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sabato 2 settembre 2017

Raman Raghav 2.0

Titolo: Raman Raghav 2.0
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Raman è un serial killer che vive a Mumbai e che trova, per così dire, ispirazione nelle gesta di un suo predecessore, l'omicida seriale Raman Raghav, che operava in India negli anni Sessanta. Oltre a quella per il suo mentore, ha una seconda grande ossessione: quella per il giovane poliziotto Raghav. Fa di tutto per trovarsi faccia a faccia con lui. Ma se il killer non è del tutto normale, anche il poliziotto non è un esempio di stabilità mentale...

"Raman Raghav 2.0" è ispirato alla figura del serial killer omonimo, attivo a Bombay verso la fine degli anni ’60, la cui identità non era nel nome, ma nei pesanti oggetti contundenti con cui spaccò la testa a decine di persone per un decennio, avvolgendo nel panico l’enorme popolazione indifesa e priva di protezione. Raman è anche uno di quei film indiani che tocca vedere solo grazie a Netflix a meno di non averlo visionato all'interno di qualche sconosciuto festival. E'strano lodare una piattaforma on line che mai avrei pensato di sfruttare. Rimane pur vero che la maggior parte di film indiani cercati a lungo e per anni sul web o sulle piattaforme on-line con risultati deludenti finalmente mi da la possibilità di guardarmeli con i dovuti anni di distanza.
E'questo è un dato di fatto.
Il film di Kashyap è di una violenza straziante. E non parlo solo di quella sulle donne come spesso i film indiani non risparmiano, ma di un'atmosfera sporca e corrotta, una Mumbai soffocata e straziante, marcia fino al midollo come la natura ipercinetica del soggetto, le due diverse tonalità di cattiveria dei due protagonisti, i cambi di scena repentini e senza soluzioni di continuità e infine la dilatettica e l'assenza di morale tra un bene ormai sempre più inesistente e un male che non possiamo più fare a meno di nascondere.
Un film cupo, lungo ma non lento, tenuto assieme da capitoli che contraddistinguono un viaggio nella paura con un attore davvero sttraordinario in grado di restituire ferocia e sofferenza al suo personaggio.
Due facce della stessa medaglia che il cinema spesso sfrutta e confonde. In questo caso la cattiveria degenerata in crimine ed il male assoluto e fine a se stesso di entrambi generano conseguenze inattese ed effetti perversi come capitava nel film diretto dai Mo Brothers.
Kashyap non è nuovo alle storie violente e scabrose, infatti con il ben più conosciuto GANGS OF WASSEYPUR, non aveva ancora raggiunto l'apice della violenza che qui trova un segnale inequivocabile e un cambio di timone.


giovedì 3 agosto 2017

Ugly

Titolo: Ugly
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2013
Paese: India
Giudizio: 4/5

Shalini è sposata con Shoumik, violento e autoritario capo della polizia, che detesta il precedente marito Rahul, attore squattrinato. Un giorno in cui la piccola Kali, figlia di Shalini e Rahul, è con il padre, questi la lascia da sola in macchina; quando torna la bambina è scomparsa. Si scatena la caccia al rapitore, ma rispetto alla volontà di ritrovare Kali sembrano prevalere le vendette personali e i conti in sospeso da risolvere.

