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sabato 9 dicembre 2017

Outlaw and Angels

Titolo: Outlaw and Angels
Regia: J.T.Mollner
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Con un famigerato cacciatore di taglie sulle loro tracce, una banda di fuorilegge dal sangue freddo invade la casa di una famiglia di frontiera apparentemente tranquilla. La situazione diventa un gioco, precisamente quello del gatto e del topo, che porta alla seduzione, inversione di ruolo e, in ultima analisi, a una sanguinosa vendetta.

Feroce, cattivo senza nessuna redenzione per nessuno. Solo è unicamente vendetta e carneficina.
La trama di Outlaw and Angels da principio potrebbe sembrare telefonata e senza guizzi di sceneggiatura che ne decretino un plot originale o quantomeno interessante. Il soggetto in questo caso pur avendo degli scompensi per quanto riguarda il ritmo e la scrittura è l'elemento migliore e mi ha ricordato in diversi momenti BONE TOMAHAWK ma anche BONNIE AND CLYDE per come si costruisce il rapporto tra la protagonista e il capo dei banditi.
Molte location esterne ma una casa appunto per l'home invasion dove all'interno si dipanerà una struttura contorta che si appoggia quasi tutto sul dramma familiare e con un colpo di scena che arriva dritto dritto come un pugno allo stomaco.
Diciamo pure che il sottotesto potrebbe essere che non c'è mai un limite alle azioni criminali e gli orrori che possono scaturire tra le mura domestiche. A volte quello che si scopre fa più male di qualsiasi criminale o sconosciuto che bussa alla nostra porta.
Ancora western ma di nuovo con tantissimo sangue, sparatorie efferate, sgozzamenti, un livello di violenza che non mi aspettavo e soprattutto un lavoro sugli attori che cerca di non essere mai banale scavando a fondo e caratterizzando quasi tutti a dovere inserendo infine dei buoni colpi di scena.
Mollner non si fa davvero mancare nulla e il cambio che avviene all'interno della dimora dove vanno a rifugiarsi i criminali e un alternarsi di cambi di registri narrativi e con momenti gore e grotteschi uno dopo l'altro senza badare a danno di chi è la tortura se uomo o donna o in questo caso padre, madre o sorella che sia. L'importante è che tutti paghino per i peccati commessi.






martedì 5 dicembre 2017

Limina

Titolo: Limina
Regia: Joshua M. Ferguson
Anno: 2016
Paese: Canada
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 3/5

Un* ragazz* gender-fluid di nome Alessandra che, guidat* da innocenza e intuizione, è curios*
della vita degli abitanti di una piccola città pittoresca che decidono di giocare un ruolo attivo nel
processo di lutto di una donna sconosciuta.

I canadesi come sempre sanno distinguersi per come affrontano alcune tematiche.
Limina, in concorso anch'esso, è notevole quanto estremamente particolare soprattutto per cercare di analizzare il punto focale del corto di '15. Una chiesa, una bambina gender straordinaria e sempre sorridente e il suo compito che metaforicamente potrebbe essere quello di custodire una candela che deve rimanere sempre accesa.

Con una fotografia tutta virata tutta verso il rosso e l'arancione e i colori accesi e autunnali, Alessandra scoprirà presto di avere uno scopo e un ruolo aiutando una donna che soffre a superare le difficoltà diventandone amica e facendosi custode dei suoi segreti.

Lunadigas

Titolo: Lunadigas
Regia: Nicoletta Nesler e Marilisa Piga
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Lunàdigas è una parola della lingua sarda usata dai pastori per definire le pecore che in certe
stagioni non si riproducono. Il progetto racconta una realtà articolata e poco conosciuta, dalla quale emergono ragioni e sentimenti inaspettati, sempre diversi per ogni singola donna. Emozioni affini o opposte, a volte contraddittorie, dai contorni netti: compiacimenti, dolori, dubbi, certezze, pregiudizi.

Lunadigas, quest'anno in concorso al DQFF ha davvero diversi elementi di interesse e non parlo solo per quanto concerne il desiderio di una donna di non voler dare alla luce un bambino.
Il disegno e la materia trattata dalle due registe è molto più profondo con riferimenti quasi antropologici sul ruolo della donna e della sua emancipazione.
In '69 viene mostrata una carrellata di interviste con loro come protagoniste: donne, ragazze, di svariate età e ruoli sociali, filmate dentro salotti dove avvengono focus di discussione su diversi temi che riguardano la donna in quanto tale e i suoi diritti e se vogliamo i suoi doveri e non quelli che invece sembra dettare la società.
L'opera ha raccolto così tante interviste che le due registe hanno creato una vera e propria banca della memoria per tutte queste testimonianze.
Si può essere donne felici anche senza figli? La risposta è sì per una grossa parte del popolo femminile, ancora si potrebbe essere donne felici anche senza avere un figlio, a patto che il mondo intero non cercasse di sostenere a tutti i costi il contrario? Anche in questo caso la risposta è certo che sì.

La raccolta delle testimonianze è iniziata nel 2011, per cui basti pensare a quante migliaia di interviste sono ste raccolte da allora fino ad oggi (eh sì perchè continuano) ed il tutto è nato dal fatto che le due registe sarde non abbiano mai voluto avere figli, per scelta. Così hanno iniziato a lavorare insieme per Radio Sardegna nel 1991 impegnandosi da subito a raccontare cose per cui era difficile trovare un linguaggio dal momento che alcuni argomenti a volt ancora taboo, come già mostravano alcuni intellettuali del nostro paese, sembrano essere ancora avvolti da una patina di mistero.

Lily

Titolo: Lily
Regia: Shron Cronin
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Festival: Divine Queer Film Festival
Giudizio: 4/5

Il film racconta la storia di Lily, una giovane donna con un segreto. Con il suo migliore amico,
Simon fieramente leale e fiammeggiante, navigava sulle acque tradizionali della vita scolastica.
Quando un malinteso con la bella e popolare Violet conduce ad un attacco vizioso, Lily si trova di
fronte alla sfida più grande della sua giovane vita.

