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domenica 15 ottobre 2017

Little Evil

Titolo: Little Evil
Regia: Eli Craig
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gary si è da poco sposato con Samantha e tra loro tutto sembra andare a meraviglia, non fosse per il difficile rapporto con il figlio di lei, Lucas. Intorno al bambino, nato il sei giugno e prossimo a compiere sei anni, si verificano infatti disastri con una frequenza incredibile e crescente. Tanto che pure l'amorevole Gary inizierà a sospettare che la sua natura non sia esattamente mortale e indagherà sulle origini del bambino, aiutato da bizzarri personaggi a partire dalla collega maschiaccio Al. Nel mentre un prete che in Tv predica la prossima fine del mondo si trasferisce in un convento abbandonato proprio nella cittadina di Gary.

A volte tocca aspettare degli anni. A volte capita anche che alcuni registi scompaiano dopo aver dato luce al loro piccolo cult. E'curioso un personaggio come Craig che dopo il validissimo TUCKER AND DALE VS EVIL gira questa contaminazione di generi assurda e divertentissima. Per alcuni aspetti una prosecuzione della politica d'autore che già gli vedeva adoratori del diavolo nel primo film e manco a farlo apposta anche i toni e la comicità sono simili. Inutile stare ad elencare le miriadi di citazioni dai grandi classici ai film di serie b di cui il film è infarcito.
Little Evil spacca in modo adorabile con alcune battute che colpiscono il segno e personaggi assai godibili. Riesce ad essere grottesco laddove PICCOLA PESTE e MATILDA non potevano.
Riesce ad essere politicamente scorretto mostrando i modi garbati e spesso falsi dietro cui si nascondono alcuni personaggi delle istituzioni e poi sette sataniche e gruppi di neo-mamme che difendono i valori dei loro figli in sedute che ricordano gli alcolisti anonimi.
Il film poi ha un ritmo incredibile, pieno di gag, regalando alcuni momenti decisamente esilaranti ad altri quasi splatter.
Un film dove davvero non manca nulla. La sceneggiatura esagera, straborda, diventando alla fine un film sul rapporto figlio e patrigno e possiamo citare OMEN, KRAMER CONTRO KRAMER.
La domanda che forse ogni spettatore dovrebbe farsi è proprio questa: perchè Gary ha accettato tutto questo? Ma la risposta è immediata guardando Evangeline Lilly la gnoccca di LOST che ad un tratto spiega che Lucas è nato dopo essere stata violentata da una setta sotto sostanze e in mezzo ad una cerimonia con rituale e annessi vari.
Una trashata pazzesca ma che alla fine per il sottoscritto ci sta eccome.

Ovviamente non ci si deve aspettare una sceneggiatura che prenda anche solo minimamente in maniera seria gli eventi che tratta e di cui parla. Si ride tanto in questo film ed è una caratteristica spesso più unica che rara ma con quell'inizio in medias res il regista ha già risposto a tutte le domande.

Wind River

Titolo: Wind River
Regia: Taylor Sheridan
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un cacciatore e pescatore è costretto ad affrontare il suo passato quando aiuta un novizio agente del FBI nel risolvere un omicidio realizzato nell'anarchica riserva indiana di Wind River.

L'America da qualunque parte la osservi ha sempre dei lati nascosti e spesso alcuni di questi sono maledettamente inquietanti.
Ora tocca alle riserve indiane nel Wyoming dal freddo polare dove una donna nativa diventa capro espiatorio e la comunità inferocita farà il resto...
Un film davvero crudo con un'atmosfera notevolissima tutta glaciale e piena di silenzi e allusioni.
Una comunità in difficoltà che vive in una zona dura e insidiosa. Personaggi che sembrano dividersi la scena tra i condannati che vivono la giornata e di fatto sono i bifolchi populisti e ignoranti e dall'altro i sopravvissuti dove mettiamo nel calderone anche i pochi indiani nativi rimasti.
Un film che sfrutta la violenza in modo impulsivo senza dare la possibilità di ragionare ma agendo d'istinto che sia la carneficina dentro la roulotte della giovane coppia fino alla sparatoria che chiama in causa due gruppi diversi di forze dell'ordine.
Un film che verso la metà vira sul revenge movie ma senza essere mai troppo sfrontato e soprattutto reazionario. Renner sembra a tratti il Wahlberg di SHOOTER una cagata mostruosa ma riuscendo però ad avere una caratterizzazione che gli da più sostanza, personalità, struttura e poi porta dentro di sè, il personaggio di Cory, una segreto davvero doloroso.
Taylor Sheridan poi firma un'altra sceneggiatura potentissima dopo SICARIO ma soprattutto HELL OR HIGH WATER firmando una detective story semplice senza tanti colpi di scena che proprio per la struttura della storia non servono.
Un film di istinti primari, dove i bifolchi attaccano senza remore le forze dell'ordine le quali sono costrette a uccidere senza fronzoli alcuni di questi semi tossici abbandonati nelle loro roulotte in mezzo al nulla e alla neve.

Una nota che arriva nel finale del film per mostrare a distanza di anni quanto ancora non cambi per certi versi la politica di riconoscere i nativi americani ad esempio negli Stati Uniti è quella per cui il governo con i suoi organi tiene il conteggio e scheda il profilo di ogni donna scomparsa. Lo stesso non avviene per le donne Native Americane. C'è da stupirsi? No.
L’America ha ancora molti confini… e le musiche di Nick Cave e Warren Ellis già ascolate nel bellissimo LAWLESS aggiungono pathos all'opera.

Lowriders

Titolo: Lowriders
Regia: Ricardo de Montreuil
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Ambientata nella zona orientale di Los Angeles, il film parla del mondo delle vetture lowrider e dei graffiti. La storia è incentrata su un adolescente la cui lealtà è messa a dura prova quando si trova costretto a scegliere tra il padre e lo zio criminale.

