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martedì 27 giugno 2017

King Arthur

Titolo: King Arthur
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando il re di Camelot Uther viene tradito e ucciso da suo fratello Vortigern, suo figlio Pendragon si salva per miracolo, venendo poi cresciuto da prostitute in quel di Londinium. L'adulto Artù è uno scaltro delinquente di strada, abile a farsi rispettare e ad arricchirsi, ma la sua vita sta per cambiare: Vortigern sa che è sopravvissuto e sta obbligando tutti i maschi del regno a provare la fatidica estrazione della Spada dalla Roccia. Quando verrà il turno di Artù, saprà abbracciare il suo destino di legittimo re?

Guy Ritchie è un piccolo Re Mida del gangster-movie.
Finchè si rimane incollati alla realtà, i risultati sono spesso buoni o addirittura ottimi come ROCKNROLLA in cui l'eccesso diventa di fatto un valore aggiunto. Ora però bisogna anche ammettere che con il fantasy o con le vicende epiche il nostro amico ha non poche difficoltà a non far presto diventare un giocattolone il gioco d'intenti del suo lavoro. Come per i precedenti capitoli di SHERLOCK HOLMES i quali non li ho graditi affatto, il problema diventa proprio coniugare il fantasy e le gesta epiche con una messa in scena tamarra e fracassona, regole e in parte politica d'autore sempre voluta e ricercata dal regista con risultati buoni sfruttando al massimo alcune idee di cinema che gigioneggiano compiaciute con il montaggio, la saturazione sensoriale, l'otto volante sul frame rate e i movimenti di macchina continui e roccamboleschi.
Hunnam purtroppo dopo SONS OF ANARCHY ha confermato che a parte qualche smorfia è un attore fisico come tanti altri senza nessuna menzione speciale (il che mi dispiace alquanto).
Law non fa altro che divertirsi riproponendo le gesta e le espressioni del suo personaggio più maturo come nella nostra serie italiana e per quanto concerne il resto del film al di là di qualche soluzione registica carina e funzionale appare a tutti gli effetti come un blockbuster meno epico del previsto e con alcune brutte scelte come il nemico finale e l'ennesimo trionfo del cinema mainstream.
Il re del nuovo gangster movie britannico fa un altro piccolo passo indietro dopo l'insuccesso al botteghino del misuratissimo e delizioso OPERAZIONE U.N.C.L.E una sorta di divertissement che prende in giro il noto James Bond.



martedì 14 febbraio 2017

Shin Godzilla

Titolo: Shin Godzilla
Regia: Hideaki Anno, Shinji Higuchi
Anno: 2016
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Il Giappone precipita anel caso a seguito della comparsa di un mostruoso lucertolone gigante.

A ogni paese spetta la sua leggenda e il suo fantasma del passato.
Ridiamo dunque Godzilla ai suoi legittimi proprietari senza bisogno di doverlo più estradare in occidente. Siamo infine arrivati al 31° film dal '54 ad oggi (il 29°prodotto dalla Toho), contando che purtroppo la stessa casa giapponese aveva messo da parte alcuni progetti e trilogie sul re dei mostri che purtroppo dopo i fallimentari predecessori, parlo in particolare del vergognoso film di Emmerich, si erano tutti arenati.
Mettendo da parte il danno e la beffa di un paese che oltre ad aver creato le basi perchè si generasse il mito (le bombe su Hiroshima e Nagasaki), troviamo qui una coppia di registi talentuosi in ottima forma.
Il risultato è davvero una piccola chicca che chiude in maniera ottimale un anno peraltro che ha saputo regalare diverse opere importanti.
Resurgence (tit internazionale) sembra ripartire da zero cancellando la filmografia precedente o meglio inserendosi in quel filone che apparteneva ai monster-movie ma anche ai film di denuncia con diverse chiavi ideologiche che rispecchiano la politica e i limiti burocratici del paese.
Complesso, dinamico, puntuale nella sua critica. Questo ultimo Godzilla richiama gran parte delle paure e del vecchio cinema sci-fi nipponico. C'è il concetto della mutazione ed evoluzione della creatura, c'è il ruolo chiave dell'opinione pubblica che salvaguarda i suoi interessi.
I registi fanno subito in modo che dopo nemmeno venti minuti si arrivi ad empatizzare con il lucertolone mischiando al di là del perfetto connubio di generi, cg, motion-capture e miniature alla vecchia maniera che si produce più volte nel suo famoso ‘grido’ e nell’altrettanto noto raggio atomico con scene lunghissime in cui il lucertolone spara raggi dalla bocca e dalla schiena distruggendo qualsiasi cosa per poi scaricare le energie e addormentarsi accanto ad un grattacielo. Shin sbaraglia nel giro di pochi istanti tutta la concorrenza yankee riuscendo al contempo ad essere nostalgico, innovativo, sperimentale e sapendo unire generi e sottotesti.
Ipnotico quanto straordinario e suggestivo, il nuovo Godzilla spacca e distrugge.


martedì 15 novembre 2016

Leggenda di Tarzan

Titolo: Leggenda di Tarzan
Regia: David Yates
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Lord Greystoke vive a Londra, nell'elegante dimora di famiglia, con la moglie Jane. Quando il governo lo invita a tornare in Congo, rifiuta: Tarzan, dice, non c'è più. Il suo nome, ora, è John Clayton III. Saranno le pressioni dell'afroamericano George Washington Williams, deciso a provare la colpevolezza del Belgio in materia di schiavitù, e la richiesta di Jane, a farlo decidere per un ripensamento. In Africa, lo aspettano gli amici animali, ma anche vecchi e nuovi nemici.

