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martedì 27 giugno 2017

Machines

Titolo: Machines
Regia: Rahul Jain
Anno: 2017
Paese: India
Giudizio: 5/5

Attraverso i corridoi e gli spazi di un'enorme e disorientante struttura, il regista Rahul Jain ci conduce in una discesa verso un luogo di stenti e di lavoro fisico disumanizzante. Si tratta di una delle maggiori fabbriche tessili dello stato indiano di Gujarat, la cui area di Sachin fin dagli anni Sessanta è stata oggetto di un'industrializzazione senza precedenti e non regolamentata.

Machines è un'esperienza unica e dolorosa. Il film più impressionante dell'ultima edizione del Festival di Cinemambiente. Un'opera solida e matura. Un urlo disperato verso quello che è l'ennesimo esempio di super industrializzazione, di lavoro fuori da ogni schema e comprensione. Orari che vanno oltre la logica umana e la disumanizzazione della forza lavoro e di qualsivoglia tipo di diritto.
Machines è l'opera prima di Rahul Jain, cresciuto in India e laureato al California Institute of The Arts in Film and Video. Sempre al CalArts studia estetica e politica. Machines, primo lungometraggio, è presentato all'IDFA e al Sundance Film Festival, dove riceve il premio speciale della Giuria per la miglior fotografia.
All'interno del documentario e delle aziende la camera procede scovando operai che dormono tra una pausa e l'altra, fumi che rendono nebulosa la vista di ogni minimo dettaglio, macchinari che sembrabno logorati dal tempo e di una pericolosità incredibile. Uomini, donne,bambini, disabili, tutti lavorano in queste immense fabbriche della morte dove scopriamo il lavoro incessante che sta dietro i vestiti che spesso indossiamo. Conosciamo l'esperienza di un lavoratore che per fare tre lavori a stento riesce a dar da mangiare alla famiglia spostandosi da una zona all'altra del paese e che per lui ha solo qualche rupia per comprarsi del tabacco da masticare per sopravvivere a dei turni infiniti. Facciamo anche la conoscenza dei suddetti padroni e della loro burocrazia e la loro spiegazione di come loro stessi diventano padroni e carnefici e del perchè non esiste nessun sindacato dal momento che forse nessuno lo vorrebbe.
Machines mostra la complessità della dura e spietata macchina capitalista, una storia di disuguaglianza che purtroppo anche la globalizzazione ha ampliato portandola in alcuni casi, come questo ma gli esempi sarebbero tanti e doverosi, di sfruttamento, di oppressione e di incapacità di un paese e di un sistema di potersi ribellare in cui ancora ad oggi tutto sembra sempre più immutabile e senza speranza con un divario purtroppo ancora più incolmabile tra poveri e ricchi.
Ad un tratto parla un bambino. Il suo obbiettivo è imparare in fretta a saper usare più macchinari possibili. Se da piccolo impara senza fare errori allora da grande diventerà un responsabile o un operaio specializzato. Questo è il sogno indiano della maggior parte dei bambini senza rendersi conto o domandarsi se è giusto o meno un modello economico e di sviluppo di questo tipo.

In tutto questo ovviamente le famiglie non esistono o sono una diretta conseguenza delle scelte dei figli che devono mantenere il nucleo.

giovedì 15 giugno 2017

Age of Conseguences

Titolo: Age of Conseguences
Regia: Jared P.Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 2/5

ll documentario esplora come il cambiamento climatico sia diventato inesorabilmente legato alla nostra sicurezza nazionale, e di come il rapporto tra sconvolgimento del clima e conflitti formeranno uno strumento che potrà plasmare il mondo sociale, politico ed economico del secolo nel quale viviamo. I documenti e le testimonianze riportate si traducono in un invito all'azione e a ripensare il modo in cui utilizziamo e produciamo energia. Con un concetto di fondo fondamentale: qualsiasi strategia di difesa militare utilizzeremo, è il tempo la risorsa più preziosa.

Jared P.Scott ha un solo merito finora. Al di là del suo innegabile patrimonio economico, tale da poter raggiungere vette inaspettate e devo dire esageratamente spettacolari (la fotografia a tratti sembra un film di Malick) e quello di aver girato qualche anno fa il bel documentario REQUIEM FOR THE AMERICAND DREAM, ovvero l'ultima lezione di Noam Chomsky ossia un pacato invito alla rivolta che dovrebbe essere trasmesso come una nenia ogni sera dopo il telegiornale per dare modo e tempo ai comuni mortali di comprendere le ragioni che stanno portando questa società al collasso.
Age of Conseguences crea un collante facendo collegamenti di ogni tipo e ogni sorta muovendosi praticamente in tutto il mondo. Questo nuovo modo di analizzare i contenuti all'interno dei documentari nel festival di Cinemambiente, diventa importante quanto rischia secondo me di allargare troppo il problema e fare in modo che il tema non concentrandosi su una singola situazione e quindi argomentandola a dovere, diventa difficile da comprendere a pieno soprattutto quando come in questo caso si passa dal Medio Oriente all'Africa e in altre aree trattando tempi, aree geografiche ed eventi storici senza finalizzarne in modo preciso nessuno ma diventando una sintesi che rischia di perdersi nella sua continua fagocitazione di complessità sulle connessioni fra cambiamento climatico e conflitti, migrazioni e terrorismo.
Sono d'accordo che l’emergenza climatica è di sicuro l’elemento catalizzatore e acceleratore di un effetto a cascata che unisce punti da un capo all’altro del globo: dalla desertificazione di vasti territori in Nord Africa e Medio Oriente ai fenomeni di siccità e carestia ma non sono d'accordo o meglio non ho gradito la critica all'Isis in Medio Oriente e sul fatto che per creare panico e instabilità prosciughino e occupino tutte le aree dove ci sia dell'acqua per mettere in ginocchio la popolazione. Detta così sembra una presa di posizione più politica che di allarme legato all'ambiente. A questo proposito Scott, credo non abbia fatto quel passo in più dicendo come si è arrivati a questo e senza citare mai, o quasi, la responsabilità dell'America e dei alcuni paesi europei (Inghilterra, Francia in primis e i risultati si stanno vedendo...) di aver creato le basi per il terrorismo mondiale in Darfur, in Somalia, in Siria e in tantissime altre aree legate alla geografia di quei paesi. A dirlo non sono, questa volta, le associazioni ambientaliste, ma i generali del Pentagono, gli esperti di sicurezza internazionale, gli analisti politici ed economici che frequentano le stanze del potere.
Il film è stato anticipato dal punto di Luca Mercalli, ormai una pietra miliare e un abituè del festival, un ometto divertente ed elegante che in un attimo riesce a portare il termometro sulla realtà globale che ci circonda inondando il pubblico in un'ora di slide, fiumi di parole e video inquietanti che danno un quadro apocalittico sul nostro pianeta.



martedì 11 aprile 2017

Fourth Phase

Titolo: Fourth Phase
Regia: Jon Klaczkiewicz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Acrobazie spettacolari, salti nel vuoto, volteggi sulle vette innevate delle montagne del Giappone e dell’Alaska. È il viaggio di Travis Rice, il leggendario snowboarder che ha percorso 26mila chilometri alla ricerca della quarta fase dell’acqua. “The Fourth Phase”, il documentario che sarà presentato in anteprima mondiale su Red Bull Tv il 2 ottobre, racconta la storia dell’iconico rider verso i favolosi paesaggi del nord Pacifico scoprendo molto più che una terra immacolata e sconosciuta.

