice, che in segreto vende bambini al pirata Barbanera. Prevelevato da una nave volante di quest'ultimo e portato sull'Isola che Non C'è, capirà di essere l'elemento fondante di una profezia che riguarda la sua stessa identità: imparerà a volare e affronterà Barbanera, in compagnia dell'avventuriero Uncino e della dinamica Giglio Tigrato .

Alla fine per essere un prequel è abbastanza onesto l'ultimo film del poliedrico Wright Joe (visto che i Wright cominciano ad essere diversi ormai). Un film d'avventura recitato bene, con stile, movimenti di camera azzeccati, un cast che svolge bene il suo ruolo (in questo il regista ha una particolare verve nel lavoro con gli attori) e forse un po troppa c.g che in più momenti stona o diventa facilmente trash (la battaglia in cielo tra aerei e galeoni volanti non si può vedere).
Ora Wright si trova ad avere un budget colossale e deve riproporre questo fenomeno dei fantasy moderni rivisitati che annientano ancora di più lo spirito della storia. MALEFICENT, BIANCANEVE E IL CACCIATORE, non facente parte delle fiabe ma simile nello svolgimento e anche IL SETTIMO FIGLIO e rischiava di arrivarci anche ALICE IN WONDERLAND di Burton che all'ultimo ha scansato questo terribile destino pur girando di fatto due semi schifezze.
Qui ci troviamo nell'universo Disney dentro un altro universo che appartiene ai classici.
Troviamo la Londra cupa e fumosa di Dickens, il mare dei caraibi di JACK SPARROW, HUNGER GAMES e una storia d'amore che poteva essere interessante ma è devastata da dei dialoghi banali e telefonati e infine le bellissime sirene. Se contiamo la flemma di Jackman che sembra uscito da ONE PIECE e Delevigne, il resto fa in fretta a scomparire lasciando dietro il sipario proprio Peter e non Pan e la sua straorduinaria storia che nulla c'entra con questo film ucciso inesorabilmente dai suoi sceneggiatori.

Il mito di Berrie è lì nascosto dietro le pagine dolorose di un autore eccezionale che ha una biografia ancora più spaventosa del destino di Peter Pan e che non è stato sufficientemente caratterizzato nel film NEVERLAND.

sabato 2 settembre 2017

Yoga Hosers

Titolo: Yoga Hosers
Regia: Kevin Smith
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Colleen M. e Colleen C. sono due quindicenni appassionate di yoga, che dopo la scuola lavorano come commesse in un negozio di Manitoba, l’Eh-2-Zed. Quando un antico male fuoriesce dal sottosuolo, rilasciando un esercito di piccoli mostri chiamati i Bratzis, le due ragazze uniranno le forze con il cacciatore Guy Lapointe per salvare il "Grande Nord".

Kevin Smith è un tipo strano. Un po mi piace e un po non capisco quali neuroni attraversino il suo fumoso cervello. Il suo cinema è variegato, una filmografia che spazia tra i generi senza trovare mai una struttura lineare ma passando sempre da un estremo all'altro, il che non è per forza un elemento negativo. I risultati variano dando vita a piccoli cult come RED STATE e DOGMA o CLERKS per passare ad operette che vaccillano tra il penoso e il quasi osceno con prodotti commerciali a volte intrisi di un umorismo che non riesce a mordere come nei suoi film più importanti.
Il film manco a farlo apposta chiude la trilogia True North nella sezione After Hours del Torino Film Festival 34, iniziata con TUSK e proseguita con l'inedito MOOSE JAWS.
Anche in questo caso c'è tutta la famiglia al completo, in particolare quella Deep, l’improbabile detective Guy Lapointe, con ex moglie e figlia.
Come per il precedente TUSK, che non mi ha entusiasmato, anche qui gli intenti e la sceneggiatura lasciano abbastanza perplessi senza trovare materia interessante e grottesca, se non in alcuni spunti come la scelta di puntare su dei nazisti originali che non vedevamo da tempo (pur essendo materia fagocitata dal cinema in modo spietato).
Ci sono tanti ingredienti, i guru contemporanei, l'atmosfera da fumetto che attraversa tutta l'opera, colori sparati a mille e un ritmo interessante con alcune trovate come i nanerottoli nazisti sanguinari abbastanza spassose e una certa ironia gogliardica che sempre farà parte del regista soprattutto nei dialoghi con Guy Laponte ma senza secondo me quella nota stimolante che un soggetto dovrebbe garantire e quel cinismo che muoveva verso terreni e intenti più raffinati e complessi.


