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martedì 27 giugno 2017

Los Bastardos

Titolo: Los Bastardos
Regia: Amat Escalante
Anno: 2008
Paese: Messico
Giudizio: 4/5

Ventiquattro ore nella vita di Fausto e Jesus, due immigrati messicani illegali a Los Angeles che, come molti loro connazionali, aspettano ogni giorno che qualcuno gli offra un lavoro giornaliero. Oggi il lavoro che gli è stato offerto è molto ben pagato, invece. Un uomo gli ha chiesto di uccidergli la moglie. E Jesus esce di casa portandosi una pistola nello zainetto. Con lunghi piani sequenza, Escalante racconta la drammatica normalità degli eventi, che porteranno a un'esplosione di violenza improvvisa, disperata e incontrollabile.

“Sei mai stato all’inferno?” “Sì.”
Escalante ci mostra un inferno su cui si parla poco. Quello del dramma e della profonda inquietudine dei giovani precari messicani.
I due protagonisti del film sembrano per alcuni aspetti, o vagamente, ricordano l'indiano Deep di THE BRAVE anche se in quel caso erano 50 dollari per partecipare ad uno snuff-movie, un modo come un altro per tirare a campare sacrificando la propria vita per la sopravvivenza dei propri cari.
Anche il mondo di Escalante è lo stesso. Soldi per campare in cambio di favori da parte della classe media borghese. Soldi che anche in questo caso servono per sopravvivere.
In questo caso la realisticità e la messa in scena nonchè la scelta d'intenti del regista è formidabile perlomeno nell'aver realizzato un film formalmente raffinato e interessante, ma pur sempre brutale nelle scene all'interno della casa, mantenendo una forza interna e una struttura di fondo invidiabili.
Los Bastardos (il titolo è profetico e non risparmia la critica nell'individuare chi è il vero bastardo). Un film d'impatto e brutale che nella sua apparente staticità prende forma velocemente in una risposta esplosiva e incontrollata.
Un'opera che si prende il suo tempo con le sue pause nonchè i suoi silenzi. Un film che fagocita e cita tra le righe tanto cinema contemporaneo e Escalante si vede che ha voglia di farsi prendere la mano almeno dal punto di vista della messa in scena con alcuni virtuosismi e piani sequenza.
Uno spaccato sociale forte, ambiguo, un'opera morale che chiede e vorrebbe dare voce e speranza ad una fetta di popolazione messa alla gogna dallo stesso sistema capitalistico che li esclude, di fatto, per renderli gregari di tutti e di nessuno.





domenica 26 febbraio 2017

Parada

Titolo: Parada
Regia: Marco Pontecorvo
Anno: 2008
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un clown francese di origine algerina, orfano di padre e nomade di indole, decide di dedicare la propria esistenza al recupero dei "boskettari", i bambini rumeni che dormono in giacigli improvvisati all'interno della rete fognaria. Con il suo volontarismo idealista, si mette contro la polizia e la mafia locale, cui rischia di sottrarre la manovalanza.