Prendete FAST & FURIOUS mescolatelo con ONCE WERE WARRIORS ed 8 MILE e conditelo con SIN NOMBRE aggiungendo infine il jolly con Theo Rossi.
Quelllo che ne esce non è nulla di buono ma anzi macchinoso, già visto e squisitamente pieno di clichè. Dalla famiglia sudamericana povera che pensa al grande mito americano, quello delle macchine, costruendo la perfetta lowrider, ovvero quel tipo di vettura le cui sospensioni sono state modificate in modo tale da poter abbassare la macchina il più vicino possibile al suolo oppure per farle compiere delle evoluzioni, diciamo che sappiamo subito di cosa stiamo parlando.
Uno potrebbe già fermarsi qui senza andare oltre per capire nell'immediato dove andrà a parare il film. Eppure anche gli inseguimenti sono abbastanza fiacchi, i combattimenti tra gang a volte sanno di ridicolo e la caratterizzazione dei personaggi è stereotipata anche quando uno come Theo Rossi cerca di dare un po di sostanza (e il fratello maggiore che ha rotto i legami con il padre e si è fatto una gag tutta sua) senza di fatto uscirne bene nemmeno lui.
Una trama che purtroppo non ha richiesto tanto sforzo dello sceneggiatore e il regista, De Montreuil, voleva solo avere l'ok per potersi cimentare in un montaggio frenetico che a volte rischia pure di distruggere quel poco di buono che il film stenta a mettere in luce.


Starship Troopers: Attacco su Marte

Titolo: Starship Troopers: Attacco su Marte
Regia: Shinji Aramaki
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Dopo gli eventi di Invasion, Johnny Rico è stato degradato a colonnello e trasferito in un satellite marziano per addestrare un nuovo gruppo di soldati. Tuttavia, questi trooper sono i peggiori che Rico abbia mai addestrato, non mostrando alcuno spirito bellico dato che Marte non è ancora stato coinvolto nella guerra contro gli insetti e anzi spinge per la pacificazione. A causa del loro atteggiamento rilassato, gli abitanti di Marte vengono quindi colti di sorpresa dall'attacco degli insetti. Intanto, in gran segreto, Sky Marshall Amy Snapp manda avanti i suoi piani per prendere il potere

L'animazione giapponese viaggia e non si ferma. Spesso poi videogiochi o fumetti riescono ad avere più libero accesso nei contesti irreali dove animatori appassionati possono dar luce al massimo degli effetti speciali spendendo meno che per un lungometraggio.
Come RESIDENT EVIL, JUSTICE LEAGUE, ONE PIECE, etc. i risultati non sono pochi nel corso dei questi ultimi anni, come a dire che le produzioni sono sempre in moto per cercare di captare tutte le nuove mode mediatiche che più fanno presa sui giovani e sugli adulti e scommettere su di esse.
STARSHIP TROOPERS è stato senza dubbio un classico. I motivi sono i più disparati. Per prima cosa Verhoeven. Come secondo elemento direi la fantasia, il genio e la creatività sempre di Verhoeven. Infine l'aver dato vita ad un piccolo cult di sci-fi, con abbondanti dosi horror e splatter, combattimenti a non finire, mostri cattivi e protagonisti idioti che non vedi l'ora di veder ammazzati.
Questo sequel d'animazione dopo INVASION manco a farlo apposta dimentica del tutto l'ironia grottesca del film del 1997 per buttarsi in cielo e dar vita ad un film che si prende molto sul serio con un'atmosfera apocalittica e mostri ancora più incazzati. Anche i protagonisti sono gli stessi doppiati addirittura dagli stessi personaggi dell'originale.

Il risultato è un film potente che deflagra nel finale con un attacco inaspettato da parte della popolazione che non sembra convinta del pericolo e un Rico devastato nel corpo e nell'anima dalla lotta con questi esseri. La sua diventa una vera e propria missione nel dare la caccia a questi insetti per tutta la vita e non è detto che non ne vedremo di altri sequel.

Kingsman 2-Il cerchio d'oro

Titolo: Kingsman 2-Il cerchio d'oro
Regia: Matthew Vaughn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Fuori dalla sartoria Kingsman, Eggsy viene attaccato da Charlie, un viziato candidato che nel film precedente non aveva superato l'addestramento e ora è dotato di braccio robotico. La Kingsman viene poi attaccata e quasi annientata, tanto che rimangono solo Galahad - ossia Eggsy - e Merlino. Insieme scoprono che di fronte a una tale disperata emergenza devono rivolgersi ai cugini americani: gli Statesman, tra cui spiccano gli agenti Whisky, Tequila e Ginger Ale, mentre a capo del tutto c'è Champagne. Insieme a loro cercheranno di sventare lo spietato piano di Poppy, una potentissima narcotrafficante che sta ricattando il governo degli Stati Uniti per ottenere la legalizzazione di ogni tipo di droga.

Il secondo capitolo della parodia del nuovo agente segreto british che diventa yankee è un action incredibile e stroboscopico dove per un attimo il regista non sembra mai darsi pace cercando in tutti i modi di passare da una location all'altra regalando colpi di scena e inseguimenti ai limiti del praticabile e dell'inverosimile.
Infatti Kingsman-Il cerchio d'oro diventa a tutti gli effetti qualcosa di impossibile che mette in un angolino quanto di buono fatto con il primo capitolo per sottolienare l'arrivo delle produzioni americane e quindi il budget che è volato a dei livelli altissimi.
Godereccio, ironico, seducente, patinato, un fumetto in piena regola firmato da quel pazzo incredibile di nome Mark Millar in collaborazione con Dave Gibbons.
Vaughn ovviamente dopo i 414 milioni di dollari incassati con il primo capitolo ha deciso così di dirigere il suo primo sequel con un cast che vanta stelle di Hollywood a raffica anche se non tutti riescono a lasciare il segno o ad essere caratterizzati come si deve oltre che inserire figuranti che non hanno proprio senso come Elton John in un ruolo tra l'altro molto imbarazzante.
Oltre ad essere volutamente esagerato, il film cerca di trovare spunti interessanti sui trafficanti di droga, le nuove multinazionali che hanno più potere degli Stati che attaccano, senza avere la benchè minima idea di ciò che stanno facendo (in questo il personaggio di Poppy poteva dare di più senza venir mostrata come uno stereotipo a cui negli anni soprattutto nel cinema americano ci siamo abituati a vedere, qui in versione supervillain e madrina del narcotraffico con la fascinazione per i robot, il rock e l'America anni '50). Questa scelta finalizzata e che gioca a favore dell'incidente scatenante iniziale diventa geometrico nel trovare poi le linee di demarcazione perfette facendo incontrare i lord con i cowboy.
Usa e Gran Bretagna schierati assieme. Se non fosse un film, l'idea di una partnership tra due delle più grandi potenze della terra farebbe ancora più paura. E' così ancora una volta qualcosa di inglese è diventato americano a tutti gli effetti.
Come sempre intriso di citazioni tra cui spicca su tutti il cinema dei Cohen e in particolare FARGO.
I punti dolenti sono che ad un certo punto tutto è così esagerato da farlo diventare un fumetto pulp allucinato e grottesco ma che non riesce come nel primo KICK ASS a diventare politicamente scorretto e aggiungere alcuni tasselli originali e divertenti. Qui tutto è così patinato, i personaggi sono sempre e solo macchiette. Per fortuna che quello che il film deve fare lo mantiene: ovvero divertire con quella spregiudicata sgregolatezza che contraddistingue il cinema di Vaughn.