Padre D'Italia

Titolo: Padre D'Italia
Regia: Fabio Mollo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Paolo voleva diventare un falegname o un architetto, e invece fa il commesso in un megastore di arredamento preconfezionato. Da poco è stato lasciato dal suo compagno Mario, che sta provando a realizzare i suoi sogni (forse anche quelli preconfezionati) insieme a un altro uomo. Una sera, mentre Paolo va in cerca di Mario in un locale gay, incontra Mia, giovane donna incinta che sembra non sapere cosa fare di se stessa, men che meno della bambina che aspetta. Suo malgrado, Paolo si farà carico di Mia e cercherà di riportarla a casa, intraprendendo un viaggio che porterà entrambi in giro attraverso l'Italia del presente.

Come commedia il film di Fabio Mollo ha quella componente in più che riesce a non farlo diventare del tutto un'opera convenzionale come spesso capita nel nostro cinema. Ci sono tanti elementi sul sociale, entrano in campo le fragilità di ognuno di noi, i rapporti di coppia non sono mai stati così difficili in questa post- contemporaneità liquida e alla deriva e infine i due protagonisti riescono ad avere una caratterizzazione più che discreta grazie anche a due attori interessanti.
Protagonisti, lui gay mollato da poco e lei invece scapestrata e incinta, entrambi vittime di una società che tende sempre più ad emarginare l'individuo, alla paura e difficoltà ad appartenere a qualcuno, al ritorno alle origini (il sud come vertice delle tradizioni) ma soprattutto come monolite dove la "coppia" dovrà affrontare gli stessi interrogativi e le insicurezze che gli accompagnano e che li tormantavano fin dal loro incontro.
Il sud potrebbe continuare ad essere arretrato come una certa tematica sui cui però il film non si prefigge di dare didascalie o giudizi, come quello di difendere dalla genitorialità omosessuale.

Il secondo lungometraggio di Mollo riesce a trovare quelle scelte funzionali di macchina e di improvvisazione tra gli attori per il suo taglio indie e fresco, nonostante la sceneggiatura firmata da Mollo insieme a Josella Porto in alcuni momenti sembra fermarsi per inquadrare solo i silenzi e i vuoti dei personaggi. Alla fine il mutuo soccorso e l'aiuto salvifico, se non dalle persone care, arriva proprio da chi meno te lo aspetti.

domenica 2 luglio 2017

Young Pope

Titolo:Young Pope
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La vicenda di Lenny Belardo, salito al soglio pontificio con il nome di Pio XIII, primo papa americano della storia. La sua elezione sembra utilissima per avviare un'efficace strategia mediatica. Ma non è così facile piegarlo, né ai voleri della Curia né di chiunque tenti di manipolarlo.

"Se il Vaticano la guarderà, capirà che questa serie non è contro nessuno"
E'interessante vedere il rapporto che si crea tra un autore come Sorrentino e la serialità.
I motivi di interesse appaiono fin da subito numerosi e legati indubbiamente al talento e alla voglia di saper narrare, elemento che nell'ultima parte della filmografia dell'autore è stato criticato dai media e dal pubblico. Young Pope può essere vista sotto diversi piani e profili.
Una serie distopica credo sia la targetta migliore per definire i toni apocalittici e implausibili con cui si plasma l'intera vicenda. Prima di tutto accade un fenomeno strano nella politica autoriale dell'outsider italiano ovvero l'ironia: i discorsi su Dio, la morte, la vita, la celebrità, l’amore, il sesso, la politica, la filosofia e l’umanità, tutti vengono trasformati da valori giganteschi in frasi a effetto, slogan vuoti, aforismi da condividere su Facebook depotenziando e riducendo ad accidente ogni snodo narrativo della vicenda. Lenny incarna tutte le contraddizioni e tutti i valori prima di tutto di un uomo e poi di un "servo"di dio. Proprio il padre del Cristianesimo viene continuamente criticato. Dio esiste? Dio non esiste? Questa frase verrà pronunciata e ripetuta come un mantra.
Il dialogo con il presidente del consiglio, Accorsi nei panni del premier Renzi anche se non dichiarato è una vera goduria per intenti e portata dei contenuti.
Lo strano rapporto tra il cardinal Voiello e Suor Mary, la passione per le donne del cardinal Dussolier che lo porterà a scontrarsi con una realtà devastante, il cardinal Caltanissetta sempre a proteggere le azioni imprevedibili del suo Lenny e così via per una galleria di personaggi meravigliosa, caratterizzata a dovere e in grado di far luce su alcune vicende e tematiche che pur non incontrando mai reali vicende di cronaca sembrano viaggiare su un terreno analogo e parallelo che suona già come una sorta di profezia sui mali reali ed eterni della santa sede.

