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sabato 23 settembre 2017

Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


giovedì 23 febbraio 2017

E' solo la fine del mondo

Titolo: E' solo la fine del mondo
Regia: Xavier Dolan
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Da dodici anni Luis, drammaturgo affermato, è lontano da casa. Si è chiuso la porta alle spalle e non è si più voltato indietro. Ma adesso Louis sta morendo e a casa ci vuole tornare. Imbarcato sul primo aereo, rientra in seno alla famiglia che lo attende tra premurosità e isteria. Sulla soglia lo accoglie l'abbraccio di Suzanne, la sorella minore che non ha mai visto crescere, Antoine, il fratello maggiore che si sente minacciato dal ritorno del fratello che aveva monopolizzato l'attenzione dei genitori durante tutta la sua infanzia, Catherine, la cognata insicura e mai conosciuta che esprime le sue verità balbettando, la madre, affatto preparata al ritorno di un figlio mai compreso. Adesso che Louis è tornato lei vorrebbe tanto che le cose funzionassero, che i suoi figli trovassero le parole per dirsi ma nessuno dice e tutti sentenziano. Nessuno sa più niente dell'altro, la morte si appressa e la voce per annunciarla si spegne su un indice che chiede il silenzio.

Xavier Dolan arriva al suo sesto film. Il ventisettenne cineasta di Montréal, odiato e amato al contempo da critica e pubblico, adatta quello che è ritenuto il capolavoro di Jean-Luc Lagarce, l'autore teatrale oggi più rappresentato in Francia, di cui non fu mai portato in scena nulla prima della morte avvenuta prematuramente nel 1995.
Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes 2016, "Juste la fin du monde" è il film più complesso del regista che necessiterebbe di più visioni (noi pubblico e lui regista) per poterne cogliere e custodire le tante sfumature, come già accadeva per MOMMY. Qui è meno isterico, nessuno ascolta nessuno e tutti si parlano sopra sbraitando in un'unica location e con una crew di attori tutta francese a conferma che ormai il quebecchese ci ha salutato.

Film greve a tutto volume, unisce tematiche e paradossi puntando ancora una volta su un tema significativo nella vita del regista che è la vergogna e anche la separazione già sondata nel toccante TOM A LA FERME. Un fiume di parole, di non detti e di reticenze che in un perfetta armonia creano un dramma da camera per un Pinter ancora non affermato e di successo come qualcuno ha avuto l'azzardo di un simile paragone.

sabato 18 febbraio 2017

Moonlight

Titolo: Moonlight
Regia: Barry Jenkins
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Miami. Little ha dieci anni ed è il bersaglio dei bulli della scuola. Sua madre si droga, e lui trova rifugio in casa di Juan e Teresa, dove può parlare poco ma sa che può trovare le risposte alle domande che più gli premono. Nero fra soli neri, dei suoi coetanei non condivide l'atteggiamento aggressivo, l'arroganza che indossano fin da piccoli. Chiron -è questo il suo vero nome- non è un duro, ma nemmeno un debole. È gay e, anche se non lo dice, non sa essere chi non è, non sa e non vuole adeguarsi, così si ribella e finisce in prigione. Quando esce, Black è diverso, cambiato, apparentemente un altro, ma sempre lui.

Quando ti confronti con un film come MOONLIGHT la sfida è ardua.
E'uno dei quei film stronzi che ti mette il seme del dubbio se analizzarlo per ciò che realmente è (la vita di un nero gay in un quartiere povero) o la furbizia di chi sta dietro per cercare di parlare dei soliti fantasmi dell'America e travestirli in modo diverso.
Moonlight mi ha fatto pensare a questo elemento oltre a tantissime altre cose.
E'un film magnifico al limite del sopportabile. Mostra niente e parla di tutto. E'scomodo e complesso quanto narrativamente elementare.
Jenkins si trova anche lui come altri registi afroamericani a dover portare quel macigno sulle spalle che grava e che sembra essere lo sforzo titanico di Atlante.
L'America ha generato il male della schiavitù, dell'apartheid, delle divisioni sociali, dei quartieri poveri e ora tocca a voi nuova hollywood moderna di registi afroamericani (chi meglio di voi per il politically correct) farci riflettere e prendere atto (tanto ormai è troppo tardi) su come vi abbiamo fatto soffrire e messi in condizione per cui oggi vivete una nuova schiavitù accettandola addirittura e  facendoci un film che vincerà golden globe e oscar (da qui l'inutilità dei premi e della cerimonia).
Questa è la domanda drammatica delle produzioni e delle major.
Quella di Barry invece e di Little è quella di affrontare tanti temi scomodi e complicati in tre capitoli in quello che appare un quadro sociologico e introspettivo.
Moonlight ha un solo aspetto geniale al di là delle sofferte e intense performance attoriali.
In un dialogo quando Little ormai grande incontra il suo "amico" quest'ultimo gli chiede come se la sia passata negli anni in cui non si sono visti.
Qui scatta la scintilla. Jenkins ci fa capire che Little ha passato di tutto e ha visto cose affrontandone altre pesantissime eppure il regista semplicemente non le mostra.
Un film che parla di delinquenza, violenza e malavita senza mai mostrarla. Almeno questo aspetto è  innovativo direi.


martedì 27 dicembre 2016

King Cobra

Titolo: King Cobra
Regia: Justin Kelly
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio: 2/5

Ispirato a una storia vera cupa e intrigante, il film narra le vicende di un ragazzo che diventa una star del porno gay grazie a un losco figuro fondatore di una casa di produzione a luci rosse chiamata Cobra Video. Gli eventi lo porteranno ad accostarsi a un produttore rivale e altrettanto influente, che farà di tutto pur di accaparrarselo.