The Fourth Phase è un'esperienza diretta, un documentario che nasce da un incontro tra Travis Rice e il professore di bioingegneria Gerald Pollack, secondo il quale non esistono solo tre fasi dell'acqua (stato solido, liquido e gassoso). Esiste una quarta fase di transizione tra l’acqua e il ghiaccio in cui l’H2O si trasforma in structured water (liquid crystal), tipica ad esempio nello scioglimento dei ghiacciai. Rice così decide di percorrere 26 km per seguire il ciclo idrologico dell’acqua nel Nord Pacifico, dove neve e ghiaccio formano paesaggi da sogno. In realtà la sfida tra Rice e Pollack è solo la miccia per far scattare la scintilla magica delle acrobazie con cui il noto rider ci mostra tutte le sue performance spettacolari giù dalle montagne.
Iniziato nel 2013 e girato interamente in 4K o Ultra HD, The Fourth Phase crea un nuovo mix artistico di azione, storia e cinematografia per dare vita a qualcosa di incredibile su cui negli ultimi anni soprattutto la Red Bull Media House, leader indiscussa, sta premendo parecchio facendo uscire molti titoli davvero interessanti e spettacolari. Il risultato è un film che si rivolge a chiunque sia affascinato dall’avventura, dal mondo della natura, in altre parole dalla vita.
Il film è stato realizzato dagli stessi creatori di ART OF FLIGHT.
«La premessa su cui si basa questo eccezionale viaggio è che, per conoscere e comprendere davvero qualcosa, devi diventarne parte», ha detto Travis Rice.



giovedì 23 marzo 2017

Loro di Napoli

Titolo: Loro di Napoli
Regia: Pierfrancesco Li Donni
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

A Napoli, nel 2009, nasce l'Afro-Napoli United, una squadra di migranti partenopei provenienti dall'Africa e dal Sud America, composta da italiani di seconda generazione e napoletani. I protagonisti di questa storia sono Adam, Lello e Maxime, tutti giocatori dell'Afro-Napoli United. Attraverso le vite di questi personaggi, Loro di Napoli racconta lo scontro quotidiano tra un' integrazione ormai inarrestabile e le lungaggini e l'ostilità della legge italiana in un contesto difficile e problematico come quello di Napoli.

Il documentario di Li Donni a parte parlare di un tema poco conosciuto, sport e animazione, riesce a portare a casa un documentario semplice e interessante che si focalizza su un unico tema cercando di strutturarlo e descriverlo in tante sue parti affidate alle storie di Adam, originario della Costa D'avorio che spera di mandare i soldi alla madre e Lello napoletano di madre marocchina e infine l'ivoriano Maxime. Tutti cercano una redenzione, una possibilità, per poter ripartire, ritornare o essere accettati da una squadra più forte e guadagnarsi in questo modo da vivere.
Il tema è attuale quanto urgente e complesso come quello dei permessi di soggiorno e i certificati di residenza dei giocatori, tutti immigrati recenti o di seconda generazione.
Il documentario in alcuni punti cerca di essere commovente riuscendoci solo in parte. Il protagonista come sostituto di un educatore a tutti gli effetti è abbastanza realistico e vedere un ragazzo di colore parlare perfettamente napoletano è un'esperienza da fare.


martedì 7 marzo 2017

Largo Baracche

Titolo: Largo Baracche
Regia: Gaetano di Vaio
Anno: 2014
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Il produttore e regista Gaetano Di Vaio, fondatore nel 2003 della società di produzione Figli del Bronx e di recente in sala come attore in Take Five di Guido Lombardi, insiste sulla sua Napoli. Con una camera leggera, per lo più tenuta a mano, per strada e in pochi interni, filma sette ragazzi dei Quartieri Spagnoli: Carmine (alias 'o Track, dal nome del personaggio che interpreta in Gomorra - la serie di Stefano Sollima), Luca, Giuseppe, Giovanni (figlio dell'ex superboss dei Quartieri, Mario Savio), Mariano (detto 'o mericano), Gennario, Antonio. Hanno tra i 19 e i 32 anni, sono quasi tutti disoccupati ma dicono di volere una vita legale, un lavoro («perché non bisogna guadagnare per morire, bisogna guadagnare per vivere»).

GOMORRA ha proprio fatto esplodere petardi ovunque oltre ad aver puntato i riflettori su Napoli. Dopo la fortunata serie sono davvero tanti, forse troppo uguali però, i film e i documentari sul mesocosmo napoletano e le sue complesse quanto contraddittorie abitudini.
LARGO BARACCHE però a differenza di ROBINU oppure LORO DI NAPOLI approfondisce il discorso prima della serie televisiva (come realtà indipendente non vedrà mai una distribuzione cinematografica toccata tra i sopracitati solo al documentario di Michele Santoro).
Il regista e la troupe sondano e intervistano l'hinterland napoletano come in questo caso i quartieri spagnoli e le loro storie di vita reale e vissuta così come i dubbi che popolano le giornate dei giovani e il futuro incerto nonchè aspirazioni. C'è un dialogo sulla scuola fatto da una ragazza del posto che la dice lunga sulla capacità di resilienza e la voglia di andare avanti degli adolescenti napoletani.
In una frase riesce a evidenziare tutti i problemi che di fatto ci sono e quelli che invece rischiano di diventarlo.
Il lavoro poi nasce da inclinazioni particolari in cui bisognerebbe approfondire solo per un attimo il suo regista e attore che dall'inizio sembra una variante di un educatore di strada, di fatto facendo lo stesso lavoro e dimostrando così un certo coraggio.
Gaetano di Vaio dopo un'esperienza in carcere si dedica dal 2001 al 2003 alla carriera di attore nella compagnia "I ragazzi del Bronx Napoletano", diretta da Peppe Lanzetta. Nel 2004 intraprende la strada di produttore cinematografico, fondando l'Associazione Culturale "Figli del Bronx" divenuta in seguito anche Società di Produzione Cinematografica.
Le interviste seguono i ragazzi ma anche gli ex boss e famiglie che non riescono a tirare avanti entrando dentro le case e assistendo a volte in modo un po troppo amatoriale e improvvisato dialoghi che sembrano avere l'unico scopo di creare empatia con lo spettatore.
Non siamo dalle parti di ROBINU' che dimostra più coraggio ma anche più conoscenze e possibilità di ampliare gli intenti (d'altronde Santoro è pieno di risorse) ma anche rispetto a LORO DI NAPOLI che rimane fedele allo scopo ovvero parlare di calcio tra i ragazzi analizzando il contorno.


