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sabato 23 settembre 2017

Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


domenica 10 settembre 2017

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


martedì 7 marzo 2017

Heavy Metal

Titolo: Heavy Metal
Regia: Gerald Potterton
Anno: 1981
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Uno strano tipo d'astronauta torna a casa portando con sè il Loc-Nar, un piccolo meteorite verde. Appena varcato l'uscio di casa l'uomo viene polverizzato dal malefico meteorite davanti agli occhi dell'inerme figlioletta. Il Loc-Nar inizia così a raccontare le sue tremende vicissitudini alla bambina, affinché possano valere come lezione di vita sulle smanie di potere del genere umano.

Quando penso ad alcune pellicole storiche per quanto concerne l'animazione non posso non includere questo master di Potterton, il quale assieme a tante altre opere significative hanno saputo dare enfasi e spirito al genere. Heavy Metal poi senza nemmeno farlo apposta è un precursore nel suo viaggio spazio tempo a cercare storie e creare trame diverse anche se legate da un filo invisibile.
Tutto gode di una libertà, una magia e un'armonia che si respirava in alcuni periodi e che spesso con la c.g l'animazione moderna rischia di perdere.
Quando il film venne citato in un celebre episodio di SOUTHPARK mi resi conto che dovevo assolutamente vedere questa fondamentale perla che riesce a contaminare più generi dalla sci-fi uniti al fantasy e infine l'horror in modo molto equilibrato e suggestivo.
Il film è ispirato ad un celebre fumetto franco-canadese uscito nel 1974 di nome Metal Hurlant che tra l'altro potrebbe avere qualche analogia con il libro di Evangelisti Metallo Urlante, una raccolta di storie con tanti punti in comune.

A questo film tra l'altro collaborarono disegnatori come Moebius, Dan O'Bannon e Richard Corben mentre sulla soundtrack ci sono gruppi come i Black Sabbath, i Blue Oyster Cult e i Nazareth. Il film tra l'altro venne prodotto da un Ivan Reitman alle prime armi. Al di là della trama e di alcune storie che potranno sembrare ormai datate, il film mantiene un fascino e un'atmosfera davvero unica e potente in grado di restituire quella fama e rendere giustizia al lavoro che Potterton e soci meritano soprattutto inserendo alcuni sprazzi erotici che per il tempo non erano affatto scontati.

giovedì 21 luglio 2016

Bite

Titolo: Bite
Regia: Chad Arcibald
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Durante la sua "fuga" per l'addio al nubilato, la futura sposa Casey viene morsa da un insetto sconosciuto apparentemente innocuo. Dopo il ritorno a casa Casey è spaventata e tenta di rimandare il suo matrimonio, ma prima che lei sia in grado di farlo inizia una strana mutazione che mostra i tratti di un insetto. Tra la sua trasformazione fisica e la sua ansia per le nozze, Casey soccombe ai suoi nuovi istinti e inizia la creazione di un alveare che non solo ospita le sue uova traslucide, ma si nutre della carne di altri. Mentre la sua trasformazione diventa completa, Casey scopre che tutto può cambiare con un solo morso.

Il body horror continua a sfornare pellicole. Perchè piace come sotto genere dell'horror?
Semplice perchè parla di corpi. Ma non di corpi qualsiasi. Parla di corpi femminili come è capitato per quasi tutte le ultime pellicole senza però dimenticare che uno degli esempi di questo cinema è stato LA MOSCA di Cronemberg.
I risultati purtroppo non sono sempre appaganti come nel caso di CONTRACTED a differenza invece di un THANATOMORPHE che fin da subito rivela tutt'altro spessore.
Quest'ultimo è il migliore finora. Vera perla dell'indie con pochissimi mezzi è stato in grado di farmi quasi vomitare ma allo stesso tempo riflettere riprendendo e attualizzando il tema della trasformazione.
Ora che sia una malattia sessualmente trasmissibile, il morso di un insetto, un'opera come metafora della marcescenza del corpo, tutto è funzionale affinchè si abbia l'incidente scatenante, la causa dell'epidemia e il focolare della mutazione fisica e mentale nonchè sociale.
Bite è interessante come combina le location in particolar modo la casa trasformandola in un nido dove nutrire le larve d'insetto.
Di nuovo la casa, come anche nel film di Falardeau, diventa il luogo dell'origine, della gestazione, della crescita.

"E' tutto iniziato con mia cognata che era tornata da un viaggio nella giungla del Guatemala, ed era coperta di diverse punture di insetto. Ogni anno migliaia di nuovi insetti vengono scoperti così ho pensato, -Wow, come fai a sapere che cosa ti ha morso?- e poi ho pensato, -Che cosa succederebbe se uno di quei morsi continuasse a peggiorare?-. Da qui l'idea è nata abbastanza facilmente. Ho iniziato a fare ricerca su come i vari insetti esotici si riproducono e sul loro istinto di conservazione. E' pazzesco e interessante."

lunedì 22 febbraio 2016

Lost after dark

Titolo: Lost after dark
Regia: Ian Kessner
Anno: 2014
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Un gruppo di giovani in cerca di baldoria è preso di mira da un killer cannibale.