La serie è stata spesso vista come virtuosistica e vuota (elementi già fortemente criticati nella GRANDE BELLEZZA e YOUTH) i quali tuttavia non devono per forza essere limiti ma possono avere ampie zone di interesse. Il vuoto che spesso viene criticato a Sorrentino è un vuoto esistenziale in cui l'individuo si ritrova per depressione, noia o apatia, tutte condizioni e malesseri generazionali che in fondo ci appartengono più di quanto pensiamo e che diventavano l'assist perfetto tra i dialoghi di Fred e Mick. Di nuovo una società desolata e divorata dal di dentro che proprio all'interno delle mura vaticane sembra essere ancora più devastata e innegabilmente divorata da opulenza e populismo.
Dal punto di vista della coerenza narrativa la serie riesce ad avere un buon collante nelle sue dieci ore a parte alcuni momenti in cui anche la regia sembra perdersi per qualche sconosciuta ragione come nell'episodio tre dove vediamo i genitori di Lenny partire da Venezia abbandonandolo poi all'educazione di Suor Mary. Il lavoro sul cast merita un'attenzione particolare. Jude Law per la prima volta riesce ad aderire perfettamente ai canoni e al personaggio di Belardo riuscendo a coglierne sfumature, sguardi e toni veramente in stato di grazia e regalando, grazie a Sorrentino, la sua miglior performance. Il suo personaggio si è lentamente trasfigurato, da severo si è poi addolcito e le sue parole sono state influenzate da quello che Sorrentino indica come unico, possibile miracolo umano: l’amore I suoi collaboratori da Orlando alla Keaton, Sheperd, Camara, Cromwell, Bertorelli, sono tutti semplicemente splendidi in grado di dare risalto e umanità a ognuno dei personaggi.

giovedì 15 giugno 2017

Gifted

Titolo: Gifted
Regia: Marc Webb
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Gifted - Il dono del talento", parla della storia di Frank, un uomo cosciente e giudizioso che prova a crescere la giovane ed estremamente geniale figlia della sorella, tragicamente morta a seguito di un incidente. Sua nipote Mary è un vero asso della matematica e dal momento in cui la nonna della bambina, madre di Frank scopre le abilità della piccola, l'uomo cercherà di trarre vantaggio in ogni modo possibile della situazione che si è venuta a creare.

E'curioso scoprire come Chris Evans tolti gli abiti da supereroe Marvel (Capitan America) prediliga i drammi sul sociale. A partire da BEFORE WE GO la sua opera prima come regista, in cui in realtà è una storia d'amore tutta ambientata in una notte, e questo piccolo indie. Gifted fin da subito è uno di quei tipici drammoni che toccano le corde dell'anima. Puntano sui sentimenti, sulla redenzione, sull'attaccamento, sul distacco e la perdita. Dal punto di vista della storia non accenna a inserire nulla di nuovo, lo stereotipo è sempre quello e narrativamente parlando non ci sono colpi di scena eclatanti o un climax che il pubblico non si aspetti. Il cast c'è la mette tutta merito anche e soprattutto di una squisita Mckenna Grace che ruba la scena agli adulti riuscendo ad essere in parte in un ruolo complesso e sfaccettato.
Il film scritto da Tom Flynn è un dramma crudo con i piedi per terra, incentrato sul personaggio di Frank Adler, un uomo che intenzionalmente non esplica le sue potenzialità,e che si prende cura della nipote Mary nella parte rurale della Florida. Quando la iscrive a scuola per la prima volta, lei viene etichettata come "dotata" ("gifted", appunto). Tutto ciò che Frank vuole per lei è una vita normale, ma ad ostacolarlo c'è la madre della bambina, Evelyn, e il problema che lui non ha la custodia di Mary. Ecco allora che, dinamico per la prima volta nella sua vita, Frank lotta per ottenere questa custodia. Alla fine in poche righe il film possiede tutti quegli accessori tali da renderlo una piccola sorpresa che richiederà scatole di fazzoletti da tenere vicini alla poltrona.
Un film che non ha nulla di speciale ma brilla della compostezza delle immagini e della chimica creata tra Evans e la Grace.


domenica 28 maggio 2017

Colossal

Titolo: Colossal
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Gloria è una donna qualsiasi che dopo aver perso il suo lavoro e il suo fidanzato decide di lasciare New York e di trasferirsi nella sua città natale. Ma quanto i notiziari riportano che una lucertola gigante sta distruggendo la città di Tokyo, Gloria pian piano realizza di essere stranamente legata a questi strani eventi così distanti da lei, con il potere della sua mente. Per prevenire un'ulteriore distruzione, Gloria deve capire come mai la sua vita apparentemente insignificante ha un effetto così colossale sul destino del mondo.