lunedì 6 marzo 2017

Robinù

Titolo: Robinù
Regia: Michele Santoro
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mondo di soldati bambini che imparano a sparare a 15 anni, a 20 sono killer professionisti e talvolta non arrivano ai 30. Michele Santoro li incontra e li fa parlare. Ma non si trovano, come si potrebbe pensare, in qualche area del continente africano. Vivono e combattono una guerra, che è arrivata a contare fino a 80 morti, nelle vie e nei vicoli di Napoli.

Ormai il cinema d'inchiesta non viene solo più fatto da registi ma anche da ex politici e giornalisti.
La critica più grossa che si può muovere a Santoro è lo scarso lavoro sugli intenti e sugli obbiettivi che il documentario si pone. Sembra una videocamera che in alcuni momenti di nascosto filma dialoghi e monologhi a caso nei quartieri spagnoli di Napoli, in cui gli stessi intervistati spesso e volentieri risultano spiazzati, alcuni presi alla sprovvista mentre altri semplicemente non capiscono se sia una cosa seria o interviste che magari non verranno nemmeno trasmesse.
Il (macro)cosmo napoletano della paranza dei bambini quel fenomeno che ha fatto si che la camorra, soprattutto in zone centrali di Napoli, continui le sue faide armando minorenni e distruggendo famiglie e quartieri interi ha dalla sua alcune scoperte e volti che si imprimono nella psiche dello spettatore con una forza e una violenza tremenda.
Vengono intervistate tante famiglie, tante persone, tante storie narrate con l’occhio investigativo da inchiesta e con il giusto tempo filmico affinché vengano esplicate per bene le condizioni dei ragazzi, la cui unica sfortuna è quella di vivere in quei territori. Viene raccontato tutto, dal mondo che li attornia fin dalla nascita, a come vengono attratti dal sistema e fino alla loro incarcerazione, per i più fortunati che sono in carcere e che hanno la possibilità di replica.
Le riprese attraversano le case, i quartieri ma soprattutto entrare dentro Poggioreale per scoprire la storia di Michele, un ragazzo che va per la sua strada, non appartiene a nessuna fazione, vuole una propria paranza, riceve lettere d’amore dalle ragazze in visibilio per lui, incosciente, sarcastico, sopportando il carcere con disinvoltura sapendo che la sua unica strada è quella.
L'unica vera domanda e riposta che il documentario ottiene è anche quella che fa più male, lascia perplessi e lascia la domanda aperta in questo caso alle istituzioni, su cosa vogliano fare.
Tutti i ragazzi ribadiscono la stessa cosa e il dato è davvero inquietante. Il primo a dirlo manco a farlo apposta è proprio Michele.Ma che futuro può avere un ragazzo incarcerato a 17 anni, che se va bene esce a 40 anni, quando l’unica cosa che ha conosciuto è la malavita, come si spaccia, l’estorsione e la prostituzione? Quale futuro gli si propone se in carcere non vengono avviati alcuni programmi di recupero, scolastico o di rieducazione? "Dentro il carcere non avviene nulla e quando usciremo saremo ancora più cattivi "
Questa frase e questa immagine dolorante dovrebbe far riflettere e cercare in qualche modo di porre un rimedio o almeno sperare che in futuro qualcuno riprenda in mano la situazione cercando di investire proprio all'interno delle carceri. Robinù così viene chiamato Michele dal padre, rubava ai ricchi per dare ai poveri, insegnando tra l'altro che proprio in quelle zone nessuno dei baby aspiranti boss mostra di aver avuto bisogno dei personaggi della fiction per desiderare di entrare nel mondo della criminalità più o meno organizzata come dice GOMORRA e i libri di Saviano.
Robinù è una tragedia in corso quotidiana, un'emergenza che non si vuole vedere, un documentario sporco, disorientante, segno di un’esperienza non collaudata e pure girato con una certa fretta.



mercoledì 15 febbraio 2017

Into the Inferno

Titolo: Into the Inferno
Regia: Werner Herzog
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Werner Herzog per i vulcani, cinematograficamente parlando, risale al documentario "La Soufriére" del lontano 1977, e non è mai diminuita. Into the inferno è una summa delle sue varie riprese attraverso il mondo - dall'Australia all'Indonesia, dalla Corea del Nord all'Islanda - alla ricerca dei vulcani più impressionanti del mondo, raccontati non solo nella loro valenza scientifica, ma soprattutto nella loro dimensione magica, e nella loro straordinaria capacità di informare la visione del mondo delle comunità circostanti.