Un altro cortomettraggio a tematica queer. Una giovane ragazzina alla scoperta della sua sessualità in compagnia dell'amico Simon che sembra essere uscito da MISTERYOUS SKIN di Gregg Araki cercheranno di tenere duro e di non mascherare le loro scelte.
E'devo dire che alcune formule visive e la scelta di sistemare la camera piuttosto che la fotografia ricordano vagamente l'outsider americano.
Il corto è una bomba con un ritmo incredibile nei suoi '21 e con delle facce che riescono a raccontarsi stampandosi in maniera indelebile. Succedono tante cose in questo corto.
Bullismo, ferite da taglio autoinflitte, un nucleo che non sembra capire le difficoltà della figlia, l'amico diverso come il salvatore e l'amica dell'amico che deve aiutare tutte coloro che vengono perseguitate a causa della loro "diversità". In più è interessante notare come anche le antagoniste subiscano una specie di trasformazione e il finale contando che vengono chiamate in causa anche le istituzioni (la scuola) e il corpo docenti, sembra ribadire che alcune questioni tra adolescenti vanno risolte proprio secondo i loro codici e le loro regole e in cui gli adulti a volte proprio non servono.


domenica 15 ottobre 2017

Più grande sogno

Titolo: Più grande sogno
Regia: Michele Vannucci
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Mirko è appena uscito di prigione. Alla soglia dei quarant'anni vuole ricominciare da capo, recuperando il rapporto con la compagna Vittoria e le figlie Michelle e Crystel, ma non è facile: se Vittoria e Crystel lo accolgono con fiducia, Michelle lo guarda con diffidenza e ostilità. L'occasione per rifarsi una vita sembra arrivare da un'improbabile candidatura: Mirko, a suo modo popolare nella borgata degradata in cui vive, viene eletto presidente del comitato di quartiere, e si appresta a cambiare le circostanze non solo sue ma di tutti coloro che lo circondano. Ad affiancarlo è l'amico di sempre, Boccione, prodotto dell'incuria e dell'incultura del suo ambiente ma dotato di buon cuore e buone intenzioni. Per entrambi il rischio del fallimento è dietro l'angolo, come è vicino il pericolo di una ricaduta nel vecchio giro di malaffare. Riuscirà Mirko a trovare la sua strada e a costruirsi una nuova identità?

I viaggi di redenzione sono materiale vasto e infinito. Di solito è un tema che appartiene ad una grossa fetta del genere drammatico. In questo caso l'utilizzo fatto all'interno del film e la buona catarsi dell'attore che interpreta se stesso Mirko Frezza è stata una sfida interessante e rischiosa che l'opera prima di Vannucci con difficoltà e momenti che faticano a decollare riesce a dare credibilità e spessore ad una storia molto popolare e populista, il tipico "borgata-movie".
Chiariamo subito: se non ci fosse stato Alessandro Borghi che nel film ha un ruolo molto importante da co-protagonista, il film avrebbe sicuramente patito una recitazione non sempre in grado di dare pathos e enfasi a sufficienza nonostante uno dei più grandi sforzi sia stato quello di superare gli stereotipi di genere e renderlo passionale e appassionato.
Vannucci si concentra molto sul linguaggio e il dialetto romano è iconico nel cercare di farci comprendere il microcosmo e la sotto-cultura in cui vivono questi borgatari in particolare il nostro ex-pregiudicato che ha passato tra il suo quartiere e Regina Coeli, sempre diviso fra gli “impicci” di casa e i castighi del carcere.
Dramma, pesanti rapporti familiari e con la gente del quartiere, un passato che torna o che meglio non lo ha mai abbandonato, della paura ha provare a fidarsi (non vuole nemmeno mettere una firma quando viene eletto) una figlia che non accetta che il padre durante la carcerazione non abbia voluto vederla e infine una redenzione compromessa quando dall'altra parte il tentativo di tornare a delinquere e dietro l'angolo.

L'idea buona del chi "ce sta a provà" nonchè trasformare la realtà in fiction semidocumentaria è buona, a tratti purtroppo ma speriamo che sia solo una questione di tempo, la regia e soprattutto la ripresa stilisticamente è abbastanza piatta, fatta quasi esclusivamente di un'insistente mdp a spalla che cammina con i personaggi e si chiude quasi sempre sulla faccia stralunata di Mirko.

Lowriders

Titolo: Lowriders
Regia: Ricardo de Montreuil
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ambientata nella zona orientale di Los Angeles, il film parla del mondo delle vetture lowrider e dei graffiti. La storia è incentrata su un adolescente la cui lealtà è messa a dura prova quando si trova costretto a scegliere tra il padre e lo zio criminale.

Prendete FAST & FURIOUS mescolatelo con ONCE WERE WARRIORS ed 8 MILE e conditelo con SIN NOMBRE aggiungendo infine il jolly con Theo Rossi.
Quelllo che ne esce non è nulla di buono ma anzi macchinoso, già visto e squisitamente pieno di clichè. Dalla famiglia sudamericana povera che pensa al grande mito americano, quello delle macchine, costruendo la perfetta lowrider, ovvero quel tipo di vettura le cui sospensioni sono state modificate in modo tale da poter abbassare la macchina il più vicino possibile al suolo oppure per farle compiere delle evoluzioni, diciamo che sappiamo subito di cosa stiamo parlando.
Uno potrebbe già fermarsi qui senza andare oltre per capire nell'immediato dove andrà a parare il film. Eppure anche gli inseguimenti sono abbastanza fiacchi, i combattimenti tra gang a volte sanno di ridicolo e la caratterizzazione dei personaggi è stereotipata anche quando uno come Theo Rossi cerca di dare un po di sostanza (e il fratello maggiore che ha rotto i legami con il padre e si è fatto una gag tutta sua) senza di fatto uscirne bene nemmeno lui.
Una trama che purtroppo non ha richiesto tanto sforzo dello sceneggiatore e il regista, De Montreuil, voleva solo avere l'ok per potersi cimentare in un montaggio frenetico che a volte rischia pure di distruggere quel poco di buono che il film stenta a mettere in luce.


mercoledì 11 ottobre 2017

El Bar

Titolo: El Bar
Regia: Alex de la Iglesia
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Costretti a vivere una situazione tragica rinchiusi all'interno di un bar, un gruppo di sconosciuti comincia a confidarsi l'un l'altro.