mercoledì 11 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Titolo: Blade Runner 2049
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L'agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell'anno 2049. Sono passati trent'anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi "lavori in pelle": perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.

Blade Runner 2046 bisognerebbe cercare di guardarlo senza troppe pretese cercando di dimenticare per un attimo che la macchina hollywoodiana sta cercando di riattingere dai vecchi cult per vedere se con le tecniche digitali odierne possano accadere i miracoli. Dal punto di vista della c.g mi verrebbe da dire certo che sì, per quanto concerne la storia e la sceneggiatura nì.
Blade Runner è solenne e distopico. Minimale e patinato all'inverosimile. Apocalittico e cinico. Villneuve rimane uno degli unici insieme forse a Cuaron a poter cercare di dare carattere, sostanza e atmosfera al film strutturandolo con la sua politica da autore e riuscendo ad affinare ancor meglio la tecnica. Un'opera che per diversi punti e davvero inquietante mostrando come forse finiremo e tracciando alcuni squarci che la politica del Cacciatore di Androidi di Philip K. Dick si è sempre rivelata profetica sotto certi aspetti e sembianze. La società nel 2049 è ben peggiore di quella di Deckard mostrando ancora una volta come un abominio, ovvero dove finisce il confine tra l’obbedienza androide e la ricostruzione di un’identità creata dal nulla ma settata con l’innesto di ricordi artificiali e soprattutto se tutto ciò viene lasciato in mano a un essere non meglio definito come Wallace.
Villneuve dicevo rimane uno dei registi più importanti di questa generazione e non parlo solo per la diversità nei generi in cui spazia senza difficoltà, non sempre firmando dei filmoni come accade per SICARIO che risulta per assurdo forse il suo film meno convincente.
Sin dall'inizio del film, lo script a quattro mani di Fancher e Green, le location e le scenografie di Dennis Gassner fanno da padrone insieme alla fotografia dell'immancabile Deakins, le inpalcature visive, la musica di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch che sembra ricordare la fine del mondo, portando a riflettere sui gesti compiuti dai vari replicanti e anche qui alcune inquietudini filosofiche che come per ALIEN:COVENANT lasciano perplessi e non trovano sempre risposte.
Era il novembre del 2019. Il cacciatore di replicanti Rick Deckard e Rachael provavano a fuggire da un destino segnato. Qui scopriamo che quanto successo dopo è ancora peggio. Il colpo di scena su K che scopriamo assieme a lui è una di quelle magie che il regista spesso conferma nei suoi film regalando dei climax importanti anche se allo stesso tempo in alcune scelte come il finale ad esempio appaiono abbastanza macchinose e forse poco avvincenti. L'aspetto però più conturbanteb e che Villneuve ha invece deciso di intraprendere, secondo me facendo un mezzo errore, è stato quello di voler rendere più dirette questioni, filosofiche e non, che nel precedente film rimanevano sospese, rischaindo a volte di palesare troppo senza lasciare quell'aura di dubbio.
Qui c'è di nuovo l'amore ma anche il contatto e la paura di rimanere soli. Nel film di 30 anni fa, la storia concedeva meno cercando di lavorare di sottrazione e imbastendo di fatto una log line molto breve in cui de facto un cacciatore di replicanti doveva svolgere il suo lavoro mentre qui oltre quel lavoro, il nostro agente K scopre il disegno che sta dietro la svolta che rischia di cambiare le sorti del pianeta e allo stesso tempo ci mostra la sua solitudine come accadeva per il protagonista di HER.



El Bar

Titolo: El Bar
Regia: Alex de la Iglesia
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Costretti a vivere una situazione tragica rinchiusi all'interno di un bar, un gruppo di sconosciuti comincia a confidarsi l'un l'altro.

"Oggi più che mai abbiamo paura del dolore e della morte. Non ne parliamo neppure ai nostri figli perché sappiamo di non avere le risposte. Non la capiamo e, soprattutto, non vogliamo pensarci. Ciò causa un'insopportabile tensione che, presto o tardi, si fa riconoscere con esplosioni di incontrollata violenza o come una costante amarissima presenza nelle nostre menti."
Il terrorismo è in ognuno di noi. Alex de la Iglesia continua con le sue schegge impazzite e finalmente ritorna in scena anche lui con un film tutto ambientato quasi in un'unica location, uno schema corale e tanta azione soprattutto nel finale per un film che manco a dirsi di nuovo coniuga un mezzo filone fanta-politico.
Una miscela esplosiva in cui il regista spagnolo non va mai giù per il sottile ma infila i suoi topoi cinematografici grazie al suo sceneggiatore di fiducia Guerrica con cui confeziona un'opera feroce e graffiante, un equilibrato mix di generi che, tra gustosi istinti da commedia nera e grottesca e una violenza che rischia di sfociare nell'horror psicologico, dice la sua sulla decadenza morale nella società contemporanea, in particolare trovando in alcuni normalissimi personaggi delle storie e delle modalità che lasciano basiti per scelte e azioni irreversibili.