Kelly: "come si fa un film che tratti il porno-gay senza essere grossolano ed approssimativo?"chiese il discepolo al maestro Gus Van Sant
Van Sant: "bisogna andare al di là dell'estetica senza eccitarsi e autocompiacersi"
E fu così che al suo secondo film, Kelly dimostrò di non aver capito nulla.
E'difficile trovare le parole per descrivere un film fortemenete voluto da Franco, qui in veste anche di produttore, che sembra essere stato girato troppo velocemente dove l'attore non fa altro che ammettere la sua omosessualità in una parodia di un "gay" secondo James Franco che si bea di sguazzare nei luoghi comuni penando solo a ficcare e mostrare le sue pose da produttore/gangster (senza però avere quel fascino che mostrava in SPRING BREAKERS). Il risultato è una performance eccessiva, urlata, volgare, grottesca nelle scene di sesso che vorrebbero ambire al softcore con il risultato di apparire trash e banali.
King Cobra si basa sul libro del 2012 di Andrew E. Stoner Cobra Killer: Gay Porn, Murder, and the Manhunt to Bring the Killers to Justice, dal titolo molto esplicativo. Un film che riesce a rendere noiosa una storia con dentro il porno, un omicidio e James Franco, cosa praticamente impossibile, diventando nel giro di venti minuti qualcosa di indefinito tra crime, drama e merda.
Tutto è superficiale, tutto. E la cosa che stupisce di più è che Kelly si impegna davvero tanto per affossare il film: rallenty, colonna sonora oscena e una visione del mondo gay allucinante in un tripudio di muscoli che guizzano, bilancieri, canotte e boxer lucidi, il tutto con quell'inconfondibile sapore eighties e la performance di Slater che riesce in alcuni momenti a salvare il film in corner con un personaggio complesso e ben caratterizzato. Infatti è proprio nella convivenza tra due universi opposti che sembrava potesse evolversi la narrazione del film. Da una parte abbiamo l'omosessualità oppressa e opprimente di Stephen (Slater), che nasconde le proprie pulsioni sessuali dietro un'apparenza borghese. Dall'altra l'esibizionismo eccessivo e pacchiano della coppia di Franco e compagno che in quanto produttori meno famosi combattono a suon di ricatti la famosa industria cinematografica.
Per dirla tutta è un film che personalmente ho archiviato e quasi dimenticato poche ore dopo averlo visto.


mercoledì 25 maggio 2016

Desde Allà

Titolo: Desde Allà
Regia: Lorenzo Vigas
Anno: 2015
Paese: Venezuela
Giudizio: 4/5

Armando Marcano è un cinquantenne venezuelano che gestisce un negozio di protesi dentarie da lui stesso messe a punto con perizia tecnica e diligente attenzione al dettaglio. Nel tempo libero Armando adesca ragazzi di strada che fa spogliare davanti a lui, senza toccarli. Uno di questi è Elder, che però non si lascia svestire, e lo apostrofa dandogli della "checca". Se Elder è orfano di padre, Armando vorrebbe vedere il proprio padre morto. Ma a poco a poco fra i due si instaura un legame che sfugge alle definizioni e che ha molto più a che fare con i rapporti di potere fra classi sociali destinate a rimanere rigidamente separate che con una sessualità per Armando confinata al solipsismo.

L'opera prima di Vigas è potente e affascinante.
Prima di tutto per il contesto sociale, la caotica e agitata Caracas che non capita spesso di vedere al cinema in cui il rumore e i movimenti continui e senza sosta piombano lo spettatore in un caos urbano in cui i giovani, soprattutto, sembrano avere tutto sotto controllo in una dimensione per certi versi pasoliniana.
Ed è qui che conosciamo il nostro Elder camminando dietro le spalle del nostro protagonista che preferisce comprare piuttosto che toccare.
Entrambi senza padre, entrambi assetati di vita e di conoscenza, i soldi come gli affetti, il contatto fisico come la mancanza, la violenza come normalità, la curiosità come mordente alla noia quotidiana e poi l'amore, sono sempre opposti come le età dei due protagonisti che di fatto riescono a fare in modo che tutto alla fine rimanga in equilibrio.
Desde Allà è un queer anomalo, originale e fresco, spontaneo e mai volgare che indaga sulla relazione tra età differenti sull’identità sessuale dal punto di vista psicologico emozionale.
Tratta un tema spinoso senza soffocarlo con immagini esagerate, tant'è che riesce in una sfida difficilissima ovvero creare ancora più angoscia senza farci vedere quasi mai i corpi nudi ma percependo tutto dagli intensi occhi di Armando.
La pellicola sfiora la tragedia senza mai abbracciarla grazie ad alcuni colpi di scena che arrivano glaciali come pallottole. Delizioso anche se devastante la reazione dei coetanei e della madre quando scopre "l'omosessualità"del figlio, il quale diventa succube di Armando trovando in lui tutto quello che ha sempre cercato. Tante scelte e tanti elementi sono soggetti a diverse interpretazioni come per l'intenso finale ricorrendo poco ai dialoghi e confidando su gestualità e sguardi.



giovedì 24 marzo 2016

Weekend

Titolo: Weekend
Regia: Andrew Haigh
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Al termine di una serata con gli amici storici, Russell conosce Glen in un gay club e i due trascorrono la notte insieme. Glen chiede a Russell di raccontarsi al registratore, dove tiene una sorta di archivio di tutti i suoi incontri sessuali, che vorrebbe trasformare in un progetto artistico. Diversi, con un passato diverso e idee diverse sul futuro, Russell e Glen cominciano a conoscersi e passano insieme l'intero weekend.