"Oggi più che mai abbiamo paura del dolore e della morte. Non ne parliamo neppure ai nostri figli perché sappiamo di non avere le risposte. Non la capiamo e, soprattutto, non vogliamo pensarci. Ciò causa un'insopportabile tensione che, presto o tardi, si fa riconoscere con esplosioni di incontrollata violenza o come una costante amarissima presenza nelle nostre menti."
Il terrorismo è in ognuno di noi. Alex de la Iglesia continua con le sue schegge impazzite e finalmente ritorna in scena anche lui con un film tutto ambientato quasi in un'unica location, uno schema corale e tanta azione soprattutto nel finale per un film che manco a dirsi di nuovo coniuga un mezzo filone fanta-politico.
Una miscela esplosiva in cui il regista spagnolo non va mai giù per il sottile ma infila i suoi topoi cinematografici grazie al suo sceneggiatore di fiducia Guerrica con cui confeziona un'opera feroce e graffiante, un equilibrato mix di generi che, tra gustosi istinti da commedia nera e grottesca e una violenza che rischia di sfociare nell'horror psicologico, dice la sua sulla decadenza morale nella società contemporanea, in particolare trovando in alcuni normalissimi personaggi delle storie e delle modalità che lasciano basiti per scelte e azioni irreversibili.

El Bar costruisce pian piano dinamiche sempre più interessanti e ferali, in cui il peggio degli individui viene alla luce con spietata crudeltà in un grottesco disseminarsi di ipotesi e colpi di scena che prima incuriosiscono e dopo lasciano con il fiato sospeso fino all'energica resa dei conti finale, lasciando trasparire dietro tutta la genuinità di genere l'importanza di un vibrante messaggio. Purtroppo forse l'unica pecca potrebbe essere quella di un finale tirato troppo per le lunghe e abbastanza scontato ma che d'altronde è tipica del cinema del regista che con quella punta di esagerazione finale che infila quasi sempre nei suoi film da sempre risultati roccamboleschi e imprevisti  

sabato 23 settembre 2017

American Fable

Titolo: American Fable
Regia: Anne Hamilton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Negli anni Ottanta, nel bel mezzo della crisi agricola del Midwest, l'undicenne Kitty vive in un mondo oscuro e talvolta magico. Quando scopre che l'amato padre nasconde un uomo ricco nel silo di famiglia al fine di salvare la loro fattoria in difficoltà, Kitty stringe in segreto amicizia con il prigioniero. Si ritroverà costretta a dover scegliere tra l'impulso a salvargli la vita e il bisogno di proteggere la sua famiglia dalle conseguenze del caso.

American Fable per qualche strano motivo pensavo fosse un film a episodi di quelli che si vedono ultimamente come XX, HOLIDAYS, TALES OF HALLOWEEN, etc. Invece non è così.
Il film della Hamilton è uno squisito film di formazione con un unico piano narrativo che entra ed esce continuamente dai suoi confini "magici". Pur trattando una vicenda reale e tutto ciò che succede è realistico, il film e la narrazione assumono tratti e scenografie mutevoli e conturbanti a partire dai campi di granoturco in cui passeggiano allegramente e soli i bambini a giocare e scoprire nuove avventure. Proprio la scoperta, il viaggio e altri meccanismi ben oliati sono gli strumenti che la regista adotta in un film molto misurato con alcune scene decisamente inaspettate e un buon climax.
Kitty è la protagonista che tira fuori il coraggio, combatte una maledizione che si impossessa del nucleo familiare, supera le sue paure e combatte una dura lotta contro le stesse persone che ama.
Un film che gioca molto bene la carta dell'atmosfera con una colonna sonora che si inserisce in modo pienamente funzionale nell'intero arco narrativo dando pathos a diversi momenti decisivi e a tratti inquietanti. Un film per molti aspetti già visto, con una struttura che ricorda tanto un film italiano venuto bene e un cast misurato che assolve il ruolo.
Che cosa fareste dunque per tenere la casa che amate e continuare così a vivere le proprie avventure? Quello che possono fare gli adulti a volte è straziante e pericoloso ma il senso di giustizia che traina i più piccoli può essere a tratti commovente.
American Fable ha qualcosa di antico, di classico, di magico e di simbolico che toccherà ad ognuno scoprire.




Figli della notte

Titolo: Figli della notte
Regia: Andrea De Sica
Anno: 2016
Paese: Italia
Festival: Torino Film Festival 
Giudizio: 4/5

Con poca voglia ma parecchia obbedienza alla madre, Giulio entra in un collegio prestigioso per rampolli benestanti. Dalle sembianze asburgiche, la struttura è una nota palestra per la futura classe dirigente, rigida e spietata. Il ragazzo è immediatamente attratto da Edo, dalla personalità a lui opposta, anticonformista e incline alla ribellione. In complicità si oppongono al bullismo imperante e in totale segretezza, iniziano a trascorrere nottate in un locale di prostitute. Gli effetti attesi non tarderanno a presentarsi.