Miloud Oukili, un clown di strada di origine franco-algerina arrivò in Romania nel 1992, tre anni dopo la fine della dittatura di Ceausescu, trovandosi di fronte ad una situazione davvero spiacevole: quella dei bambini dei tombini che, abbandonati da tutto e da tutti, si riunirono in condizioni estremamente disagiate nella rete dei canali. Duramente colpito dal loro modus vivendi, paragonabile a quello degli animali, Miloud, pur osteggiato dalla polizia rumena aiutato in minima parte da alcuni assistenti sociali, fece di tutto per aiutarli, insegnando loro l’arte circense e successivamente allestendo veri e propri spettacoli che ancora oggi porta in giro per l’Europa.
Parada è un importante film che tratta tematiche sociali come il disagio minorile, la fiducia, l'amicizia, il senso di appartenenza e tanto altro ancora.
Il figlio del noto regista segue i suoi piccoli boschettari, una realtà poco conosciuta nel cinema, cercando attraverso gli occhi di Miloud di trovare speranza e redenzione.
E'un film che per forza di cose tocca le corde dell'anima, grida tutta la sua disperazione, denuncia la corruzione accettata e voluta in Romania parlando anche di prostituzione infantile, di corpi straziati, di questi piccoli angeli deformati dalla droga e costretti a vivere di stenti rischiando la morte tutti i giorni e sfuggendo dalle mani di chi riesce a venderli come oggetti, come nella scena in cui la bimba scappa dall'orfanotrofio e viene trovata morta stuprata con le ossa rotte (viene detto e non mostrato).
E'un film che dice tante cose ma per fortuna a livello di violenza evita di mostrare le atrocità pur insistendo molto sulle location in cui la gente preferisce tacere, sui volti sporchi e le regole di sopravvivenza da mantenere sempre con il sacchetto di vernice alla bocca.
Allo stesso tempo l'opera di Pontecorvo è una denuncia da parte dello stesso Occidente che si meraviglia quando si sposta di poco nei paesi dell'Est scoprendo un orrore che non sembrava possibile. Nel mirino ci sono tutti: dall'opportunismo delle istituzioni, all'ambasciata francese, le stesse forze dell'ordine e le Ong che pensano solo ai propri interessi. Forse l'unica debolezza che si può muovere al film è nella sceneggiatura scritta a quattro mani con Roberto Tiraboschi in cui seppur viene raccontata una storia vera e profonda, lascia quell'amaro in bocca di chi in fondo ha seguito una linearità tematica coerente ma allo stesso tempo senza colpi di scena, in cui tutto va come deve andare senza sorprese.
Miloud ad un certo punto quando si trova quasi tutti contro ha l'idea che provocherà il più grosso cambiamento della sua vita. Stufo delle Ong e delle istituzioni decide di creare un'associazione tutta sua. In questo modo potrà girare con i ragazzi costruendo palchi in giro per il mondo e vivendo di rendita con gli spettacoli. Un'idea semplice ma che mostra l'immediata coerenza degli intenti del clown e della sua forza nel cercare di creare un cambiamento.
Miloud è rimasto 12 anni a Bucarest.





martedì 6 settembre 2016

Bad Biology

Titolo: Bad Biology
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jennifer e Batz sono due ragazzi con degli strani problemi sessuali. La ragazza è nata con sette clitoridi ed è sempre eccitata e subito dopo ogni rapporto sessuale partorisce dei bambini mutanti. Batz ha invece un pene enorme con una volontà sua, tossicodipendente e capace di provocare orgasmi allucinanti alle ragazze. Per fare due soldi e saziare la fame di droghe e steroidi del suo pene, il ragazzo accetterà di ospitare in casa sua un set fotografico guidato da Jennifer ed i due finiranno per conoscersi.

Una donna con sette clitoridi e un uomo con un pene che se ne và in giro a scopare modelle in giro. E'tutto vero, sono due idee del cazzo che già da sole muovono una certa curiosità nell'ambito weird e soprattutto splatter contando che stiamo parlando di Frank Henenlotter, l'autore di BASKET CASE. Il regista ritorna a girare un film dopo quasi sedici anni di inattività. Ecco forse è proprio questa se vogliamo la critica principale che si può fare al film.
Mentre la Troma e altri registi fedeli a Kauffman e all'exploitation osavano in un certo periodo storico, qui Henenloter se ne esce con questa pillola nel 2008 quindi se vogliamo dirla tutta con un certo ritardo rispetto a quanto ci si poteva aspettare contando che il cinema in quanto a malattia e oscenità sembra aver mostrato ormai tutto e difficilmente si rimane ancora inorriditi di fronte alle scene di violenza.
I b-movie a volte hanno la fortuna di potersi togliere il mantello della credibilità e della seriosità puntando su una clamorosa esagerazione di momenti trash, comici e allo stesso tempo violenti come difficilmente capita in altri contesti.
Poteva essere un film della Troma per certi versi, eppure nonostante tutto la trama non è poi così ridicola anche se di certo non porta l'effetto folle e bizzarro come in altre pellicole.
Eppure quel suo taglio low-budget unito alla commedia erotica politicamente scorretta, funziona molto più di altri suoi simili e non si vergogna di mettercela tutta e creare un humus offensivo e disgustoso di un cinismo crudo ed esagerato dove i bambini vengono partoriti dopo due ore e diventano mostriciattoli da buttare nel cestino.



