Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post

domenica 15 ottobre 2017

Più grande sogno

Titolo: Più grande sogno
Regia: Michele Vannucci
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Mirko è appena uscito di prigione. Alla soglia dei quarant'anni vuole ricominciare da capo, recuperando il rapporto con la compagna Vittoria e le figlie Michelle e Crystel, ma non è facile: se Vittoria e Crystel lo accolgono con fiducia, Michelle lo guarda con diffidenza e ostilità. L'occasione per rifarsi una vita sembra arrivare da un'improbabile candidatura: Mirko, a suo modo popolare nella borgata degradata in cui vive, viene eletto presidente del comitato di quartiere, e si appresta a cambiare le circostanze non solo sue ma di tutti coloro che lo circondano. Ad affiancarlo è l'amico di sempre, Boccione, prodotto dell'incuria e dell'incultura del suo ambiente ma dotato di buon cuore e buone intenzioni. Per entrambi il rischio del fallimento è dietro l'angolo, come è vicino il pericolo di una ricaduta nel vecchio giro di malaffare. Riuscirà Mirko a trovare la sua strada e a costruirsi una nuova identità?

I viaggi di redenzione sono materiale vasto e infinito. Di solito è un tema che appartiene ad una grossa fetta del genere drammatico. In questo caso l'utilizzo fatto all'interno del film e la buona catarsi dell'attore che interpreta se stesso Mirko Frezza è stata una sfida interessante e rischiosa che l'opera prima di Vannucci con difficoltà e momenti che faticano a decollare riesce a dare credibilità e spessore ad una storia molto popolare e populista, il tipico "borgata-movie".
Chiariamo subito: se non ci fosse stato Alessandro Borghi che nel film ha un ruolo molto importante da co-protagonista, il film avrebbe sicuramente patito una recitazione non sempre in grado di dare pathos e enfasi a sufficienza nonostante uno dei più grandi sforzi sia stato quello di superare gli stereotipi di genere e renderlo passionale e appassionato.
Vannucci si concentra molto sul linguaggio e il dialetto romano è iconico nel cercare di farci comprendere il microcosmo e la sotto-cultura in cui vivono questi borgatari in particolare il nostro ex-pregiudicato che ha passato tra il suo quartiere e Regina Coeli, sempre diviso fra gli “impicci” di casa e i castighi del carcere.
Dramma, pesanti rapporti familiari e con la gente del quartiere, un passato che torna o che meglio non lo ha mai abbandonato, della paura ha provare a fidarsi (non vuole nemmeno mettere una firma quando viene eletto) una figlia che non accetta che il padre durante la carcerazione non abbia voluto vederla e infine una redenzione compromessa quando dall'altra parte il tentativo di tornare a delinquere e dietro l'angolo.

L'idea buona del chi "ce sta a provà" nonchè trasformare la realtà in fiction semidocumentaria è buona, a tratti purtroppo ma speriamo che sia solo una questione di tempo, la regia e soprattutto la ripresa stilisticamente è abbastanza piatta, fatta quasi esclusivamente di un'insistente mdp a spalla che cammina con i personaggi e si chiude quasi sempre sulla faccia stralunata di Mirko.

Wind River

Titolo: Wind River
Regia: Taylor Sheridan
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un cacciatore e pescatore è costretto ad affrontare il suo passato quando aiuta un novizio agente del FBI nel risolvere un omicidio realizzato nell'anarchica riserva indiana di Wind River.

L'America da qualunque parte la osservi ha sempre dei lati nascosti e spesso alcuni di questi sono maledettamente inquietanti.
Ora tocca alle riserve indiane nel Wyoming dal freddo polare dove una donna nativa diventa capro espiatorio e la comunità inferocita farà il resto...
Un film davvero crudo con un'atmosfera notevolissima tutta glaciale e piena di silenzi e allusioni.
Una comunità in difficoltà che vive in una zona dura e insidiosa. Personaggi che sembrano dividersi la scena tra i condannati che vivono la giornata e di fatto sono i bifolchi populisti e ignoranti e dall'altro i sopravvissuti dove mettiamo nel calderone anche i pochi indiani nativi rimasti.
Un film che sfrutta la violenza in modo impulsivo senza dare la possibilità di ragionare ma agendo d'istinto che sia la carneficina dentro la roulotte della giovane coppia fino alla sparatoria che chiama in causa due gruppi diversi di forze dell'ordine.
Un film che verso la metà vira sul revenge movie ma senza essere mai troppo sfrontato e soprattutto reazionario. Renner sembra a tratti il Wahlberg di SHOOTER una cagata mostruosa ma riuscendo però ad avere una caratterizzazione che gli da più sostanza, personalità, struttura e poi porta dentro di sè, il personaggio di Cory, una segreto davvero doloroso.
Taylor Sheridan poi firma un'altra sceneggiatura potentissima dopo SICARIO ma soprattutto HELL OR HIGH WATER firmando una detective story semplice senza tanti colpi di scena che proprio per la struttura della storia non servono.
Un film di istinti primari, dove i bifolchi attaccano senza remore le forze dell'ordine le quali sono costrette a uccidere senza fronzoli alcuni di questi semi tossici abbandonati nelle loro roulotte in mezzo al nulla e alla neve.

Una nota che arriva nel finale del film per mostrare a distanza di anni quanto ancora non cambi per certi versi la politica di riconoscere i nativi americani ad esempio negli Stati Uniti è quella per cui il governo con i suoi organi tiene il conteggio e scheda il profilo di ogni donna scomparsa. Lo stesso non avviene per le donne Native Americane. C'è da stupirsi? No.
L’America ha ancora molti confini… e le musiche di Nick Cave e Warren Ellis già ascolate nel bellissimo LAWLESS aggiungono pathos all'opera.