Weekend è un film interessante per un unico vero aspetto.
Ci parla con delicatezza e fragilità, ma allo stesso tempo noncuranza e coraggio, di tanti aspetti della cultura gay, di tanti dubbi che fanno parte di una relazione e di come in pochi giorni, appunto il weekend del film, tutto questo emerga con limpidezza e sensibilità sia nella sceneggiatura che nei dialoghi.
Senza stare a darci elementi sulle caratterizzazioni dei personaggi, il film fa in modo che tutto emerga rivelandosi dopo una notte di passione.
Curiosi, disinibiti e allo stesso tempo così diversi e così attratti l'uno dall'altro, Russell e Glen sembrano non portere fare a meno l'uno dell'altro, prorio per completarsi, pur sapendo che uno presto partirà e l'altro è fidanzato. Mentre uno nasconde la propria omosessualità alla famiglia, la scena nel letto in cui prova a simulare la telefonata parlando con Glen è ottima, l'altro sembra aver sdoganato la propria identità cercando di palesarla e mostrarla fin troppo.
Weekend è un indie girato quasi interamente con una piccola telecamera a mano che sonda i due protagonisti esaminandoli dall'inizio alla fine. Purtroppo da noi è arrivato in ritardo di ben cinque anni. In alcuni casi capita quando il regista non è ancora noto come lo è stato nel caso del suo successivo 45 ANNI.



mercoledì 30 dicembre 2015

Nasty Baby

Titolo: Nasty Baby
Regia: Sebastian Silva
Anno: 2015
Paese: Usa
Festival: TFF 33°
Giudizio: 3/5

Freddy è un artista newyorkese ossessionato dal suo lavoro, una video istallazione sui neonati, e dall'idea di avere presto un figlio. Legato a Mo, hanno deciso insieme di avere un bambino da Polly, la loro migliore amica, che ha messo il suo utero a disposizione. Ma le inseminazioni artificiali non riescono, e spetterà a Mo, prima riluttante, 'ingravidare' Polly che finalmente rimane incinta. Nel mentre Bishop, un loro vicino di casa con problemi di mente e di indigenza, importuna Polly sul marciapiede e non smette di provocarli. L'intervento di una poliziotta sembra riportare la calma nel quartiere ma una sera improvvisamente Bishop incrocia Freddy in un market e le cose degenerano.

Nasty Baby è il primo film che ho visto di Silva.
Se da un lato mi ha subito lasciato di stucco, solamente dopo sono riuscito a rivalutarlo e rendermi conto, nonostante una messa in scena discutibile, di tutta una serie di elementi che vengono esaminati e tracciati.
Una commedia nerissima che sembra partire molto gay-friendly per poi diventare tutt'altra cosa, giocando e sfidando continuamente la psiche dello spettatore da un atto all'altro.
Proprio dall'altro il film sembra voler promuovere un insolito slogan moderno e non affatto banale.
I gay sanno difendersi? Oppure attenzione al gay che provochi? I gay sono sempre timidi e moderati o sono anche in grado di essere pericolosi?
Sfatando alcuni stereotipi di genere il film punta ad un interessante e per certi versi originale spaccato di realtà, mentre dall'altra parte si dilunga troppo in alcuni meccanismi che sembrano appesantire e allungare la narrazione.
Un film a metà tra alcuni aspetti ed equilibri nonchè intenti originali e scoppiettanti e altri elementi macchinosi, ridondanti e noiosi in un film in linea di massima sconnesso con un climax finale esagerato e quasi assurdo.
Ho anche apprezzato molto la critica, se questa ha voluto fare, agli artisti contemporanei, all'arte contemporanea e alle gallerie e coloro che le gestiscono.



lunedì 5 ottobre 2015

Normal Heart

Titolo: Normal Heart
Regia: Ryan Murphy
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

1981.Ned Weeks è uno scrittore ebreo americano gay che, al primo insorgere dell'epidemia dell'AIDS, si impegna perché la malattia non venga trattata con superficialità sia dall'ambiente medico che da quello politico. Fonda così il Gay Men's Health Crisis per sensibilizzare l'opinione pubblica e assistere gli ammalati. La sua attività, in pieno reaganismo, verrà ostacolata sia dagli etero che da una parte dei gay.