Vigalondo è un giovane regista spagnolo che apprezzo molto. Ha fatto pochi film mentre ha lasciato sicuramente il marchio all'interno dei cortometraggi all'interno dei film horror a episodi usciti in questi ultimi anni (VHS:VIRAL, THE ABCS OF DEATH).
Ora parliamo dei suoi film precedenti. Non erano capolavori ma all'interno contenevano alcune idee originali e spunti di riflessione interessanti se non quasi sperimentali (OPEN WINDOWS) i quali mi hanno fatto prendere nota che di questo piccolo genietto (almeno così si considera) dobbiamo tenerlo d'occhio.
Colossal è proprio il film che non ti aspetti e che ti arrabbia a morte quando ti chiedono cosa sia.
Commedia? Fantasy? Thriller psicologico con un impianto ironico? Varie ed eventuali.
Io credo tutto questo, nel senso che l'autore ha cercato di fare un film non propriamente di supereroi citando tra le righe un sacco di cinema e portando i sentimenti e la psicologia a regnare sovrana in territori incontrastati del nostro inconscio.
Possiamo definirlo così in poche battute: spesso i più grossi litigi e le più grosse battaglie o i disastri nascono da motivi molto futili. Come in questo caso il flash-back che serve a spiegare l'incidente scatenante da dove derivi e il perchè Gloria e Oscar riescono a dar vita ad un vero e proprio scontro tra titani è il colpo di scena che tiene incollati gli spettatori quasi fifno alla fine del film senza riuscire a capire quale sia stato l'incidente scatenante. Di nuovo una narrazzione che trova nella variabile tempo e nei meccanismi appunto spazio-temporali una delle sue armi.
Un plastico con la riproduzione della Corea per un compito in classe può essere l'antefatto che crea il precedente affinchè Gloria da grande nutra ancora rabbia per non si sa bene quale motivo e la conseguente emancipazione dal ragazzo che non la vuole perchè non ha autocontrollo, diventa il portfolio da cui emerge Oscar e dove inizia finalmente il film.
Essendo di fatto una commedia così infinitamente hipster e ironica, Vigalondo come sempre non risparmia una vena polemica con una metafora politica e una guerra tra sessi che non risparmia botte da orbi come il divertente scontro finale.
E'un film tranquillo che parla di caos interni, di situazioni mai risolte, di fragilità e traumi infantili come forse abbiamo vissuto e spero superato tutti.


domenica 30 aprile 2017

La la land

Titolo: La la land
Regia: Damien Chazelle
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Los Angeles. Mia sogna di poter recitare ma intanto, mentre passa da un provino all'altro, serve caffè e cappuccini alle star. Sebastian è un musicista jazz che si guadagna da vivere suonando nei piano bar in cui nessuno si interessa a ciò che propone. I due si scontrano e si incontrano fino a quando nasce un rapporto che è cementato anche dalla comune volontà di realizzare i propri sogni e quindi dal sostegno reciproco. Il successo arriverà ma, insieme ad esso, gli ostacoli che porrà sul percorso della loro relazione.

La la land ha incantato le folle, fatto sognare coppie di giovani e adulti lasciando sulla bocca di tutti una melodia da fischiare e un sorriso per un'altra bella storia d'amore. Eppure Chazelle di WHIPLASH fa un altro passo in avanti e non solo regala un finale che lascerà interdetti ma a differenza del film precedente adotta la formula del musical che significa un rischio enorme e una follia di fondo interessante da studiare.
In quasi due ore Gosling e la Stone provano di tutto e ovunque regalandoci performance e siparietti eleganti e pieni di colori e sorrisi. Gli scenari si alternano come in una commedia anni '50 prendendo come nella scena iniziale il tram tram quotidiano spezzato da un balletto in piena autostrada che rimarrà una delle cose più belle del film.
E poi sancisce la forza dell'amore, la fiducia in se stessi, l'altro/a come un pezzo mancante nelle nostre incomunicanti vite. E'un raggio di sole di speranze e buoni sentimenti che seppur scavalcando la realtà in alcune scene rimane ben ancorato coi piedi per terra come nel finale.
Chazelle sembra un insegnante musicale, un coreografo e tante altre cose. E'giovane e bisogna sperare che questo talento e questa carica eversiva non si fermi ma riesca ad essere uno dei motori centrali della sua politica d'autore.



martedì 11 aprile 2017

Hunt for the Wilderpeople

Titolo: Hunt for the Wilderpeople
Regia: Taika Waititi
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Ricky, un ragazzino di città, viene dato in affido a una famiglia di campagna della Nuova Zelanda. Si sente subito a casa con la nuova famiglia affidataria: la zia Bella, l'irascibile zio Hec e il cane Tupac. A seguito di un drammatico avvenimento, Ricky rischia di essere spedito in un'altra casa. Ciò spingerà il ragazzino ed Hec a fuggire nei boschi. Con la caccia all'uomo che ne consegue, i due sono costretti a mettere da parte le loro divergenze e a collaborare per sopravvivere.