Lost after dark non ha motivo di essere ricordato.
Mi capita davvero di rado dimenticare una pellicola dopo pochi minuti e questo è purtroppo uno di quei casi. Riassumendolo alla veloce è uno slasher senza eccezioni sul genere che strizza l'occhio alla sterminata produzione anni '80.
Casa abbandonata, gruppo di idioti che il pubblico disprezzerà subito, gore a palate, il villain di turno che sembra un orco.
In uno schema consolidato e prestabilito come lo slasher o in questo caso un bruttissimo nome come retro-slasher, non ci sono molte scappatoie. Il guaio appunto è cercare di essere originali o sfruttare l'astuzia per non ripetersi nella banalità e nella totale prevedibilità.
Lost after dark purtroppo non ci riesce e nemmeno il contributo sprecato davvero di Robert Patrick serve a equilibrare la portata della posta in gioco.
Dello stesso anno sono usciti titoli molto più originali, ricchi di idee e interessanti come EDITOR o WOLF CREEK 2.


mercoledì 3 febbraio 2016

Les Loups

Titolo: Les Loups
Regia: Sophie Deraspe
Anno: 2015
Paese: Canada
Festival: 33°TFF
Giudizio: 2/5

Elie dalla città arriva su un'isola del mar Atlantico, tra i ghiacci, abitata da una comunità di pescatori e cacciatori di foche. Animalista e molto distante dalla rude semplicità dei locali, la ragazza a fatica comincia ad integrarsi.

Scoop e rivelazioni sul proprio passato senza una trama vera e propria, ma lasciando la sua protagonista a vagare per due ore cercando di trovare se stessa.
Questi due elementi intrecciandosi con una serie di personaggi e una comunità non molto ospitale, diventano i sigilli dell'ultimo film della Deraspe che rischia di venire travolto da una tormenta o finire in fondo ai ghiacci dal momento che la lentezza e la distribuzione dilatata ne sanciscono a tutti gli effetti i limiti, lasciando il pubblico imbarazzato, il quale dimenticherà la pellicola dopo pochi minuti fatta forse eccezione per la scena dell'uccisione della foca, così dannatamente reale, da far emergere alcuni dubbi.
Come ad esempio la posizione dell'autrice su questo abominio e su come sia schierata in merito.
I lupi sono coloro che scelgono una vita dura che non ammette leggerezze, altrimenti si paga con la vita e le rigide temperature non concedono scampo.
Così come non concede scampo la brutalità con cui questi cacciatori si pongono nei confronti delle loro prede, piccole foche indifese che sembrano dare a loro l'unica vera ragione di vita e di controllo, nonchè i forestieri, Elie in particolare, che sembra la pecora da spartire in mezzo al branco.
Da questo elemento e su altre scene decisamente riuscite come la festa e il parto, senza poi parlare delle fantastiche location. Eppure è il concentrato di colpi di scena finali che sinceramente lasciano il pubblico basito e sconcertato. L'autrice del Quebec deve provare a concentrarsi di più sul soggetto e la sceneggiatura altrimenti il rischio è troppo grande.



domenica 13 dicembre 2015

A Christmas Horror Story

Titolo: A Christmas Horror Story
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Bailey Downs, piccola cittadina canadese, la vigilia di Natale è tutt'altro che allegra. L'adolescente Molly porta due amici nelle viscere di un ex convento, dove un anno prima è avvenuto un orribile omicidio e dove le forze del male dimorano ancora. Caprice, amica di Molly, è in gita con la famiglia, quando si imbatte nel Krampus, l'anti-Babbo Natale. Scott, il poliziotto che indaga sul delitto del convento, con la moglie e il figlio va a recuperare un albero di Natale, finendo con il portare qualcosa di terribile nella loro abitazione. Nel frattempo, Santa Claus si impegna con tutte le proprie forze in una campale battaglia.