Al suo esordio De Sica firma un film avvincente con una storia davvero originale che tra l'altro prova a far luce su una realtà davvero inquietante per alcuni aspetti. Quella dei rampolli benestanti che dovrebbero diventare la classe dirigente del futuro.
Partiamo subito con la scena d'apertura che sembra strizzare l'occhio a Sorrentino per quanto anche a livello tecnico, il regista sappia esattamente cosa vuole giocando molto bene negli interni con una scenografia e una luce più che perfetta e anche in esterno con una fotografia molto più fredda ad esaltare l'inverno rigido e il clima arido che non fa sconti per nessuno.
Sembra un vero e proprio carcere il collegio dove Giulio e gli altri ragazzi vengono inviati e come tale viste le dure regole imposte dovrà assolutamente fare i conti con dei giovani che non sono più quelli ubbidienti e pazienti di una volta ma sono una generazione in cui i genitori cercano di sbarazzarsene in fretta. Uno di loro Edoardo in particolare risponde al suo educatore dicendo come siano bravi e svelti i genitori a fare le valigie. Ruolo interessante ma con qualche leggera riserva è quello degli educatori tra cui svetta Mathias, i quali a volte sembrano uscire fuori dagli schemi con una linea educativa leggermente coercitiva come si lascia scappare uno di loro ad un certo punto "Le vostre famiglie sanno che tutto ciò che succede qui dentro lo risolviamo qui dentro. "
Alla fine il film è recitato bene, a livello tecnico è ottimo, tutto sembra raggiungere livelli molto alti per il nostro cinema e forse i soli e unici problemi sulla credibilità di alcuni fatti e un climax finale abbastanza scontato sono i mordenti principali.
Il film riesce ad essere uno spaccato sul sociale e un dramma significativo su una realtà che finalmente qualcuno si è deciso a raccontare.


domenica 10 settembre 2017

Dog Eat Dog

Titolo: Dog Eat Dog
Regia: Paul Schrader
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando tre ex detenuti disperati accettano di rapire un bambino pagati da un boss della mala, sanno di non poter rifiutare, e la ricompensa è troppo ricca per farli rinunciare. Ma il rapimento non va proprio a buon fine e i tre sono obbligati ad uccidere un intruso, che si scopre essere proprio il padre del bimbo. Inseguiti dalla mafia, i tre si ritrovano in fuga per la città di Los Angeles. E nessuno di loro vuole tornare in prigione. Costi quel che costi.

Forse perchè dentro di me conservavo qualche speranza e in fondo lo aspettavo da tanto che sono rimasto abbastanza basito di fronte all'ultimo inutile film di Schrader.
Il problema di fatto e il limite più importante che ho trovato nel film è senza ombra di dubbio la fretta. La fretta nella direzione degli attori, nella costruzione della storia, nel ritmo in generale, nei dialoghi che valgono un nulla di fatto e in una regia che sembra rassegnata o meglio distante dai fatti che si svolgono e che la telecamera inquadra.
I rimandi e le fonti che hanno spinto il regista a fare questo pasticciatissimo film rimangono misteriose forse persino a lui. Ed è un peccato perchè Schrader è in gamba, Dafoe all'inizio è come sempre un attore molto eclettico in grado già lui da solo di reggere sulle spalle tutto il film. Sembra TRAINSPOTTING che incontra solo per un attimo la mente deviata di Tyler Durden con il risultato che niente avrà nulla di affascinantate e suggestivo come i suddetti citati.
Qui si fatica ad andare avanti ingranando con la storia e infatti dopo il primo atto assistiamo ad una serie di gag tragicomiche che non fanno assolutamente ridere e sono peraltro anche molto violente. Nicolas Cage e il suo socio recitano da Cani, il primo sempre per i debiti che deve saldare mentre il secondo troppo imbolsito e in un ruolo che non riesce ad emergere come ci si aspetttava.

Del libro e dello spirito anarchico e folle di Bunker non c'è traccia.

venerdì 8 settembre 2017

Let me make you a martyr

Titolo: Let me make you a martyr
Regia: Corey Asraf, John SwabJ
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Drew Glass fa il suo ritorno in città, imbattendosi presto con il padre adottivo boss del crimine locale, la sorella adottiva (e amante) dipendente dal crack, un addetto ai parcheggi delle roulotte tossicodipendente, un prete cieco con un segreto, una ragazzina scomparsa e un killer solitario da ingaggiare. Ogni passo che Drew muove lo riporta inevitabilmente al suo complicato passato.

Cinico, sporco, maledettamente drammatico e destinato ad essere crudele ed efferato, almeno questa era l'idea che mi ero fatto quando sono venuto a conoscenza di questo strano indie sconosciuto da noi. Il noir, il southern drama, della giovane coppia di registi indaga in questa piccola cittadina americana popolata da bifolchi, una sottocultura di individui che vivono secondo delle regole e dei codici particolari.
Spacciatori, tossici, killer professionisti, signori della droga. Praticamente mezzo cast della serie tv SONS OF ANARCHY, per chi ha avuto la forza di vederla tutta, assieme a Marilyn Manson in veste cinica e crudele che d'altro canto aveva recitato anche lui nella serie citata ritagliandosi un personaggio minore in tutta la parte legata al carcere.
Non c'è redenzione e non c'è salvezza per questo film e per i suoi protagonisti. Già il titolo originale è profetico ma la disperazione e l'intento salvifico del protagonista e della sua scelta per amore nei confronti della sorellastra lo porterà in un vortice di violenza e sopraffazione davvero spietato.
Ora tanti elementi squisitamente di genere, marcati e sporchi, sono sicuramente tasselli interessanti ma purtroppono sanciscono il primo limite in termini di sceneggiatura del duo di registi.
Pur avendo degli intenti da western moderno indefinito, noir e southern drama in chiave leggermente pulp, il risultato in termini di ritmo è abbastanza noioso come se i registi cercassero di trovare la propria voce raccontando una storia coerente ma che invece mostra una galleria disarticolata di personaggi anche molto interessanti sui cui la caratterizzazione non riesce a fare il suo lavoro. Mi ha ricordato per altri spetti prlando di droga il recente HEAVEN KNOWS WHAT di Safdie con cui aveva nell'atmosfera legata alla perdizione della sua protagonista diverse analogie.