Nel 2016 qualcuno sente ancora il bisogno di adattare un film su Tarzan. Parliamone....
L'harry pottiano Yates continua a cimentarsi tra avventura, fantasy e tutto il resto, trovando la sua vena come mestierante senza aggiungere molto e ricoprendo un ruolo di tecnico senza anima all'interno della macchina hollywodiana, puntando sempre sulla superiorità della grafica rispetto alla scrittura, come in questo caso, in un film noioso e pasticciato che non si capisce bene cosa voglia dire o dimostrare.
Forse gli sceneggiatori volevano riprendere GREYSTOKE del'84 e dargli una sorta di sequel.
In quel caso però la scelta si era rivelata funzionale almeno con dei passaggi nella giungla e scontri tra uomo e scimmia che riuscivano a lasciare una loro impronta specifica.
Qui ancora una volta il meccanismo di costruzione della storia e gli obbiettivi che si diramano sembrano deboli già in partenza senza capire in alcuni casi alcune scelte e il perchè di alcune azioni.

Il film è semplice, condiscendente e inerte, volendo essere sia moderno che tradizionale, finendo per sbagliare fin da subito con un protagonista Alexander Skarsgard, che sembra uscito da TWILIGHT, troppo belloccio e curato minuziosamente in ogni dettaglio (cosa che non si può dire per le sorti del film). Sprecatissimo il resto del cast in particolare Waltz che meritava di giocare un ruolo più complesso e non la solita macchietta costellata di stereotipi.

Magnifici Sette

Titolo: Magnifici Sette
Regia: Antoine Fuqua
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La piccola comunità di Rose Creek ha un problema: si trova in una valle che si rivela essere un consistente bacino minerario. Il magnate Bartholomew Bogue ha deciso di appropriarsene senza porsi alcun tipo di scrupolo, lasciando alla popolazione tre settimane per decidere se accettare un risarcimento da fame per i terreni espropriati o farsi uccidere. Emma Cullen, che si è vista uccidere dagli uomini di Bogue il marito, lascia Rose Creek con un proposito ben preciso: trovare qualcuno che accetti, dietro compenso, di difendere i suoi concittadini. Lo trova in Sam Chisolm, un funzionario statale il cui compito è rintracciare e mettere in condizione di non nuocere pericolosi criminali ricercati. Una volta accettata la proposta Chisolm progressivamente convincerà altri uomini ad unirsi a lui. Bogue è però pronto a scatenargli contro un volume di fuoco davvero imponente.

L'amarezza è cosa nota quando ci si avvicina al cinema di genere americano troppo commerciale.
I rischi sono sempre direttamente proporzionali alle delusioni.
Che siano remake, reboot, qualsiasi formula in generale se non viene data in mano a qualcuno che ci sappia fare con talento e intenti, rischia di diventare mera paccottiglia, ovvero un action movie in cui si può spegnere tranquillamente il cervello senza sforzi e non perdere nessuna delle sotto-trame che il film non riesce nemmeno a confezionare.
Fuqua è un regista che gira tanti film, quasi tutti commerciali e d'azione. Ancora non si capisce bene se il suo cinema sia dichiaratamente reazionario oppure no. Di certo siamo lontani da quel TRAINING DAY che dava risalto e brio all'estro del regista e che faceva sperare che non accettasse alcuni film dichiaratamente fastidiosi e insulsi come ATTACCO AL POTERE, SHOOTER e L'ULTIMA ALBA.
I Magnifici Sette è un'altra di quelle scelte che potevano benissimo evitare di essere prodotte, non tanto perchè non abbia un senso, ma perchè il western del'60 diretto da Sturges era a sua volta un film nel film, omaggiando e strizzando l'occhio a Kurosawa e altri cineasti e senza stare a farsi pipponi sulle diversità culturali, ingranava la marcia proprio in alcuni sotto-testi che questo remake probabilmente nemmeno conosceva.
In questo caso i personaggi sono confusi e nessuno sembra far parte dello stesso gruppo.
Il film cerca di essere culturalmente variegato (un nero, un messicano, un sudcoreano e un nativo americano), ma quando non riesci a far entrare nella parte nemmeno un caratterista come D'Onofrio (il suo personaggio poteva dare risalto quando invece è più che mai imbarazzante) e la sua possente e complessa recitazione, qualche dubbio dovresti averlo. La trama è la summa dei luoghi comuni, l'intreccio è fin troppo banale. Poi alcune unioni non sono molto chiare come lo strano rapporto tra Goodnight Robicheaux e Billy Rocks (una latente omosessualità) e il simpatico Farraday che doveva avere più risalto e spessore.
Si entra al cinema sapendo dall'inizio alla fine quello che succederà senza nessun minimo colpo di scena (inclusa la carneficina finale) e andando incontro nuovamente all'ordinario più ostinato.
Quello che sinceramente mi ha lasciato deluso e vedere come sceneggiatore Nic Pizzolato che senza bisogno di presentazioni, qui firma uno dei compromessi più beceri voluti dalla Sony. Sembra di vedere un comics adattato al western con troppa azione senza senso e una povertà generale legata ad alcuni luoghi comuni davvero penosi.


venerdì 23 settembre 2016

Kickboxer Vengeance

Titolo: Kickboxer Vengeance
Regia: John Stockwell
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan è un talentuoso artista delle arti marziali che si reca in Thailandia, dove dovrà imparare i segreti del kickboxer per vendicare la morte del fratello avvenuta per mano di Tong Po.

Stockwell è un regista di serie B che almeno ci aveva provato con il simpatico TURISTAS.
Per il resto ha sempre girato robetta action da quattro soldi. Il suo approccio alle arti marziali è di infimo gusto, al di là di qualche bella location e basta. Pure i combattimenti sono girati e montati con così tanti stacchi da non capirci quasi niente.
Sulla storia non mi pronuncio perchè è così banale che già la striminzita trama rivela fin troppo e poi questi film non hanno bisogno di trama ma di doverose mazzate e quando c'è è sempre la stessa.
Da fan delle arti marziali dovevo guardarlo per forza, era troppa la mole di non-sense e attori improbabili da Bautista che sembra un monaco venerato da discepoli che non si sa bene cosa cerchino, Van Damme che recita con gli occhiali e fa delle mosse e si atteggia in modo alquanto imbarazzante, la Carano che ormai si è sputtanata e per finire alcune facce nuove che dimenticherete troppo velocemente.
E'un film brutto che poteva essere ancora peggio, nel senso che a tratti pur essendo la summa del già visto, almeno fa quello che deve mischiando mazzate, inseguimenti e allenamenti.