Santa Claus che si picchia di santa ragione con il Krampus è sicuramente un'immagine degna d'effetto e che richiama un certo interesse, se vogliamo "una lotta tra titani natalizia".
Purtroppo l'occasione di un film a episodi con una sceneggiatura che mischia cinque storie di cui tre principali, e purtroppo nessuna così esaltante, è il principale ostacolo che porta a mettere sotto un albero di Natale di sparuto e illuminato secondo la consueta tradizione, l'ultimo film del trio di registi che nella loro filmografia non hanno nulla che valga la pensa menzionare.
I Krampus potevano e dovevano essere raccontati un po di più, dal momento che erano l'unico elemento di rilievo del film, contando che anche il make up ha fatto il suo egregio lavoro e poteva essere sfruttato con scelte un po più ad effetto.
Diventa un film dove ogni tanto anche la regia sbanda, uno stile per certi versi televisivo al massimo e i climax abbastanza scontati a parte quello finale che secondo me cerca di prendersi una rivincita su quanto non ha saputo fare prima.
Ed è davvero un peccato perchè i film con tema natalizio non sono così tanti nell'horror, alcuni sfruttano degli elementi affascinanti scavando nell'entroterra culturale del proprio paese, vedi TRASPORTO ECCEZIONALE o più di genere come BLACK CHRISTMAS del '74.

Questo film di Natale proprio nel bisogno di inserire i più disparati elementi, cosa buona e giusta, si lascia dietro tutto il tono della narrazione, per cui vedere anche il Babbo che scassa di botte i compari folletti, perde di fascino rendendo una cornice che non riesce a stare in sintonia con la parete. Il bambino scambiato e i giovani nella casa che si perdono dietro i fantasmi sono forse gli episodi più brutti su cui potevano puntare.

martedì 28 luglio 2015

Territories

Titolo: Territories
Regia: Olivier Abbou
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Cinque amici statunitensi, di ritorno da un matrimonio celebrato in Canada, stanno tornando a casa negli USA in macchina. Non lontano dal confine il loro mezzo viene fermato da due poliziotti irregolari che vogliono controllare le loro identità. Quando uno dei due poliziotti trova della marijuana tra i bagagli dei cinque ragazzi le cose peggiorano velocemente...

Territories è un film difficilmente inquadrabile.
C'è un inizio e una prima parte davvero interessanti, non squisitamente originali, ma che hanno una suspance funzionale e creano non pochi momenti di sgomento, oltre che puntare su una sorta di denuncia fin troppo esplicita alla fobia e soprattutto della paura negli Stati Uniti post undici Settembre. Come molti film che trattano l'abuso di potere, il film mostra sicuramente le carte migliori fino al momento in cui la critica su Guantanamo e le torture, nonchè l'arrivo dell'investigatore privato, ne sanciscono alcuni limiti su cui il livello del film e il finale inciampano rivelando una pochezza di idee e alcuni scelte che ne sanciscono svariati limiti.
Ed'è un peccato perchè lo scontro tra due mentalità, civiltà viene quasi da dire, tra i Canadesi e gli Statunitensi era interessante, l'interrogatorio relativo al fatto di non accettare stranieri anche se perfettamente intergrati sul suolo americano pure, ma Abbou ha voluto esagerare non riuscendo a contenere ciò di buono creato nella prima parte e investendo troppo sul lato torture piutosto che sui diaoghi che avevano delle buone premesse.


giovedì 16 luglio 2015

Backcountry

Titolo: Backcountry
Regia: Adam MacDonald
Anno: 2014
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Alex e Jenn due ragazzi di città si prendono qualche giorno per trascorrere una vacanza all'insegna del camping estremo in un parco nei pressi di un lago nella regione canadese dell'Ontario.
La natura incontaminata la fa da padrona e anche qualche incontro occasionale ( quello con una guida irlandese che dialoga con Alex sul filo di una tensione palpabile) non fa altro che vivacizzare il tutto.
Finché i due perdono ogni riferimento, non hanno il telefonino , il GPS e neanche una semplice cartina.
A questo punto sono in balia degli eventi e un gigantesco orso è sulle loro tracce.
La loro vacanza in mezzo alla natura si trasforma in una selvaggia lotta per la sopravvivenza.

Backcountry è un film viscerale e a tratti estremamente reale.
La natura incontaminata, le difficoltà di coppia, la perdita d'occhio legata all'enormità del paesaggio canadese e infine il campeggio estremo e la sopravvivenza. E per finire l'orso, non quello buono che si scoraggia facilmente, ma quello che sta morendo di fame, costretto a correre dietro ai due protagonisti per sopravvivere.
L'esordio dell'attore MacDonald prima di tutto è un concentrato d'ansia.
Ha una prima parte che ci porta dentro la profondità della natura, diventando a tratti un pò pedante ma lasciando lo spiraglio per qualcosa che presto dovrà succedere e che non porterà a nulla di buono. Prova una falsa pista con la guida di turno che sembra piuttosto bizzarra per poi metterti a stretto contatto con l'istinto animale e qui purtroppo non rimane ai protagonisti che far leva sui loro istinti per cercare di salvarsi.
Backcountry non è originalissimo ma ha un paio di elementi di grande spessore facendo parte di quel filone di genere che mette a contatto l'uomo con la parte più selvaggia della natura "wilderness" e quindi un contesto che il più delle volte diventa emblematico di uno spaesamento interiore ed esteriore dei protagonisti.