Lowriders

Titolo: Lowriders
Regia: Ricardo de Montreuil
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ambientata nella zona orientale di Los Angeles, il film parla del mondo delle vetture lowrider e dei graffiti. La storia è incentrata su un adolescente la cui lealtà è messa a dura prova quando si trova costretto a scegliere tra il padre e lo zio criminale.

Prendete FAST & FURIOUS mescolatelo con ONCE WERE WARRIORS ed 8 MILE e conditelo con SIN NOMBRE aggiungendo infine il jolly con Theo Rossi.
Quelllo che ne esce non è nulla di buono ma anzi macchinoso, già visto e squisitamente pieno di clichè. Dalla famiglia sudamericana povera che pensa al grande mito americano, quello delle macchine, costruendo la perfetta lowrider, ovvero quel tipo di vettura le cui sospensioni sono state modificate in modo tale da poter abbassare la macchina il più vicino possibile al suolo oppure per farle compiere delle evoluzioni, diciamo che sappiamo subito di cosa stiamo parlando.
Uno potrebbe già fermarsi qui senza andare oltre per capire nell'immediato dove andrà a parare il film. Eppure anche gli inseguimenti sono abbastanza fiacchi, i combattimenti tra gang a volte sanno di ridicolo e la caratterizzazione dei personaggi è stereotipata anche quando uno come Theo Rossi cerca di dare un po di sostanza (e il fratello maggiore che ha rotto i legami con il padre e si è fatto una gag tutta sua) senza di fatto uscirne bene nemmeno lui.
Una trama che purtroppo non ha richiesto tanto sforzo dello sceneggiatore e il regista, De Montreuil, voleva solo avere l'ok per potersi cimentare in un montaggio frenetico che a volte rischia pure di distruggere quel poco di buono che il film stenta a mettere in luce.


Kingsman 2-Il cerchio d'oro

Titolo: Kingsman 2-Il cerchio d'oro
Regia: Matthew Vaughn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Fuori dalla sartoria Kingsman, Eggsy viene attaccato da Charlie, un viziato candidato che nel film precedente non aveva superato l'addestramento e ora è dotato di braccio robotico. La Kingsman viene poi attaccata e quasi annientata, tanto che rimangono solo Galahad - ossia Eggsy - e Merlino. Insieme scoprono che di fronte a una tale disperata emergenza devono rivolgersi ai cugini americani: gli Statesman, tra cui spiccano gli agenti Whisky, Tequila e Ginger Ale, mentre a capo del tutto c'è Champagne. Insieme a loro cercheranno di sventare lo spietato piano di Poppy, una potentissima narcotrafficante che sta ricattando il governo degli Stati Uniti per ottenere la legalizzazione di ogni tipo di droga.

Il secondo capitolo della parodia del nuovo agente segreto british che diventa yankee è un action incredibile e stroboscopico dove per un attimo il regista non sembra mai darsi pace cercando in tutti i modi di passare da una location all'altra regalando colpi di scena e inseguimenti ai limiti del praticabile e dell'inverosimile.
Infatti Kingsman-Il cerchio d'oro diventa a tutti gli effetti qualcosa di impossibile che mette in un angolino quanto di buono fatto con il primo capitolo per sottolienare l'arrivo delle produzioni americane e quindi il budget che è volato a dei livelli altissimi.
Godereccio, ironico, seducente, patinato, un fumetto in piena regola firmato da quel pazzo incredibile di nome Mark Millar in collaborazione con Dave Gibbons.
Vaughn ovviamente dopo i 414 milioni di dollari incassati con il primo capitolo ha deciso così di dirigere il suo primo sequel con un cast che vanta stelle di Hollywood a raffica anche se non tutti riescono a lasciare il segno o ad essere caratterizzati come si deve oltre che inserire figuranti che non hanno proprio senso come Elton John in un ruolo tra l'altro molto imbarazzante.
Oltre ad essere volutamente esagerato, il film cerca di trovare spunti interessanti sui trafficanti di droga, le nuove multinazionali che hanno più potere degli Stati che attaccano, senza avere la benchè minima idea di ciò che stanno facendo (in questo il personaggio di Poppy poteva dare di più senza venir mostrata come uno stereotipo a cui negli anni soprattutto nel cinema americano ci siamo abituati a vedere, qui in versione supervillain e madrina del narcotraffico con la fascinazione per i robot, il rock e l'America anni '50). Questa scelta finalizzata e che gioca a favore dell'incidente scatenante iniziale diventa geometrico nel trovare poi le linee di demarcazione perfette facendo incontrare i lord con i cowboy.
Usa e Gran Bretagna schierati assieme. Se non fosse un film, l'idea di una partnership tra due delle più grandi potenze della terra farebbe ancora più paura. E' così ancora una volta qualcosa di inglese è diventato americano a tutti gli effetti.
Come sempre intriso di citazioni tra cui spicca su tutti il cinema dei Cohen e in particolare FARGO.
I punti dolenti sono che ad un certo punto tutto è così esagerato da farlo diventare un fumetto pulp allucinato e grottesco ma che non riesce come nel primo KICK ASS a diventare politicamente scorretto e aggiungere alcuni tasselli originali e divertenti. Qui tutto è così patinato, i personaggi sono sempre e solo macchiette. Per fortuna che quello che il film deve fare lo mantiene: ovvero divertire con quella spregiudicata sgregolatezza che contraddistingue il cinema di Vaughn.