Vi prego per chi riesce a guardarlo fino alla fine, non perdetevi i titoli di coda con Van Damme che balla da giovane sculettando e il protagonista che pure lui ci mette la sua improvvisandosi in un balletto anch'esso inguardabile.

domenica 18 settembre 2016

Point Break

Titolo: Point Break
Regia: Ericson Core
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Johnny Utah, giovane agente dell'Fbi, riceve l'incarico di infiltrarsi in una banda di atleti estremi guidata da Bodhi, sospettato di aver commesso una serie di sofisticati attacchi senza precedenti ai danni di molte imprese. Nella sua pericolosa missione sotto copertura, Utah dovrà battersi non solo per la sua stessa vita, impegnandosi negli sport più estremi ma anche per salvare i mercati finanziari globali, fortemente minacciati da un uomo capace di architettare crimini sempre più folli.

Potevano fare un documentario sullo sport estremo e bene o male avrebbe ottenuto lo stesso risultato. Point Break c'era da aspettarselo... Nessuno ne sentiva la necessità dopo il cult del '91, ma Hollywood, ancora una volta la pensa in modo diverso.
Stessi nomi, diversi attori, sport a gogò, azione come non mai e una storia banalotta che poco si differenzia dall'originale se non per una classica e stereotipata nota da furbetti new-age e vagamente filosofica sul portare a compimento le "otto prove di Ozaki", un percorso verso l'illuminazione spirituale che spinge la sfida fisica oltre gli umani limiti.
Al di là di questo il film è uguale al classico ma con meno forza, gli attori sembrano pendere da stereotipie ormai solidificate dall'industria del cinema e senza avere quella carica eversiva e anarchica dell'originale.
Nonostante tutto non sono proprio riuscito a compararlo con l'originale.
Ho visto un film d'azione come tanti che vanta alcune tra le più riuscite scene sullo sport estremo mai viste e mai girate finora come quella della tuta alare che già da sola basta la visione.
Forse è stato proprio azzerando le aspettative, ma ormai spesso e volentieri il potenziale del film lo si intuisce dalla locandina, che in fin dei conti mi sono divertito senza pensare troppo ai fronzoli inutili dei dialoghi, ma godendomi un ritmo che merita certo di più rispetto alle centinaia di coetanei che vengono sfornati ogni anno dall'industria.


giovedì 21 luglio 2016

A Bigger splash

Titolo: A Bigger Splash
Regia: Luca Guadagnino
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Una rockstar in convalescenza e il suo compagno consumano le loro giornate a bordo piscina o lungo le cale di Pantelleria. Marianne ha subito un intervento alle corde vocali, Paul è sopravvissuto al suicidio. Eccitati dal sale e accarezzati dal vento, Marianne e Paul ricevono la visita di Harry, ex iperbolico e logorroico che si accompagna a Penelope, figlia ventenne emersa dal passato. L'equilibrio e la 'riabilitazione' della coppia sono interrotti dall'uomo, deciso a riprendersi Marianne. Penelope intanto è attratta da Paul e dalle sue cicatrici che dicono fisicamente della sua inquietudine. Lo scirocco, vento anormalmente caldo, si alza sulle emozioni trattenute e i desideri puniti, riscaldando l'aria e il clima.

Remake del film francese LA PISCINE del '68, il nuovo film del nostrano Guadagnino purtroppo commette gli stessi errori e alla fine sortisce lo stesso effetto del film originale. Un plot che sembra soddisfare tutti i requisiti di un dramma polanskiano ma che esaurisce presto e troppo in fretta i suoi colpi migliori.
Una storia annacquata, banale e in fondo inconsistente che poteva fare molto di più senza risultare banalotta a tutti gli effetti come di fatto avviene dopo il primo atto.
Il regista è vero che non ha Delon nel cast, ma qui è ancora più stellare se pensiamo ad attori come Fiennes, Swinton, Schoenaerts e una parte minore, quasi un cameo per il nostro Guzzanti.
Con nomi simili è davvero difficile sbagliare e infatti tutto il cast, anche se Fiennes gigioneggia un po troppo, sembra mettercela tutta per dare tono e ritmo alla commedia con risvolti drammatici.
Le location forse sono gli aspetti migliori del film e Pantelleria non è mai stata così bella.
Se però visivamente il film è stimolante, l'intreccio è destinato a spegnersi dopo poco e il film soprattutto dalla seconda metà in avanti, quando avrebbe dovuto lasciarsi andare, diventa una storiellina banalotta e con un finale che lascia l'amaro in bocca.


lunedì 18 luglio 2016

Libro della giungla

Titolo: Libro della giungla
Regia: Jon Favreau
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il cucciolo d'uomo Mowgli è cresciuto con il branco di lupi di Akela e mamma Raksha, nel rispetto della legge della Giungla. Al termine della tregua dell'acqua, però, la tigre Shere Khan torna a cercarlo: lei non ha rispetto del territorio altrui e finché non avrà Mowgli tutti i lupi saranno in pericolo. Il bambino decide allora di lasciare il branco, per proteggerlo, e la pantera Bagheera, che per prima lo portò ai lupi quando era piccolissimo, s'impegna a condurlo là da dove è venuto: al villaggio degli uomini.