Mi è venuta l'idea di fare "Open Water" nel bosco quando ero in campeggio con mia moglie. Ho sentito qualcosa che si aggirava vicino alla tenda al mattino presto, così mi è venuta l'idea di Open Water nel bosco e poi ho iniziato a scrivere la sceneggiatura e ho iniziato a fare ricerche e mi sono imbattuto in questa storia di una coppia che ha incontrato un orso nero predatore nel nord dell'Ontario circa 10 anni fa. Ho usato gli stessi elementi, la stessa cosa che è successo a loro la vediamo nel film, ma poi nel pezzo c'è un enorme scintilla nata dalla mia creatività. La storia è romanzata la storia anche perché non è un documentario. Nella storia vera la coppia è stata attaccata in un remoto campeggio, lui si è battuto con l'orso con un coltello cercando di difendersi meglio che poteva, mentre l'orso dilaniava la sua ragazza. L'ha messa in una canoa, ma ci volevano tre ore per raggiungere una zona abitata e lei è morta nella canoa lungo la strada. La canoa è un grande simbolo per me alla fine del film. Questo è quello su cui si basa il film. Si basa su un tragico evento, ma la parte triste è che questo accade ancora e ancora. Questo è successo molte volte. C'è una coppia di anziani in Algonquin che sono stati uccisi nel sonno, mangiati nel sonno da un orso nero all'Algonquin Park. Questa è roba vera. (Adam MacDonald)

lunedì 22 giugno 2015

Blackbird

Titolo: Blackbird
Regia: Jason Buxton
Anno: 2012
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Sean Randall, adolescente problematico, stringe una anomala amicizia con Deanna, una giovane ragazza già fidanzata. Dopo un violento scontro con il ragazzo di Deanna, Sean fa intendere con il suo atteggiamento minaccioso on line di voler fare una strage sul modello di quanto successo alla Columbine. L'intervento della polizia in casa sua rivela la presenza di un arsenale di armi - tutte appartenenti al padre di Sean, accanito cacciatore - e una lista nera contenente una ventina di nomi di persone, tutti in qualche modo legate a Sean. Mentre le autorità e i media proclamano di aver sventato in tempo un massacro senza senso, Sean si ritrova ad affrontare una terribile prigionia in un centro di detenzione giovanile e a dover tentare di dimostrare la propria innocenza.

Blackbird è un atipico film sul sociale, sulla paura della devianza, sull'omologazione, la redenzione e le vessazioni costanti dentro e fuori la società.
Un film inoltre sul potere dei media e sulla suggestione.
Il quarto film di Buxton è solido nella sua descrizione di un microcosmo in cui vive il giovane Sean con diversi problemi alle spalle giocando su una buona psicologia del protagonista (i dialoghi non sono quasi mai forzati o ridondanti) e sfruttando un cast poco conosciuto ma molto funzionale.
Il rischio di una seconda Columbine e la psicosi di gruppo degli adulti in un paesino impeccabile, ingigantito dalla debolezza dei tribunali, sembrano far emergere una critica nei confronti delle istituzioni che rovinano le certezze e il futuro di alcuni giovani, non riuscendo a trovare altre formule se non quelle della pena detentiva nonchè una sopravvivenza forzata.
Blackbird ha il merito in quasi due ore di spaziare dal contesto familiare e scolastico, a quello carcerario e del tribunale ed infine di tornare al paesino freddo di Sean che non ha creduto per un solo minuto della sua innocenza.



domenica 19 aprile 2015

Thanatomorphose

Titolo: Thanatomorphose
Regia: Eric Falardeau 
Anno: 2012 
Paese: Canada 
Giudizio: 4/5 

Laura si trasferisce nel suo nuovo appartamento a Montreal e conduce una vita complessivamente vuota tra giornate passate al lavoro, nottate passate tra le braccia del focoso Antoine, suo amante che la considera alla stessa stregua di un mero oggetto sessuale, e una scultura in fase di composizione, fatta di materiali organici , che non riesce a terminare, testimonianza tangibile dello stallo in cui si trova la sua vita artistica e non.
A una festicciola tra amici conosce Julian che le riserva molte attenzioni ma poco tempo dopo Laura si accorge che il suo corpo si sta deteriorando sempre più.
Cerca di porre rimedio ma il processo appare senza ritorno.... 