Vergini di Dunwich

Titolo: Vergini di Dunwich
Regia: Daniel Haller
Anno: 1970
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il nobile Wilbur Whateley con antenati dediti alla stregoneria è interessato a procurarsi una rara copia del Necronomicon, il libro maledetto dell’occulto, appena giunto all’Università di Miskatonic. Ma il prof. Armitage che lo sta studiando, non è dello stesso avviso. Allora Wilbur con le sue doti ipnotiche riesce a sedurre e attirare Nancy, la giovane allieva di Armitage, nella sua villa per coinvolgerla in oscuri riti magici che hanno l’indicibile scopo di evocare le antiche divinità che un tempo dominavano sulla terra…

Diciamolo pure. A parte il film di Gordon del 2001 di film importanti e indimenticabili su Lovecraft non ne sono stati fatti molti. E' un peccato anche se non è detto che l'orrore cosmico non diventi di nuovo materia a cui attingere come è successo di recente con due ottimi film in cui solo uno in particolare sembra citare il leader indiscusso di Providence.
E'parlo ovviamente di THE VOID mentre segnalerei anche BASKIN che pur non trattando dichiaratamente l'orrore cosmico lovecraftiano si avvicina per intenti.
A parte questi e altre pseudo-pellicole o pseudo-esperimenti che non starei a menzionare, tutto ciò che è stato fatto prima faceva parte di questa sorta di trilogia di cui questo film fa parte essendo il terzo ed ultimo tratto dall’opera di Lovecraft prodotto dall’American International Productions di Roger Corman che cercava una valida e remunerativa alternativa ai film tratti da E. A. Poe.
Tratto dal racconto L'orrore di Dunwich, il film nonostante lodevoli sforzi e una regia pulita che sfoggia virtosismi stucchevoli e una tensione appena modesta altro non aggiunge e anzi in alcuni momenti scimmiottando anche sulla recitazione e mi riferisco a Wilbur Whateley.
Tuttavia al di là della storia e della sceneggiatura funzionale e che riprende in modo attinente e pertinente il racconto, si inserisce anche con alcuni aneddoti e numerosi collegamenti con l'opera di Moore per l'appunto Providence. Al di là di alcune scelte azzardate e che rischiano di smorzare l'atmosfera e la tensione, parlo del figlio di Yog-Sothoth, il quale veniva nel racconto rinchiuso in un fienile, mentre nel film è tenuto prigioniero in soffitta dietro una porta oppure ogni elemento orrifico lovecraftiano con le sue gelide e malsane atmosfere è smorzato regalando effetti di luce su rosso e nero per mostrare il mostro, un montaggio alle volte troppo psichedelico e allucinato e per finire un finale a botta di incantesimi che non riesce ad essere convincente.

Il problema più grosso del regista sembra essere quello di avere grande difficoltà a rappresentare in immagini l’orrore cosmico del ‘Solitario di Providence’. Ne prendiamo atto pur riconoscendo una sceneggiatura valida e un reparto tecnico valido.

mercoledì 11 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Titolo: Blade Runner 2049
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L'agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell'anno 2049. Sono passati trent'anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi "lavori in pelle": perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.

Blade Runner 2046 bisognerebbe cercare di guardarlo senza troppe pretese cercando di dimenticare per un attimo che la macchina hollywoodiana sta cercando di riattingere dai vecchi cult per vedere se con le tecniche digitali odierne possano accadere i miracoli. Dal punto di vista della c.g mi verrebbe da dire certo che sì, per quanto concerne la storia e la sceneggiatura nì.
Blade Runner è solenne e distopico. Minimale e patinato all'inverosimile. Apocalittico e cinico. Villneuve rimane uno degli unici insieme forse a Cuaron a poter cercare di dare carattere, sostanza e atmosfera al film strutturandolo con la sua politica da autore e riuscendo ad affinare ancor meglio la tecnica. Un'opera che per diversi punti e davvero inquietante mostrando come forse finiremo e tracciando alcuni squarci che la politica del Cacciatore di Androidi di Philip K. Dick si è sempre rivelata profetica sotto certi aspetti e sembianze. La società nel 2049 è ben peggiore di quella di Deckard mostrando ancora una volta come un abominio, ovvero dove finisce il confine tra l’obbedienza androide e la ricostruzione di un’identità creata dal nulla ma settata con l’innesto di ricordi artificiali e soprattutto se tutto ciò viene lasciato in mano a un essere non meglio definito come Wallace.
Villneuve dicevo rimane uno dei registi più importanti di questa generazione e non parlo solo per la diversità nei generi in cui spazia senza difficoltà, non sempre firmando dei filmoni come accade per SICARIO che risulta per assurdo forse il suo film meno convincente.
Sin dall'inizio del film, lo script a quattro mani di Fancher e Green, le location e le scenografie di Dennis Gassner fanno da padrone insieme alla fotografia dell'immancabile Deakins, le inpalcature visive, la musica di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch che sembra ricordare la fine del mondo, portando a riflettere sui gesti compiuti dai vari replicanti e anche qui alcune inquietudini filosofiche che come per ALIEN:COVENANT lasciano perplessi e non trovano sempre risposte.
Era il novembre del 2019. Il cacciatore di replicanti Rick Deckard e Rachael provavano a fuggire da un destino segnato. Qui scopriamo che quanto successo dopo è ancora peggio. Il colpo di scena su K che scopriamo assieme a lui è una di quelle magie che il regista spesso conferma nei suoi film regalando dei climax importanti anche se allo stesso tempo in alcune scelte come il finale ad esempio appaiono abbastanza macchinose e forse poco avvincenti. L'aspetto però più conturbanteb e che Villneuve ha invece deciso di intraprendere, secondo me facendo un mezzo errore, è stato quello di voler rendere più dirette questioni, filosofiche e non, che nel precedente film rimanevano sospese, rischaindo a volte di palesare troppo senza lasciare quell'aura di dubbio.
Qui c'è di nuovo l'amore ma anche il contatto e la paura di rimanere soli. Nel film di 30 anni fa, la storia concedeva meno cercando di lavorare di sottrazione e imbastendo di fatto una log line molto breve in cui de facto un cacciatore di replicanti doveva svolgere il suo lavoro mentre qui oltre quel lavoro, il nostro agente K scopre il disegno che sta dietro la svolta che rischia di cambiare le sorti del pianeta e allo stesso tempo ci mostra la sua solitudine come accadeva per il protagonista di HER.