Ormai è scontato che ogni anno escano una quantità incredibile tra remake e reboot.
Alcuni hanno una ragione d'essere sfruttando al meglio l'attuale tecnica della c.g o perchè in chiave post moderna aggiornano le tematiche di vent'anni fa.
Favvreau è bravo a dirigere avventura e azione e ha sensibilità per quanto concerne le pellicole per ragazzi. Dunque riesce ad accontentare e mettere d'accordo diversi target d'età in questa nuova affascinante avventura sul piccolo Mowgli rimanendo fedele al film della Disney del 1967.
Gli animali sono in una buna c.g come ultimamente capita per quasi tutte le scelte legate alle grosse produzioni americane. Tra una comparsata e l'altra Shere Khan e Re Louie risultano paurosi e sanno farsi rispettare, al film non manca quel senso legato alla solitudine, alla perdita e alla sofferenza sapendo allo stesso tempo unirla con scenari epici e un'atmosfera affascinante.

lunedì 11 aprile 2016

Cabin Fever (2016)

Titolo: Cabin Fever (2016)
Regia: Travis Zariwny
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La trama ripercorre lo script originale del film del 2002 in cui un gruppo di studenti universitari decide affittare una capanna nel bosco per fare baldoria. I giovani tuttavia inizieranno a morire a causa di un misterioso virus mangia-carne che scatenerà l’inferno nei boschi.

Continuo ad essere dell'idea che i remake debbano avere qualche ragione d'essere solo se trasmettono qualcosa di nuovo, se riescono a dare smalto o enfasi in più o sfruttare elementi che nell'originale non erano possibili o presenti per determinate caratteristiche.
Dunque un conto era parlare di prequel e sequel come è stato per CABIN FEVER 2 o CABIN FEVER:PATIENT ZERO che apportavano qualche novità intoducendo aspetti funzionali.
Ora il contributo di Zariwny è quello di replicare l'originale, in quello che a tutti gli effetti appare come uno dei remake più fedeli che si ricordino (gran parte delle scene sono replicate, e persino alcuni dialoghi riprendono quelli originali), infatti la sceneggiatura è scritta dallo stesso Randy Pearlstein, co-sceneggiatore dell'originale del 2002.
Qualche scena di nudo e sesso in più il film la inserisce ma solo perchè sennò anche il ritmo avrebbe cessato di mantenere la suspance. La struttura poi sembra essere vagamente più yankee e con un infarcitura di “ragazzi nel bosco” vs bifolchi di turno maggiore, eppure fin da subito purtroppo la mancanza di originalità si sente come una denuncia piuttosto insignificante.
Se già il primo in fondo prendeva e mescolava due o tre elementi di genere già sfruttati, un remake di un film già sopravvalutato di suo, non si trova un motivo per giustificarlo.
Le scene clou poi del primo come se non bastasse, giocavano sulla sospensione di incredulità e originalità nei confronti del doveroso pubblico.

Qui lo spettatore le conosce già e dunque è ancora più inutile. Il gioco non vale la candela.

giovedì 16 luglio 2015

Poltergeist 2015

Titolo: Poltergeist 2015
Regia: Gil Kenan
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Griffin - papà Eric, mamma Amy, figlia adolescente Kendra, ragazzino Griffin e bambina Madison - arrivano nella nuova casa che hanno comperato. Non è granché, ma il prezzo è buono ed Eric è appena stato licenziato. Madison si ambienta subito, mentre Griffin è preoccupato e Kendra - assai oppositiva - è seccata per essere capitata in un posto senza attrattive. Di notte, Griffin, spaventato, trova nella sua stanza una serie di pupazzi di clown, evidentemente abbandonati da precedenti proprietari. Il papà cerca di tranquillizzarlo, ma più tardi Griffin si risveglia sentendo Madison parlare davanti al televisore acceso con effetto neve. La bambina spiega a Griffin che qualcuno sta arrivando. Griffin stacca la corrente, ma il televisore resta acceso e, davanti ai genitori accorsi, Madison ribadisce che qualcuno è in arrivo. I genitori minimizzano per restare ancorati alla realtà, ma Griffin è testimone di altri fatti strani su cui cerca invano di attirare l'attenzione. A una cena con nuovi amici della zona, i coniugi Griffin apprendono che il luogo dove sorge la loro casa una volta era un cimitero. Nel frattempo, a casa, mentre infuria un temporale, Griffin è attaccato da uno dei pupazzi a forma di clown e Kendra è afferrata per una gamba da una mano proveniente dalla melma che sgorga dal pavimento al piano terra, mentre Madison, atterrita, se ne sta nella sua stanza prima di essere catturata da strane presenze. Ed è solo l'inizio.

Poltergeist 2015, ormai definirli remake, reboot o tutte le altre etichette poco serve di fronte al tentativo becero di proporre sempre le stesse idee da parte degli americani, come sempre confermando l'ennesima stupidaggine furbacchiotta dotata di una campagna di marketing e pubblicitaria senza senso.
Qualcuno ci ha visto ironia, grandi interpretazioni (Sam "mi piaci un sacco" Rockwell è così scazzato che non sembra nemmeno lui), io ci ho visto demenzialità, troppa c.g e un'idea che fa acqua da tutte le parti e porta un bambino ad essere il salvatore di una sventata tragedia familiare buttandosi in mondi paralleli tra nutrite schiere di demoni e sguazzandoci in mezzo come in uno scivolo in un parco acquatico.
In più il finale per certi aspetti mi sembra aver strizzato l'occhio a DRAG ME TO HELL.
Insomma l'ennesimo remake senza idee che non aggiunge nulla, se non fare una brutta figura, rispetto all'originale che vantava molti più elementi di suspance e tensione.

Kenan è giovane è non è da ricordare se non per l'opera prima nell'animazione MONSTER HOUSE, perlomeno decente.

lunedì 29 giugno 2015

Mad Max-Fury Road

Titolo: Mad Max-Fury Road
Regia: George Miller (II)
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

-Ma no vedrai che non potrà mai eguagliare l'originale con Mel Gibson
-Ti dico di sì e secondo me, anche se diverso, sarà ancora più impermeato di action e scelte funzionali al genere
-Vedrai che sarà una cazzata che si dimenticherà dopo qualche minuto.