Sembra che dopo Thanatomorphose, vera sorpresa dell'indie post-contemporaneo, il cinema americano abbia detto “cazzo ma allora bastava concentrarsi sulla marcescenza del corpo” e infatti nel giro di pochi anni sono arrivate piogge di film, di cui ne ho visti solo un paio, che sembrano aver preso l'idea e mischiata con i soliti clichè di genere per arrivare di fatto a non sorprendere assolutamente, perchè a differenza di Falardeau, non si hanno le idee chiare. 
La pellicola del regista canadese è davvero una chicca che merita di decollare verso più ampie classificazioni e riflessioni, oltre che interpretazioni, dando al film grosse chiavi di lettura tra cui quelle legate alla sfera sessuale e la crepa nel muro che ha la forma di una figa, con tutta una serie di riferimenti dietro che dovrete scoprire. 
Bello, audace, violento, macabro, grottesco, reale, cinico, tutto senza forzature, senza grandi nomi (la forza del film infatti non ne necessita), ma rimanendo semplice nella sua fattura quanto complesso nei suoi punti chiave. 
Mi ha davvero colpito e soprattutto, cosa che capita di rado, mi ha per un attimo violentato e fatto sprofondare in un abisso di desolazione e disperazione. 
Mi è piaciuto come ha accostato la decadenza fisica all'orgasmo, come il materiale organico della scultura sia diventata metafora del suo impasse creativo, come il sesso ancora una volta sia solo valvola di sfogo e consumazione di corpi (anche se in questo caso viene rammentato solo in una scena). Senza poi contare l'enorme incisività creata dagli effetti speciali, uniti all'uso del sonoro e della putrefazione e un ronzio mai così insopportabile. 
L'idea di casa, come prigione dell'artista e dimora del corpo, che sembra la condanna della nostra società in questo caso scarnificata come i colpi che Laura si infierisce con la spara chiodi per cercare di rimanere tutta attaccata, sono quel valore aggiunto che ci trasmette ansia e claustrofobia che degenera lentamente. 
In più il fatto che Kayden Rose sia più affascinante quando perde i pezzi che non da viva, è un elemento che non mi fa dormire sonni tranquilli. 
Thanatomorphose è una parola che serve ad indicare i segni visibili di un cadavere in decomposizione.

venerdì 20 febbraio 2015

Small Town Muder Song

Titolo: Small Town Murder Song
Regia: Ed Gass-Donnelly
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un villaggio dell’Ontario in cui vive una comunità mennonita, un poliziotto dal passato violento convertito ai cristiani evangelici indaga sull’omicidio di una ragazza.

Il film di Donnelly ha due meriti che emergono fin da subito prima di capire cosa non funziona o non piace nella trama e nell’esecuzione del film.
Da un lato le musiche dei Bruce Peninsula davvero suggestive e intense che ci fanno entrare subito nel cuore del secondo merito che è la descrizione della comunità mennonita (i mennoniti sono grosso modo come gli amish, anabattisti, chiusi e non violenti) ennesima costola del monoteismo cristiano. Dunque due elementi che mobilitano l’interesse.
E poi c’è la descrizione della storia affidata a quel pazzo fuori di testa di Peter Stormare, la capacità di creare con quello sguardo enigmatico, dubbi dove non ci sono e quindi sfidando continuamente il pubblico su false piste e tutto ciò che è più lontano dalla complessità.
Un film provocatorio che verrà sicuramente accusato ingiustamente di essere fastidioso, perchè lo è, dando la sensazione di far sentire lo spettatore consapevole di quello che sta per succedere, mentre invece ribalta tutto, senza inserire colpi di scena, suspance, niente di tutto questo, mostra solo quella che potrebbe essere definita la banalità del male.

Questa scelta può o non piacere, anche se per certi versi è originale, azzerando tutto il bisogno del pubblico di creare collegamenti e congetture, come cercare di dare senso alla narrazione per capitoli che rimandano ai comandamenti della religione mennoita o al nostro bisogno che ci sia sempre un unico cattivo, un responsabile, quando invece c’è la sola lotta di un uomo contro se stesso e contro le regole di una comunità.

venerdì 9 gennaio 2015

Last Will and Testament of Rosalind Leigh

Titolo: The Last Will and Testament of Rosalind Leigh
Regia: Rodrigo Gudino
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Leon ritorna nella casa natìa dopo la morte di sua madre. L’edificio si rivela una sorta di santuario di una setta che adora gli angeli. Durante la breve permanenza l’uomo avvertirà la presenza di qualcuno o qualcosa in casa con lui. È lo spirito di sua madre che tenta di dirgli qualcosa?