El Bar

Titolo: El Bar
Regia: Alex de la Iglesia
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Costretti a vivere una situazione tragica rinchiusi all'interno di un bar, un gruppo di sconosciuti comincia a confidarsi l'un l'altro.

"Oggi più che mai abbiamo paura del dolore e della morte. Non ne parliamo neppure ai nostri figli perché sappiamo di non avere le risposte. Non la capiamo e, soprattutto, non vogliamo pensarci. Ciò causa un'insopportabile tensione che, presto o tardi, si fa riconoscere con esplosioni di incontrollata violenza o come una costante amarissima presenza nelle nostre menti."
Il terrorismo è in ognuno di noi. Alex de la Iglesia continua con le sue schegge impazzite e finalmente ritorna in scena anche lui con un film tutto ambientato quasi in un'unica location, uno schema corale e tanta azione soprattutto nel finale per un film che manco a dirsi di nuovo coniuga un mezzo filone fanta-politico.
Una miscela esplosiva in cui il regista spagnolo non va mai giù per il sottile ma infila i suoi topoi cinematografici grazie al suo sceneggiatore di fiducia Guerrica con cui confeziona un'opera feroce e graffiante, un equilibrato mix di generi che, tra gustosi istinti da commedia nera e grottesca e una violenza che rischia di sfociare nell'horror psicologico, dice la sua sulla decadenza morale nella società contemporanea, in particolare trovando in alcuni normalissimi personaggi delle storie e delle modalità che lasciano basiti per scelte e azioni irreversibili.

El Bar costruisce pian piano dinamiche sempre più interessanti e ferali, in cui il peggio degli individui viene alla luce con spietata crudeltà in un grottesco disseminarsi di ipotesi e colpi di scena che prima incuriosiscono e dopo lasciano con il fiato sospeso fino all'energica resa dei conti finale, lasciando trasparire dietro tutta la genuinità di genere l'importanza di un vibrante messaggio. Purtroppo forse l'unica pecca potrebbe essere quella di un finale tirato troppo per le lunghe e abbastanza scontato ma che d'altronde è tipica del cinema del regista che con quella punta di esagerazione finale che infila quasi sempre nei suoi film da sempre risultati roccamboleschi e imprevisti  

Inganno

Titolo: Inganno
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato costui resta confinato nella sua camera attraendo però, in vario modo e misura, l'attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l'ospite

Inganno è l'ultimo film della Coppola. Per molti aspetti continua un certo discorso iniziato con IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE. Tante donne di diversa età e un solo uomo, ferito, per un soggetto che si rifà ad un film già visto con Eastwood nei panni di Farrel..
Un bel film ottimamente recitato con pochi colpi di scena, purtroppo abbastanza prevedibili, e un'atmosfera che non sempre riesce ad essere graffiante pur avendo dietro una fotografia eccelsa.
E così l'ultimo film della Coppola che ha vinto come miglior regia a Cannes è un film ben confezionato ma privo di quella psicologia che almeno nei personaggi del suo esordio trovava più spessore. Qui si poteva ottenere molto di più ad esempio giocando maggiormente sulle pulsioni delle ragazze che la società del tempo non può loro riconoscere.Alla fine diventa di nuovo l'analisi delle reazioni in un microcosmo femminile con alcuni spunti interessanti nonchè scene, tanti sguardi che lasciano intendere e volere molte cose e una cornice horror da cui noi assistiamo alla scena e una regia che si muove senza indugi architettando l'aspetto più interessante del film ovvero la geometria degli spazi, con una chiusura verso l'esterno, il cancello a simboleggiare l'oggetto netto della separazione, e infine il bosco che apre un mondo sotterraneo dove mentre raccogli i funghi puoi trovare un soldato ferito e portartelo a casa.




Strange Colours

Titolo: Strange Colours
Regia: Alena Lodkina
Anno: 2017
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Una donna intraprende un lungo viaggio per ricongiungersi con il proprio padre malato e provare a ricostituire un legame che si è andato indebolendo nel corso del tempo.