Strafumati

Titolo: Strafumati
Regia: David Gordon Green
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dale Danton è un impiegato del tribunale che frequenta spesso uno spacciatore di nome Saul Silver per procurarsi marijuana. Saul ha a disposizione il meglio in materia e un giorno gli offre l'erba più esclusiva sul mercato: la Pineapple Express. E' così speciale che fumarla può far sentire in colpa come nell'uccidere un unicorno. Purtroppo però Dale assiste a un omicidio commesso da una poliziotta corrotta e dal signore dello spaccio di droga locale a cui stava per consegnare un mandato di comparizione. Dale, in preda al panico lascia il joint che stava fumando sul posto e diviene così oggetto delle attenzioni di chi non desidera avere testimoni. Anche Saul viene coinvolto, in quanto in grado di portare gli assassini sulle sue tracce. I due sono così costretti a fuggire per evitare il peggio.

Strafumati fa parte di quella serie di film con protagonisti Seth Rogen o James Franco o Hill o altri simili che confezionano, per fortuna adesso di meno e con più qualità, commedie comiche e parodistiche che spesso e volentieri alla base hanno erba, guai e tante risate.
Se proprio volete ridere a costi zero e spegnendo quasi del tutto il cervello Strafumati fa al caso vostro. Invece dovrete aspettare qualche anno per avere un salto di qualità in più dal gruppetto di amici in film come FACCIAMOLA FINITA e THE NIGHT BEFORE.
"Pinapple express" nella sua idiozia di fondo conta sicuramente alcune gag riuscite e il duo cerca di mettercela tutta improvvisando in svariati momenti e contando sulla sceneggiatura di Rogen e lasciando quasi invisibile la regia del buon Gordon Green ancora bisognoso di far emergere il suo talento.
Un film che poteva risultare più riuscito se solo avesse smesso per un attimo di prendersi sul serio soprattutto gigioneggiando con un'indagine che alla lunga stanca e alla fine arriva ad essere troppo lunga e noiosa. Se poi contiamo il finale esagerato pieno di sparatorie e citazioni di b-movie d'azione allora il risultato rischia pure di scadere nel patetico.


martedì 12 aprile 2016

Revanche- Ti ucciderò

Titolo: Revanche- Ti ucciderò
Regia: Gotz Spielmann
Anno: 2008
Paese: Austria
Giudizio: 4/5

In città o si diventa arroganti o farabutti: con queste parole viene descritto Alex a pochi minuti dall'inizio il quale, occorre dirlo, di certo stando a Vienna non è diventato arrogante. Uscito di galera qualche tempo prima dell'inizio del racconto, ora fa l'autista per il padrone di un bordello e ha commesso il terribile errore di innamorarsi, ricambiato, della prostituta più richiesta. Insieme meditano la fuga per la quale gli occorrono però parecchi soldi, lei infatti è seriamente indebitata. C'è solo un modo per Alex di procurarsi quella cifra e in fretta: una rapina ben fatta. Purtroppo un piccolo ingranaggio del meccanismo non va per il verso giusto influendo sulla fuga dei due amanti dalla città e dando alla storia una seconda parte radicalmente diversa. Nel passaggio da città a campagna (dove il dolore si rimugina tagliando la legna e ha la forma della gigantesca catasta di ciocchi che ne risulta), il silenzio della seconda si contrappone al caos della prima e il noir diventa una dramma a due: la lentissima caccia che l'autoproclamato giustiziere dà al colpevole, suo ignaro vicino di cascina.