In un futuro imprecisato post-apocalittico la Terra è in mano ai predoni. Tra questi Immortal Joe, che controlla la Cittadella con il pugno di ferro, imponendo il culto della personalità. Finché la sua compagna e "Imperatrice", Furiosa, lo tradisce, portando con sé le schiave e concubine di Immortal.

"Quello che volevo fare del film era un lungo, ininterrotto inseguimento, o una lunga, ininterrotta graphic novel."
Miller ha girato 450 ore d'immagini, ridotte a due ore di film in due anni di lavoro dalla montatrice Margaret Sixel, fate perlopiù di quelli che lo stesso regista ha definito dei frammenti:
"Le immagini del film sono brevissime, avevamo almeno 3 o 4 macchine da presa digitale per ogni scena e davo lo stop ogni pochi secondi: sicuramente deve essere stato molto difficile per i miei attori recitare in questo modo, con tempi così brevi per esprimersi; lo riconosco qui per la prima volta, forse."
Fury Road è pura adrenalina in cui i protagonisti sono gli inseguimenti, i combattimenti e il deserto.
Il resto poco conta come la trama che è solo un pretesto per accendere i motori e la scelta di alcune star e dei personaggi che fatta eccezione per Immortal Joe, non credo verranno ricordati.
L'ultimo Mad Max è un'esperienza visiva con pochi precedenti. Da vedere ovviamente solo al cinema per poter godere appieno di questa fantastica esperienza.
Miller ritorna e lo fa esagerando in modo così imprecisato da ottenere l'effetto più immediato dando vita ad una fruizione incontenibile sotto tutti i punti di vista e creativamente piena di ogni ben di dio che ci aspettava di poter vedere.
Il film è stato girato principalmente in Namibia, tra il deserto del Namib e la città di Swakopmund.
La pellicola è stata vietata ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto negli Usa per la presenza di "intense scene di violenza e immagini inquietanti". Una scelta che lascia perplessi contando che sono così finte e iper-veloci che altri film, seguendo la stessa logica, dovrebbero essere vietati a priori.
Senza contare poi le chicche, la completa libertà di creare e immaginare a proprio piacimento, dai personaggi ad alcune assurdità fenomenali come Doof Warrior, Il personaggio che spara fuoco dalla propria chitarra incitando i suoi compagni alla lotta. Oppure la maschera di Immortal Joe, i costumi di quasi tutti i personaggi, il make up e tanta altra roba.
Mad Max non sapendo quali altre parole trovare per descriverne un'esperienza unica nel suo genere e' un esplosione continua, un piacere che non accenna a scomparire e non frena mai, se non invece in un'accellerazione continua e infine due ore di totale intrattenimento con pochi rivali ed eguali in materia che ridefiniscono i canoni di spettacolarità nel cinema d'azione contemporaneo



lunedì 22 settembre 2014

Apes Revolution-Il pianeta delle scimmie

Titolo: Apes Revolution-Il pianeta delle scimmie
Regia: Matt Reeves
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sono passati dieci anni da quando delle scimmie rese più evolute da un virus confezionato dagli uomini sono evase e hanno combattuto gli esseri umani sul ponte di San Francisco. In questo periodo la razza umana è stata quasi annichilita da quello stesso virus che si è rivelato per loro letale, è rimasta in vita solo una piccola percentuale di persone naturalmente immuni. Dall'altra parte le scimmie, sempre capitanate da Cesare, si sono ritirate nella foresta, hanno creato una loro città, vivono in pace, cacciano e procreano nella convinzione che ormai gli uomini non esistano più. L'incontro tra le due razze (gli uomini devono avere accesso ad una diga vicino al villaggio delle scimmie per poter riottenere l'elettricità) porterà ad una spaccatura tra chi vuole la guerra e chi invece pensa si possa vivere in pace.

Non era impresa facile fare un sequel del primo fortunato reboot del paese delle scimmie. Dimenticando il brutto remake di Burton, Reeves ha dal canto suo una buona verve e alcuni esperimenti interessanti tra cui spicca CLOVERFIELD.
L'elemento più interessante del film, o forse sarebbe meglio parlare di elementi, è proprio il pacchetto tecnico, la fotografia, il montaggio e il ritmo, anche se nel secondo tempo diventa più debole e meno incisiva. Con un cast che sa il fatto suo e un Oldman sempre in ottima forma (anche se su un personaggio che poteva essere meglio caratterizzato) la rivoluzione è prima di tutto quella civile e della coscienza che smuove il protagonista Cesare per tutto l'arco del film, coadiuvato da una performance davvero toccante e minimale di Serkis.
Il clima e la natura sembrano le altre due protagoniste di un'epopea che ha proprio nei silenzi e nelle pause i momenti migliori.
Reeves evidenzia la complessità delle scimmie veicolandole e mettendole di fronte a ciò che resta di un'umanità sempre più azzerata nei valori e in quella che vorrebbe essere una società civile ma che ormai forse è già estinta. E allora la scimmia diventa la metafora di tutto, della consapevolezza, del giudizio, del sacrificio e soprattutto dellAltro culturale che vogliamo e forse abbiamo già rimosso dentro e fuori di noi.



Alba dei morti viventi

Titolo: Alba dei morti viventi
Regia: Zack Snyder
Anno: 2004
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Gli Stati Uniti sono invasi da terribili 'zombie' che si cibano di carne umana. Un piccolo gruppo di sopravvissuti si rifugia in un centro commerciale della città di Everett, WA, ma l'unico modo per salvarsi è volare su un'isola deserta rimasta incontaminata. Per riuscire nell'impresa dovranno superare la barriera composta dai temibili morti viventi...