Per il suo film d'esordio, Lodkina sceglie una storia semplice di riflessione e inquietudini.
Un viaggio nostalgico dentro le proprie radici familiari e fuori nella remota comunità nell'Outback australiano sempre affasciante con le sue regole e dove coloro che ci abitano, ormai quasi più solo vecchi, non sono altro che emarginati con un ferreo ideale di libertà, impegnati ad estrarre Opale dalle miniere. Proprio le miniere, le abitazioni, l'ambiente malsano che ricorda in diversi punti il capolavoro sull'Outback australiano WAKE IN FRIGHT riescono ad essere visivamente molto affascinanti. Un film dicevo di silenzi e distanze dove Milena avvicinandosi alle sue origini ne entra in contatto conoscendo gli amici del padre e a volte le loro strane abitudini come quella di sorpenderla in piena notte, oppure incontrare vecchi amori e chiedersi cosa non abbia funzionato. Tutto scorre tra paesaggi desertici e capanne di legno, un ambiente che comunica moltissimo diventando iconico nel cercare di dare risposte e far riflettere la sua protagonista. E poi i dialoghi con il padre riescono a non essere mai didascalici ma invece nudi mostrando le fragilità di entrambi in alcuni punti quasi commoventi.



sabato 23 settembre 2017

American Fable

Titolo: American Fable
Regia: Anne Hamilton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Negli anni Ottanta, nel bel mezzo della crisi agricola del Midwest, l'undicenne Kitty vive in un mondo oscuro e talvolta magico. Quando scopre che l'amato padre nasconde un uomo ricco nel silo di famiglia al fine di salvare la loro fattoria in difficoltà, Kitty stringe in segreto amicizia con il prigioniero. Si ritroverà costretta a dover scegliere tra l'impulso a salvargli la vita e il bisogno di proteggere la sua famiglia dalle conseguenze del caso.

American Fable per qualche strano motivo pensavo fosse un film a episodi di quelli che si vedono ultimamente come XX, HOLIDAYS, TALES OF HALLOWEEN, etc. Invece non è così.
Il film della Hamilton è uno squisito film di formazione con un unico piano narrativo che entra ed esce continuamente dai suoi confini "magici". Pur trattando una vicenda reale e tutto ciò che succede è realistico, il film e la narrazione assumono tratti e scenografie mutevoli e conturbanti a partire dai campi di granoturco in cui passeggiano allegramente e soli i bambini a giocare e scoprire nuove avventure. Proprio la scoperta, il viaggio e altri meccanismi ben oliati sono gli strumenti che la regista adotta in un film molto misurato con alcune scene decisamente inaspettate e un buon climax.
Kitty è la protagonista che tira fuori il coraggio, combatte una maledizione che si impossessa del nucleo familiare, supera le sue paure e combatte una dura lotta contro le stesse persone che ama.
Un film che gioca molto bene la carta dell'atmosfera con una colonna sonora che si inserisce in modo pienamente funzionale nell'intero arco narrativo dando pathos a diversi momenti decisivi e a tratti inquietanti. Un film per molti aspetti già visto, con una struttura che ricorda tanto un film italiano venuto bene e un cast misurato che assolve il ruolo.
Che cosa fareste dunque per tenere la casa che amate e continuare così a vivere le proprie avventure? Quello che possono fare gli adulti a volte è straziante e pericoloso ma il senso di giustizia che traina i più piccoli può essere a tratti commovente.
American Fable ha qualcosa di antico, di classico, di magico e di simbolico che toccherà ad ognuno scoprire.




Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


It comes at night

Titolo: It comes at night
Regia: Trey Edward Shults
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sicuro all'interno di una casa desolata mentre una minaccia innaturale terrorizza il mondo, un uomo ha stabilito un esile ordine domestico con la moglie e il figlio, ma la sua volontà verrà presto messa alla prova quando una giovane famiglia disperata arriva in cerca di rifugio.

L'horror drama, uno dei mille nomi usati per ampliare il raggio del genere horror sta facendo da anni piccoli passi da gigante regalando perle rare della cinematografia. La maggior parte di questi film sono tutti indipendenti e non godono di grossi budget. Il perchè è evidente.
It comes at night è un dramma forte che chiama in cattedra l'horror per un clima post apocalittico in cui si immerge la vicenda e dove una epidemia non meglio nota sembra aver spazzato via tutto come la peste. Lo spettatore non vedrà praticamente nulla mentre invece viene catapultato verso quella che di fatto è una disintegrazione del nucleo e dei rapporti e dello psicodramma famigliare.
Il genere sta finalmente ritrovando la sua capacità sotterranea e viscerale di raccontare le inquietudini del nostro presente, liberandosi spesso degli effetti e momenti più semplicistici che attraggono il grande pubblico per proporgli invece riflessioni molto più profonde.
Anche qui di nuovo quasi tutto viene girato all'interno della casa. Il cast è ottimo anche per creare quella domanda in più allo spettatore su come si sia arrivati a quel punto e anche il nonno già dall'inizio assume un'importanza specifica come un mentore che ormai ha lasciato il nipote giovane a dover dimostrare di essere uomo.
Sempre spontaneo e funzionale Joel Edgerton riesce bene a tenere il timone del pater familias lanciando occhiate di continuo e lavorando particolarmente sull'ansia e la paura che arriva soprattutto dall'esterno. Di nuovo un horror crepuscolare che funziona grazie ad un'atmosfera che riesce a fare molto lasciando sempre quella porta rossa bloccata che sembra possa aprirsi da un momento all'altro e lasciare che il male si impossessi della famiglia.

Un finale davvero tragico chiude il film come a dimostrare ancora una volta che non sempre può esserci un lieto fine e sarebbe stupido provarci quando la situazione e così apocalittica da far presagire per forza il contrario. Shults va avanti e il film è tutto una corda tesissima in cui alla prima vibrazione parte la deflagrazione.

Figli della notte

Titolo: Figli della notte
Regia: Andrea De Sica
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Con poca voglia ma parecchia obbedienza alla madre, Giulio entra in un collegio prestigioso per rampolli benestanti. Dalle sembianze asburgiche, la struttura è una nota palestra per la futura classe dirigente, rigida e spietata. Il ragazzo è immediatamente attratto da Edo, dalla personalità a lui opposta, anticonformista e incline alla ribellione. In complicità si oppongono al bullismo imperante e in totale segretezza, iniziano a trascorrere nottate in un locale di prostitute. Gli effetti attesi non tarderanno a presentarsi.