Si tratta della cosiddetta catastrofe di Toba, l’esplosione di un supervulcano indonesiano avvenuta tra 70 e 80mila anni fa. Fu un evento davvero catastrofico, probabilmente il più potente degli ultimi 500mila anni, di cui è testimonianza diretta un enorme cratere di oltre 100 chilometri di diametro, visibile dallo Spazio, e i sedimenti di polvere e pomice con la stessa datazione rinvenuti in India e persino in Africa orientale. Le conseguenze dell’eruzione non sono state accertate con sicurezza: secondo alcuni, l’evento fu così forte da spazzare via quasi del tutto la specie umana, lasciando in vita solo poche centinaia di persone.
Comunque siano andate le cose, la nostra specie è ancora qui, ancora viva, il che la dice lunga sulla resilienza dell’essere umano e sulla nostra estrema adattabilità. Per quanto riguarda il futuro, è ipotizzabile pensare che un evento del genere, prima o poi, si ripeta. Naturalmente, la probabilità è molto bassa. Ed è difficile stimare quando succederà – potrebbero passare altri 100mila anni – e quali sono le zone vulcaniche che più probabilmente ne saranno coinvolte”. Oppenheimer
Clive Oppenheimer che però non c'entra nulla con il regista di ACT OF KILLING, è il narratore di questa nuova avventura del famoso e poliedrico artista tedesco.
Sono anni ormai che ringrazio Werner per darmi la possibilità di scoprire le più desolate e inimmaginabili aree geografiche nascoste al mondo e ai cittadini mortali per scoprire così qualcosa di nuovo e magico.
Ecco è proprio la magia quella che l'autore riesce sempre a far scaturire dai suoi lavori mettendo al centro la natura e le immagini e lasciando che siano loro a parlare senza interrompere questo straordinario disegno che piano piano si sta cancellando dalla nostra memoria per lasciare spazio a frame e pixel che mostrano una società e una natura sempre più "liquida".
In questo modo possiamo osservare assieme al regista come spettatori e scoprire così assieme a lui, una guida sacra in territori inesplorati, un Virgilio che riponde proprio al nome del famoso vulcanologo citato prima e che non a caso ci accompagna nel viaggio nell'inferno come il titolo.
I vulcani poi da sempre sono stati qualcosa che ha appassionato il documentarista e allo stesso modo la loro natura e la loro furia sono da sempre tra gli spettacoli più maestosi e imponenti che la natura ci abbia dato modo di osservare e temere. Il documentario si apre in chiave interpretativa ad un messaggio globale sempre attuale e importante. Negli ultimi anni le catastrofi e i disastri ambientali stanno diventando argomenti a cui non si presta quasi più attenzione. Da questo punto di vista i vulcani sono dei termometri perfetti misurando lo stato di salute del pianeta. L'opera diventa allora un percorso di spiritualità antropologicamente molto interessante come le leggende narrate dagli indigeni su cosa rappresenti nel loro immaginario il vulcano.
Se la lava "esprime la rabbia dei diavoli" diventando il sangue del pianeta allora la valenza simbolica attribuita a questi fenomeni può diventare un sistema simbolico organizzatore di senso,una cosmologia perfetta e allo stesso tempo un segnale con caratteri divini.
Immagini nitide, scioccanti, alcune di repertorio, di certo nessuna "modificata" con la cg, dimostrano la passione inesauribile di un ultrasettantenne che apparentemenete non sembra aver paura di niente.
Dai più strani, giganteschi e leggendari del mondo, veniamo catapultati in Indonesia, nella Corea del Nord, passando per le montagne di Islanda ed Etiopia. Ovviamente come tutti i lavori del regista non manca una parte che introduce e spiega l’aspetto scientifico della questione come dicevo raccontando l’antichissimo legame tra vulcani, mitologia e spiritualità.

"E sono tornato a occuparmi di vulcani, stavolta per sempre. Ma non solo in senso stretto: mi interessa come la vulcanologia si interfaccia con archeologia, matematica, fisica, biologia, storia”. Oppenheimer

venerdì 10 febbraio 2017

Porno & Libertà

Titolo: Porno & Libertà
Regia: Carmine Amoroso
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

E'un oggetto indeterminato Porno e libertà, il documentario di Carmine Amoroso che getta uno sguardo sommario sull'Italia degli anni Settanta e sulla genesi del porno nostrano, dai giornali allo schermo, dalla censura all'elezione di Ilona Staller, la prima porno diva a diventare membro del Parlamento. Lo è perché affronta la liberazione sessuale e la caduta di ogni velo sul sesso senza interrogarsi troppo sul desiderio, sulla complessità del desiderio e su quanto abbia giovato al desiderio la 'contestazione' avviata col '68. Lo è ancora perché anacronistico, isolato, separato. Concentrato su un'epoca e un gesto di rottura, morale, politica e sociale, che sperimentò la pornografia e la circolazione di prodotti pornografici, Porno e libertà non riesce a stabilire un dialogo col presente.

Suona come qualcosa di datato, antico, che ha fatto il suo tempo il documentario di Amoroso.
Però non è così. Infatti pur essendo ovviamente un excursus negli anni in cui sviluppa e concentra maggiormente le tematiche, il documentario a parte essere confuso nella strada da prendere, parte più di una volta su una tangente per poi finire in tutt'altri luoghi. Allo stesso tempo nonostante i limiti si scoprono un sacco di cose. Anzichè leggere libri di storia sul tema della nascita del porno in Italia (che comunque gioverebbero), per chi preferisce la settima arte in 90' si rimane piacevolmente sorpresi. Come ad esempio scoprire che in Italia è stato girato il primo film porno. Sarà vero? In caso aumenterebbe la mole di primati del nostro paese.
Il problema del documentario è legato allo sdoganamento. Per troppi minuti e con troppi ospiti si parla del problema dei tabooe e della censura.

Tutti ma soprattutto Amoroso, vuole per forza sdoganare il porno in Italia in modo spesso gratuito o fine a se stesso. Ho sempre pensato che chi voglia vedersi i porno è libero di farlo. Certo a metà degli anni'60 non era così facile, mancava la rete, però le occasioni c'erano e di fatto si faceva l'amore molto di più di oggi o meglio il senso pudico aveva delle ragioni che oggi sembrano ormai dover essere sovvertite per strani totem consumistici e per soddisfare infine i piaceri trasformando l'eros in una consumazione di corpi.

David Bowie-The last five years

Titolo: David Bowie-The last five years
Regia: Francis Whately
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Tramite le interviste ad alcuni dei più vicini collaboratori del musicista, “David Bowie: The Last Five Years” si pone l’obiettivo di tracciare un ritratto inedito che racconti il suo lato più intimo e umano, oltre ad un tipo di coerenza presente in tutta la sua carriera ma forse non così facilmente individuabile, viste la tante trasformazioni e i tanti personaggi scelti da Bowie nei suoi album.