Il remake di Snyder fa parte di quella tradizione americana che sembra per forza volersi misurare con la post-contemporanietà e la nuova tecnologia delle case di produzione scegliendo, come in questo caso, di spettacolarizzare il film manifesto di Romero e aggiornarlo ai giorni nostri sfruttando anche le innovative risorse tecniche digitali.
Ottimo il ritmo e funzionale il cast, una prova che il regista non sbaglia, anche se rimane una certa leggerezza e forse apatia, con cui ci si confronta in fondo con film di cui sappiamo, a parte delle piccole varianti, tutta il tessuto narrativo in tre atti e bene o male la sinossi completa.
Alla fine a parte la scelta di puntare su zombie corridori, come in 28 GIORNI DOPO, la sostanza è la stessa, e se non fosse per alcuni abbellimenti, e qualche trashata non riuscita (il neonato zombie)sembra proprio una classica operazione commerciale.

venerdì 16 maggio 2014

Godzilla

Titolo: Godzilla
Regia: Gareth Edwards
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

A Tokyo un segnale ettromagnetico ignoto causa scosse sismiche su vasta scala, compromettendo il funzionamento di una centrale nucleare. Nell'incidente Joe Brody perde la moglie e non si darà pace fino a che non avrà scoperto le ragioni del disastro, nascoste dalle versioni ufficiali. Quindici anni dopo la sua ricerca porterà alla verità, alla più incredibile e distruttiva delle verità.

Godzilla sta dalla parte degli umani e come un Dio li protegge dai mostri quasi"alieni"(notare le analogie con molti mostri contemporanei in digitale) che vogliono distruggere la terra.
Lui non la vuole distruggere.
Come uno dei Grandi Antichi riposa sul letto dell'oceano e si fa i fatti suoi, magari ogni tanto succhiandosi fino al midollo una centrale nucleare per restare in vita e sparare non si sà bene cosa dalla bocca (fuoco radioattivo).
Sembra di vedere a tratti PACIFIC RIM, film difficilissimo reso fantastico grazie all'estro di Del Toro, è un compendio di tutti i capitoli di Godzilla del passato, creando in un unico ibrido, nascita, crescita, sviluppo (non suo ma delle altre due creature) e poi uno scontro con altri esseri senza dimenticare l'amore per gli umani (in una scena il protagonista sta per essere attaccato da una delle due bestie, ma Godzilla arriva perfino a salvarlo...)
Alla fine non si sà se arrabbiarsi con Edwards che si era fatto apprezzare per il bel MONSTERS, indie british del 2010, o con la Legendary e la Warner che forse hanno diretto loro il film.
Per ora Godzilla è il peggior film del 2014.
Vediamo se si riesce a fare di peggio con un budget di 160 milioni.
Credo di sì contando che ci sono Bay e gli altri, che quest'anno daranno vita a tutti i loro scempi cinematografici.
Chissà Ishiro Onda cosa ne pensa, chissà perchè Godzilla, protettore degli equilibri mostruosi che si nascondono sulla terra (dal momento che gli oceani sono sempre più inquinati) non si ribella con noi scimmie meno evolute dei dinosauri, e chissà ancora perchè Aaron Taylor-Johnson, il protagonista, con la solita matassa famigliare e un padre pazzo, l'ottimo Cranston, che ovviamente è il primo a sapere, riesce sempre a guardare tutti i mostri negli occhi come se si fossero innamorati di lui.
Io so solo che Godzilla è stata nel passato una metafora scomoda che avrebbe, come in questo film, dovuto far riflettere su altre cause e non bombardare di effetti e c.g, rincoglionendo lo spettatore fino alla fine dei 120'.

giovedì 24 aprile 2014

Oldboy

Titolo: Oldboy
Regia: Spike Lee
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Joe Ducett è un pubblicitario alcolizzato e in declino, che una notte viene misteriosamente rapito e rinchiuso in una stanza d'albergo. La prigionia dura vent'anni, durante i quali il malcapitato viene accusato del brutale omicidio della moglie, si racconta alla figlia attraverso centinaia di lettere, cerca nel proprio passato alla ricerca della persona che potrebbe odiarlo a tal punto da aver progettato tutto questo. Uscito dalla stanza, non sfugge però al ricatto del suo rapitore, il quale lo pone di fronte ad un'ultima sfida: la liberazione in cambio della soluzione dell'enigma legato alla sua identità.

Diciamo che ero come tutti perplesso nel cercare di capire il perchè.
Dopo 10 anni dall'originale e dopo i 20 anni passati al chiuso in una stanza, Joe esce in modo piuttosto brutale e poco poetico e senza dubbio meno elegante dell'attore in stato di grazia, un camaleontico Choi Min-sik.
Il regista ritocca il finale senza cercare un inutile confronto con il monolite coreano e la sua trilogia sulla vendetta. Il paragone perfetto sembra quello con IL CATTIVO TENENTE di Ferrara e poi di Herzog. Il perchè lo si intuisce dal budget e dal bisogno americano di rifarsi all'Oriente come valvola di salvezza e dall'altro sancisce che l'unico punto, che sembra interessare a Lee nel film, è quello della tecnologia disponibile e assente o poco diffusa nel 2003 in Corea.
Ecco a partire da questo elemento, il film vacilla e infine crolla malamente a parte, logicamente, qualche interessante intuizione e un piano sequenza divino di combattimento.
Un paragone che ha perso in partenza ma che forse serve solo agli americani per avere il controllo mondiale sulla cinematografia e dimostrare che anche uno come Haneke, per milioni di dollari, può scomodarsi e andare in Usa a fare un remake assolutamente identico del suo film. Solo che lui è un autore e infatti il caso di FUNNY GAMES è l'unica eccezzione che gli americani non hanno saputo dominare.
L'Old Boy di Wook univa violenza, poesia, eleganza e grazia.
L'Old Boy di Lee unisce vane speranza, bisogno di soldi e davvero poco buonsenso.





venerdì 4 aprile 2014

RoboCop

Titolo: RoboCop
Regia: Josè Padilha
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un futuro non troppo lontano gli Stati Uniti utilizzano nelle zone di guerra robot dalla forma umanoide assieme ai droni ma per legge non lo fanno sul proprio territorio. La Omnicorp, società che produce la suddetta tecnologia, nel tentativo di invadere anche il mercato interno con i suoi prodotti, pensa che mettere un uomo dentro le macchine potrebbe cambiare la percezione della gente e così trova un agente di polizia mutilato da un incidente sul lavoro e ne fa un robot con coscienza. La suddetta coscienza, unita ai ricordi dell'incidente sono però anche il problema principale, Robocop è efficiente ma anche una scheggia poco controllabile e dunque inutile alle finalità per le quali era stato costruito. Tutti lo vogliono morto ma lui vuole vivere.