Ugly è un thriller indiano passato in sordina alcuni anni fa e proiettato infine al TFF.
Un film controverso e disturbante che parla del lato nascosto dell'India, o meglio di alcuni lati oscuri e del livello ormai inquietante di corruzione che attanaglia la città ponendo in primis l'inefficenza delle forze dell'ordine indiane.
Proprio le istituzioni vengono criticate in una galleria di personaggi tutti in fondo meschini, scelte e ambientazioni degradate quanto lussuose ponendo come fatto sociale rilevante la disuguaglianza che affligge questo paese.
Un thriller vitale e dinamico che nelle sue due ore di durata non si ferma mai, in un viaggio alla scoperta di se stessi, di un paese che finalmente racconta anche storie cruente abbandonando per un attimo il contesto e l'ironia bollywoodiana. Kashyap va ancora oltre con una messa in scena ottima, un gran ritmo, un montaggio attento e delle buone scelte di camera oltre che prediligere il cinema di genere in un crime story che non si vedeva da tempo. Lo stesso cast vede alcuni attori affermati nel vasto panorama delle produzioni indiane. La critica come dicevo non si limita solo ai rapimenti di bambini (una realtà scioccante se qualcuno ha voglia di interessarsi alla vicenda) trattando però tutte quelle dinamiche che sembrano proprio nascere dal contesto culturale, in cui vediamo le forze dell'ordine che sembrano alimentate da una profonda diffidenza per i cittadini, le donne lasciate in casa a bere che non sanno come passare le giornate, una cultura in fondo sempre più misogina e in tutto questo amici che rischiano la propria vita e la propria dignità per aiutare il prossimo e un finale davvero pesante che conferma l'ottimo lavoro di sceneggiatura, nonostante alcune piccole defezioni durante l'arco temporale della storia.



Talvar

Titolo: Talvar
Regia: Meghna Gulzar
Anno: 2015
Paese: India
Giudizio: 4/5

Drammatizzazione del doppio omicidio di Noida, avvenuto nel 2008 e balzato agli onori della cronaca. Vittime furono una quattordicenne e la domestica che lavorava per conto della sua famiglia.

Ispirato ad un reale caso di cronaca, un film indiano che racconta un indagine sull'omicidio di un'adolescente e del suo servitore. Talvar si inserisce nel filone dei film di genere indiani che trovano spesso e volentieri spazio e distribuzione su piattaforme on line senza quasi mai riuscire ad essere distribuiti nei cinema ma trovando di rado qualche festival internazionale.
Guilty altro titolo con cui il film è uscito, sembra mantenere inalterato lo schema e il lavoro di scrittura. Attingendo da un caso di cronaca che ha fatto molto discutere l'opinione pubblica, è un film che Gulznar riempie di particolari, in cui la caratterizzazione dei personaggi è curatissima consentendo appunto di approfondire gli usi e costumi di un paese remoto, la cui cinematografia drammatica è quasi sconosciuta in Occidente dal momento che in molti pensano che l'India sia solo Bollywood e limitando così la diversità di una cinematografia molto variegata e complessa.
Un'altra opera in cui non c'è un personaggio trainante, o meglio c'è un protagonista principale ma il lavoro corale sviluppato dal regista è ottimo tale da mantenere una buona alternanza tra momenti concitati ed altri più riflessivi, che mettono in evidenza i paradossi della giustizia con momenti decisamente surreali.

Da uno spunto di cronaca, Talvar è una radiografia impietosa che fa male, denunciando la mentalità dominante all'interno degli apparati di polizia indiani, fra cialtronaggine, meschine rivalità professionali, stupidità, carrierismo e sete di potere. Un bel film di "denuncia civile" con un epilogo che coinvolge anche il sistema giudiziario, lasciando l'amaro in bocca come si evince da quel problema che "il 90% delle prove presenti nella scena del crimine vennero di fatto distrutte a causa della negligenza della polizia" come disse il CBI nella realtà. Perché la polizia, che per prima venne sul posto, non si occupò di non fare avvicinare nessuno nella scena del crimine, giornalisti, visitatori, amici, parenti, vicini, tutti circolavano nella scena del crimine come se fosse parco giochi. Sembra fantascienza ma è tutto reale e nel film acquista un penso ancora più sconvolgente.

martedì 27 giugno 2017

Machines

Titolo: Machines
Regia: Rahul Jain
Anno: 2017
Paese: India
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 5/5

Attraverso i corridoi e gli spazi di un'enorme e disorientante struttura, il regista Rahul Jain ci conduce in una discesa verso un luogo di stenti e di lavoro fisico disumanizzante. Si tratta di una delle maggiori fabbriche tessili dello stato indiano di Gujarat, la cui area di Sachin fin dagli anni Sessanta è stata oggetto di un'industrializzazione senza precedenti e non regolamentata.