Taika Waititi è davvero divertente. Al Torino Film Festival vidi per la prima volta WHAT WE DO IN THE SHADOW e rimasi sorpreso da come questo eclettico attore, sceneggiatore e regista, fosse riuscito a far ridere così tanto e sorprendere continuamente sfruttando un tema abusatissimo come quello dei vampiri tra l'altro in un mockumentary.
In questo caso si ritaglia un ruolo da figurante e si concentra sulla regia mostrando come sempre le bellezze naturali della Nuova Zelanda.
C'è tanto Twain in questo film per quanto concerne la letteratura di riferimento quanto una voglia di riscoprire i meccanismi classici dei film d'avventura con il tema sempre presente del viaggio dell'eroe e del percorso di iniziazione del ragazzino.
E poi di che attori stiamo parlando. Sam Neil è un fuoriclasse che non ha bisogno di presentazioni mentre il piccolo Julian Dennison come tanti bambini della sua età ci fa comprendere immediatamente come i digital natives adorino stare di fronte agli schermi e alle telecamere.
Un viaggio alla ricerca di se stessi, superando la solitudine dell'abbandono (moglie dello zio Hec), e misurando le forze aiutandosi reciprocamente in uno scontro tra civiltà e cambi generazionali.
Il tutto impreziosito da una curatissima colonna sonora che riesce a enfatizzare e dare ancora più significato ad alcune scene davvero intense ed empaticamente memorabili.
Il tema ormai sempre più presente e attuale di questi giovani allo sbaraglio senza famiglie o con pezzi di famiglia sparsi da qualche parte, abituati sin dalla più tenera età a spostarsi continuamente da una località all'altra senza mai lasciare radici è qualcosa di davvero angosciante.
In questo caso Waititi è abile nel cercare di non concentrarsi su questo problema caricandolo con una vena grottesca come l'assistente sociale governativa che vuole stanare il giovane e lo zio.

Infine Hunt risulta un film politicamente scorretto, denso di situazioni demenziali e citazioni nerd tra omaggio e sberleffo, ma anche una sorta di critica o forse analisi che Waititi vuole fare sulla società neozelandese in cui l'assenza di padri e un problema serio e reale.

Tu dors Nicole

Titolo: Tu dors Nicole
Regia: Stephane Lafleur
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Nicole e la sua migliore amica Véronique stanno per trascorrere una bella vacanza senza genitori nella casa di famiglia. La loro estate, però, prende una piega insolita quando il fratello maggiore di Nicole, Rémi, si presenta a casa con il suo gruppo musicale.

Tu dors Nicole è uno di quei classici indie francesi che puntano sulla sottrazione. Cioè in tutto il film non succede praticamente nulla dal punto di vista pratico, di cosa fa Nicole, ma invece racconta moltissimo su tutto ciò che le sta intorno. Quest'anno è uscito un film che mi ha ricordato questa opera francese in b/n, il PATERSON a colori di Jarmush. Anche in quell'opera non succede granchè ma scopriamo davvero tanto di questo personaggio semplice.
Sia lì che qui ci troviamo di fronte a poche parole, storie minimali, cercando di mettere in risalto le musiche e i suoni. Nicole e Paterson conducono una vita spensierata a bassa intensità svolgendo anche lei un lavoro semplice e monotono.
Nicole ha 22 anni, la vita da adulta fa schifo e l'accento, per quasi tutto il film, viene posto sulle sfide che la giovane o il giovane di turno devono affrontare. Purtroppo a parte tutte queste belle parole, qualche scena simpatica tra le due amiche e con la band musicale del fratello, il resto pur avendo una bella forma ha davvero poca sostanza.


sabato 8 aprile 2017

Avril et le Monde truqué

Titolo: Avril et le Monde truqué
Regia: Christian Desmares
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel 1941 di una realtà alternativa in cui la seconda rivoluzione industriale, quella dell’elettricità, non è mai avvenuta a causa della sparizione dei migliori scienziati del mondo nel 1870, infuria la guerra per l’energia. April, una ragazza che vive in una Parigi grigia e pericolosa, si mette alla ricerca dei genitori scienziati scomparsi da tempo, con la ferma intenzione di proseguire le loro ricerche interrotte sul sentiero della vita