Un documentario su David Bowie merita di essere visto per chi ha amato il poliedrico artista.
Un documentario però dovrebbe anche essere coerente con il titolo e concentrare l'arco della narrazione solo sugli ultimi anni della vita dell'artista e soprattutto il diario, di chi era con lui soprattutto, dell'ultimo infinito e importante tour dell'artista.
Una personalità multisfaccettata che non ha bisogno di presentazioni ma una cosa mi ha lasciato basito ed è la profonda umiltà e il suo coraggio.
Bowie ha sempre fatto quello che gli pare ottendendo lo stesso successo.
Questo deve (dovrebbe) essere d'insegnamento per le nuove generazioni. Non so se fosse uno dei suoi obbiettivi, di fatto non lo pronuncia mai, ma è quanto emerge da tanti suoi discorsi.
Il documentario dunque approfondisce la realizzazione degli ultimi due dischi “Blackstar” e “The Next Day” e del musical “Lazarus”. Nel racconto e nelle interviste inedite dei suoi collaboratori, scopriamo un'intimità e un'umanità che il Duca ha sempre in un certo qual modo nascosto o meglio non spiattellato così ai media, facendo custodia di un importante elemento ovvero di come sia importante la privacy e la serietà nel proprio lavoro.
E poi ovviamente la musica, i video dei primissimi anni e le sue performance fanno e dicono tutto il resto.


venerdì 13 gennaio 2017

Before the Flood

Titolo: Before the Flood
Regia: Fisher Stevens
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'attore premio oscar Leonardo DiCaprio, attivista ecologista e messaggero di pace delle Nazioni Unite, intervista persone che provengono da nazioni sviluppate o in via di sviluppo per fare il punto su ciò che può rendere le istituzioni ecocompatibili. Il documentario, prodotto anche da Martin Scorsese, vuole dimostrare come la società può impedire la scomparsa delle specie in via di estinzione, la distruzione degli ecosistemi e l'eliminazione delle comunità indigene.

I documentari che trattano l'argomento dell'impatto ambientale, del riscaldamento globale, dell'inquinamento e in generale dei cambiamenti climatici sono davvero tanti e la maggior parte piuttosto esaustivi.
Ora probabilmente Before the Flood sarà il più visto di quest'anno, vista la presenza della star.
Leo gira in diversi continenti confrontandosi con personalità politiche, quasi tutte americane e quasi tutti ex-presidenti, per cercare di sensibilizzare loro e più precisamente l'opinione pubblica.
Il risultato? Nessuno, solamente avvicinare gente di solito disinteressata a queste problematiche.
Before the Flood è interessante, mostra più di quello che deve senza però approfondire di fatto nulla a differenza di altri documentari, ad esempio quelli in programma al festival di Cinemambiente, dove focalizzando un problema si provano a trovare soluzioni oltre che dare un quadro esaustivo.
In questo caso i temi e i problemi sono noti, il documentario soprattutto verso il finale sembra concentrarsi su Leo e la sua storia come attivista (che lascia il tempo che trova...) passando di pali in frasca da un'intervista a quando era più giovane fino all'impegno all'interno delle Nazioni Unite.
E poi forse la domanda più grande è questa: gli accordi di Parigi secondo voi verranno rispettati?
Credo proprio di no come d'altronde hanno sempre dimostrato la maggior parte dei governi.
Quindi se siete persone interessate all’argomento, questo documentario non vi svelerà, come dicevo, niente che non sappiate già. L’unica differenza tra questo e decine di altri documentari simili è la presenza come protagonista di Leonardo Di Caprio, che non si limita quindi al solo ruolo di produttore.

Alla fine ciò che differenzia questo documentario è forse la sua vena pessimistica, il voler porre più l’accento sul lato sociale, economico e politico piuttosto che su quello etico e scientifico e la presenza di ospiti di eccezione come l'ex-presidente degli stati uniti Barack Obama e papa Francesco. Per il resto come già detto questo documentario non riesce a colpire con efficacia. E' anche vero che se grazie alla star il pubblico e l'interesse aumenta allora forse questo motivo giustifica le scelte d'intenti.

martedì 13 dicembre 2016

Solengo

Titolo: Solengo
Regia: Alessio Rigo De Righi, Matteo Zoppis
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In una località di campagna un gruppo di anziani evoca la vita di Mario de Marcella, un eremita che viveva nei boschi circostanti. Le vivaci discussioni che seguono sono spesso contrastanti. L’eremita, noto come “il solengo” il cinghiale solitario, ha deciso di vivere fuori dal branco.

Il solengo è da tutti paragonato al maschio del cinghiale che vive lontano dal gruppo in solitario.
Ed è proprio così. Mario è un uomo difficile, diffidente e scontroso che preferisce le bestie alle persone e non ama interagire con gli altri. Gli secca pure di salutare le persone e infatti non lo fa, attirando ire e sguardi diffidenti. E'interessante scoprire che esistono persone che decidono di vivere nella società e allo stesso tempo fuori dalla società. La coppia di registi italo-americana continua una ricerca grazie al documentario (tra l'altro vincitore come miglior documentario del TFF 32) in spazi e luoghi desolati come in questo caso la Tuscia, una zona un tempo popolata dagli Etruschi.
E proprio questa incantevole e ostica location, una terra senza tempo, arcaica e primitiva che sembra piano piano scomparire come coloro che la abitano, contadini e cacciatori sempre in gruppo e sempre a testimoniare la loro diffidenza con i forestieri pensando invece al Solengo come un tipo diverso e forse solo un po strambo.
Tutti dicono di aver visto e sentito storie come nella profetica battuta detta durante tutto il mockumentary da quasi tutte le comparse“così dicono, eh, io non lo so”
Figlio di fattucchiera che annunciava apocalissi, forse assassina forse no, la madre di Mario aveva ucciso il padre in un raptus perché questi era sempre ubriaco. Il bambino sembra forse nato in carcere dove la madre scontava la pena o comunque cresciuto in quell’ambiente nei suoi primi anni di vita, scorbutico e anche violento, asociale, ora folle ora incompreso, più a suo agio con la natura che con i suoi simili, sembra addirittura essere stato un figlio illegittimo.
La complessità dell'infanzia, dei traumi e dei ricordi, la gravidanza non voluta, la vita solitaria, l'amore per la natura e tanto altro ancora sono gli strumenti per cercare di comprendere la natura selvaggia e misteriosa di Mario de Marcella.



martedì 8 novembre 2016

Paris, Dabar

Titolo: Paris, Dabar
Regia: Paolo Angelini
Anno: 2003
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nel 2000 un gruppo di amici organizzò una maratona alcolica coinvolgendo i quattro bar del quartiere Pratello, a Bologna. Per quattro ore i 44 partecipanti percorsero una via crucis di bar in bar seguendo un regolamento austero: chi beve di più vince, ma il premio, segreto, per alcuni potrebbe essere una punizione.

Il film di Angelini è un'opera amatoriale girata con gli attori del posto, interpreti stessi della storia o meglio della sfida alcolica che si apprestano a fare. Quasi un documentario, un road movie bar to bar che insegue tra dialoghi e passaggi sconclusionati le gesta e gli intenti che muovono chi per un motivo chi per un altro questo manipolo di alcolisti. Il film ha un limite in una messa in scena troppo amatoriale e soprattutto nella povertà di immagini che difatti diventa verso la metà del docu-film abbastanza monotono e noioso.
Il lavoro di Angelini segue in particolare la storia e le vicissitudini di 10 protagonisti, chi alcolizzato, chi violento nei confronti della fidanzata, chi depresso, cercando di inquadrare diverse sfaccettature di un malessere che degenererà con una velocità impressionante.
Non c'è molto altro da dire sul film. Quattro bar. Ogni tappa, un bicchiere. Ogni bicchiere, un tot di punti. Vincerà chi, in quattro ore, riuscirà a totalizzare più punti o, molto più realisticamente, a rimanere in piedi.