I due autori invece di giocarsi la carta della violenza cool e del country pulp ingabbiano il loro film dentro un’impalcatura iperdrammatica, mettendo in bocca ai loro personaggi parole pesantissime e retoriche sulla salvezza e il riscatto e condannandoli ad una spirale di pessime e disperate scelte che finiscono per risultare quasi ridicole. A differenza di questo e comunque volendo esagerare con la drammaticità per rimanere in questa westlands mi viene in mente un film uscito qualche annetto fa AIN'T THEM BODIES SAINTS riuscendo ha fare molto meglio.

Message from the King

Titolo: Message from the King
Regia: Fabrice du Welz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jacob Kin arriva in città dal Sud Africa, alla ricerca della sorella minore. Ha solo poche centinaia di dollari in tasca e un biglietto di ritorno che scade dopo una settimana. In sole 24 ore, scopre che la ragazza è stata brutalmente assassinata. Il film parla di quello che avviene nei successivi sei giorni.

Du Welz è uno dei miei registi post-contemporanei preferiti. Ha girato una trilogia indimenticabile con CALVAIRE, VINYAN e ALLELUIA. Semplicemente sono tre film complessi e importantissimi, tre sguardi che richiamano l'horror per le loro atmosfere e le loro storie molto inquietanti e originali.
Poi sappiamo che il talento belga ha avuto diversi problemi con le produzioni, diventando un regista cult amato e beniamino dei festival, mentre dall'altra parte stava diventando sempre più difficile produrre le sue opere che seppur vero a livello di cinema di genere sono opere colte e complesse facendo incetta di premi, dall'altra a livello commerciale non hanno saputo vendere come e spesso il cinema ha bisogno essendo di fatto e prima di tutto un mercato.
COLT 45 è un poliziesco teso e spietato con una fotografia magnifica, uno script già meno originale e onirico oltre che ipnotico rispetto a i suoi precedenti film, ma con un finale devastante e un buon manipolo di attori. In questo caso la trama è ancora più asciutta con pochi ma potenti colpi di scena tra cui l'incidente scatenante e una giustizia privata abbastanza funzionale nel cercare percorsi nuovi soprattutto nella psicologia del protagonista, le sue strategie e il doppio gioco dei suoi stessi nemici. Una storia abbastanza scontata che gode di alcune buone prove attoriali con un nutrito cast che vede alcuni volti noti e lo stile sporco di camera e fotografia che il regista adotta al meglio nei bassifondi di Los Angeles lasciando da parte tutte quelle impressionanti location e atmosfere di VINYAN.
Qui come per COLT 45 la città non è un'isola selvaggia anche se in questo le bande di criminali e gli spietati affaristi che si nascondono nelle loro lussuose ville nascondo orrori a volte così indicibili che a confronto la natura per quanto selvaggia si rivela sempre in fondo meno contorta dell'animo umano. La sua prima regia yankee dunque non è stata così becera come si poteva pensare anche se si vede che il talento e la politica dell'autore nelle sue ultime ipere esce poco. Ma pur di vedere ancora il talento belga preferisco che continui a fare cinema in America magari dando coraggio e fiducia ad uno dei suoi progetti personali.

"Ho avuto però la possibilità di girare quanto mi ero prefissato nel modo in cui l’ho pensato e ho avuto un certo controllo sulla produzione. La post-produzione invece è stata più difficile, tutto un altro gioco, a causa delle molte voci che interferiscono, dai sindacati alla DGA (Directors Guild of America). Hai a disposizione 10 giorni per realizzare la tua directors’cut, dopodiché subentrano i produttori, che guardano il materiale e decidono. Inoltre devi occuparti del montaggio, comprensivo del suono e della colonna sonora, quindi non c’è modo di fare le cose con calma passo per passo … A un certo punto comunque, i produttori prendono il sopravvento e tutto diventa molto complicato. Questa cosa però va accettata, perchè funziona così da quelle parti. "

domenica 3 settembre 2017

Mia vita da zucchina

Titolo: Mia vita da zucchina
Regia: Claude Barras
Anno: 2016
Paese: Svizzera
Giudizio: 4/5

Zucchino non è un ortaggio ma un bambino (il cui vero nome era Icaro) che pensa di essersi ritrovato solo al mondo quando muore sua madre. Non sa che incontrerà dei nuovi amici nell'istituto per bambini abbandonati in cui viene accolto da Simon, Ahmed, Jujube, Alice e Béatrice. Hanno tutti delle storie di sofferenza alle spalle e possono essere sia scostanti che teneri. C'è poi Camille che in lui suscita un'attenzione diversa. Se si hanno dieci anni, degli amici e si scopre l'amore forse la vita può presentarsi in modo diverso rispetto alle attese.

A volte il cinema d'animazione ci insegna che i generi al suo interno sono sempre infiniti e veriegati e che possono abbracciare tutti i target d'età senza lesinare sulle storie drammatiche o i tortuosi viaggi di formazione.
In questo caso l'opera dello svizzero Barras è un dramma malinconico che sembra omaggiare per certi versi una certa filosofia Burtoniana e dall'altra restituire dei duri colpi come macigni su temi sociali, il viaggio di formazione e l'adolescenza come vaso di Pandora per tutti i guai e le scoperte che si verificano in quella fascia d'età.
Il film inizia con un bambino che per sbaglio uccide sua madre.
La recensione potrebbe finire qui ma il film è così scaltro e Barras ha così tanto talento da vendere che riesce a dipanare una storia con delle abili e funzionali location a partire dalla casa ma soprattutto l'istituto con una visione d'intenti davvero sorprendente per come riesce a giocare sui sentimenti e farti commuovere in diverse scene senza esagerare con il melodramma ma lasciandolo teso come una fune.
Sciamma al suo top nella scrittura, si intrufola in un viaggio dell'orrore trovando con spirito d'osservazione e una dovuta sensibilità nel genere il mix giusto tra commozione e speranza che ci ricorda quanto sia intensa la sofferenza di un bambino con un nucleo familiare devastato e devastante e la rete sociale e l'amicizia tra chi condivide la stessa sofferenza all'interno dell'istituto.