Può un horror intrattenere per 72' relegando e puntando gran parte della suspance su una casa? Nel 2014 sembrerebbe di no, contando che ormai il tema della casa, infestata o meno, sembra aver quasi detto tutto. "Quasi" perchè l'opera prima di Gudino è un film davvero minimale, studiato e pensato in ogni singola inquadratura, in gradi di intrattenere contando che la storia non sembra essere il perno centrale degli intenti del regista.
Con una voce fuori campo della madre che narra la storia della casa e il rapporto con il figlio (la fede è l'incidente scatenante tra i due) e con un budget contenuto, sono soprattutto le musiche, l'attenzione per il sonoro e la fotografia e infine il taglio gotico del racconto a fare del film un'esperienza piacevole, in cui dalla metà del secondo atto interviene un elemento che potrà far storcere il naso ( parlo della creatura che scappa dal bosco).
Senza stare ad analizzare e fare luce su alcune sotto-storie (la setta degli angeli che celebra nella casa della madre di Leon) e su alcune forzature (l'angelo che apre gli occhi nel video), il lungo non soffre quasi mai la pesantezza della narrazione e dei movimenti fluidi e sinuosi della macchina da presa che in alcuni momenti sembrano ripetersi ma senza mai apparire fuori luogo o come la classica forzatura per aggiungere minuti al film.
Forse il climax finale potrà sembrare leggermente in contrasto con gli obbiettivi del protagonista e giocare tutto su un attore (purtroppo nemmeno così fotogenico) e una location, Gudino ha tutte le caratteristiche per aggiungere considerazioni e migliorare ancor di più il suo stile.

venerdì 19 dicembre 2014

13 Eerie

Titolo: 13 Eerie
Regia: Lowell Dean
Anno: 2013
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Un gruppo di studenti di scienze forensi è impegnato in un importante test di ammissione per un tirocinio all'FBI. L'esame li vede indagare su una serie di scene del crimine fittizie dove sono stati utilizzati cadaveri reali, ma la zona abbandonata nella quale si svolge l'esame un tempo era luogo di esperimenti segreti su detenuti destinati alla pena capitale, e i corpi ritrovati dagli studenti sono più del previsto.

13 Eerie non nasconde fin dall'inizio la sua spiccata vena splatter, probabilmente l'elemento che meglio si distingue nella pellicola, grazie ad un attento e preciso lavoro di make-up.
Tra cadaveri in decomposizione, da analizzare senza mascherine, portano soprattutto il primo atto in una fase preparatoria, la migliore del film, in cui sopratutto il primo omicidio assume una valenza particolare citando tante e numerose pellicole sul genere.
Questi zombie, a differenza di altri e forse è questa l'unica nota pregevole del film, sono avvolti per lo più in tute arancioni da ergastolani, sbrindellate e con i bicipiti pompati a mille a causa di qualche bizzarro esperimento militare finito male.
Il fatto poi che la regia di Dean sia apparentemente senza forma e in numerose scene senza senso, la rende abbastanza anomala, dal secondo atto in avanti è tutto pieno com'è di sequenze d'azione assolutamente improbabili, di dialoghi esilaranti (in alcuni casi al limite del demenziale) e di tutte quelle esageratissime e assurde scene splatter a base di frattaglie e altre amenità del genere
Un film per gli irriducibili del genere e non di più, soprattutto contando che gli scivoloni nel finale del film sono davvero molti, per non contare la parabola finale.


martedì 9 dicembre 2014

Felix & Meira

Titolo: Felix & Meira
Regia: Maxime Giroux
Anno: 2014
Paese: Canada
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

Nel quartiere ebraico di Montréal si incontrano, prima per caso e poi per amore, Félix e Meira. Lui, single, per anni si è disinteressato della famiglia e delle sue aspettative e, ora che suo padre è morto, è ancora più solo, incerto, inconsapevolmente smarrito. Lei, sposata ad un rabbino chassidico e madre di una bambina piccola, si sente in trappola dentro le regole ferree imposte dalla tradizione della comunità e dal rigore del marito, e disobbedisce ascoltando musica soul e prendendo la pillola.

Giroux era abbastanza nervoso in sala, visto che tra gli spettatori c'era la sua ragazza e voleva dedicarle il film.
Felix & Meira e' una commedia toccante e commovente, delicata e mai forzata, un'insolita storia d'amore tra due culture opposte.
Non è facile descrivere la realtà ebraico ortodossa senza rimanere inermi di fronte ad alcuni dogmi e all'importanza della tradizione e dei valori religiosi.
"Il tuo scopo è di fare più figli possibili" ammonisce l'amica di Meira sottolinenando come il ruolo della donna sia particolarmente legato alla materità. Punto.
Ed è soprattutto il modo in cui si avvicinano l'uno all'altra che rivela tutta quell'inquietudine, quella paura, quello sconcerto e quel desiderio di aprirsi al mondo.
Due estremi opposti: di classe, di religione e di personalità che si incontrano, Meira non può ascoltare la musica moderna e sogna Venezia mentre disegna instancabilmente per lei e per la figlia. Proprio dal desiderio artistico nasce l'incontro.
Forse l'unica lacuna del film è ad un certo punto il personaggio di Meira che sembra non avere mai una svolta. Felix invece ci crede e non demorde, la scena in cui si veste da rabbino è forse la summa migliore del film e non a caso è anche il momento, se non forse tra gli unici, frizzante e divertentedel film. E il pubblico ne aveva decisamente bisogno.

giovedì 4 dicembre 2014

Editor

Titolo: Editor
Regia: Adam Brooks, Matthew Kennedy
Anno: 2014
Paese: Canada
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

Rey Ciso era considerato il re della sala di montaggio. I migliori registi si affidavano a lui per l’editing dei loro film. Ma un terribile incidente concluse drammaticamente la sua brillante carriera. Oggi il povero Rey si occupa del montaggio solo di film trash e a basso budget. Durante la realizzazione di uno di questi film attori e attrici iniziano a essere misteriosamente assassinati. La polizia subito fa di lui il sospettato numero uno, e Rey dovrà riuscire a dimostrare la sua innocenza. Presto, però, un oscuro segreto verrà svelato.