Il progetto, interamente realizzato in digitale nel 2000 trova un produttore che lo riversa su pellicola e ne organizza la distribuzione nel 2003 con tutti i problemi di merchandising che un film del genere può purtroppo comportare, e vince il premio venga pellicola miglior alla Triennale di Milano. 

domenica 23 ottobre 2016

Audrie and Daisy

Titolo: Audrie and Daisy
Regia: Cohen Bonni
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il documentario documenta le storie di Audrie Pott e Daisy Coleman, due ragazze che sono state violentate nel 2012, all'età di quindici anni, da parte di compagni delle scuole superiori. Il film analizza non solo i dettagli di entrambi i casi, ma si concentra anche sulle conseguenze brutali per entrambe le ragazze che successivamente sono divenute vittime di bullismo e di umiliazioni sia dagli altri studenti che dai membri della comunità.

La cultura del silenzio. Audrie and Daisy è un documentario interessante, incisivo, attuale e psicologicamente con diversi motivi per cui andrebbe valutato se usarlo come strumento per informare e cercare di coinvolgere gli adolescenti.
Sono storie dure, e purtroppo su cui non si cerca quasi mai di parlare preferendo rimuovere o credere di esserselo meritato. Le interviste sono dolorose e angoscianti soprattutto quando il fratello della vittima scopre che è stato proprio il suo miglior amico ad abusare della sorella assieme ad altri amici. In tutto questo i dialoghi sono incisivi, le storie drammatiche e dolorose, le quali insegnano a riprendere il mano il coraggio e di non mollare come capita spesso ricorrendo al suicidio.
Il documentario indaga e prende sotto esame anche un problema ancora più attuale che si spera trovi presto una soluzione come quello legato ad un sistema legale che fatica a perseguire questa tipologia di casi spesso per mancanza di prove evidenti o perchè non si riesce ad agganciare le vittime. Allo stesso tempo e con minor tenacia vengono attaccati anche i social media soprattutto per quanto concerne il cyber-bullismo e il rifiuto da parte di una comunità di credere che possano accadere fatti del genere dietro l'angolo di casa.



venerdì 23 settembre 2016

Need for Meat

Titolo: Need for Meat
Regia: Marijin Frank
anno: 2015
Paese: Olanda
Festival: Cinemambiente 19°
Giudizio: 4/5

Marijin, diventata madre da poco, cerca di capire da dove provengano l’attrazione e la repulsione che prova per la carne e come sia possibile dimenticare che la fetta di carne che finisce nel suo piatto sia stata un essere vivente.

Da circa dieci anni pensavo a questo documentario. Mia madre era vegetariana, ma io ho iniziato a mangiare carne da piccola ‘costringendo’ la mia famiglia a cambiare. Ho provato più volte a tornare vegetariana senza mai riuscirci. Quando è nata mia figlia Sally ho deciso che era venuto il momento per una riflessione più approfondita e ho scelto di raccontare la mia esperienza individuale perché ritenevo più facile poterla rendere universale”
Ci sono alcune scene molti forti in questo interessante documentario della regista e protagonista olandese. Come ad esempio quando impara al mattatoio a uccidere le mucche con un colpo solo per evitare di farle soffrire. Una tecnica che vista dagli occhi del suo mentore è qualcosa che và oltre la semplice catena di montaggio.
Una scena impressionante che non può suscitare un certo disgusto e un'inquietante consapevolezza su come ormai la società pur di rispondere al fabbisogno carnivoro dei consumatori, tratti con sempre più distacco un momento così cruciale come la morte di un animale.
Sono tante le questioni che la neo mamma affronta mettendosi in prima persona per cercare di capire da dove arrivi un'assuefazione così grossa che ha dell'incredibile quando si sottopone ad un test celebrale e scopre che il desiderio della carne è spesso superiore a quello per il sesso.
Ed è come per molti documentari del festival, che continua ad essere sempre più interessante in tutte le sue diversificate forme e temi che tratta, che si indaga prendendo studiosi, terapisti, neurologi, chef, per finire con le ricette vegane della figlia che sembra una delle uniche non alienate sul concetto su cui si dipanano gli intenti del documentario.
Poteva chiamarsi diario di una dipendenza.

Ed è vero perchè per molti di noi è proprio così, dunque nulla di cui stupirsi, però il lungo lavoro della regista offre una pista per prendere atto e cercare di capire il perchè, quello sì di alcune scelte(a meno che allora significhi disinteressarsi completamente all'argomento) così forse non rimmaremo basiti nel 2050, quando finiremo a mangiare insetti per nutrire la nostra gola.

sabato 10 settembre 2016

Racing Extinction

Titolo: Racing Extinction
Regia: Louie Psihoyos
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una squadra di attivisti cerca di dare al mondo immagini inedite e molto evocative: sono opere d'arte che stanno cambiando il modo in cui si guarda agli animali in via di estinzione e alle estinzioni di massa. Il regista, insieme ai suoi collaboratori, si è inflitrato all'interno dei mercati neri o lavorando con alcuni artisti per creare belle immagini con singolari soggetti animali.

''Andiamo verso l'estinzione di massa, serve che la gente lo sappia."
I documentaristi sono una razza strana per fortuna non ha rischio estinzione anzi ora come ora sempre più coraggiosi e bisognosi di trovare quello che cercano.
Psihoyos lo seguo da tempo da quando aveva denunciato quello scempio in Giappone con THE COVE e un'altra mazzata al cuore con lo struggente SINGING PLANET.
Il suo ultimo lavoro non deve essere facile soprattutto trovando il modo per infiltrarsi nel più pericoloso mercato nero di animali rari del mondo come hanno fatto in molti tra cui Liz Marschall nel suo GHOST IN OUR MACHINE.
Psihoyos e soci si attrezzano con microcamere nascoste entrando nei segretissimi mercati di pesce clandestini, di Hong Kong, di Pechino, di Tokio, intervistando persone abituate a scuoiare decine di balene al giorno. Gente di cui aver molta ma molta paura.
Poi ci troviamo catapultati in tutt'altre tematiche ambientali, immagini stupende ricreate ad hoc per mostrare alcune specie in estinzione e così via in un caotico reportage di temi, immagini e scene efferate. Meno incisivo del primo e forse l'unica pecca è quella di voler trattare molti argomenti lasciandone alcuni un po lacunosi nella descrizione.
''Se non risolviamo il problema del clima, non riusciremo mai a sbarazzarsi dei problemi umani.