Al suo esordio De Sica firma un film avvincente con una storia davvero originale che tra l'altro prova a far luce su una realtà davvero inquietante per alcuni aspetti. Quella dei rampolli benestanti che dovrebbero diventare la classe dirigente del futuro.
Partiamo subito con la scena d'apertura che sembra strizzare l'occhio a Sorrentino per quanto anche a livello tecnico, il regista sappia esattamente cosa vuole giocando molto bene negli interni con una scenografia e una luce più che perfetta e anche in esterno con una fotografia molto più fredda ad esaltare l'inverno rigido e il clima arido che non fa sconti per nessuno.
Sembra un vero e proprio carcere il collegio dove Giulio e gli altri ragazzi vengono inviati e come tale viste le dure regole imposte dovrà assolutamente fare i conti con dei giovani che non sono più quelli ubbidienti e pazienti di una volta ma sono una generazione in cui i genitori cercano di sbarazzarsene in fretta. Uno di loro Edoardo in particolare risponde al suo educatore dicendo come siano bravi e svelti i genitori a fare le valigie. Ruolo interessante ma con qualche leggera riserva è quello degli educatori tra cui svetta Mathias, i quali a volte sembrano uscire fuori dagli schemi con una linea educativa leggermente coercitiva come si lascia scappare uno di loro ad un certo punto "Le vostre famiglie sanno che tutto ciò che succede qui dentro lo risolviamo qui dentro. "
Alla fine il film è recitato bene, a livello tecnico è ottimo, tutto sembra raggiungere livelli molto alti per il nostro cinema e forse i soli e unici problemi sulla credibilità di alcuni fatti e un climax finale abbastanza scontato sono i mordenti principali.
Il film riesce ad essere uno spaccato sul sociale e un dramma significativo su una realtà che finalmente qualcuno si è deciso a raccontare.


Pilgrimage

Titolo: Pilgrimage
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Ambientato nell'Irlanda del 13° secolo, il film segue un piccolo gruppo di monaci mentre intraprendono un pericoloso pellegrinaggio per scortare la più santa reliquia del monastero a Roma. Man mano che il loro viaggio diventa pieno di insidie, la fede che tiene uniti gli uomini è al contempo l'unica cosa che potrà dividerli.

Tosto, nerboruto, straziante e a tratti poetico. Finalmente Muldowney sembra avercela fatta a superare l'ostacolo del suo esordio SAVAGE, un thriller/horror con alcuni spunti interessanti ma purtroppo sconnesso su tutto il resto, portando a casa un dramma storico fra clan in guerra e conquistatori Normanni riesce ad essere molto intenso e prendersi seriamente.
Qui siamo dalle parti di BLACK DEATH pur senza avere come manifesto il fatidico scontro tra paganesimo e cristianesimo, ma lavorando insistentemente sulla materia spirituale come capita nell'assunto del film che da le coordinate su cosa andrà a succedere. Qui troviamo Innocenzo III e la reliquia di San Mattia tenuta nascosta negli abissi.
Un'epopea, un viaggio silenzioso alla scoperta di se stessi e dei propri demoni con il punto di vista esclusivamente dalla parte dei confratelli più giovani e altri decisamente più tormentati come il nostro tuttofare laico attanagliato da momenti di trance e una scelta di non proferire parola.
Un pellegrinaggio in cui le "fratellanze" sono ideologicamente schierate su piani diversi ma che trovano una via per viaggiare assieme e portare sana e salva la reliquia a Roma.

Un film che ricorda vagamente anche i dubbi religiosi che attanagliavano i protagonisti di SILENCE in cui l'atmosfera riesce ad essere cupa al modo giusto rendendo tutto inquietante dalla natura ai vassalli doppiogiochisti, ai predoni locali paganeggianti e le leggende anglosassoni.

Baby Driver

Titolo: Baby Driver
Regia: Edgar Wright
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Baby, così viene chiamato, è un giovane che alla guida di un'auto è in grado di compiere le più spericolate evoluzioni. Questa sua abilità viene sfruttata da Doc, un criminale dall'aspetto borghese, con il quale ha un conto aperto che deve saldare. Baby deve anche occuparsi dell'anziano invalido che lo ha fatto crescere e si sta innamorando della cameriera di un fast food. Ciò che ora vorrebbe poter fare è staccarsi dal ciclo continuo di rapine che Doc orchestra

Baby Driver è un parente schizzato di tanti film abbastanza belli visti di recente. E'un ibrido che chiama in causa Refn e altri registi della nuova Hollywood per creare un thriller teso, ironico e abbastanza avvincente. A tenerlo su nonostante una sceneggiatura non proprio brillante è il peso degli attori che giocano bene i loro ruoli e delle musiche che giocano una parte decisamente importante soprattutto quando scopriamo il perchè Baby ha sempre le cuffie alle orecchie.
Ma diciamolo subito. Il merito più grosso è di Wright che dopo la trilogia che ha fatto divertire tutti i patiti del cinema di genere, pur abbandonando per un attimo il suo attore feticcio Simon Pegg, trova le coordinate giuste e il mood funzionale per far decollare il film verso qualcosa che riesce soprattutto dopo la seconda parte, a risultare meno banale del solito con dei colpi di scena e un climax tutto sommato credibile e mai macchinoso.
Da vedere rigorosamente con il volume a palla.