Il primo Robocop di Verhoeven era dell'87, Tetsuo è del'89, mentre Terminator è dell'84.
Gli anni '80, per la sci-fi, sono stati davvero profetici, per indirizzare un certo sguardo sul cinema e interrogarsi sul rapporto uomo-macchina.
Ora Padilha che non è un fessacchiotto, avendo sfornato due film straordinari, cerca di cogliere l'unica grande opportunità che un remake come questo poteva dargli, ovvero sfruttare l'elemento post-moderno che più ci lascia basiti: lo spietato controllo imperialistico americano.
Se il film lo si guarda mettendo gli occhialini di ESSI VIVONO si colgono alcune critiche di un paese sovrano, che non c'è la fa più, destinato all'autoimplosione forse con qualche militare, in qualche base, in qualche località nel Texas che anzichè sparare a un commilitone lancerà un missile ponendo fine a tutto.
Il nuovo Robocop forse fa ancora più paura di quello vecchio.
Ormai ci sono i droni capaci di contare ogni singolo capello e le multinazionali che controllano la politica. Non si può nemmeno pensare ad un vero antagonista, dal momento che tutti i personaggi pensano ai loro interessi e chi in un modo, chi in un altro, si confrontano mettendo spesso e volentieri dei dubbi morali sulle scelte d'intenti.
Bisogna capire come dice Sellars e concentrarsi a cercare di dare un nome e una forma diversa alle cose in modo da spiazzare l'opinione pubblica. Allora è deliziosa la metafora. Chiamare qualcosa con un altro nome (Democrazia) e farla invece risultare come mantenimento dell'ordine, non è niente affatto distopico ma incredibilmente reale.
Padilha forse per i suoi eccessi nel cercare di portarsi oltre, diventa la scelta più funzionale, poichè porterà un valore aggiunto su un film che è diventato un piccolo cult. La produzione questo lo sà ma sà anche che Robocop è prima di tutto un film d'azione, poi politico.













venerdì 21 febbraio 2014

Getaway

Titolo: Getaway
Regia: Courtney Solomon
Anno: 2013
Paese: Usa/Bulgaria
Giudizio: 1/5

Brent Magna, esperto pilota automobilistico, è spinto verso una mortale missione al volante quando sua moglie viene rapita. Con unica alleata una giovane hacker, l'unica speranza che Brent ha di salvare la moglie è di seguire gli ordini impartiti da una voce misteriosa che segue ogni sua mossa attraverso delle piccole telecamere installate nell'auto che sta guidando.

Spesso quando vuoi scoprire dove alberghino i problemi di un film leggi la filmografia del regista. Ho letto che Courtney Solomon era l'impiegato americano di turno che aveva diretto DUNGEON'S AND DRAGON e subito dopo un horror che non ho visto.
Ora Getaway è il terzo film dopo quello bello di Peckinpah e quello bruttissimo di Donaldson del '94. Il motivo che spesso sta alla base è semplice e fa più o meno così: perchè?
Mi spiace per Hawke che ultimamente fa di nuovo parlare di sè per il nutrito numero di film che lo vede protagonista, ma questa scelta per lui è stata proprio fallimentare.
Sul resto come sul reparto tecnico, il ritmo e l'azione sono da manuale di chi cerca un prodotto standard senza anima e senza bisogno di dover collegare nulla.
Qualcuno ha scritto che è costato 18 milioni di dollari, quasi tutti in macchine distrutte. Comunque sembra abbia fatto schifo pure ai cinema, ed è uscito solo in straight to video.
Non andava fatto è molto semplice soprattutto perchè a differenza di DEATH RACE, simile nel genere, quello almeno era un b-movie e aveva ritmo e azione oltre a qualche personaggio un minimo caratterizzato. Questo è proprio inguardabile.

venerdì 13 settembre 2013

Casa

Titolo: La casa
Regia: Fede Alvarez
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre ragazze e due ragazzi, divisi in coppie e per tipologie umane (i fratelli con problemi, la fidanzatina, la pragmatica, il professore) si recano in una casa nel bosco per il weekend. L'intenzione è di aiutare una di loro a chiudere con la droga, passando con lei i primi giorni di astinenza.
Ed è proprio la più fragile la prima ad essere posseduta da un demone evocato dalla lettura di alcune pagine di un volume ritrovato negli scantinati. Spaventata da quanto sta accadendo la ragazza chiede aiuto agli altri i quali, scambiando il delirio per crisi d'astinenza, rifiutano di lasciare il posto, almeno fino a che non cominciano a susseguirsi orrende possessioni e mutilazioni autoinferte.