E' tutto legato perché siamo tutti collegati, non solo le persone, ma tutte le specie. Quindi una volta che iniziamo a pensare che non siamo al di sopra della natura, ma ne siamo parte, inizieremo a capire che i nostri problemi possono essere risolti, che non sono una questione isolata. E'tutto collegato''.  

Roman Polanski:A film memoir

Titolo: Roman Polanski:A film memoir
Regia: Laurent Bouzereau
Anno: 2012
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Era da tanto che aspettavo questa intervista.
Polanski oltre ad essere uno dei registi più importanti e interessanti della sua generazione è prima di tutto un uomo e un personaggio che ne ha passate davvero tante nella sua vita. Nel bene ma soprattutto nel male. Dunque un'intervista documentario era un'occasione troppo interessante per qualsiasi cinefilo interessato finalmente a saperne di più dal momento che il regista non aveva quasi mai rilasciato interviste e che decide di raccontarsi di fronte all'amico e produttore Andrew Brausenberg.
Il nazismo, la madre ad Auschwitz, la donna uccisa davanti agli occhi di Roman bambino - immobile di fronte al sangue che zampillava come da una fontanella, la deportazione del padre a Mathausen, la famiglia Manson e Sharon Tate e per finire la corruzione di una minorenne (consenziente) nel '77 che diede origine a una vera e propria persecuzione giuridica per la quale dopo la fuga dagli Stati Uniti in Europa si è arrivati all'arresto del regista nel 2009 in Svizzera.
Tra sorrisi, lacrime, emozioni e timidezza, Roman mostra un insolito coraggio e soprattutto rende chiaro un concetto che è quello di rialzarsi e non arrendersi mai.
Il cinema allora come per molti registi diventa un'ancora di salvezza attraverso cui raccontare la proria storia e le proprie vicissitudini, imparando e allo stesso tempo sbagliando, ma con l'obbiettivo di raccontare soprattutto nel caso in questione, di stupire e rimanere in alcuni casi anche scioccati.

Una vita che per fortuna o forse per stessa ammissione del regista non è mai stata banale e monocorde ma anzi struggente e piena di colpi di scena così come la descrizione del male che sottace ferino nell'individuo non è solo un leit motiv cinematografico, ma una infelice condizione personale.  

giovedì 21 luglio 2016

Wolfpack

Titolo: Wolfpack
Regia: Crystal Moselle
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

I sette fratelli Agulo, di madre statunitense e padre Inca peruviano, sono cresciuti nel Lower East Side di Manhattan come su un'isola deserta: per anni infatti hanno vissuto segregati in casa, uscendo un massimo di nove volte l'anno, e qualche anno non uscendo mai. Papà Oscar era l'unico a possedere le chiavi di casa, a decidere come e quando ci si potesse spostare all'interno dell'appartamento, ad assicurarsi che moglie e figli non venissero "contaminati" dal mondo esterno. Sui suoi famigliari l'uomo, seguace del culto Hare Krishna, aveva un potere assoluto. Del resto per i suoi sei figli maschi e la sua unica figlia femmina, nonché per la consorte, Oscar era Dio: un dio intransigente, a volte violento, spesso ubriaco e fuori controllo, sempre onnipresente.

Wolfpack è una realtà triste, purtroppo contemporanea ma al contempo estremamente eccezionale.
Un ritratto di una solitudine e di una libertà negata che lascia increduli.
E'incredibile pensare che al giorno d'oggi in Occidente alcune realtà possano continuare a persistere.
La storia della famiglia Agulo non è l'unica, ma al contempo è tra le poche che si ha la possibilità di osservare all'interno delle mura domestiche.
Infanzia e adolescenza ripresi e cresciuti in un microcosmo di New York. Casa = prigione.
Un binomio che sembra piacere e soddisfare solo l'esigenze e gli intenti di un padre depresso e alcolizzato che vigila e controlla come un despota i suoi figli, picchiando la moglie e ancorandosi ad un'ideale di fede che non lascia spazio alla ragione.
Tutti e sette i fratelli sono alienati (tra questi c'è anche una sorellina, Visnu, affetta dalla sindrome di Turner e volutamente lasciata quasi del tutto in disparte). Il cinema diventa allora l'unica possibilità di redenzione o di astrazione da un contesto che priva di fatto ogni possibilità di socializzazione e istruzione lasciando tutto sulla creatività e immaginazione di questi fratelli autodidatti.
I film diventano gli strumenti attraverso cui conoscere e dare un senso alla realtà e riprodurre le medesime scene come attori protagonisti di una realtà deviante.
Wolfpack è crudele quanto tenero nell'approccio con i suoi protagonisti.
La loro sensibilità e bontà, il loro amore per la conoscenza e la curiosità di dare un senso alle proprie esistenze. La loro rabbia nei confronti del "dio" padre che pensa che chiuderli in casa e privarli della libertà sia sinonimo di salvaguardia e purezza, senza rendersi conto che l'unico canale che i figli hanno è il cinema con alti tassi di contenuti violenti, sono solo alcuni dei temi e degli aspetti che la regista approfondisce.

Sembra quasi un esperimento sociale, un documentario sociologico post-moderno, che pur non trovando sempre una linearità e una struttura ordinaria di come mettere insieme il materiale, trova comunque un fatto sociale così innovativo da risultare un operazione coraggiosa e sperimentale.

lunedì 18 luglio 2016

My hottest year on earth

Titolo: My hottest year on earth
Regia: Halfdan Muurholm
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Festival: Cinemambiente 19°
Giudizio: 3/5

Il 2014 è stato probabilmente l’anno più caldo nella storia del Pianeta. Un meteorologo danese decide di lasciare il lavoro con l’idea di viaggiare intorno al mondo per incontrare coloro la cui vita è cambiata completamente a causa di uno dei recenti eventi climatici estremi. Si parte così dalle Filippine devastate da Hayan, il peggior tifone che si sia mai abbattuto sull’arcipelago, per continuare nell’Inghilterra colpita dalla più grave alluvione degli ultimi settant’anni e giungere in Bangladesh, in cui i migranti per cause climatiche sono milioni. L’ultima tappa è la Florida, dove l’innalzamento del livello del mare mette in serio pericolo uno dei paesi più ricchi del mondo