Shot Caller-La Fratellanza

Titolo: Shot Caller-La Fratellanza
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob Harlon, uomo d'affari e padre di famiglia, finisce in carcere con l’accusa di omicidio colposo dopo aver provocato la morte del suo miglior amico Tom in un incidente automobilistico. Per sopravvivere tra le sbarre si unirà alla fratellanza ariana…

Shot Caller- Las Fratellanza è un ibrido già visto e rivisto. Un prison movie senza nessun guizzo narrativo ma lavorando solamente con il montaggio scandito in tre archi narrativi diversi della vicenda (quindi il "traguardo" della regia e di non aver usato il tipico montaggio su due piani temporali ma di averne aggiunto uno...)
Sono tanti gli elementi che non funzionano nel film. Dal protagonista assolutamente non in parte a tutta una serie di artifici e accessori che sinceramente trovo pacchiani e noiosi così come inquadrare l'interno del carcere sempre allo stesso modo.
E'la saga del già visto con un immaginario razziale banale e grossolano e in cui i personaggi, sia neri che bianchi neonazisti sono tutti grezzi e bidimensionali come la regia noiosa e scontata di Waugh che sembra essere il primo a non crederci e infine Lannister che riesce a non togliersi quel fastidioso sorrisetto nemmeno nelle scene più violente e drammatiche.
E poi la parte finale con il figlio che a distanza decide di perdonarlo proprio non si può sentire.



domenica 10 settembre 2017

Knuckle

Titolo: Knuckle
Regia: Ian Palmer
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un epico viaggio, di ben dodici anni, nel mondo brutale e misterioso dei viaggiatori irlandesi di combattimento a mani nude (Irish Traveler bare-knuckle fighting). Questo film racconta la storia di faide violente tra clan rivali.

Davvero suggestivo, originale, atipico e notevole questo documentario dello stesso Palmer, lottatore protagonista e regista della vicenda. Narra in poche parole una sorta di faida che continua ad andare avanti da dodici anni e che vede in mezzo tre clan e una sola guerra di fatto incentrata per la reputazione e l'onore della Famiglia.
Lo stile di Palmer è asciutto e sintetico. Ci sono tanti dialoghi e momenti di faide con veri e propri litigi per arrivare anche e soprattutto a mostrare gli scontri ed è a questo proposito interessante notare in questi casi come la velocità con cui si concluda un incontro a mani nude lascia basiti se si pensa a quanto invece il cinema e la tv ci mostrano combattimenti lunghissimi ma qui la realtà è ben altra, quella reale e senza trucchi e fronzoli.
Qui c'è sangue, sporco, onore, rispetto, regole, lividi, facce ingrugnite, fight club, tutto vissuto in prima persona dal regista e dalla tropue che stava con lui a seguirlo e riprendere nel corso dei dodici anni i fatti e le vicende più importanti.
Un documentario davvero pieno di ritmo e di risorse che non abbassa mai la testa ma pur ripetendosi in alcuni momenti con le presunte e velate minacce di Tizio nei confronti di Caio, riesce comunque sempre ad essere concitato e con una galleria di persone reali votate al combattimento che sembrano usciti da una westland primitiva e selvaggia.

Un documentario davvero fuori dagli schemi che passa in streaming e su Netflix come una scheggia impazzita per raccontare una storia che più vera non si può facendo capire come questo Palmer quando non si curava i taglie e le ferite, passava il resto del tempo a lavorare per dare al mondo prova di quanto stessero facendo in Irlanda. Ci ha messo dodici anni ma il risultato toglie il fiato.

If...

Titolo: If...
Regia: Lindsay Anderson
Anno: 1968
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un college inglese, dopo la pausa estiva, riapre le porte agli studenti. Tra il consueto svolgimento delle lezioni, le celebrazioni in chiesa e l'attività sportiva, il tempo libero è regolato dalle direttive di quattro "anziani" - detti le "fruste" - ai quali il consiglio degli studenti ha demandato il compito di educare i nuovi iscritti. Le reclute - dette la "feccia" - devono imparare un linguaggio gergale per far parte del gruppo; devono manifestare obbedienza e rispetto verso i "superiori" ed ogni trasgressione o manchevolezza è punita con umilianti sanzioni. Insofferenti della vita del college, Mick Travis ed altre due "fruste" evadono, ogni tanto, nella vicina cittadina in cerca di emozioni, e quando il corpo insegnante decide di intervenire per restaurare la disciplina e l'ordine interno, il loro rifiuto sfocia in aperta ribellione. Scoperto un deposito di armi in un magazzino che per punizione devono ripulire, il giorno della consegna dei diplomi, Mick e i suoi amici cominciano a sparare all'impazzata. Nel caos più completo ha inizio una vera e propria guerra.

Il genere fantapolitico, se poi così si può chiamare, anche se oggi sarebbe in disuso, ha avuto sicuramente la sua stagione d'oro e il suo bisogno di usare la settima arte per raccontare alcuni importanti questioni o temi scottanti che sorattutto in questo periodo politico e sociale stava cambiando. Il college come specchio della società borghese riflette molto bene il ruolo che possono avere le istituzioni, l'obbedienza e il potere nonchè il gioco forza sugli studenti, cavie o se vogliamo ancora "detenuti" che non possono fare altro che ubbidire a delle norme imposte dall'alto.
Il regista nato in India, non ha girato molti film ma è riuscito ad esempio a far diventare questo If...una sorta di cult britannico, un film che riesce ad essere politicamente scorreto, di contestazione, rivoluzionario e manifesto per alcuni cambiamenti che si stavano andando a creare.
Tutta l'azione viene poi scandita in otto parti (Il rientro, Il College, Tempo di scuola, Rito e avventura, Disciplina, Resistenza, Verso la guerra, I Crociati), descrivendo inoltre a parte "i superiori" (anche in toni paradossali e grotteschi) la sofferta ricerca di una identità, tra feccia e superiori, di una generazione lacerata all'interno da spinte irrazionali ma unita contro la chiusura mentale degli adulti e i meccanismi repressivi del potere.
Il film alla fine non è altro che un attacco frontale contro una delle istituzioni tradizionali dell'establishment britannico, il college, culla di una futura classe conformista, ossequiosa nei confronti dell'autorità, amante delle tradizioni e rispettosa di ogni tipo di convenzione.