Sono appassionato dei viaggi di redenzione e degli anti-eroi.
Diciamo che quando calcano scelte morali che distruggono la psiche per tuttta la durata del film mi piacciono ancora di più. Riesco a vedere più realisticità e poesia in loro di moltri altri personaggi di Fiction o di televisione.
Revanche è un poliziesco classico austriaco, un noire sulla malavita "immigrata", con dei bruschi cambi di struttura che lo risparmiano dall'essere telefonato e scontato e dall'altro inseriscono delle pause di riflessioni interessanti sui cui portare lo spettatore a chiedersi cosa avrebbe fatto al posto di Alex.
Un film che indaga il senso della vendetta senza concedersi in modo forzato ma cercando di mantenere degli intenti che lo collocano come un'opera a tratti esagerata ma sicuramente matura e intensa.
Lo sguardo freddo e distaccato della regia e di Alex sono doverosi per dare un'idea di un luogo, dei grigi confini della periferia e di una quotidianità fatta di nulla e di espedienti.
L'ottica di Spielmann sembra essere proprio questa, molto esistenzialista.

Una convinzione che ci sia un senso a guidare gli accadimenti e l'esistenza, in una prospettiva percorsa da una qualche forma di ottimismo senza lieto fine.  

domenica 30 agosto 2015

It might get loud

Titolo: It might get loud
Regia: Davis Guggenheim
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un documentario sulla chitarra elettrica dal punto di vista di tre importanti musicisti rock: the Edge, Jimmy Page e Jack White. Nel film i tre parlano e confrontano le loro tecniche e suonano assieme. Il film è stato presentato al festival di Toronto e al Sundance.

I documentari sulla musica importanti e clamorosi non sono ancora moltissimi.
La possibilità di Guggheneim, regista che presenterò tra poco, di mettere insieme tre straordinari musicisti (in realtà rimango sempre un pò perplesso sul talento indiscusso di The Edge) non deve essere stato facile, soprattutto contando gli impegni di Jack White e la fama di Jimmy Page, qui in veste anche di produttore, che non a caso si è preso un ruolo quasi da protagonista per far vedere due generazioni e due modi di pensare la chitarra elettrica completamente diversi dal suo.
Eppure il documentario è strutturato in modo abbastanza atipico apportando una connotazione soprattutto legata ai target generazionali, alla manualità, ai luoghi in cui gli artisti sono cresciuti e infine sulla loro concezione musicale.
Il risultato è interessante, a livello tecnico non ha grossi pregi, ma non è quello l'elemento di spicco quando vedi Jack costruirsi un apparecchio musicale o il trio che improvvisa un brano melodico con assoli e tutto il resto.

Guggheneim invece è un regista che era partito malissimo per poi piano piano cercare di trovare un suo percorso e sembra che il documentario sia stata la scelta giusta.

martedì 28 luglio 2015

Park of Terror

Titolo: Park of Terror
Regia: Steven Goldmann
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Basato su un fumetto, narra la storia di 6 ragazzotti scatenati che si recano in gita, ma il loro bus ha un incidente e sono costretti a trovare un riparo in attesa dei soccorsi. Trovano una specie di luna park abbandonato lungo la strada in cui rifugiarsi per la notte, senonchè, al calare delle tenebre, qualcosa sembra prendere vita tra i baracconi deserti...

Park of Terror è il circo del già visto.
Una ragazza abbandonata al suo destino, la morte del principe che l'avrebbe potuta salvare, un essere speciale che le dà l'arma della vendetta, la vendetta, la maledizione e infine la carneficina a danno di un gruppo di imbecilli capitanatai da un prete arrapato.
I limiti del film sono troppi, le scelte narrative prevedibili e scontate, il cast non è nemmeno troppo malaccio ma gestito senza redini. Le morti sono esposte e celebrate con la solita routine di genere, non si salva davvero nulla, poi addirittura annoia, pur cercando di essere un concentrato di ritmo dopo i primi '40 senza riuscirci.
Poi ci sono alcune assurdità che secondo me non sono presenti nemmeno nel fumetto da cui è trasposto. E'un film che sbaglia il registro non esssendo mai inquietante, non facendo ridere e cercando di puntare su uno humor nero invecchiato quanto i bifolchi che amano il parco.