"Per molto tempo siamo stati sordi e cechi davanti alla tragedia dell'Aids mentre stava diventando una pandemia mondiale. La potenza e l'ammonimento di questa terribile storia è che, in qualche altro modo o forma, potrebbe un giorno ripetersi… Il film racconta la storia di persone che hanno combattuto e sono morte per i diritti civili, che oggi la comunità gay possiede. Molti giovani di oggi non hanno idea dell'inferno che tanti fratelli e sorelle hanno dovuto attraversare"
Il tema dell'aids ha sempre sensibilizzato molto la cinematografia statunitense prima con PHILADEPLHIA e poi con altre pellicole meno famose. Normal Heart aggiunge un tassello parlando di un importante personaggio e di una lotta che nella settima arte trova una perfetta sintonia e rigore narrativo.
Purtroppo storpiato dai sentimenti che soffocano in alcune scene la narrazione, il film riesce a reggere soprattutto grazie all'importante performance di Ruffalo, attore poliedrico e multiforme in grado come sempre di essere in grado di interpretare qualsiasi cosa.
Normal Heart come sostiene anche cinemagay è uno dei film più gay degli ultimi anni.
Mai visti tanti importanti attori gay insieme in un film: Matt Bomer, Jim Parsons, Jonathan Groff, Denis O’Hare, Stephen Spinella, Joe Mantello e BD Wong, reclutati dal regista gay Ryan Murphy insieme all'autore e sceneggiatore gay Larry Kramer.
Il film poi è stato prodotto dalla società Plan B Entertainment di Brad Pitt, tratto dall'omonima opera teatrale di Larry Kramer, vincitrice del Tony Award, che ne ha scritto anche la sceneggiatura.
Se ci mettiamo poi che il Presidente Obama ha chiamato il regista gay Ryan Murphy per congratularsi con lui dicendogli che ha amato il film e che lo ha trovato incredibilmente commovente. Ryan ha dichiarato: "L'intero film racconta la storia di Larry che sta cercando di attirare l'attenzione di Washington e 30 anni dopo mi arriva la chiamata del Presidente: il cerchio si è chiuso".

Normal Heart tratta temi importanti certo ma tutto questo fragile e sospettoso interesse da parte di numerosi sostenitori fa emergere qualche domanda e anche qualche nota di disappunto, come se tutti dovessero accorrere per cercare di dare sostegno alla sensibilità degli argomenti trattati, invece di lasciarne altri, forse ancora più importanti legati a questioni moderne e di cruciale importanza, in uno spartiacque anomalo che rischia di rimanere nascosto.

giovedì 16 luglio 2015

Wild Horses

Titolo: Wild Horses
Regia: Robert Duvall
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il Texas Ranger Samantha Payne riapre un caso su una persona scomparsa 15 anni prima, scoprendo degli indizi che collegano la morte di un ragazzo del luogo a un ricco padre di famiglia, Scott Briggs. Il Texas Ranger non si fermerà davanti a nulla per scoprire la verità, anche a costo di rischiare la propria vita. Con il ritorno inaspettato del figlio estraniato Ben, Briggs deve trovare un modo per mettere a tacere per sempre la legge o cercare di capire meglio il rapporto tra Ben e il ragazzo che ha cercato di far tacere tanti anni fa.

Un dramma con l'aria da western moderno.
Wild horses ha qualcosa di epico, una buona atmosfera, fantastici paesaggi, un cast notevole e una storia che in fondo riesce a creare un buon interesse.
E'un film lento che si dipana senza alterazioni o colpi di scena degni d'effetto.
Cerca l'esatto opposto preparando e incidendo sulla trama passo per passo, cercando una riflessione sugli intenti dei personaggi e creando un intreccio famigliare, che seppur non particolarmente originale, regge in tutti casi risultando convincente, moderato e molto realistico.
Duvall era da dieci anni che non prenedeva più in mano la regia.
Con tre film alle spalle e quasi 95 da attore, ricopre il ruolo tradizionale del pater familias che alla sua veneranda età, decide di fare pace con se stesso e con i suoi fantasmi scrivendo inoltre la sceneggiatura. E'interessante scoprire come lui, Tommy Lee Jones in testa e Eastwood il reazionario, contribuiscano e diano spessore con dei film molto attenti e che riescno ad esaminare, con il senno di poi, tematiche e generi in modo sublime.
Wild Horses potrebbe essere uno di quei film in cui ci si aspettano sparatorie, zuffe, violenza a gogò, invece è un dramma famigliare denso e di una lentezza senza precedenti il più delle volte compiaciuta, crepuscolare e in fondo tragica.
Colpa e remissione.
Con diverse tematiche, di cui quella dell'accettazione di un figlio gay, in una comunità come quella texana, viene trattata senza farla diventare una macchietta, ma anzi prendendola di lato come per altri temi trattati nel film.
La quarta regia di Duvall fa centro regalando un film sofferto, molto lungo e dotato di silenzi straordinari che spessso e volentieri comunicano più dei dialoghi.
Da menzionare James Franco, il figlio gay e Josh Hartnett, purtroppo non caratterizzato a dovere.



lunedì 27 aprile 2015

El sexo de los angeles

Titolo: El sexo de los angeles
Regia: Xavier Villaverde
Anno: 2011
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Carla e Bruno credono di avere le risposte per tutto quello che la vita gli ha offerto fino ad ora. Ma quando appare Rai, un uomo misterioso ed attraente che vive fuori dalle regole, in questa storia d'amore e di amicizia i confini si dissolveranno e si spezzeranno, trasformandosi in relazioni emozionanti e profondamente romantiche.