Bigosna distinguere il prendersi sul serio dal risultato che non sempre riesce ad essere a pari passo con gli intenti. Prodotto e scritto oltre che supervisionato da Raimi e in parte da Campbell, l'esordio nel lungometraggio del regista Alvarez, dopo un corto curioso e interessante, ha fatto molto discutere.
Senza stare a raccontare e divagare sul film, Alvarez di meriti ne ha certo più di uno e il suo amore per la trilogia di Raimi di certo non è cosa celata.
Per dirne una 9500 litri di sangue finto, è solo una delle condizioni imposte dal regista per questa sua impennata di gore ed elementi splatter rigorosamente voluti artigianalmente (ed è cosa buona e giusta di questi tempi).
Interessante lo stratagemma della sostanza e quindi della dipendenza che crea un diversivo iniziale sulle condizioni di Mia e della sua possessione.
Gli elementi a parte un incipit sono gli stessi: il capanno, la botola,il libro maledetto: la trappola è la stessa, e il Male è pronto a seminare terrore e morte anche dopo trent'anni.
Ecco perchè, quando Mia comincia a parlare di strane presenze e a dare segni di squilibrio,nessuno dà particolare peso ai suoi deliri...(ed è cosa buona pure questa).
La Casa diventa un tripudio di violenza estrema non-stop costellato di sfregiamenti, mutilazioni, fiotti di sangue vomitato, carne squarciata: non ci viene risparmiato nulla e il risultato è dannatamente convincente. La lingua tagliata in due con il coltello elettrico è vera così come altre scene che non ci risparmiano nulla in tempi in cui l'horror, spesso per sopravvivere, deve cercare di osare il più possibile in termini di efferatezze.
Eppure ad un certo punto si è disorientati dal fatto che nessuno sembra morire..forse la maledizione ha già colpito tutti..e nonostante la buona messa in scena sembra di assistere ad un'esplosione senza mai una fine strutturata come si deve.

giovedì 27 giugno 2013

Maniac

Titolo: Maniac
Regia: Franc Khalfoun
Anno: 2012
Paese: Usa/Francia
Festival: TFF 30°
Giudizio: 4/5

Un folle assassino che semina il terrore nelle notti buie di una caotica New York. Il suo nome è Frank Zito, apparentemente un uomo come tanti, che però dopo il tramonto si prepara a uscire per adescare le sue vittime, prevalentemente prostitute o coppie di fidanzatini. Frank non si accontenta del semplice gesto omicida, ma esegue truci scalpi sulle vittime con cui poi addobba i macabri manichini sparsi nel suo rifugio

Misericordia che razza di stile congeniale che ha usato Khalfoun in questo remake che poco ha da invidiare con il cultissimo originale. Orientato verso il realismo più estremo del found footage e con uno stile in parte sperimentale riesce a conquistare pubblico e critica con il suo miglior film.
Purtroppo il suo precedente P2-LIVELLO DEL TERRORE era un filmetto di quelli estivi che guardi per passare il tempo senza particolari guizzi e con un cast sempliciotto.
Questo film è totalmente differente come ricerca, stile, cast, sceneggiatura, montaggio, fotografia.
Niente è lasciato al caso. Ogni immagine viene misurata e studiata attentamente.
Durante quasi tutto il film si assiste in prima persona nei panni del malatissimo Frank.
La sua caratterizzazione è così delirante che diventa difficile a volte entrare nel vivo della sofferenza di questo malato di mente soprattutto quando tutto è in soggettiva e noi vediamo il personaggio solo tramite giochi di specchi o intuendo quello che succede dagli sguardi degli altri personaggi. Qualche breve accenno del viso che viene però spesso smistato con inquadrature fugaci di teste di manichino da cui non riesce a non dipendere il protagonista.
Interpretato da un sofferto Elijan Wood che dimostra, dopo SIN CITY, di essere davvero bravo a dare enfasi a volti malati con quel suo piccolo sguardo da hobbit e gli occhioni azzurri
Rispetto al delirio sanguinante del film di Lustig, Khalfoun decide di puntare su un delirio psicotico ossessivo-compulsivo legato ai manichini e ai dialoghi tra le presunte ex.
Un film in molte scene difficile da dimenticare con un finale davvero da urlo che demolirà i brandelli finali di psiche dello spettatore.


venerdì 11 gennaio 2013

Dredd

Titolo: Dredd
Regia: Pete Travis
Anno: 2012
Paese: Gran Bretagna/Usa/India
Giudizio: 2/5

In una violenta città del futuro dove la polizia ha l'autorità di agire come giudice, giuria e boia, un poliziotto si allea con una giovane recluta per combattere una banda che spaccia SLO-MO, una potente e pericolosa
droga che altera la percezione realtà.
Certo che per arrivare a dire che ho preferito il Dredd con Stallone credo che lasci ben immaginare il risultato di questo film girato spogliandosi di tutte quelle connotazioni irreali e bizzarre che in parte facevano parte della creatività di John Wagner e Carlos Ezquerra . Una cozzaglia di clichè sul genere già viste e il giudice che per tutto il film non si toglie mai l’elmetto quindi chi lo sa se veramente dietro c’era Karl Urban?
Probabilmente il motivo di tanta tristezza era la possibilità di vedere finalmente sviluppato come si vede il fumetto violentissimo da cui si pensava di vederne uscire qualcosa di degno.
Tutto il film praticamente è girato in un’unica location all’interno appunto di una mega-città (una palazzina e qualche esplicito richiamo a THE RAID REDEMPTION viene quasi in automatico) controllata da quella che potremmo chiamare la mafia locale e la cui unica cosa apprezzabile che riesce a fare e quella di poter chiudere le mura a proprio piacimento rinchiudendo tutti gli abitanti.
Non ci sono enormi robot come nel film del ’95 e neanche mutanti o creature che si pensava dovessero far parte rigorosamente del film mentre invece quelle che si vedono sono solo bande criminali e pure stupide come nella scena in cui la cattiva di turno con una mega mitragliatrice distrugge praticamente un piano di un palazzo senza ovviamente beccare il giudice e nemmeno la sua assistente mutante fastidiosissima.
La dicotomia infatti tra lo sbirro cattivo e la seguace che si farà sopraffare dalla violenza è immediato quanto assolutamente meccanico nella sua palpabile banalità.
Con cinquanta milioni di budget si è puntato dunque sulla realisticità della storia, sulla sottrazione di mostri e quant’altro ma puntando su scene canoniche del genere con sparatorie e combattimenti senza dover ricorrere a troppi effetti in c.g.