Si consiglia la visione se cercate qualcosa di inutile, se vi piacciono mostri, maledizioni, parchi abbandonati e tutto il resto. Alla fine i '10 iniziali sono quanto di meglio Goldmann riesce a sfornare almeno fino a quando muore il presunto principe azzurro di Norma.

lunedì 27 aprile 2015

Sons of Anarchy

Titolo: Sons of Anarchy
Regia: AA,VV
Anno: 2008-2014
Paese: Usa
Stagioni: 7
Giudizio: 4/5

Le peripezie di una banda di motociclisti del profondo sud americano alle prese con traffico di armi e faide tra bande.
In una cittadina dell’America rurale del New Mexico, Charming, una banda di motociclisti dediti al traffico d’armi, fa base ormai da due decenni. Lo sceriffo del luogo, Unser, è connivente con il leader del gruppo, Clay, convinto che questo sia un piccolo prezzo da pagare per avere un’oasi felice in cui i cittadini di Charming possano vivere senza problemi.
Ma il cambiamento, o il progresso, è in agguato.
I vecchi accordi sembrano lentamente sgretolarsi sotto la pressione di nuovi interessi. Il vice sceriffo Hale non è disposto a seguire i vecchi accordi e all’interno dei Samcro, il figliastro di Clay, Jax, nuovo leder designato, non è convinto che la strada intrapresa dal club sia quella segnata a suo tempo dal padre, fondatore del gruppo morto in circostanze misteriose.
Gemma la madre di Jax ha fatto di tutto, compreso risposarsi con Clay, per far si che Jax diventasse l’uomo freddo e spietato che lei vorrebbe a capo del gruppo, ma il ritorno in città della vecchia fiamma di Jax, Tara, che aveva deciso di abbandonare questo tipo di vita rischia di mettere a repentaglio il suo “lavoro”.
Come se non bastasse da un lato l’FBI, guidata dall’agente speciale Stahl, è sulle tracce dei Sons con la speranza di arrestare i leader dell’IRA che forniscono le armi spacciate dai motociclisti.
Dall’altro un’organizzazione di ariani ha deciso di mettere le mani sulla città per usarla come base per spacciare droga.
La guerra per i Sons è aperta su molti fronti, compreso quello interno dove Clay e Jax hanno in mente strade opposte per il club.

Samcro: Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original.
Dal 2008 al 2014 c'è stata questa serie strutturata in sette stagioni che mi conquistò, stranamente, visto che non amo troppo le serie tv.
I motivi che mi colpirono furono molti. Il fatto che sia sempre stata snobbata dall'Academy perchè pensavano che fosse ingenua e forse tendenzialmente reazionaria, oltre essere sempre stata digiuna di qualsiasi riconoscimento o premio.
Sons of Anarchy mi ha lasciato spesso con il fiato sospeso, ha smosso in me diversi sentimenti, ha saputo portare a casa alcuni colpi di scena importanti e più di tutto ha lavorato e ha saputo mantenere una coerenza dall'inizio alla fine.
Un universo di personaggi indimenticabili che ancora adesso mi riporta a pensare ad alcuni di loro, alla crescita, l'evoluzione e la magnifica caratterizzazione.
Due note sul cast. Dal poco conosciuto Hunnam, carismatico e caucasico per eccellenza (una sorta di Brad Pitt) che in passato si era fatto notare per alcuni film (HOOLIGANS, RITORNO A COLD MOUNTAIN,CHILDREN OF MEN) e i validissimi attori di secondo piano visti milioni di volte anche sul grande schermo come Ron Perlman, Tommy Flanagan, Mark Booner Jr. e Kim Coates, giusto per citarne alcuni, oltre all’incredibile Katey Segal (peraltro vincitrice di un Golden Globe proprio per questo ruolo), già moglie di Sutter.
Non mi piace commentare stagione per stagione, oppure episodio per episodio (come fanno molti blogger) preferisco lasciare che la nostalgia e le impressioni facciano la loro parte scrivendo queste poche righe per trasmettere l'importanza e la forza di questa incredibile serie targata Fx (FARGO, AMERICAN HORROR STORY, SHIELD, STRAIN, AMERICANS, WILFRED).
Sons of Anarchy è un viaggio on the road capace per ben sette stagioni di lasciare con il fiato sospeso. E saranno le moto (rigorosamente Harley Davidson), sarà l’incredibile realismo, ma l’appeal di questo prodotto è piuttosto trasversale.
La tragedia narrata da Kurt Sutter ha preso spunto dalle vicende di una banda di motociclisti delinquenti e farla diventare materiale da epica moderna, con una sua mitologia e simbolismi propri, raggiungendo un traguardo insperato non era affatto un compito semplice. Non è un caso che proprio Sutter si sia staccato e abbia intrapreso questa strada, nato e cresciuto nell’America del New Jersey, quella sorta di landa ai limiti della metropoli più grande del mondo, che racchiude una criminalità organizzata dall’alba dei tempi. Facile quindi creare quelle trame complesse e soprattutto che coinvolgono aspetti anche innovativi (come un'intera stagione sull'IRA).
Costellato di imperfezioni, sentimentalismi a volte forzati, la serie ha comunque saputo essere sempre intensa ed emozionante trovando nel sangue, nell'essere brutale, violenta e a volte insensata, colpendo però con spietatezza in numerose occasioni.
Con le dovute citazioni e prese in prestito, Sutter partendo da un giovinotto come Jax, ha saputo trasformare la sua storia in un viaggio dell'eroe, in un percorso di formazione e redenzione straordinario, citando sotto le righe AMLETO e portando ad alcune riflessioni che non sembrano fare parte dell'universo delle gang criminali e dei motociclisti puntando invece su un discutibile codice d'onore che in America e tra le gang ha un enorme significato