La mia vita da zucchina conferma l'artigianato in tutta la sua forma. Tutto viene ridimensionato in questa opera, tutto viene creato ad hoc e l'arte con cui viene sviluppata questa storia e la voglia di crederci fa sì che ci troviamo di nuovo di fronte ad un lavoro che si allontana dal marasma generale delle grandi major che producono "cartoni animati" in serie, con il solo scopo di incassare, svilendo il potere del sogno e dell'impossibile nascosto dietro piccoli capolavori come questo.

Let's be evil

Titolo: Let's be evil
Regia: Martin Owen
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Disperatamente alla ricerca di soldi, Jenny accetta un lavoro come supervisore presso un centro di apprendimento per studenti dotati. Quando però con altri due nuovi dipendenti ha accesso a un bunker sotterraneo di massima sicurezza in cui dei bambini robot vengono equipaggiati con occhiali per la realtà aumentata, Jenny si ritrova al centro di un inquietante esperimento tecnologico che la vede come giocatore inconsapevole di un gioco virtuale terrificante.

Let's be evil mi aveva colpito per l'atmosfera sci-fi, lo pensavo come una specie di episodio di BLACK MIRROR allungato magari con la possibilità, ma non il dovere, di doverne ampliare temi e struttura narrativa.
Questo è una locandina onesta erano i motivi oltre ad un amore spassionato per la fantascienza unita a temi post-contemporanei e alcune tecniche o strumenti digitali all'avanguardia.
Purtroppo pur sapendo che il film di Owen viaggiava su livelli low budget e con un cast di attori sconosciuti, immerso in un contesto claustrofobico di un bunker sotterraneo, avevo le mie buone riserve che ho cercato di mettere da parte sin dall'inizio del film. Ma poi mi hanno travolto...
Pur non avendo una cifra di soldi e una location ricompattata in c.g e in post produzione e after effects come se piovessero da una scena all'altra, è proprio la sceneggiatura ad essere mediocre e creare verosimilmente dei buchi nella storia che poi fino a prova contraria non vengono chiariti come la sequenza del prologo che ogni tanto si ripresenta o una caratterizzazione davvero scarsa dei tre protagonisti per altro antipatici e che lo spettatore immagina muoiano velocemente quando devono recarsi a dormire e spegnere "le luci".
Dal secondo atto la narrazione è macchinosa e noiosa trovando tanti elementi di disturbo che attaccano l'intelligenza artificale e gli apparecchi ma contaminano anche la nostra capacità di sopportazione e di prendere sul serio anche gli elementi più complessi.



Michael Moore in TrumpLand

Titolo: Michael Moore in TrumpLand
Regia: Michael Moore
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il documentario è la ripresa dal vivo di uno degli show tenuti da Michael Moore in Ohio nelle ultime settimane, durante i quali ha cercato di "incontrare a metà strada" l'elettorato di Donald Trump in uno degli stati più conservatori del Midwest americano. La performance è stata ripresa nel Murphy Theatre di Wilmington, Ohio, nella contea di Clinton, dove ci sono 25mila votanti registrati e solamente 500 di questi sono democratici. Da qui il titolo del film: più che alludere al candidato repubblicano, "TrumpLand" indica esattamente i luoghi visitati da Moore, la terra di Trump.

"Lo so, oggi Donald Trump è la molotov umana che siete pronti a lanciare contro il sistema. Volete trasformare l'8 novembre nel più grande "Fuck Off day" della storia: e forse vi sentirete benissimo il 9. Un po' meno la settimana dopo. Ed entro un mese farete come gli inglesi dopo Brexit: raccoglierete firme per chiedere di tornare indietro. Quando sarà troppo tardi".
Più che un documentario, TrumpLand è un monologo, un docu-show, dall'inzio alla fine in cui il regista da sempre schierato vomita senza sosta un monologo teatrale di '72 contro i sostenitori di Trump e i democratici riluttanti appoggiando senza riserve la candidata democratica.
Ci sono tanti argomenti e tante aree di scontro, alcune interessanti attuali e che condivido con altre che ho trovato forse un po troppo frettolose e con quell'ironia di fondo che non riesce ad essere così intellettualmente stimolante e pungente anche per uno dal talento di Moore che da sempre si è imposto come documentarista scoperchiando temi e vicende socialmente ed economicamente rilevanti.
Il monologo è stato registrato ovviamente prima delle elezioni presidenziali e i fatti successivi li conosciamo tutti, quindi vuol dire che nemmeno Moore c'è l'ha fatta o forse invece è riuscito a far cambiare idea a qualche migliaio di persone che di certo non sono bastate a togliere la vittoria all'attuale presidente degli Stati Uniti d'America.
Moore come sempre non ha provocato con le parole ma con la scelta della location, lo stato e la forma con cui ha dato vita a questo docu-show. Infatti quel martedì mattina prima delle elezioni, a sorpresa il regista ha invitato il suo pubblico all'Ifc Center di New York, il celebre cinema d'essai sulla Sesta Avenue a pochi passi dalla New York University, offrendo biglietti gratis per i primi arrivati. Una proposta che ha subito scatenato il popolo di Moore: che già alle 4 del pomeriggio ha dato il via a un lungo serpentone che 5 ore dopo, ad apertura del botteghino, affollava la vicina West 4 Street e girava su per Cornelia mentre davanti al cinema la folla si accalcava davanti a un Trump di cartapesta pronto a leggere il futuro con frasi lapidarie come "I don't care of Obamacare", me ne frego della riforma sanitaria di Obama.
Girato due settimane fa in due serate a Wilmington, Ohio - uno di quegli ex stati operai del Midwest dove oggi Trump è fortissimo, Moore riesce con una formula di botta e risposta a dare vita e valore ad una cronologia di temi e attuali conseguenze che il nuovo presidente approverebbe senza la minima esitazione e così dalla riforma Obama, alle guerre di conquista, ad aumentare i poteri alle lobby delle industrie delle armi, al me ne frego del G20 e degli accordi ambientali, vediamo una dopo l'altra alcune scelte e profezie che forse nessuno pensava potessero attualizzarsi.