The EDITOR come WRONG COPS sono quei film da festival imperdibili che regalano intrattenimento, horror, risate, concentrato di trash e tutto il weird possibile e immaginabile che si possa desiderare.
Con dichiarate venature da b-movie e tanto altro ancora, The Editor si prende maledettamente sul serio come film, citando, omaggiando e prendendosi gioco di quasi tutto il genere neogotico italiano ma anche strizzando l'occhio all'horror anni '70 come anche il genere poliziottesco e tutte le possibili parodie del giallo all'italiana.
Per gli amanti, The Editor si rivelerà presto come un antologia di scopiazzature da altri film (la metafora dei fotogrammi tagliati dal protagonista e le dita perse la dicono lunga su come Brooks e Kennedy procedano per lo studio delle immagini), con un cast perfetto (pensiamo solo che il protagonista sembra una via di mezzo tra Franco Nero e Maurizio Merli, con i baffi ancora più a manubrio, un sempre ispirato Ugo Kier e Laurence R.Harvey, il grasso unto di HUMAN CENTIPEDE II).
Alla regia ci sono una coppia di cineasti canadesi divoratori di cinema che sanno assolutamente il fatto loro e soprattutto sanno come spalmarlo in faccia al pubblico, come la sterminata serie di culi, tette, attrici formose, arti di qualsiasi tipo e forma, e scene di sesso a volontà che mescolate al sangue e al ritmo nonchè alle musiche originali, diventano una bomba esplosiva a orologeria.
The Editor però non va confuso con una produzione low-budget, ma anzi è un grande adattamento scenografico, di costumi, e citazioni a bizzeffe che faranno impazzire i fans del genere.
Tra questi citerei la bionda cieca dagli occhi velati, riferimento palese a L'ALDILA' E TU VIVRAI NEL TERRORE solo per citare il regista numero uno del nostro paese che ha saputo far diventare oro tutta la merda che toccava.
Forse l'unico tranello del film, e i registi se ne accorgono presto, è proprio l'intrattenimento che giocando sempre più sull'esagerazione ad un certo punto rischia di annoiare...o di implodere come facevo riferimento prima alla bomba ad orologeria.

lunedì 17 novembre 2014

Monsieur Lazhar

Titolo: Monsieur Lazhar
Regia: Philippe Falardeau
Anno: 2011
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

In una scuola elementare di Montreal un'insegnante muore tragicamente. Avendo letto la notizia sul giornale, Bachir Lazhar, un immigrato algerino di 55 anni, si presenta nella scuola per offrirsi come supplente. Immediatamente assunto per sostituire la maestra scomparsa, si ritrova in una scuola in crisi mentre è costretto ad affrontare un dramma personale. Poco a poco Bachir impara a conoscere il suo gruppo di bambini scossi ma attenti. Mentre la classe inizia il processo di guarigione, nessuno nella scuola è a conoscenza del passato doloroso di Bachir; nessuno sospetta che è a rischio espulsione dal paese in qualsiasi momento...

L'elemento che ho molto apprezzato del secondo film del giovane e promettente Falardeau, è lo sguardo diverso e raffinato con cui coglie il rapporto tra un professore e i suoi studenti, elemento evidenziato dalle diverse connotazioni culturali, e la personalità davvero insolita e nuova del suo intenso protagonista.
Bachir sembra quasi un filosofo, attento alla natura umana dei rapporti sociali e a domandare e domandarsi, proprio ponendo riflessioni morali su temi spesso angosciosi, come l'incidente scatenante del film o a scoprire le componenti del bullismo o delle tensioni che emergono nelle aule anche per i più futili motivi.
La solitudine familiare, l'approccio autorevole nei confronti degli studenti, senza mai dimostrare esitazione, l'attenta presa in carico del suo lavoro e le nutrite relazioni del professore, delinenano anche quell'importanza cruciale che sembra spesso svanire nelle nostre scuole, il più delle volte perchè non vi è la possibilità, e i professori sommersi dalla burocrazia e dagli impegni molteplici non riescono a gestire.
L'empatia con cui Bachir cerca di portare una cura al dolore e alla sofferenza della perdita, resta una delle scene più commoventi e importanti del film.