Più che una semplice opera di denuncia (in cui si parla anche di omosessualità in maniera audace, almeno per l'epoca), rimane una pellicola inquietante e ben girata, perfettamente al passo con quei tempi e difficile da dimenticare. Valorizzato anche dalla notevole prova di Malcom McDowell, il film ha ottenuto una significativa Palma d'oro al Festival di Cannes.

Bodybuilder

Titolo: Bodybuilder
Regia: Roschdy Zem
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Il ventenne Antoine è nei guai con una banda di teppisti a cui deve dei soldi. Per toglierlo dalle spine, la madre e il fratello maggiore lo mandano a stare con Vincent, il padre che non vede da anni. Antoine è così sorpreso dallo scoprire che Vincent gestisce una palestra e che sogna di riconquistare il suo titolo di campione di bodybuilding. Tra indifferenza e incredulità, padre e figlio cominceranno lentamente ad avvicinarsi e, lavorando con Vincent, Antoine avrà la possibilità di capire e di rispettare la vita che il genitore ha scelto.

Bodybuilder prima di tutto parla di un difficile rapporto padre figlio. Il film di Zem è interessante almeno per due aspetti. Intanto è una storia sulle differenze, sulle diversità negli stili di vita e il bisogno o la necessità di riparare un rapporto affettivo e familiare fragile e ormai difficilmente recuperabile fino in fondo. Dall'altro l'elemento di interesse e la sub cultura della palestra in particolare dei bodybuilder che poi sono la radice cubica dei palestrati normali. Dieta, spese eccessive, sacrifici, pastiglie di ogni forma e ingurgitate costantemente, la dimostrazione e la lotta solo con se stessi chiudendosi in un egoismo che prevede solo l'accettazione dei propri simili.
Un film che ogni tanto inciampa in qualche momento un po morto, ma che riesce senza puntare su un climax finale potente, ma sincero e divertente e mette in evidenza un talento alla regia importante che speriamo di rivedere presto.
Il confronto tra padre e figlio sarà serrato per quasi tutta la durata contando che il secondo non solo non sembra smettere di finire nei guai, ma tenta di provarci con una allieva di suo padre e per raccimulare qualche soldo comincia pure a rubare in palestra. Il rapporto drammatico e doloroso sarà utile ad entrambi per cercare di far riflettere ognuno dei due sugli obbiettivi, da una parte dell'inutilità dei compromessi utilizzati fino a quel momento per campare, e dall'altro a non poggiarsi unicamente sulle illusorie speranze di vincita di un concorso tutto impostato sulla costruzione posticcia e su un edonismo sfrontato e molto fine a se stesso in cui per farla breve il punto di riferimento per Vincent non è altro che l'ex presidente della California.

Un giovane adulto e un adulto giovane che tra litigi, qualche schiaffo e ribadire sempre propri intenti nonchè tracciarne qualcuno insieme, il film di Zem ha il pregio di non cercare sensazionalismi dove non ci sono senza mai esagerando e uscendo dai toni, ma cercando un equilibrio che di fatto viene mantenuto e garantito per tutto il film.

Dog Eat Dog

Titolo: Dog Eat Dog
Regia: Paul Schrader
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando tre ex detenuti disperati accettano di rapire un bambino pagati da un boss della mala, sanno di non poter rifiutare, e la ricompensa è troppo ricca per farli rinunciare. Ma il rapimento non va proprio a buon fine e i tre sono obbligati ad uccidere un intruso, che si scopre essere proprio il padre del bimbo. Inseguiti dalla mafia, i tre si ritrovano in fuga per la città di Los Angeles. E nessuno di loro vuole tornare in prigione. Costi quel che costi.

Forse perchè dentro di me conservavo qualche speranza e in fondo lo aspettavo da tanto che sono rimasto abbastanza basito di fronte all'ultimo inutile film di Schrader.
Il problema di fatto e il limite più importante che ho trovato nel film è senza ombra di dubbio la fretta. La fretta nella direzione degli attori, nella costruzione della storia, nel ritmo in generale, nei dialoghi che valgono un nulla di fatto e in una regia che sembra rassegnata o meglio distante dai fatti che si svolgono e che la telecamera inquadra.
I rimandi e le fonti che hanno spinto il regista a fare questo pasticciatissimo film rimangono misteriose forse persino a lui. Ed è un peccato perchè Schrader è in gamba, Dafoe all'inizio è come sempre un attore molto eclettico in grado già lui da solo di reggere sulle spalle tutto il film. Sembra TRAINSPOTTING che incontra solo per un attimo la mente deviata di Tyler Durden con il risultato che niente avrà nulla di affascinantate e suggestivo come i suddetti citati.
Qui si fatica ad andare avanti ingranando con la storia e infatti dopo il primo atto assistiamo ad una serie di gag tragicomiche che non fanno assolutamente ridere e sono peraltro anche molto violente. Nicolas Cage e il suo socio recitano da Cani, il primo sempre per i debiti che deve saldare mentre il secondo troppo imbolsito e in un ruolo che non riesce ad emergere come ci si aspetttava.

Del libro e dello spirito anarchico e folle di Bunker non c'è traccia.