Machines è un'esperienza unica e dolorosa. Il film più impressionante dell'ultima edizione del Festival di Cinemambiente. Un'opera solida e matura. Un urlo disperato verso quello che è l'ennesimo esempio di super industrializzazione, di lavoro fuori da ogni schema e comprensione. Orari che vanno oltre la logica umana e la disumanizzazione della forza lavoro e di qualsivoglia tipo di diritto.
Machines è l'opera prima di Rahul Jain, cresciuto in India e laureato al California Institute of The Arts in Film and Video. Sempre al CalArts studia estetica e politica. Machines, primo lungometraggio, è presentato all'IDFA e al Sundance Film Festival, dove riceve il premio speciale della Giuria per la miglior fotografia.
All'interno del documentario e delle aziende la camera procede scovando operai che dormono tra una pausa e l'altra, fumi che rendono nebulosa la vista di ogni minimo dettaglio, macchinari che sembrabno logorati dal tempo e di una pericolosità incredibile. Uomini, donne,bambini, disabili, tutti lavorano in queste immense fabbriche della morte dove scopriamo il lavoro incessante che sta dietro i vestiti che spesso indossiamo. Conosciamo l'esperienza di un lavoratore che per fare tre lavori a stento riesce a dar da mangiare alla famiglia spostandosi da una zona all'altra del paese e che per lui ha solo qualche rupia per comprarsi del tabacco da masticare per sopravvivere a dei turni infiniti. Facciamo anche la conoscenza dei suddetti padroni e della loro burocrazia e la loro spiegazione di come loro stessi diventano padroni e carnefici e del perchè non esiste nessun sindacato dal momento che forse nessuno lo vorrebbe.
Machines mostra la complessità della dura e spietata macchina capitalista, una storia di disuguaglianza che purtroppo anche la globalizzazione ha ampliato portandola in alcuni casi, come questo ma gli esempi sarebbero tanti e doverosi, di sfruttamento, di oppressione e di incapacità di un paese e di un sistema di potersi ribellare in cui ancora ad oggi tutto sembra sempre più immutabile e senza speranza con un divario purtroppo ancora più incolmabile tra poveri e ricchi.
Ad un tratto parla un bambino. Il suo obbiettivo è imparare in fretta a saper usare più macchinari possibili. Se da piccolo impara senza fare errori allora da grande diventerà un responsabile o un operaio specializzato. Questo è il sogno indiano della maggior parte dei bambini senza rendersi conto o domandarsi se è giusto o meno un modello economico e di sviluppo di questo tipo.

In tutto questo ovviamente le famiglie non esistono o sono una diretta conseguenza delle scelte dei figli che devono mantenere il nucleo.

lunedì 16 giugno 2014

My name is Salt

Titolo: My name is Salt
Regia: Farida Pacha
Anno: 2013
Paese: India
Festival: Cinemambiente
Giudizio: 4/5

Per otto infiniti mesi all'anno, Sanabhai e la sua famiglia lavorano nel deserto di Little Raan nell'estrazione del sale dalle aride terre. Facendo parte degli addetti a una lavorazione tradizionale del sale che si tramanda di generazione in generazione, Sanabhai svolge un lavoro impegnativo, ricercando i delicati cristalli di sale per una raccolta che diventa sempre più faticosa.

"Il prossimo anno vogliamo essere pagati di più" è con questa frase che si chiude il documentario dell'ultimo festival del Cinemambiente di Torino, quest'anno sempre rigoroso nella scelta dei documentari che trattano temi ambientali.
Vincitore della menzione speciale Iren, questo documentario puro e girato meravigliosamente, ci porta in un tempo e in uno spazio altro (chi non è mai stato in India e nel deserto farebbe difficoltà a comprendere i silenzi e i tempi morti perfettamente espressi dagli sguardi dei famigliari) e in più permettendogli di immedesimarsi, soffrire ed essere fiero insieme ai personaggi, imparando da loro come estrarre il sale più bianco della Terra e la cura maniacale con cui questa operazione và condotta.
My name is salt infine ci porta nel deserto salino della regione indiana di Gujarat, che insegna come portare avanti, con orgoglio e tenacia, il proprio lavoro in condizioni climatiche proibitive e senza l'aiuto di tecnologie di sorta.