giovedì 13 novembre 2014

Maps to the Stars

Titolo: Maps to the Stars
Regia: David Cronemberg
Anno: 2014
Paese: Canada/Usa
Giudizio: 4/5

La famiglia Weiss si sta facendo strada nella assolata California del sud, tra soldi, sogni, fama, invidie, desiderio ed implacabili fantasmi. Sanford Weiss è un famoso terapista televisivo con una lunga lista di clienti molto famosi, sua moglie Cristina Weiss si occupa della carriera del figlio 13enne, star della televisione. La coppia ha un’altra figlia, Agatha: a insaputa di tutti è appena tornata in città, misteriosamente sfregiata. Agatha stringe amicizia con un autista di limousine e diventa l’assistente personale di Havana Segrand, un’attrice ossessionata nel voler interpretare il ruolo che fu della madre nel remake di un grande film del passato. Il fantasma della madre, morta in un incendio, continua a turbare la sua vita. Agatha è alla ricerca di redenzione e anche in questo regno dell’artificiale, dell’ultraterreno e della finzione, è determinata a trovarla. A qualunque costo.

Qualcuno parla di un Cronemberg minore da Cosmopolis a questa sua ultima opera.
Sembra che la percezione distorta, a differenza del delirio mentale che diventa martirio della carne, come tutta la sua prima filmografia insegnava, sia diventato il vettore principale su cui far convergere le ultime tematiche, di fatto, care da scrutare per il regista.
Il fatto è questo: Maps to the Stars è un film molto curato, intelligente, riflessivo, disperato e particolarmente allucinato oltre che ambizioso e se fosse stato girato da qualsiasi altro regista sarebbe diventato quasi subito un piccolo capolavoro.
Nelle mani dell'outsider canadese, l'illusione delle star sembra quasi la log-line con cui Cronemberg parla di lutto della settima arte, decomposta ad una squallida idea di marketing e di accordi prestabiliti.
Molti sono i momenti che fanno riflettere, in particolare l'adolescente star (simbolo più che mai di come le cose stiano cambiando in peggio) e una Moore in quasi stato di grazia contando che si è potuta permettere una recitazione molto esagerata.
Grottesco e cinico all'inverosimile, con la storia di Agatha però sembra deragliare da questi personaggi prigionieri del loro ego, mettendo quasi una sorta di personaggio esterno che come noi, cerca di dare un senso a una Hollywood che un senso non potrà mai averlo.
A dispetto degli apocalittici che amano solo la violenza e i fiumi di sangue del regista, se scrutano bene potranno vedere come nella sua ultima opera la tragedia greca, così sviluppa il film, è spietata e lascia i protagonisti in una matassa che non saranno in grado di sbrogliare tra incesti, pulsioni primordiali e una freddezza lapidaria che spesso fa molto più male di un fiume di sangue.

mercoledì 12 novembre 2014

Extratterestrial

Titolo: Extraterrestrial
Regia: Vicious Brother
Anno: 2014
Paese: Canada
Giudizio: 1/5

Cinque amici si ritrovano in una casa tra i boschi per un divertente fine settimana d'evasione dalla routine. Inaspettatamente, però, devono fare i conti con un'astronave aliena atterrata tra gli alberi che trasporta degli extraterrestri per nulla pacifici.

Il Canada nel nuovo panorama horror da qualche anno a questa parte sta sfornando un film dopo laltro, con alcune idee interessati e tutto sommato una filmografia parzialmente riuscita.
Il tema degli alieni, come degli zombie e dei vampiri, nonchè epidemie, virus e quant'altro, sono ormai abusatissimi e a parte qualche genio del male, difficilmente si assiste a qualcosa che non sia abusatissimo per cui o sei uno in gamba o altrimenti lascia perdere perchè commetterai sicuramente una cazzata come in questo inutilissimo caso.
Questa insulsa pellicola non fa eccezione, commette tutti gli errori e ripete passo per passo, le più classiche stereotipie del genere, senza apportare nessuna variante o novità ma rendendosi in alcuni casi addirittura ridicolo come nel caso dell'astronave e i raggi che rapiscono e uccidono le persone.
Gli alieni sono sempre grigi sottili e brutti e chissà perchè decidono di prendersela con il solito gruppo di sfigati che si vanno a rintanare in una casa nel bosco anzichè scegliere individui più interessanti o come per il geniale MARS ATTACK fare fuori tutti a priori.
Per essere uno slasher, i The Vicious Brothers, la coppia diventata famosa per l'insulso ESP, nonostante l’appartenenza alla categoria B-movie, diventa fin da subito molto prevedibile e rincara la dose su come ci sia un limite da parte degl scrittori di riuscire a fare emergere qualcosa di originale, scommettendo sempre più sulla rigorosità estetica per dimenticare completamente il plot narrativo.