Mindhorn

Titolo: Mindhorn
Regia: Sean Foley
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Richard Thorncroft ha raggiunto l'apice del successo negli anni Ottanta lavorando come Mindhorn, un agente segreto con un occhio robotico in grado di "vedere la verità". Decenni dopo, quando uno squilibrato desidera scontrarsi con Mindhorn, Richard si vede costretto a ritornare sui suoi passi rivivendo i suoi giorni di gloria, riacquistando credibilità professionale e riallacciando la storia d'amore con l'ex amante Patricia Deville.

La parodia ha il compito di far ridere anche se non sempre ottiene l'effetto sperato nello spettatore.
L'ironia è uno degli strumenti più difficili da saper utilizzare soprattutto quando naviga su territori inesplorati o per rendere, come in questo caso, omaggio agli anni '80.
Mindhorn è un commedia britannica co-prodotta da Ridley Scott e disponibile in esclusiva su Netflix. Un film che coniuga spionaggio e commedia in cui bisogna amare e provare una certa empatia per il protagonista altrimenti si diventa istantaneamente distanti anni luce dalle gag e dalle splapstick che Foley, in quanto attore, cerca di trovare e di infarcire nel film.
Richard si perde nel personaggio e viceversa in un gioco degli equivoci che scatena gag e dialoghi esilaranti, con figure secondarie che ben si adattano all'improbabilità di una vicenda dalle diverse sfumature per un'operazione che nella sua magnetica leggerezza mostra tutti i suoi limiti o come molti invece sostengono i punti di forza e chiave che lo hanno reso un enorme succcesso.


sabato 2 settembre 2017

Raman Raghav 2.0

Titolo: Raman Raghav 2.0
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Raman è un serial killer che vive a Mumbai e che trova, per così dire, ispirazione nelle gesta di un suo predecessore, l'omicida seriale Raman Raghav, che operava in India negli anni Sessanta. Oltre a quella per il suo mentore, ha una seconda grande ossessione: quella per il giovane poliziotto Raghav. Fa di tutto per trovarsi faccia a faccia con lui. Ma se il killer non è del tutto normale, anche il poliziotto non è un esempio di stabilità mentale...

"Raman Raghav 2.0" è ispirato alla figura del serial killer omonimo, attivo a Bombay verso la fine degli anni ’60, la cui identità non era nel nome, ma nei pesanti oggetti contundenti con cui spaccò la testa a decine di persone per un decennio, avvolgendo nel panico l’enorme popolazione indifesa e priva di protezione. Raman è anche uno di quei film indiani che tocca vedere solo grazie a Netflix a meno di non averlo visionato all'interno di qualche sconosciuto festival. E'strano lodare una piattaforma on line che mai avrei pensato di sfruttare. Rimane pur vero che la maggior parte di film indiani cercati a lungo e per anni sul web o sulle piattaforme on-line con risultati deludenti finalmente mi da la possibilità di guardarmeli con i dovuti anni di distanza.
E'questo è un dato di fatto.
Il film di Kashyap è di una violenza straziante. E non parlo solo di quella sulle donne come spesso i film indiani non risparmiano, ma di un'atmosfera sporca e corrotta, una Mumbai soffocata e straziante, marcia fino al midollo come la natura ipercinetica del soggetto, le due diverse tonalità di cattiveria dei due protagonisti, i cambi di scena repentini e senza soluzioni di continuità e infine la dilatettica e l'assenza di morale tra un bene ormai sempre più inesistente e un male che non possiamo più fare a meno di nascondere.
Un film cupo, lungo ma non lento, tenuto assieme da capitoli che contraddistinguono un viaggio nella paura con un attore davvero sttraordinario in grado di restituire ferocia e sofferenza al suo personaggio.
Due facce della stessa medaglia che il cinema spesso sfrutta e confonde. In questo caso la cattiveria degenerata in crimine ed il male assoluto e fine a se stesso di entrambi generano conseguenze inattese ed effetti perversi come capitava nel film diretto dai Mo Brothers.
Kashyap non è nuovo alle storie violente e scabrose, infatti con il ben più conosciuto GANGS OF WASSEYPUR, non aveva ancora raggiunto l'apice della violenza che qui trova un segnale inequivocabile e un cambio di timone.


Beyond the Gates

Titolo: Beyond the Gates
Regia: Jackson Stewart
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Due fratelli da tempo lontani si riuniscono nel negozio di video del padre da poco scomparso per liquidarne la proprietà e venderne i beni. Mentre si muovono all'interno del locale, trovano un gioco da tavolo che contiene un misterioso legame con la scomparsa del padre e che ha letali conseguenze per chiunque vi giochi.