Tratto dall’opera del maestro della graphic novel francese Jacques Tardi e vincitore del Crystal Award come miglior lungometraggio al festival di Annecy 2015, Avril et le Monde truqué è l'esordio per due registi emergenti che cercano di ridare enfasi e innovatività ad un sotto genere in disuso: lo steampunk (tornato alla ribalta con il remake di MAD MAX). Questo viaggio dell'eroina accompagnato da un gatto parlante e da un furfante trova i suoi punti di forza non tanto nella sceneggiatura scontata e i personaggi classici e poco caratterizzati ma da una messa in scena accompagnato da un ritmo avvincente soprattutto come metafora sui contenuti politici emergenti, sul ritorno al carbone (come da poco ha voluto il presidente americano Trump), alcuni dialoghi pungenti soprattutto quando i nostri protagonisti incontrano gli scienzati ma anche nell'umorismo che spesso e volentieri rischia di essere frainteso.
Se c’è un autore in grado di rielaborare in maniera originale gli stilemi e i cliché della paraletteratura e tradurli in maniera originale questo è Jacques Tardi l’autore delle avventure di Adèle Blanc-Sec, eroina di storie a metà tra il genere l’horror e l’avventuroso. Avril è una commedia frizzante piena di ritmo e di momenti originali, un’avventura rocambolesca, spiritosa, non priva di contenuti e spunti sulla natura umana, sui confini etici della ricerca, sui paradossi della tecnologia. L'ennesimo tassello significativo del variopinto cinema d’animazione transalpino.


giovedì 23 marzo 2017

Omicidio all'italiana

Titolo: Omicidio all'italiana
Regia: Maccio Capatonda
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Uno strano omicidio sconvolge la vita sempre uguale di Acitrullo, sperduta località dell'entroterra abruzzese. Quale occasione migliore per il sindaco e il suo vice per far uscire dall'anonimato il paesino? Oltre alle forze dell'ordine infatti, accorrerà sul posto una troupe del famigerato programma televisivo "Chi l'acciso?", condotto da Donatella Spruzzone. Grazie alla trasmissione e all'astuzia del sindaco, Acitrullo diventerà in men che non si dica famosa come e ancor più di Cogne! Ma sarà un efferato crimine o un... omicidio a luci grosse??

Secondo film per Marcello Macchia dopo ITALIANO MEDIO e la serie uscita nel 2017 MARIOTTIDE direttamente su Infinity.
A differenza del primo film qui troviamo un lavoro di scrittura molto più complesso e sofisticato avendo al suo interno intenti da thriller e da indagine poliziesca ovviamente con tutti i suoi sottoriferimenti ironici e grotteschi ma che almeno portano elementi nuovi e la capacità e lo sforzo di provare a mettersi in gioco anche in un giallo.
Senza avere ancora quella forza e quella maturità che potranno dargli la possibilità di fare qualcosa di più maturo anche se di comicità e demenzialità si parla (dal momento che sono diventati i punti di forza dell'attore/regista) in questo suo secondo film, non per il cast che alla fine pur avendo qualche star in più non aggiunge da quel senso lì forza e spessore sui personaggi, bensì proprio per quella critica mass mediatica che l'autore già dai suoi trailer in passato a sempre cercato di sottolineare buttandola sulla risata ma lasciando comunque che la critica faccia il suo effetto.
"Chi l'ha acciso" diventa il punto di riferimento per una metafora sulla morale e il perbenismo dell'italiano medio e allo stesso tempo la mancanza totale assenza di morale che riesce in alcuni casi a dare ancora più spessore alla comicità demenziale.

L'unico dubbio per questo personaggio di spettacolo è che lui come la sua squadra, rischiano di rimanere intrappolati e schiavi di un sistema e di una produzione che lui per primo cercava di cambiare ma che quando gli ha messo di fronte contratto e limiti, il nostro Macchia non ha più potuto fare la sua scelta.

Questione di Karma

Titolo: Questione di Karma
Regia: Edoardo Falcone
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Giacomo è lo stravagante erede di una dinastia di industriali, ma più che interessarsi all'azienda, preferisce occuparsi delle sue mille passioni. La sua vita è stata segnata dalla scomparsa del padre quando era molto piccolo. L'incontro con un eccentrico esoterista francese gli cambia la vita: lo studioso infatti afferma di aver individuato l'attuale reincarnazione del padre di Giacomo. Trattasi di tal Mario Pitagora, un uomo tutt'altro che spirituale, interessato solo ai soldi e indebitato con mezza città. Questo incontro apparentemente assurdo cambierà la vita di entrambi.