Il terzo film del giovane regista spagnolo Villaverde è frizzante, pieno di vita, solare, e bello come i protagonisti/e, oltre che dotato di un senso del ritmo notevole e a tratti riflessivo.
Quello che non convince è la quasi totale impossibilità dei fatti, soprattutto in un finale con lieto fine aperto a innumerevoli interpretazioni ma che non può certo durare perchè impossibile e immorale come penserebbe qualcuno.
Così come anche alcune scene ripetute e che stonano con il ritmo nello studio dove lavora Carla. Alcuni dialoghi «non posso vivere senza di te ma neanche senza di lui»; «l’amore viene dal cuore e non dal cervello» e per finire un incidente che grida al forzato sensazionalismo per far convergere quello che poteva rivelarsi un buco di sceneggiatura, sono i passi ingenui commessi da chi in fondo crede che tutto possa trovare una giustificazione.
Un film che sa essere un'irrestistibile commedia ma che sa anche trattare, anche se in modo sempre molto ottimista, il triangolo che può avvenire in una coppia quando subentra un terzo armato di fascino e languidi sguardi oltre che un rispetto altalenante per entrambi i partner.

Xavier sa benissimo di non essere il primo a trattare questo tema, i film ormai sono numerosi, ma lo fa in modo per certi aspetti innovativo, puntando su un triangolo poliamoroso irrestistibile rispetto ad altri film, in cui la componente drammatica emergeva molto di più.

domenica 19 aprile 2015

White Frog

Titolo: White Frog
Regia: Quentin Lee 
Anno: 2012 
Paese: Usa 
Festival: Cinemautismo 2015 
Giudizio: 2/5 

Nick Young è un giovane liceale sofferente della sindrome di Asperger e costantemente trascurato dai suoi genitori. L'unico ad occuparsi di lui è il fratello maggiore Chaz. Quando Chaz muore in un incidente stradale, Nick è costretto a fare affidamento solo a sé stesso per continuare ad andare avanti nella vita. Inoltre si ritroverà a scoprire aspetti del fratello di cui nessuno era a conoscenza, come la sua omosessualità e il suo sogno di diventare un ballerino. 

White Frog tratta la sindrome di Asperger, di cui il cinema non è che ci abbia regalato molti film, soprattutto in Europa. 
Lee combina svariati elementi e tendenze cinematografiche e lo stile si può dire eccellente nelle riprese, musiche e in parte anche nelle interpretazioni. 
Quello che funziona è l'approccio del protagonista al tema dell'omosessualità quando scopre appunto che il fratello maggiore, “l'ideal-tipo” della società in tutti sensi, era gay e Nick cerca di farsene una ragione frequentando i suoi migliori amici e imbastendo una battaglia con la famiglia borghese e perbenista. 
Quello su cui il film invece non funziona, è quello di ricorrere a straordinarie dosi di melanconia, più un termine che poco mi piace “lacrima-movie”, cercando e sfruttando alcuni cliché di genere per ottenere un grosso clamore finale come il dialogo del piccolo Nick che mostra come i sentimenti superino a volte drammi maggiori. 
White Frog è quel misto di teen movie ( ci sono attori di Twilight), gay movie, film sulla malattia che alterna dei passaggi interessanti ad altri un po più ingenuotti e telefonati che sembrano cuciti apposta per dare maggiore effetto. Probabilmente nelle mani di Gregg Araki sarebbe stato un mezzo-capolavoro.

Room in Rome

Titolo: Room in Rome
Regia: Julio Medem 
Anno: 2010 
Paese: Spagna 
Giudizio: 2/5 

Inizio di una calda estate romana. Alba e Natasha si sono appena incontrate e hanno deciso di prendere una camera in un albergo. Alba è madre di due figli e il giorno dopo deve ritornare in Spagna, Natasha invece sta per sposarsi e l'indomani tornerà in Russia. Entrambe, però, sono attratte l'una dall'altra e, durante le dodici ore trascorse insieme, si lasceranno andare lentamente e senza riserve alla scoperta di una verità a lungo negata e destinata a rimanere chiusa tra le mura di quella stanza. 

Il regista spagnolo di CAOTIC HANA si slaccia da contesto onirici e un certo cinema che possiamo quasi definire “sperimentale” per trovare in questa commedia erotica, la summa della sua riflessione sul dare libero sfogo ai sensi, come accennava, anche se in forma diversa con il suo precedente film. Ora Room in Rome lascia basiti per l'inconsistenza dei contenuti, tutto affidato ad alcuni dialoghi difficilmente sopportabili e che sfiorano in più di un'occasione il ridicolo. 
Si parla di due versioni di cui una tagliata, ma il problema non è questo. 
Non stiamo parlando di un film autoriale e solido, contenutisticamente parlando, che potrebbe o meriterebbe la censura. 
Al di là dei corpi sinuosi, perfetti e del fascino magnetico delle due protagoniste, è la trama e la narrazione il limite più grosso del film, tale da rendere tutto il resto una “malaparata”. Medem è attratto dal sesso e i suoi film lo comunicano e non per questo si può farne una colpa, e chi non lo è. Però il suo ultimo film è noioso, disarticolato, cerca di essere provocatorio rimanendo invece intrappolato in un nulla di fatto. 
Enrico lo Verso probabilmente non sapeva cosa faceva o forse ha visto le due attrici e non ha saputo resistere. 
Un peccato perchè l'aspetto tecnico, in particolar modo la fotografia, è molto curata così come alcune inquadrature. 
L'idea di prendere un concetto come il “kammerspiel” e torturarlo oltremodo però è sinonimo che bisogna avere stoffa e talento. Finora Medem non lo ha dimostrato.