El Bar costruisce pian piano dinamiche sempre più interessanti e ferali, in cui il peggio degli individui viene alla luce con spietata crudeltà in un grottesco disseminarsi di ipotesi e colpi di scena che prima incuriosiscono e dopo lasciano con il fiato sospeso fino all'energica resa dei conti finale, lasciando trasparire dietro tutta la genuinità di genere l'importanza di un vibrante messaggio. Purtroppo forse l'unica pecca potrebbe essere quella di un finale tirato troppo per le lunghe e abbastanza scontato ma che d'altronde è tipica del cinema del regista che con quella punta di esagerazione finale che infila quasi sempre nei suoi film da sempre risultati roccamboleschi e imprevisti  

Valerian e la città dai mille mondi

Titolo: Valerian e la città dai mille mondi
Regia: Luc Besson
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Anno 2740. Il Maggiore Valerian, agente governativo, e il sergente Laureline, sua fidata partner, vengono inviati in missione dal Ministro della Difesa nel caotico e intradimensionale Big Market del pianeta Kirian, allo scopo di mettere in salvo l'ultimo convertitore Mül rimasto. I Mül sono un popolo che si crede estinto, ma attorno al loro destino vige un misterioso segreto militare. E il mistero si fa più fitto quando Valerian e Laurelin raggiungono Alpha, la Città dei Mille Pianeti: un'enorme stazione spaziale minacciata dall'interno da una zona radiottiva in rapida espansione.

La fantascienza spazia attraverso il grande immaginario di autori, sceneggiatori, illustratori, scrittori e infine registi. Negli ultimi anni siamo quasi assuefatti dalle grandi produzioni e dai colossal che stanno imperversando nelle sale tra l'altro con ottimi risultati per quanto concerne la scrittura e la messa in scena.
BLADE RUNNER 2046, ALIEN:COVENANT, GUARDIANI DELLA GALASSIA 2, e in minor misura STAR WARS:ROGUE ONE. Di solito in quasi tutti i film i temi si prendono molto sul serio portando a riflessioni e ideologie che spaziano su diversi argomenti.
Nella sua ultima fatica Besson esplora soluzioni visive divertenti e a tratti originali. Scherza e si prende gioco come faceva ne IL QUINTO ELEMENTO trasformando tutto in una parodia, in un giocattolone o meglio un videogioco virtuale come il meccanismo che Valerian usa all'inizio del film per impossessarsi degli oggetti magici.
Diciamo che ci sono gli esserini che appartengono al mondo di ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI e poi il bisogno di esplorare il più possibile esagerando in alcuni punti ma sempre restando confinato nel terreno sci-fi & fantasy nel quale Besson dimostra comunque di avere sempre un buon ritmo e di voler inondare lo spettatore con tutto il suo bagaglio artistico.
Valerian è il punto più alto del regista per incastare mappe spaziali e dar via al suo universo che tanto bramava. E non parlo solo per la difficoltà e l'ambizione del progetto, per il più alto budget francese di sempre, per alcune scelte attoriali discutibili anche se ancora una volta il regista dimostra di padroneggiare bene gli attori che rimangono comunque in secondo piano rispetto a tutto il resto con una recitazione spesso oltre misura ma proprio per questo auto ironica e divertente.
Dagli uccelli antropomorfi che ricordano il coro della tragedia greca, al capitano "Nemo" e la parentesi in fondo agli oceani, allo spazio virtuale quando si varcano i portali, al salto intergalattico di Valerian e le creature comunque per la maggior parte suggestive.

Quando IL QUINTO ELEMENTO incontra AVATAR il risultato è VALERIAN, in due parole una storia d'amore che si conclude nel migliore dei modi.

sabato 23 settembre 2017

Baby Driver

Titolo: Baby Driver
Regia: Edgar Wright
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Baby, così viene chiamato, è un giovane che alla guida di un'auto è in grado di compiere le più spericolate evoluzioni. Questa sua abilità viene sfruttata da Doc, un criminale dall'aspetto borghese, con il quale ha un conto aperto che deve saldare. Baby deve anche occuparsi dell'anziano invalido che lo ha fatto crescere e si sta innamorando della cameriera di un fast food. Ciò che ora vorrebbe poter fare è staccarsi dal ciclo continuo di rapine che Doc orchestra

Baby Driver è un parente schizzato di tanti film abbastanza belli visti di recente. E'un ibrido che chiama in causa Refn e altri registi della nuova Hollywood per creare un thriller teso, ironico e abbastanza avvincente. A tenerlo su nonostante una sceneggiatura non proprio brillante è il peso degli attori che giocano bene i loro ruoli e delle musiche che giocano una parte decisamente importante soprattutto quando scopriamo il perchè Baby ha sempre le cuffie alle orecchie.
Ma diciamolo subito. Il merito più grosso è di Wright che dopo la trilogia che ha fatto divertire tutti i patiti del cinema di genere, pur abbandonando per un attimo il suo attore feticcio Simon Pegg, trova le coordinate giuste e il mood funzionale per far decollare il film verso qualcosa che riesce soprattutto dopo la seconda parte, a risultare meno banale del solito con dei colpi di scena e un climax tutto sommato credibile e mai macchinoso.
Da vedere rigorosamente con il volume a palla.


Shot Caller-La Fratellanza

Titolo: Shot Caller-La Fratellanza
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob Harlon, uomo d'affari e padre di famiglia, finisce in carcere con l’accusa di omicidio colposo dopo aver provocato la morte del suo miglior amico Tom in un incidente automobilistico. Per sopravvivere tra le sbarre si unirà alla fratellanza ariana…

Shot Caller- Las Fratellanza è un ibrido già visto e rivisto. Un prison movie senza nessun guizzo narrativo ma lavorando solamente con il montaggio scandito in tre archi narrativi diversi della vicenda (quindi il "traguardo" della regia e di non aver usato il tipico montaggio su due piani temporali ma di averne aggiunto uno...)
Sono tanti gli elementi che non funzionano nel film. Dal protagonista assolutamente non in parte a tutta una serie di artifici e accessori che sinceramente trovo pacchiani e noiosi così come inquadrare l'interno del carcere sempre allo stesso modo.
E'la saga del già visto con un immaginario razziale banale e grossolano e in cui i personaggi, sia neri che bianchi neonazisti sono tutti grezzi e bidimensionali come la regia noiosa e scontata di Waugh che sembra essere il primo a non crederci e infine Lannister che riesce a non togliersi quel fastidioso sorrisetto nemmeno nelle scene più violente e drammatiche.
E poi la parte finale con il figlio che a distanza decide di perdonarlo proprio non si può sentire.



domenica 10 settembre 2017

Knuckle

Titolo: Knuckle
Regia: Ian Palmer
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un epico viaggio, di ben dodici anni, nel mondo brutale e misterioso dei viaggiatori irlandesi di combattimento a mani nude (Irish Traveler bare-knuckle fighting). Questo film racconta la storia di faide violente tra clan rivali.