Questione di Karma è un film che mischiando filosofia orientale e toni da commedia all'italiana crea un'impianto insopportabile con due personaggi odiosi e tremendamente fuori dal comune, almeno per quanto riguarda il personaggio di De Luigi, Giacomo, che in una scena topica si scopre parlare anche il giapponese fluentemente. Mario interpretato da un Germano scazzato all'inverosimile sembra invece il tipico burino romano che non fa altro che sottolineare lo stereotipo del farabutto con un grande cuore...
Questione di Karma è un mix tra LA FELICITA' E'UN SISTEMA COMPLESSO e UNO STRANO CASO in cui c'è il tema della reincarnazione e una sorta di guru interpretato da Philippe Leroy che alla fine rivela al nostro protagonista che la cosa più importante nella vita e l'arrosto di maiale con le patate.
Tutto purtroppo è prevedibile e patinato e Falcone non fa nulla per cercare di fare in modo che il film debba andare proprio nella direzione più scontata con un finale a lieto fine che sembra uscire dalle pubblicità della mulino bianco.
Gli attori pur provando a mettercela tutta per fare in modo che riesca ad essere credibile anche una situazione paradossale, non riescono mai a trovare loro come chi ha scritto il film, quell'impianto nei dialoghi che alla fine riesce ad essere matura finendo per fare ridere poco e non sembra prendersi mai sul serio cercando per tutta la durata un equilibrio macchinoso.
Alcuni stereotipi poi li ho trovati abbastanza banalotti e poco convincenti come la rampolla di famiglia che oltre ad essere un arrampicatrice sociale e per forza lesbica, che il matto alla fine è sempre il genio e che tutte le famiglie aristocratiche puntando a risparmiare i soldi senza mai provare il piacere di spenderli.


martedì 7 marzo 2017

I Don't Feel at Home in This World Anymore

Titolo: I Don't Feel at Home in This World Anymore
Regia: Macon Blair
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ruth un assistente sociale depressa, torna dal lavoro e trova la casa svaligiata, all'appello mancano l'argenteria e il computer portatile. Persa fiducia nella polizia (e forse nell'umanità intera), Ruth inizia a indagare da sola, unendo le forze con il suo vicino di casa squilibrato e il suo cane Tony. Dopo aver localizzato il computer portatile, i due risalgono a un negozio di spedizioni, arrivando a sgominare una banda di criminali degenerati e pericolosi che popola un bizzarro mondo sotterraneo da dove non sembra esserci via d'uscita.

Macon Blair per chi non lo conoscesse è un attore poliedrico che ha regalato alcune ottime performance in BLUE RUIN e GREEN ROOM.
E'difficile classificare quest'ultimo film della Netflix che sembra ricordare così tante cose e allo stesso tempo nessuna, una sorta di commedia nera con sprazzi di revenge-movie dalle tonalità pulp weird e un black humor efficace. Con l'andare avanti il film però prende una piega diversa come d'altronde capita per i film di Saulnier di cui appunto Blair è la musa ispiratrice.
Al di là delle interpretazioni che non esondano mai pur rimanendo al limite dell'assurdo il film ci mostra due nuovi anti eroi spassosissimi come Ruth e Toni interpretati da una convincente Melanie Lynskey e un ritrovato Elijah Wood, i quali giocano sull'auto ironia (soprattutto il secondo) riuscendo a creare un personaggio di contorno funzionale allo scopo, creando una coppia di protagonisti bizzarra e completamente diversa.
Questa scheggia impazzita tratta tanti temi della nostra sempre più complessa normalità rappresentando una riflessione proprio sulla società contemporanea americana come ad esempio passare ai fatti prima di anteporre un dialogo, dare per scontato le cose, un egoismo che incancrenisce giorno dopo giorno la civiltà, il malessere generale degli americani e via dicendo. Sembra partire da un'unica certezza per poi farla esplodere a suon di violenza e sparatorie.
Il mondo è folle, lo è sempre stato e chiunque abbia un barlume di sensibilità e empatia rischia di essere sepolto senza troppi convenevoli. Quindi è ora che coloro che mantenevano una sorta di calma apparente deflagrino senza farsi troppi sensi di colpa e in tutto questo spesso e volentieri il cinema indipendente si presta ad hoc.


Paterson

Titolo: Paterson
Regia: Jim Jarmush
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Paterson vive a Paterson, New Jersey, con la moglie Laura e il cane Marvin. Ogni giorno guida l'autobus per le vie della città, ogni sera porta fuori il cane e beve una birra nel pub dell'isolato. Mentre la moglie colleziona progetti fantasiosi e fuori portata, e decora ininterrottamente la loro casa, Paterson appunta umilmente le sue poesie su un taccuino, che porta sempre con sé. Nei suoi versi si fondono la passione per William Carlos Williams, nativo di Paterson, Ginsberg, O'Hara, ma anche il suo orizzonte quotidiano. Proprio il dono di uno sguardo poetico sembra essere ciò che lo eleva da una routine di luoghi e azioni uguali a se stesse e sottilmente angoscianti.