venerdì 20 febbraio 2015

Any Day Now

Titolo: Any Day Now
Regia: Travis Fine
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

West Hollywood, California, 1979. Drag queen in un locale di Los Angeles, Rudy Donatello conosce il vice procuratore distrettuale Paul Fliger col quale ha un fugace rapporto sessuale. Quando la sua vicina di casa tossicodipendente è arrestata, il figlio di lei, Marco, quattordicenne affetto dalla sindrome di Down, viene affidato ai servizi sociali. Una sera, Rudy incontra il ragazzo che è riuscito a tornare all'appartamento in cui viveva con la madre dopo essere fuggito dai servizi sociali. Rudy decide così di prendersene cura: per riuscire ad ottenere la custodia temporanea di Marco, chiede aiuto all'uomo di legge Paul, insieme al quale costituirà una famiglia che attirerà pregiudizi e discriminazioni.

Any day now è un film che tratta diversi argomenti, dalle adozioni gay alle fragilità di ognuno di noi, fino ad arrivare a toccare il problema del disagio e della paura di mostrarsi in una società, quella degli anni ’70, in cui l’omosessualità era ancora un taboo molto forte.
I problemi legati alla custodia e alle infinite difficoltà per cui una coppia gay possa riuscire ad ottenere la custodia di un bambino con sindrome di down, sono i motori centrali su cui, dal secondo tempo, si passa all’interno di aule di tribunale per cercare di proteggere Marco da una situazione multiproblematica di ulteriore disagio ( i tossici, i genitori violenti e gli alcolizzati possono ottenere la custodia e noi no).
Ed è purtroppo anche la parte, senza contare il finale, in cui la pellicola si perde dietro troppi dialoghi, manicheismi e scelte convenzionali che fanno perdere parte dello spessore della storia e della sensibilità psicologica e relazionale con cui Fine e gli attori dimostrano di saper lavorare molto bene.
Any day now è un film in cui contano molto le interpretazioni, quasi tutte pregevoli, a parte i ruoli di contorno, e in cui si mette in gioco principalmente il punto di vista sugli affetti, la cura dell'altro, lo smarrimento emotivo.
Pur perdendosi dietro qualche stereotipo o qualche momento davvero tirato un po troppo per le lunghe (i vagabondaggi notturni di Marco, o le scenate in tribunale) riesce alla fine, nell’arduo compito di non farlo diventare quel tipico melodramma sul sociale, ma anzi punta tutto su una coppia gay che vuole ottenere l’affido di un disabile e per quanto sembri assurda, è originale e abbastanza accattivante.

sabato 14 febbraio 2015

Zerophilia

Titolo: Zerophilia
Regia: Martin Curland
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una condizione genetica particolare determina cambiamenti di genere a seguito di rapporti sessuali.Questo è il fantasioso presupposto alla base delle situazioni comiche che vedono protagonista un ragazzo insicuro e incerto sulla sua mascolinità alle prese con l'altro sesso.

Zerophilia è un teen movie abbastanza ingenuotto, che non accenna quasi mai a prendersi sul serio. Almeno fino alla sequenza finale in cui l’amplesso raggiunto dalla coppia di partner, che si scambiano i ruoli dal giorno alla notte, segna almeno un’idea e un’immagine poco sfruttata nel cinema.
Prodotto per il cinema ma trasmesso solo in tv, il film di Curland purtroppo ha diversi limiti come quello di puntare su una recitazione bassa, in cui gli attori si divertono senza prendere mai sul serio la vicenda, oppure su scelta di Curland, giocare proprio sul gioco degli assurdi e degli equivoci, ma in questo caso il rischio è ancora maggiore perché la strana condizione genetica che attanaglia questi giovani (sembra quasi una licantropia) rimane posticcia e un’idea che certo in altre mani poteva essere sfruttata meglio.

venerdì 19 dicembre 2014

Snails the Rain

Titolo: Snails the Rain
Regia: Yariv Mozer
Anno: 2013
Paese: Israele
Giudizio: 3/5

Tel Aviv. Estate del'1989. Boaz, affascinante studente di lingue, riceve delle lettere d'amore anonime da parte di un uomo che mettono in dubbio la sua sessualità e rompono l'equilibrio con la sua amorevole ragazza.

Toccante, insolito, curioso, delicato e intenso, il secondo film di Mozer dopo il bel documentario THE INVISIBLE MEN, sulla difficoltà di essere palestinesi e omosessuali in Cisgiordania e a Gaza, si distacca per girare un vero e proprio lungo.
Toccare un tema come quello dell'omosessualità in Israele non deve essere affatto facile, ma Mozer è astuto raccontando prima di tutto un rapporto eterosessuale e poi la paura di vedersi cambiare, la repressione, i turbamenti che sempre di più spingono Boaz a fare una scelta decisiva.
Un cinema dunque quello israeliano capace di essere contemporaneo e moderno, di indagare il territorio, non toccando solo tematiche legate alla guerra e la politica, ma acquisendo maggiore approfondimento con una realtà sociale non più invisibile.
Il film è tratto dal racconto contenuto nel libro "The Garden of Dead Trees" di Yossi Avni Levy che significa "lumache sotto la pioggia". «The Garden of Dead Trees» (Il giardino degli alberi morti) invece è invece un luogo d’incontri omosessuali di Tel Aviv.
Mozer che interpreta anche il professore che poi è lo spasimante di Boaz, con uno stile asciutto e realista, crudo ma per niente cinico, narra e segue il suo protagonista con una precisione incredibile, mostrando nella sua routine, come una preoccupazione possa far saltare tutta la normalità e creare dubbi e contrasti con l'altro sesso.
Snails the Rain tuttavia pur rimanendo un film interessante e coraggioso, non manca di alcuni limiti della sceneggiatura e alcune forzature che sembrano servire per aggiungere minuti preziosi, come ad esempio da un lato la madre di Boaz buttata lì senza una ragione particolare e dall'altra il passato di guerra di Boaz che seppur serve a fare capire da dove tutto è nato, andava sviluppato meglio.