Davvero suggestivo, originale, atipico e notevole questo documentario dello stesso Palmer, lottatore protagonista e regista della vicenda. Narra in poche parole una sorta di faida che continua ad andare avanti da dodici anni e che vede in mezzo tre clan e una sola guerra di fatto incentrata per la reputazione e l'onore della Famiglia.
Lo stile di Palmer è asciutto e sintetico. Ci sono tanti dialoghi e momenti di faide con veri e propri litigi per arrivare anche e soprattutto a mostrare gli scontri ed è a questo proposito interessante notare in questi casi come la velocità con cui si concluda un incontro a mani nude lascia basiti se si pensa a quanto invece il cinema e la tv ci mostrano combattimenti lunghissimi ma qui la realtà è ben altra, quella reale e senza trucchi e fronzoli.
Qui c'è sangue, sporco, onore, rispetto, regole, lividi, facce ingrugnite, fight club, tutto vissuto in prima persona dal regista e dalla tropue che stava con lui a seguirlo e riprendere nel corso dei dodici anni i fatti e le vicende più importanti.
Un documentario davvero pieno di ritmo e di risorse che non abbassa mai la testa ma pur ripetendosi in alcuni momenti con le presunte e velate minacce di Tizio nei confronti di Caio, riesce comunque sempre ad essere concitato e con una galleria di persone reali votate al combattimento che sembrano usciti da una westland primitiva e selvaggia.

Un documentario davvero fuori dagli schemi che passa in streaming e su Netflix come una scheggia impazzita per raccontare una storia che più vera non si può facendo capire come questo Palmer quando non si curava i taglie e le ferite, passava il resto del tempo a lavorare per dare al mondo prova di quanto stessero facendo in Irlanda. Ci ha messo dodici anni ma il risultato toglie il fiato.

Dog Eat Dog

Titolo: Dog Eat Dog
Regia: Paul Schrader
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando tre ex detenuti disperati accettano di rapire un bambino pagati da un boss della mala, sanno di non poter rifiutare, e la ricompensa è troppo ricca per farli rinunciare. Ma il rapimento non va proprio a buon fine e i tre sono obbligati ad uccidere un intruso, che si scopre essere proprio il padre del bimbo. Inseguiti dalla mafia, i tre si ritrovano in fuga per la città di Los Angeles. E nessuno di loro vuole tornare in prigione. Costi quel che costi.

Forse perchè dentro di me conservavo qualche speranza e in fondo lo aspettavo da tanto che sono rimasto abbastanza basito di fronte all'ultimo inutile film di Schrader.
Il problema di fatto e il limite più importante che ho trovato nel film è senza ombra di dubbio la fretta. La fretta nella direzione degli attori, nella costruzione della storia, nel ritmo in generale, nei dialoghi che valgono un nulla di fatto e in una regia che sembra rassegnata o meglio distante dai fatti che si svolgono e che la telecamera inquadra.
I rimandi e le fonti che hanno spinto il regista a fare questo pasticciatissimo film rimangono misteriose forse persino a lui. Ed è un peccato perchè Schrader è in gamba, Dafoe all'inizio è come sempre un attore molto eclettico in grado già lui da solo di reggere sulle spalle tutto il film. Sembra TRAINSPOTTING che incontra solo per un attimo la mente deviata di Tyler Durden con il risultato che niente avrà nulla di affascinantate e suggestivo come i suddetti citati.
Qui si fatica ad andare avanti ingranando con la storia e infatti dopo il primo atto assistiamo ad una serie di gag tragicomiche che non fanno assolutamente ridere e sono peraltro anche molto violente. Nicolas Cage e il suo socio recitano da Cani, il primo sempre per i debiti che deve saldare mentre il secondo troppo imbolsito e in un ruolo che non riesce ad emergere come ci si aspetttava.

Del libro e dello spirito anarchico e folle di Bunker non c'è traccia.

Defenders

Titolo: Defenders
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il ninja cieco Daredevil, la detective strafottente Jessica Jones, l'ex detenuto a prova di proiettile Luke Cage e il miliardario esperto di Kung Fu Iron Fist, quattro eroi tanto singolari quanto solitari, sono costretti a mettere da parte i problemi personali per allearsi contro la Mano, un'organizzazione criminale guidata da una figura enigmatica che si fa chiamare Alexandra, la quale minaccia di distruggere New York City, scoprendo di essere ancora più forti quando fanno squadra.