Sons è proprio la storia di uno dei figli di quella cultura in perenne conflitto tra quello che è, quello che vorrebbe diventare e quello che gli altri si aspettano che diventi.  

venerdì 19 dicembre 2014

Religious

Titolo: Religious
Regia: Larry Charles
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Già autore di Borat, Larry Charles, presenta un documentario dissacratore sulla religione e sulle sue implicazioni attraverso il mondo. Il titolo Religulous è la contrazione delle parole "Religion" e "Ridiculous"

Girare un mockumentary sulle religioni "in generale" è un pò come aprire il vaso di Pandora della rete e provare a prendere elementi a caso, paragonandoli e confrontandoli, senza una precisa direzione da seguire.
Bill Maher, comico americano, con quel suo sorriso sicuro e la parlata veloce, è il portavoce ideale di tale tipo di operazione.
Motivato da una saggezza epicurea e da una retorica voltairiana, il comico americano parte da un principio incontrovertibile: la ratio deve sempre dominare sulla religio, la saggezza immanente deve sempre risultare superiore ad ogni superstizione trascendente.
Maher quindi non relega di fatto il contesto ad un unica religione cercando di approfondire un dogma e cercando di analizzarlo in tutta la sua complessità, ma usa lo sfotto con cui sembra prendersi gioco dei fedeli trovando una facile risposta ad ogni domanda e senza argomentare più di tanto il fatto religioso.
Maher e Charles partono dal dato storico che le religioni non solo sono state per millenni "oppio dei popoli" per eccellenza, ma anche causa, supporto o giustificazione per guerre, eccidi, soprusi e morte indagando e cogliendo anche alcuni aspetti davvero inquietanti e contraddittori (il grassone nella tavola calda che ha messo tutto nelle mani di Dio dopo svariati anni come Satanista e pappone) in cui ogni fedele non dsi discosta mai dal primato religioso e politicamente, ma anche culturalmente e storicamente l'idea di religione come "religione di stato", punto di vista unico sulle cose e sulla natura che non permette divagazioni o eccezioni.
Seppur con alcuni dialoghi particolarmente riusciti e mostrando alcuni "assurdi" religiosi soprattutto nei territori inesplorati e sempre in aumento del fenomeno delle "new-religion" Religious come il titolo, scherzosamente anticipa, è pura propaganda mutuata sul linguaggio dell'infotainment televisivo, dunque nulla di intellettualmente stimolante, ma invece un night-show continuo che regala più di tutto ironia e assurdi, oltre circa l'85% di informazioni che qualsiasi persona che ha un minimo di preparazione religiosa già conosce.