Negli ultimi anni sia nel fantasy che nell'horror c'è una sorta di nostalgia generale che tradotto significa ributtarsi nel passato per cercare di sfruttare così appieno la tecnologia.
Beyond the Gates come tanti suoi simili appartiene proprio a quel filone anni '80 così spaventosamente affascinante e dalla fotografia coloratissima che gioca tutto sulla dualità di colori, il blu e il viola, e che già dalla locandina sembra così maledettamente affascinante.
In realtà non è affatto così.
Macchina del fumo, vhs, una casa che ricorda EVIL DEAD e tanta gavetta per l’opera prima di Jackson Stewart. Classe 1988, non a caso è stato il collaboratore di Stuart Gordon e si vede per come cerca di assimilare dal maestro l'atmosfera e una certa idea di ritmo e montaggio. I riferimenti poi a detta del regista sono ancora più colti e vanno a prendere indietro dai nostri maestri del cinema gotico Bava e quelli successivi dove Fulci spadroneggia.
Un twist di elementi che trovano la materia che Stewart purtoppo non riesce a giocare bene, con diversi momenti morti tra i protagonisti, un cast che purtroppo mostra dei limiti importanti e un'alchimia e qualche twist che sono quasi solo merito della colonna sonora ma non di certo delle scelte narrrative. Con una sceneggiatura così povera e senza guizzi, le prove diventano tutte incredibilmente banali e telefonate, con un ordine proprio in questo videogioco e in questa serie di eventi e sfide che anzichè diventare la parte più sanguinolenta, diventano in alcuni momenti quasi tragicomica per come gli attori non riescano a dare una performance soddisfacente.

Un'opera che potrebbe presto diventare cult per i nostalgici che si accontentano della messa in scena, che qui non sembra fare una piega, a dispetto delle idee e di una storia appena accattivante.

Yoga Hosers

Titolo: Yoga Hosers
Regia: Kevin Smith
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Colleen M. e Colleen C. sono due quindicenni appassionate di yoga, che dopo la scuola lavorano come commesse in un negozio di Manitoba, l’Eh-2-Zed. Quando un antico male fuoriesce dal sottosuolo, rilasciando un esercito di piccoli mostri chiamati i Bratzis, le due ragazze uniranno le forze con il cacciatore Guy Lapointe per salvare il "Grande Nord".

Kevin Smith è un tipo strano. Un po mi piace e un po non capisco quali neuroni attraversino il suo fumoso cervello. Il suo cinema è variegato, una filmografia che spazia tra i generi senza trovare mai una struttura lineare ma passando sempre da un estremo all'altro, il che non è per forza un elemento negativo. I risultati variano dando vita a piccoli cult come RED STATE e DOGMA o CLERKS per passare ad operette che vaccillano tra il penoso e il quasi osceno con prodotti commerciali a volte intrisi di un umorismo che non riesce a mordere come nei suoi film più importanti.
Il film manco a farlo apposta chiude la trilogia True North nella sezione After Hours del Torino Film Festival 34, iniziata con TUSK e proseguita con l'inedito MOOSE JAWS.
Anche in questo caso c'è tutta la famiglia al completo, in particolare quella Deep, l’improbabile detective Guy Lapointe, con ex moglie e figlia.
Come per il precedente TUSK, che non mi ha entusiasmato, anche qui gli intenti e la sceneggiatura lasciano abbastanza perplessi senza trovare materia interessante e grottesca, se non in alcuni spunti come la scelta di puntare su dei nazisti originali che non vedevamo da tempo (pur essendo materia fagocitata dal cinema in modo spietato).
Ci sono tanti ingredienti, i guru contemporanei, l'atmosfera da fumetto che attraversa tutta l'opera, colori sparati a mille e un ritmo interessante con alcune trovate come i nanerottoli nazisti sanguinari abbastanza spassose e una certa ironia gogliardica che sempre farà parte del regista soprattutto nei dialoghi con Guy Laponte ma senza secondo me quella nota stimolante che un soggetto dovrebbe garantire e quel cinismo che muoveva verso terreni e intenti più raffinati e complessi.


Undisputed IV

Titolo: Undisputed IV
Regia: Todor Chapkanov
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Yuri Boyka sta portando in alto il suo nome nel mondo dei grandi campionati di combattimento quando una morte accidentale sul ring lo costringe a mettere in discussione tutto ciò che egli è e rappresenta. Quando scopre che la vedova di chi ha inavvertitamente ucciso è in difficoltà, Boyka si offre di combattere in una serie di incontri impossibili per liberarla da una vita di schiavitù.

E arriviamo così al quarto capitolo del nostro profeta occidentale delle arti marziali che forse se non si ammazza di steroidi pure lui può puntare ad un futuro straight to video meno deprimente e irrisorio. Scott Adkins torna di nuovo a vestire i panni del pazzo psicopatico diventato il più inaspettato grande eroe filmico sovietico. In questo film diventa pure amico con un prete...
Un tamarro che in questa avventura decide di redimersi trovandosi come sempre a dover sfidare i propri demoni del passato e del presente per ottenere la libertà.
Ed è proprio la redenzione forse la parte più pacchiana contando che il nostro lottatore si sente in colpa per aver ucciso un atleta durante un combattimento e ora promette alla moglie defunta risarcimenti e scuse.
Cambia il timone alla regia per una saga che non punta molto sulla storia bensì sui combattimenti e le mascelle, quelle toste che non ridono mai e che non fanno mai una piega.

Boyka nell'ennesimo torneo che ricorda esattamente quello del terzo capitolo trova qui un nemico che sembra la copia identica di Baine, tale “Koshmar the Nightmare”, un personaggio che ha look e nome giusto per sembrare un Ivan Drago 2.0. il problema è che anche qui il nemico finale non ha la stoffa e l'eleganza del nemico del terzo capitolo che faceva dell'arroganza la sua garanzia di approvazione. Qui davvero si rasenta la pochezza massima di trovare anche solo dei minimi elementi kitch per cercare di dare forma e consistenza a un sequel che muore sul nascere.