Non era facile fare qualcosa di così brutto. Alla fine DEFENDERS che dalla sua aveva tutti gli elementi, il budget e in parte il cast, ha fatto proprio quello che non doveva fare, diventando l'ennesima serie lenta, noiosa e inconcludente che anzichè svilupparsi e crescere, diminuisce mano a mano che prosegue nella narrazione diventando alla fine l'apoteosi del non sense ponendo Iron First come protagonista a cui tutti devono inchinarsi se vogliono salvare il mondo ognuno inseguendo il suo destino. Praticamente i primi episodi servono solo a far capire che Randal sarà l'obbiettivo di tutti i nemici e solo lui, dentro di sè, ma deve ancora scoprirlo, ha l'arma per abbattere il male.
Tutte le strade portano alla Mano, e la minaccia è costituita da un’organizzazione guidata dalla misteriosa Alexandra che a sua volta resuscita Elektra che al mercato mio padre comprò.
Ecco poi premetto di non essere un appassionato di questi eroi di serie b della Marvel eccezion fatta per DAREVEDIL di cui ho visto entrambe le stagioni cosa che ovviamente non ho fatto per LUKE CAGE e ancor meno per JESSICA JONES personaggio discutibilissimo e molto antipatico, mentre invece mi sono fatto molto male guardando la prima stagione di IRON FIRST sull'ennesimo rampollo borghese, che non accadrà dovessero fare una seconda stagione come per dire che la prima è bastata eccome.
Ora l'idea di metterli tutti assieme poteva rivelarsi un'occasione spettacolare per dare vita e azione ma sembra invece che l'intento sia stato quello di fare un prodotto in piena regola che attingendo da vari aspetti, nessuno particolarmente interessante, sembra riproporre come uno stampino tutti gli errori visti nelle serie precedenti.
A differenza di DAREVEVIL dove c'erano due nemici/amici importanti e caratterizzati molto bene, qui Alexandra che comanda tutti e tutti tiene nella Mano, comincia a sbiadire dopo alcuni episodi ovviamente effetto della monotonia che non aggiunge struttura e complessità al personaggio.
I nostri protagonisti invece quasi non si possono vedere per come sono stati scritti male. I dialoghi sono sempre posticci e sembrano ripetere e sottolineare sempre le stesse cose ( e guarda caso quelle in cui dovrebbe arrivarci proprio lo spettatore) e Murdock sembra messo da parte come se a livello di follower fosse il meno interessante dei quattro.


venerdì 8 settembre 2017

Message from the King

Titolo: Message from the King
Regia: Fabrice du Welz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jacob Kin arriva in città dal Sud Africa, alla ricerca della sorella minore. Ha solo poche centinaia di dollari in tasca e un biglietto di ritorno che scade dopo una settimana. In sole 24 ore, scopre che la ragazza è stata brutalmente assassinata. Il film parla di quello che avviene nei successivi sei giorni.

Du Welz è uno dei miei registi post-contemporanei preferiti. Ha girato una trilogia indimenticabile con CALVAIRE, VINYAN e ALLELUIA. Semplicemente sono tre film complessi e importantissimi, tre sguardi che richiamano l'horror per le loro atmosfere e le loro storie molto inquietanti e originali.
Poi sappiamo che il talento belga ha avuto diversi problemi con le produzioni, diventando un regista cult amato e beniamino dei festival, mentre dall'altra parte stava diventando sempre più difficile produrre le sue opere che seppur vero a livello di cinema di genere sono opere colte e complesse facendo incetta di premi, dall'altra a livello commerciale non hanno saputo vendere come e spesso il cinema ha bisogno essendo di fatto e prima di tutto un mercato.
COLT 45 è un poliziesco teso e spietato con una fotografia magnifica, uno script già meno originale e onirico oltre che ipnotico rispetto a i suoi precedenti film, ma con un finale devastante e un buon manipolo di attori. In questo caso la trama è ancora più asciutta con pochi ma potenti colpi di scena tra cui l'incidente scatenante e una giustizia privata abbastanza funzionale nel cercare percorsi nuovi soprattutto nella psicologia del protagonista, le sue strategie e il doppio gioco dei suoi stessi nemici. Una storia abbastanza scontata che gode di alcune buone prove attoriali con un nutrito cast che vede alcuni volti noti e lo stile sporco di camera e fotografia che il regista adotta al meglio nei bassifondi di Los Angeles lasciando da parte tutte quelle impressionanti location e atmosfere di VINYAN.
Qui come per COLT 45 la città non è un'isola selvaggia anche se in questo le bande di criminali e gli spietati affaristi che si nascondono nelle loro lussuose ville nascondo orrori a volte così indicibili che a confronto la natura per quanto selvaggia si rivela sempre in fondo meno contorta dell'animo umano. La sua prima regia yankee dunque non è stata così becera come si poteva pensare anche se si vede che il talento e la politica dell'autore nelle sue ultime ipere esce poco. Ma pur di vedere ancora il talento belga preferisco che continui a fare cinema in America magari dando coraggio e fiducia ad uno dei suoi progetti personali.

"Ho avuto però la possibilità di girare quanto mi ero prefissato nel modo in cui l’ho pensato e ho avuto un certo controllo sulla produzione. La post-produzione invece è stata più difficile, tutto un altro gioco, a causa delle molte voci che interferiscono, dai sindacati alla DGA (Directors Guild of America). Hai a disposizione 10 giorni per realizzare la tua directors’cut, dopodiché subentrano i produttori, che guardano il materiale e decidono. Inoltre devi occuparti del montaggio, comprensivo del suono e della colonna sonora, quindi non c’è modo di fare le cose con calma passo per passo … A un certo punto comunque, i produttori prendono il sopravvento e tutto diventa molto complicato. Questa cosa però va accettata, perchè funziona così da quelle parti. "

Mummia

Titolo: Mummia
Regia: Alex Kurtzman
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nick Morton è un mercenario che collabora con l'esercito, ruba all'archeologa Jenny Halsey le indicazioni per trovare un'antica tomba e, nel tentativo di salvarla dagli integralisti islamici, finisce per farla bombardare dai droni. Questo apre l'accesso a una enorme grotta in Mesopotamia, dove si trova il sarcofago della principessa egizia Ahmanet, che ha voluto portare il Dio della morte Set sul nostro mondo, ma fu fermata e mummificata prima di completare il rituale. Nick vi entra insieme a Jenny e all'amico Chris, quindi i tre liberano il sarcofago di Ahmanet e lo caricano su un aereo militare, che però i poteri della principessa fanno precipitare su una chiesa in Inghilterra. Jenny si salva dalla caduta, ma Nick dovrebbe sfracellarsi, invece si risveglia in obitorio misteriosamente senza un graffio e con forti allucinazioni che lo attraggono irresistibilmente verso il sarcofago. Basteranno i mezzi dell'organizzazione segreta per cui lavora il dottor Henry Jekyll a spezzare la maledizione della risvegliata e potente principessa Ahmanet?