domenica 27 luglio 2014

Tom a la Ferme

Titolo: Tom a la Ferme
Regia: Xavier Dolan
Anno: 2013
Paese: Canada/Francia
Giudizio: 4/5

Tom ha amato Guillaume di un amore grande che adesso vorrebbe condividere con i suoi cari. Lasciata Montréal alla volta della campagna canadese, Tom raggiunge la fattoria della famiglia di Guillaume per partecipare l'indomani al suo funerale. Molto presto si rende conto che Agathe, madre di Guillaume, ignora l'omosessualità del figlio. Informato dei fatti è invece Francis, fratello maggiore e omofobico del defunto, che costringe Tom a mentire sulla sua natura e sulla natura della sua relazione con Guillaume. Imprevedibile e violento, Francis esercita su Tom sgomento e attrazione. Indeciso se andare o restare, Tom chiede aiuto a Sara, una collega spacciata per la fidanzata di Guillaume.

Tom a la Ferme è un film che nella sua apparente complessità viene scardinato e reso intrigante dalla complessa e poetica regia di Dolan, regista eccentrico e in grado di sorprendere per più motivi. Per essere una sorta di dramma esistenziale con elementi che rimandano a diversi sottogeneri, l'ultimo lavoro del canadese riesce forse a portarsi a casa un tassello sicuramente originale e innovativo come quello di deviare dalla solita narrazione, su una patologia come quella dell'omofobia, cercando altre cause e scomponendo i dialoghi facendolo incanalare spesso in una sorta di thriller psicologico.
Per essere dell'89 al suo quarto film, Nolan merita comunque un talento e uno stile già tutto suo che non è assolutamente cosa da poco, in più è capace di fare col noir quello che aveva fatto esattamente col mèlo nei suoi primi tre lavori: richiama il classico con grande personalità, dirigendo un film moderno in tutto con una stuzzicante patina vintage.

Sconosciuto del Lago

Titolo: Sconosciuto del Lago
Regia: Alain Guiraudie
Anno: 2013
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

La riva di un lago, in estate, è il punto d’incontro della comunità gay in cerca di sesso occasionale. Tra i frequentatori più assidui c’è il giovane Franck, che presto si innamora dell’uomo più ambito della spiaggia, Michel. Anche quando scopre che Michel nasconde un segreto sconvolgente, Franck sceglie di affrontare il pericolo e vivere la sua passione fino in fondo…

Lo sconosciuto del lago è un film che dalla sua ha certamente degli elementi originali e delle scene forse mai viste, proprio perchè inusuali e spiazzanti quindi in questo caso assolutamente interessanti e coraggiose.
E'un thriller Queer, parte bene senza stare a raccontare molto ma Guiraudie sa il fatto suo, ha un buon ritmo e una tecnica infallibile nel saper scegliere le inquadrature.
E'un film che tira un sonoro calcio in culo all'ambiguità e sin da subito cogliamo subito l'unica vera grande location, un lago d'estate e una spiaggia di soli uomini, circondata da una boscaglia deputata agli incontri sessuali tra gli stessi e su cui le inquadrature e i particolari non si risparmiano.
Funziona bene senza eccessive pause nonostante un tono misurato e autoriale in quasi tutta la sua durata. Il problema, su cui forse il regista inciampa, è proprio la parte legata all'indagine poliziesca e agli omicidi. Stranamente il film perde quasi tutto il suo fascino e la sua bellezza.

lunedì 21 marzo 2011

Il mago della truffa-Colpo di fulmine(I love you Philippe Morris)

Titolo: Il mago della truffa-Colpo di fulmine(I love you Philippe Morris)
Regia: Glenn ficarra & John Requa
Anno: 2009
Paese: Usa/Francia
Giudizio: 3/5

Steven Russell, da marito devoto, si trasforma in un perfetto truffatore, vivendo in modo stravagante e imbrogliando la gente. Ma la sua carriera da truffatore viene presto interrotta, quando viene catturato e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. In carcere si innamora follemente del suo compagno di cella, Phillip Morris, ma quando questi verrà scarcerato, Russell evaderà numerose volte pur di stare assieme al suo amato.