Muurholm come quasi tutti i registi dei documentari vari che circolano per il Cinemabiente o i vari festival, è il protagonista narrante delle vicende. Gira e studia, osservando e monitorando i cambiamenti climatici ponendo spesso domande ai singoli cittadini per fare delle comparazioni rispetto agli ultimi anni e gli incidenti che si sono verificati.
E'un mediometraggio scioccante e di attualità che ancora una volta sottolinea l'emergenza climatica in atto e ormai quasi impossibile da bilanciare.
Il dato certo è che tutti questi fenomeni non riguardano solo più i paesi del terzo mondo ma stanno mandando in cancrena ormai tutte le aree geografiche del mondo.

mercoledì 8 giugno 2016

Babushkas of Chernobyl

Titolo: Babushkas of Chernobyl
Regia: Holly Morris
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: Cinemambiente 19°
Giudizio: 4/5

Nella zona morta radioattivo circostante di Chernobyl reattore n ° 4, una comunità di sfida delle donne gratta fuori una esistenza su alcuni dei terreni più tossici sulla Terra. Esse condividono questo indimenticabilmente bello, ma letale, paesaggio con un assortimento di intrusi-scienziati, soldati, e anche amanti del brivido stalkers-giovani che si intrufolano per perseguire giochi post-apocalittici di videogiochi di ispirazione fantastica. Perché i personaggi centrali del film, Hanna Zavorotyna, Maria Shovkuta, e Valentyna Ivanivna, hanno scelto di tornare dopo il disastro, sfidando le autorità e mettendo in pericolo la loro salute.

Le Babushke sono delle anziane straordinarie, purtroppo anche loro un ultimo anello della civiltà, in via d'estinzione, che grazie a questo documentario, ne sancisce una fine e un'eternità senza tempo. Sembrano alcune tra le ultime streghe, erboriste, in grado di rispettare e amare una terra radioattiva che non può che arrecare dolore se altro non si è disposti a raccogliere.
Eppure queste donne hanno scelto nonostante i pericoli e senza compagni (alcuni sono morti) di ritornare nella "loro" terra, sopravvivendo grazie alla capacità di darsi forza e farcela conoscendo ad esempio ogni tipo di radice, vivendo senza servizi e con pochissimi aiuti (pensiamo alla pensione che sembra più un elemosina), raccontandosi e rimanendo unite e plasmando così il proprio destino e la natura soggettiva del rischio. Il potere curativo è che l'unione fa la forza.
Lasciate sole e in balia della foresta soccombono o perdono la voglia di lottare.
Con uno sguardo estremamente umano, il documentario delle due registe americane, ci porta nella così detta Dead Zone che circonda la centrale nucleare. Racconta l’incredibile storia di un gruppo di anziane che hanno deciso di tornare ad abitare nella loro terra nonostante tutti i rischi dovuti alla radioattività, trent'anni dopo il disastro di Chernobyl.
Delle cento donne che rimangono, le registe ne scelgono tre in particolare, le quali ferocemente si aggrappano alla loro patria ancestrale all'interno della "zona di esclusione". Mentre la maggior parte dei loro vicini hanno da tempo abbandonato quei luoghi e i loro mariti sono gradualmente estinti, questa sorellanza testarda trova il tentativo e il modo di coltivare una esistenza sulla terra tossica.
Perché insistono a vivere nelle fattorie che il governo e le radiazioni ucraine e gli scienziati hanno ritenuto inabitabili? (l'acqua, l'aria, i livelli di radiazioni nel corpo delle donne a cui alcune si sono dovute sottoporre a operazioni per curare un tumore alla faringe) e la domanda ancora più grossa che lascia di stucco governo e istituzioni è come riescano a tirare avanti, isolate, in un paesaggio post-apocalittico in cui giovani pazzi vanno a fare le battaglie per assaporare il rischio.
Forse uno dei motivi della loro forza e tenacia arriva proprio dal loro passato: da carestie forzate di Stalin nel 1930, attraverso l'occupazione nazista e infine al disastro nucleare.

Infine l'ultima risposta al documentario la regala proprio la natura. Straordinaria e ancora dopo secoli imprevedibile e in grado di portare alla luce risultati e forme di crescita incredibili e affascinanti come ad esempio lupi, alci, cinghiali e altri animali selvatici che non si vedevano da decenni e che sono tornati alle foreste abbandonate attorno a Chernobyl

giovedì 21 aprile 2016

Meru

Titolo: Meru
Regia: Jimmy Chin
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Il documentario racconta l'avventura dei tre scalatori Conrad Anker, Jimmy Chin e Renan Oztur che cercano di completare la scalata alla "pinna di squalo" del Meru, una delle pareti più impervie dell'Himalaya. Ci riusciranno dopo 11 giorni di scalata.

I documentari negli ultimi anni stanno godendo di un terreno fertile per quanto concerne le produzioni, i contenuti e gli scenari sempre più impressionanti. Servono inoltre spesso e volentieri come armi di denuncia per sensibilizzare su questioni importanti su cui i media preferiscono tacere.
Meru non fa assolutamente parte di questi, è una piccola perla sulla pinna di squalo sul monte Meru 6310m nel Garhwal, Himalaya, India, località pressochè sconosciuta a tutti che lascia interessanti riflessioni su cosa spinga, soprattutto per l'arrampicata, a spingere l'uomo a cercare il proprio limite e sfidare madre natura.
Dove sta la spettacolarizzazione rispetto a delle stupidaggini colossali come un film hollywoodiano come EVEREST. Lo sguardo, le interviste e i sacrifici di chi mette tutto in gioco in prima persona, osservando la difficoltà, i limiti e la tenacia nel completare il mai-prima-completato.
Meru è sbalorditivo e allo stesso tempo privo di intenti veri e propri con una scrittura e una sceneggiatura quasi improvvisate, un montaggio a volte noioso e non ben strutturato e una struttura
senza grosse invenzioni, con interviste ai protagonisti e la narrazione di un antefatto.
Ciò che conquista veramente sono le riprese effettuate dagli stessi protagonisti mentre scalavano con tutte le loro incredibili difficoltà sospesi nel vuoto o in una tenda ancorata alla parete scoscesa del Meru.
Ci sono pure alcuni filmati inseriti forse per cambiare ritmo alle interviste come la valanga in cui un amico dei tre scalatori ci lascia la pelle e via dicendo.
I paesaggi comunicano molto più di quello che ci potrebbe aspettare e Meru alla fine pur non essendo girato da professionisti che ne avrebbero captato sicuramente meriti e suggerimenti più efficaci, è così tanto classico che in alcuni momenti sembra quasi amatoriale.

Eppure ci si innamora subito!