La Mummia è l'ennesimo remake senza senso. L'obbiettivo è quello di riportare in auge alcuni classici dell'horror. Il risultato è spiazzante e bizzarro.
La regia di Kurtzman è piatta e non sembra prendere mai il timone della situazione lasciando tutta la messa in scena arida e senz'anima.
Gli effetti speciali sono davvero esagerati e la c.g fa tutto quello che non dovrebbe fare a riprova che lo script è davvero striminziato è sembra essere l'ennesimo soggetto copia incolla di tanti altri film re soprattutto remake. Mana qualsiasi guizzo o novità. Gli stessi attori sono ormai imbolsiti, stanchi e affannati, Cruise ormai si vede che per quanto esibisca ancora un fisico curatissimo e ridicolo quando salta da una parte all'altra.
La sospensione di incredulità poi qua scompare del tutto. La scena dell'aereo davvero è un erroraccio che non mi apsettavo e non giustifica assolutamnte la scelta nella scena successiva.
Purtroppo non si salva nulla di questo ennesimo remake, dalla fotografia patinata che anzichè aumentare la suspance, rovina e stona con un'atmosfera troppo lucida e sparata che poco si adatta.
A questo punto era meglio o divertiva di più il film di Sommers del LA MUMMIA con quell'altro poco di buono di Fraser come protagonista. Almeno il film del '99 non si prendeva tanto sul serio ma contribuiva al ritmo del film con un umorismo becero ogni tanto almeno divertente.


domenica 3 settembre 2017

City of Tiny Lights

Titolo: City of Tiny Lights
Regia: Pete Travis
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La pellicola è ambientata nella multiculturale e contemporanea Londra, dove niente è quello che sembra. Tommy Akhtar è un fan del cricket, un figlio devoto e un investigatore privato fannullone. Il suo ufficio si trova sopra una ditta taxi di taxi, gli piacciono l'alcol e le sigarette, ed è fortemente cinico. Tommy, una mattina, trova una prostituta di alta classe, Melody, in cerca di aiuto. Vuole che trovi la sua amica Natasha, che è stata vista l'ultima volta mentre incontrava un nuovo cliente al bar Mayfair. Non ha molta fortuna nella ricerca di Natascia, ma trova il cadavere di un uomo d'affari pakistano Usman Rana, e prima di rendersene conto, viene coinvolto nel pericoloso e sinistro mondo del fanatismo religioso e degli intrighi politici.

L'ultimo film di Travis dopo alcuni esordi non proprio gratificanti e un paio di film azzeccati, trova qui di nuovo nell'indi e nella produzione low-budget, i canoni e i criteri per sviluppare il suo ultimo poliziesco quasi tutto in esterni per i quartieri di Londra.
Un'opera artigianale, un noir con un'atmosfera cupa e contemporanea dove il nostro improvvisato investigatore deve in due ore di film risolvere un caso di quelli scomodi e con intenti politici alle spalle e una corruzione che come sempre abbraccia parte delle proprie amicizie.
Il risultato è una regia tecnicamente mediocre che cerca di inquadrare al meglio le mille sfumature in cui il film s'addentra quando più si avvicina al climax. Una fotografia che cerca di fare il possibile senza colpi di genio ma con quei rallenty forzati e cambi di luce repentini anche se lavora con due colori freddi molto accesi per quasi tutto l'arco della narrazione. Un finale abbastanza scontato e un manipolo di attori che cercano di fare il possibile con Riz Ahmed in un ruolo da protagonista, non facile, ma che cerca di convincere il più possibile.
Interessi, capitali, amicizie, tutto piano piano emerge nel film, con i flussi di ricordi e i tasselli che si incastrano con una facilità disarmante accompagnati da una colonna sonora a tratti interessante.
Basato sul romanzo omonimo del co-sceneggiatore Patrick Neate, il film è un ritratto unico di una Londra contemporanea narrata come una brulicante metropoli multiculturale dove nulla è come sembra. Nel finale pur avendo alti e bassi soprattutto legati al ritmo e alcuni dialoghi della sceneggiatura, avrebbe forse giovato qualche colpo di scena in più e un secondo atto più sintentico.


Mindhorn

Titolo: Mindhorn
Regia: Sean Foley
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Richard Thorncroft ha raggiunto l'apice del successo negli anni Ottanta lavorando come Mindhorn, un agente segreto con un occhio robotico in grado di "vedere la verità". Decenni dopo, quando uno squilibrato desidera scontrarsi con Mindhorn, Richard si vede costretto a ritornare sui suoi passi rivivendo i suoi giorni di gloria, riacquistando credibilità professionale e riallacciando la storia d'amore con l'ex amante Patricia Deville.

La parodia ha il compito di far ridere anche se non sempre ottiene l'effetto sperato nello spettatore.
L'ironia è uno degli strumenti più difficili da saper utilizzare soprattutto quando naviga su territori inesplorati o per rendere, come in questo caso, omaggio agli anni '80.
Mindhorn è un commedia britannica co-prodotta da Ridley Scott e disponibile in esclusiva su Netflix. Un film che coniuga spionaggio e commedia in cui bisogna amare e provare una certa empatia per il protagonista altrimenti si diventa istantaneamente distanti anni luce dalle gag e dalle splapstick che Foley, in quanto attore, cerca di trovare e di infarcire nel film.
Richard si perde nel personaggio e viceversa in un gioco degli equivoci che scatena gag e dialoghi esilaranti, con figure secondarie che ben si adattano all'improbabilità di una vicenda dalle diverse sfumature per un'operazione che nella sua magnetica leggerezza mostra tutti i suoi limiti o come molti invece sostengono i punti di forza e chiave che lo hanno reso un enorme succcesso.


sabato 2 settembre 2017

Raman Raghav 2.0

Titolo: Raman Raghav 2.0
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2016
Paese: India
Giudizio: 4/5

Raman è un serial killer che vive a Mumbai e che trova, per così dire, ispirazione nelle gesta di un suo predecessore, l'omicida seriale Raman Raghav, che operava in India negli anni Sessanta. Oltre a quella per il suo mentore, ha una seconda grande ossessione: quella per il giovane poliziotto Raghav. Fa di tutto per trovarsi faccia a faccia con lui. Ma se il killer non è del tutto normale, anche il poliziotto non è un esempio di stabilità mentale...