L'ultimo Jarmush è abbastanza radicale e minimale. Il suo personaggio passa le giornate quasi come se non vedesse l'ora che finiscano per ricominciarle il mattino seguente nello stesso identico modo. E'un aspetto come un altro per dire due cose: da un lato l'importanza di dare peso alla monotonia e ad una vita semplice che si accontenta di cose ancora più semplici che spesso e volentieri diamo per scontato. Dall'altra sembra voler appurare che il piattume della propria esistenza è soggettivo per ognuno di noi, decidendo a cosa dover dare peso e importanza.
Al di là di riflessioni indisciplinate o teorie personali, Paterson è interpretato da un attore che ultimamente pur rimanendo in secondo piano, sta girando indie e blockbuster come se mangiasse noccioline. Da STAR WARS a SILENCE solo per citare gli ultimi usciti, Adam Driver è colui che passa sempre inosservato, eppure riuscendo a lasciare spesso una traccia come nel caso del film di Scorsese dove riesce ad essere molto più in parte e funzionale rispetto al collega.
E'un film monocorde in cui non succede praticamente nulla e il ritmo viene scandito dai giorni della settimana. Allo stesso tempo è un film ambizioso dove sicuramente qualcuno coglierà il significato della vita secondo Paterson e altri passaggi importantissimi che meritano una lettura e una scansione più approfondita. L'inizio è abbastanza profetico per far subito capire come verrà strutturato il film.
Eppure forse questo è il merito più grosso di un regista indipendente nell'anima che ha lavorato in mille progetti facendo sempre un sacco di cose appartenenti alla settima arte e che voleva a tutti i costi realizzare questo film che manco a farlo apposta è il suo progetto più ambizioso.
Alla fine con una frase forse si riesce a tracciare la personalità e gli intenti del suo protagonista: Paterson scrive tutti i giorni delle poesie su un taccuino in silenzio, spensierato, senza avere la minima voglia di farle leggere a nessuno. Qualcuno potrebbe definirlo depresso o associale ma non è affatto così, semplicemente non se la sente.


lunedì 6 marzo 2017

Smetto quando voglio: Masterclass

Titolo: Smetto quando voglio: Masterclass
Regia: Sydney Sibilia
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La banda dei ricercatori è tornata: l'associazione a delinquere "con il più alto tasso di cultura di sempre" di Smetto quando voglio decide di ricostituirsi quando una poliziotta offre al capo, Pietro Zinni, uno sconto di pena e a tutto il gruppo la ripulitura della fedina penale, a patto che aiutino le forze dell'ordine a vincere la battaglia contro le smart drug. Così questi laureati costretti a campare di espedienti in un'Italia che non sa che farsene della loro cultura vanno a recuperare un paio di cervelli in fuga e lavorano insieme per stanare i creatori delle nuove droghe fatte con molecole non ancora illegali. Pietro però non può rivelare nulla del suo nuovo incarico alla compagna Giulia, incinta del loro primo figlio, ed è costretto ad inventare con lei bugie sempre più colorite.

E'una gioia vedere un sequel ancora più convincente del primo capitolo. Soprattutto quando sai che presto arriverà il terzo. Sibilia ha girato due film assieme riuscendo a tenere alta la testa e dirigendo ottimamente una crew di attori quasi "tutti romani" ma simpatici.
La prima saga italiana che rifacendosi alla commedia mischia azione, humor e tanti altri elementi (oltre che omaggiare tanto cinema) grazie ad un ritmo davvero incredibile e senza mai grosse pause che ne sanciscano i limiti è una vera sorpresa e apre forse uno spiraglio di innovazione per il nostro cinema. Edoardo Leo è riuscito in pochi anni a diventare uno degli attori più famosi e prolifici ritagliandosi ruoli da protagonista senza capire come abbia fatto a scalare il successo così velocemente (dal momento che è un attore mediocre), mentre il resto del casting è sempre a suo modo spassoso inserendo alcuni personaggi nuovi e funzionali come la Scarano e Lo Cascio.
Si ride e si festeggia prima di tutto per lo sforzo e il successo al botteghino di questi nerd criminali. Si ride davvero tanto in questo film senza però mettere da parte la trama e aggiungendo o meglio analizzando più a fondo il fenomeno delle smart drugs e inserendo altre novità come i blogger, un ispettore che si fa "aiutare" dai banditi proponendogli un affare niente affatto legale, e tante altre cose tra cui un non precisato antagonista ma sperimentando il brevetto della guerra tra ricercatori.
La struttura temporale abbraccia una sorta di analessi e tutto comunque viene collegato con il finale del film precedente senza muovere le lancette del tempo (la ragazza di Pietro infatti e ancora in cinta) ma anzi giocando di rimandi, raccordi e flash back. Un film psichedelico come il primo, drogato di acida ironia e finalmente un'operazione che fa pensare in tutto e per tutto ad un "unicum"

sul genere. Aspettiamo trepidanti "Ad Honorem".