A loro esordio i due registi con l’aiuto dello sceneggiatore di BABBO BASTARDO creano un film che si barcamena tra i generi, risultando al tempo stesso una commedia drammatica con venature grottesche e una tematica omosessuale a dir poco straordinaria per la catarsi dei due attori. Se Carrey si sa è sempre bravo, in questo caso si supera, senza freni e potendo dare una verve assolutamente unica e risultando un latin-lover come non si vedevano da tempo. Anche se minore lo accompagna il buon McGregor platinato e più timido che guarda le astuzie di Steven, one man show a tutti gli effetti.
Il film è basato sulla storia vera del truffatore e plurievaso, nella sua doppia natura di ladro imbroglione e amante doveroso, raccontata da un giornalista nel libro I Love You Phillip Morris: A True Story of Life, Love, and Prison Breaks.
Il film non ha certo avuto poche difficoltà essendo una produzione semi-indipendente, quindi da abbastanza sui nervi scoprire che la versione italiana è stata tagliata in alcune scene d’amore tra i due protagonisti neanche fossimo ai tempi del proibizionismo, contando che ben altre menate riescono a superare tutte le censure soprattutto in temi di violenza e scene gratuite di sangue.
Inoltre il film è prodotto dalla Europa corp di Luc Besson marchio che comincia a intravedersi in moltissime pellicole francesi.
Un film costruito comunque e manipolato proprio dal genio del trasformismo che qui può cimentarsi senza controlli.


Sebastiane

Titolo: Sebastiane
Regia: Derek Jarman
Anno: 1976
Paese:Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Sebastiano da Narbona è un soldato romano, il quale viene relegato a causa della fede cristiana e delle voglie omosessuali in un’isola. Sebastiano a causa del comportamento mite viene perseguitato da alcuni compagni e diventa l’ossessione del suo comandante Severo. Sebastiano non vuole essere di nessuno, ma viene accusato ingiustamente d’insubordinazione dal suo comandante e condannato al martirio.

Film notevole per la forma pittorica, l’attenzione alle cromature, una scenografia curatissima e suggestiva di una Sardegna calda e messa a nudo dal regista. Notevole per le tematiche che costruivano il film e la personalità di Sebastiano. Un film in cui il desiderio e la passione sono alla base di tutto oltre che una frecciata ai ruoli di potere che predominano e tiranneggiano per affermarsi. In questo caso Sebastiano diventa il vero e proprio oggetto sessuale desiderato e bramato da tutti. Il suo corpo scarno e la sua personalità umile lo rendono un santo in grado di non provare odio nei confronti di Severo.
La festa di corte iniziale con il tipo che viene metaforicamente penetrato e molto suggestiva e crea un ambiente quasi pasoliniano, oltre a servire come stimolo per alcuni film di Fassbinder che si evidenzia durante l’arco di tutto il film. Uomini con falli giganteschi e altri uomini che imitano donne creando una grottesca confusione di parti. Alcune scene invece sembrano prese dal SATYRICON di Fellini del ’69.
Un film sicuramente elaboratissimo nella messa in scena della storia, con un finale geniale e di forte impatto.
Il film è parlato in latino ed è interpretato da attori non professionisti.
Molti campi lunghi e primi piani sui volti assenti e abbandonati dei personaggi.
Lo stile non è particolarmente sperimentale. Sicuramente sono i contenuti dissacranti e in questo caso marcati da una sensibilità eclatante di Sebastiano che non sembra volersi vendicare, ma accetta il suo destino incondizionatamente. Girato a basso costo in ventiquattro giorni, non a caso edito raro video, è il primo film di Jarman.
Musiche elettroniche originali di Brian Eno.

giovedì 17 marzo 2011

Brotherwood-Fratellanza

Titolo: Brotherwood-Fratellanza
Regia: Nicolo Donato
Anno: 2009
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Brotherhood è la storia di un amore pericoloso e della ricerca della propria identità.
Deluso da un mancato avanzamento di carriera, Lars decide di lasciare l’esercito. Si scoprirà attratto dal movimento neo-nazista e da un membro del gruppo, Jimmy. I due uomini daranno inizio ad una relazione segreta, ma il loro amore proibito dovrà scontare la punizione del gruppo di destra di cui fanno parte. Tuttavia, l’amore e l’attrazione sessuale tra i due sono così forti che, pur dovendo infrangere ogni regola, Lars e Jimmy non riusciranno a mettere fine alla loro relazione …

Alla sua opera prima il regista danese di origini italiane si cimenta con una storia verosimilmente nuova a cui ancora nessuno aveva pensato. L’amore gay in mezzo ad un gruppo di nazi.
Fratellanza non è un film che come per la maggior parte dei film sui gruppi nazi ricerca a tutti i costi la violenza diventando spesso un facile pretesto. In questo caso viene sondata l’enorme omofobia del fenomeno mostrando alcuni lati “imbarazzanti” dei raid, dei bagni al mare tutti nudi, del pogo indefesso tra i vari membri e delle coalizioni forzate tra alcuni di loro. Interessante la dicotomia che Lars presenta quando scopre che i nazi, in questo caso Jimmy, amano più di tutti la natura difendendola e scegliendo prodotti bio per non nuocere il corpo per poi accarezzare un’ideologia tra le più ingenue di tutta la storia. La regia è sobria mantenendo alti i livelli ma scegliendo tanti primi piani per scoprire e sondare ancora di più i personaggi e smascherarli dalla loro ipocrisia e le loro idee idiote. Dialoghi interessanti e poche musiche. Così la scelta del gruppo e i dogmi nazisti diventano una perfetta maschera per nascondere la paura di essere soli e di voler condividere qualcosa con qualcuno pur accennando le conseguenze. Anche se con qualche difetto di sceneggiatura ed un finale forse fin troppo mieloso Brotherwood è sicuramente un film interessante.