"Raman Raghav 2.0" è ispirato alla figura del serial killer omonimo, attivo a Bombay verso la fine degli anni ’60, la cui identità non era nel nome, ma nei pesanti oggetti contundenti con cui spaccò la testa a decine di persone per un decennio, avvolgendo nel panico l’enorme popolazione indifesa e priva di protezione. Raman è anche uno di quei film indiani che tocca vedere solo grazie a Netflix a meno di non averlo visionato all'interno di qualche sconosciuto festival. E'strano lodare una piattaforma on line che mai avrei pensato di sfruttare. Rimane pur vero che la maggior parte di film indiani cercati a lungo e per anni sul web o sulle piattaforme on-line con risultati deludenti finalmente mi da la possibilità di guardarmeli con i dovuti anni di distanza.
E'questo è un dato di fatto.
Il film di Kashyap è di una violenza straziante. E non parlo solo di quella sulle donne come spesso i film indiani non risparmiano, ma di un'atmosfera sporca e corrotta, una Mumbai soffocata e straziante, marcia fino al midollo come la natura ipercinetica del soggetto, le due diverse tonalità di cattiveria dei due protagonisti, i cambi di scena repentini e senza soluzioni di continuità e infine la dilatettica e l'assenza di morale tra un bene ormai sempre più inesistente e un male che non possiamo più fare a meno di nascondere.
Un film cupo, lungo ma non lento, tenuto assieme da capitoli che contraddistinguono un viaggio nella paura con un attore davvero sttraordinario in grado di restituire ferocia e sofferenza al suo personaggio.
Due facce della stessa medaglia che il cinema spesso sfrutta e confonde. In questo caso la cattiveria degenerata in crimine ed il male assoluto e fine a se stesso di entrambi generano conseguenze inattese ed effetti perversi come capitava nel film diretto dai Mo Brothers.
Kashyap non è nuovo alle storie violente e scabrose, infatti con il ben più conosciuto GANGS OF WASSEYPUR, non aveva ancora raggiunto l'apice della violenza che qui trova un segnale inequivocabile e un cambio di timone.


Resident Evil -Vendetta

Titolo: Resident Evil -Vendetta
Regia: Takanori Tsujimoto
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Chris Redfield, agente dell’anti-bioterrorismo, chiede aiuto alla professoressa ed ex-collega Rebecca Chambers e all’agente governativo Leon S. Kennedy per trovare Glenn Arias, trafficante d’armi biorganiche che intende scatenare un nuovo letale virus su New York. Arias vuole vendicarsi del governo per aver attaccato la sua abitazione nel giorno delle sue nozze uccidendo sua moglie e tutti i suoi cari.

Pur non avendo mai gradito la saga infinita di film dalla coppia Anderson-Jovovich, ho sempre preferito e trovato più stilosi, liberi e d'atmosfera i film in computer grafica fin'ora usciti.
Dei tre questo "Vendetta" uscito quest'anno, ha sicuramente alcuni elementi interessanti pur non riuscendo come molti sostengono ad essere il migliore della saga.
Il titolo diretto da Takanori Tsujimoto non è certo un capolavoro, sia chiaro, ma resta lo stesso un lungometraggio d'azione e d'avventura piacevole da guardare per i fan della serie grazie alle ambientazioni vicine e a quella della saga videoludica, alla "grafica" e alla spettacolarità di molte sequenze, tutti elementi che a nostro parere lo rendono superiore a qualsiasi pellicola girata dal vivo. DEGENERATION e DAMNATION sono stati due prodotti qualitativamente incostanti, ma hanno soddisfatto la fascia di pubblico che segue la serie in ogni sua ramificazione, anche al di fuori del mercato dei videogiochi. Azione, sparatorie, inseguimenti, jumpscare. Tutto sembra confezionato al meglio in questo prodotto ludico con un ritmo forsennato e il ritorno di tanti personaggi principali e secondari della storia.

In questo ultimo capitolo l'horror vacilla e poi evapora per lasciare spazio ad una serie di elementi più simili alla saga cinematografica che ha definitivamente distrutto quanto di interessante i virus e la Umbrella corporation avevano partorito.

Undisputed IV

Titolo: Undisputed IV
Regia: Todor Chapkanov
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Yuri Boyka sta portando in alto il suo nome nel mondo dei grandi campionati di combattimento quando una morte accidentale sul ring lo costringe a mettere in discussione tutto ciò che egli è e rappresenta. Quando scopre che la vedova di chi ha inavvertitamente ucciso è in difficoltà, Boyka si offre di combattere in una serie di incontri impossibili per liberarla da una vita di schiavitù.

E arriviamo così al quarto capitolo del nostro profeta occidentale delle arti marziali che forse se non si ammazza di steroidi pure lui può puntare ad un futuro straight to video meno deprimente e irrisorio. Scott Adkins torna di nuovo a vestire i panni del pazzo psicopatico diventato il più inaspettato grande eroe filmico sovietico. In questo film diventa pure amico con un prete...
Un tamarro che in questa avventura decide di redimersi trovandosi come sempre a dover sfidare i propri demoni del passato e del presente per ottenere la libertà.
Ed è proprio la redenzione forse la parte più pacchiana contando che il nostro lottatore si sente in colpa per aver ucciso un atleta durante un combattimento e ora promette alla moglie defunta risarcimenti e scuse.
Cambia il timone alla regia per una saga che non punta molto sulla storia bensì sui combattimenti e le mascelle, quelle toste che non ridono mai e che non fanno mai una piega.

Boyka nell'ennesimo torneo che ricorda esattamente quello del terzo capitolo trova qui un nemico che sembra la copia identica di Baine, tale “Koshmar the Nightmare”, un personaggio che ha look e nome giusto per sembrare un Ivan Drago 2.0. il problema è che anche qui il nemico finale non ha la stoffa e l'eleganza del nemico del terzo capitolo che faceva dell'arroganza la sua garanzia di approvazione. Qui davvero si rasenta la pochezza massima di trovare anche solo dei minimi elementi kitch per cercare di dare forma e consistenza a un sequel che muore sul nascere.