Chaser

Titolo: Chaser
Regia: Hong-jin Na
Anno: 2008
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

L'ex poliziotto e attuale pappone Jung-ho si insospettisce dopo che un po' delle sue ragazze scompaiono nel nulla. Temendo una fuga o peggio un acquisto sottobanco da parte di terzi, decide di indagare per conto suo sul mistero, finendo così per scoprire un orrore ben più profondo.

The Chaser è un esordio brillante, un noir che strizza l'occhio ad un certo genere della cinematografia coreana, piazzandosi con tutta una sua nutrita valenza di elementi originali che contribuiscono a dare forma al genere.
Partendo dall'intreccio narrativo funzionale e travolgente con il distretto di polizia, il sindaco, il serial killer e Jung-ho intrappolati in una lotta contro il tempo, si arriva mano a mano che la narrazione procede a un'indagine che già dopo la prima mezz'ora sembra risolta e conclusa.
Come spesso capita, l'opera prima del 35enne è stato il caso che ha sbancato il box office coreano e che ha fatto il giro del mondo, rimanendo però inedito in Italia.
Quello che stupisce è la maturità tecnica del regista che non trascura nessun particolare e porta anche le sotto-trame ad avere un inizio ed una fine ben precise senza esagerazioni o buchi di sceneggiatura.
Purtroppo nel secondo atto il film fatica un pò a procedere, sicuramente a causa del plot e dell'intricata matassa di elementi da sbrogliare che rimane un pò troppo macchinosa.
Quando la sfiducia cronica nei confronti delle istituzioni, già presente nel sontuosissimo MEMORIES OF MURDER, continua a procedere allora Jung-ho muove da solo il gioco, senza però, e qui l'aspetto interessante sulla caratterizzazione dei personaggi, farlo diventare un revenge-movie o un thriller in cui lo shock è l'elemento predominante.
Hong-jiin spinge tutto sui sentimenti e le emozioni che predominano i personaggi, mostrandoli, (sopratutto il serial-killer) in tutta la loro difficoltà a mostrarsi per come sono veramente.
Ancora una volta il martello diventa l'arma preferita dei serial killer e l'eleganza e lo stile con cui vengono messi in scena alcuni particolari del film, tende a rimanere una caratteristica sud-coreana e di come vengano sempre tenuti sotto controllo tutti i minimi particolari facendo, come nel caso di questo film, un lavoro molto minimale e azzerando completamente il suono nelle scene madri del film e nel fortissimo climax finale, aumentando come da tradizione, l'effetto di suspance e pathos dello spettatore.

lunedì 7 luglio 2014

Synecdoche, New York

Titolo: Synecdoche, New York
Regia: Charlie Kaufman
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Caden Cotard, regista teatrale fresco del successo ottenuto grazie alla messa in scena di Morte di un commesso viaggiatore, si prepara ad affrontare la preparazione della sua nuova opera che prevede addirittura la ricostruzione di una New York a grandezza naturale all'interno di un magazzino di Manhattan. Nel frattempo deve anche gestire i difficoltosi rapporti con le donne della sua vita.

Personale e con svariate licenze poetiche, il primo e importante film di Kaufman, da lui scritto e sceneggiato, fa parte di quelle opere molto più intellettuali di quello che vorrebbero essere, pagando tuttavia la difficoltà di non poter fare aderire tutta la summa di temi e significati in modo semplice e sempre perfettamente fruibile.
Kaufman era già riuscito a inquadrare perfettamente Hoffman e farlo aderire in modo semplice e quasi possiamo dire spontaneo alle sue richieste, con una performance che dovesse articolare nevrosi, ansie e nuovi disturbi, delinenando un personaggio molto complesso e multisfaccettato.
Da questo punto di vista il contributo è quello di aver reso un personaggio umanamente ed eticamente fantastico, oltre che reale, ma al contempo misurato e vittima delle sue stesse nevrosi, ansie e paure più profonde.
L'idea di creare tutta questa galleria di contenuti e sfaccettature su un regista teatrale, diventa davvero funzionale, soprattutto quando l'eversività di Hoffman e la sua profonda complessità riescono a farlo diventate un personaggio affascinante come il nutrito numero di donne che convergono con lui rappresentando una prolungazione della sua complessità psicologica.
Synecdoche che ci restituisce in ritardo una delle più intense interpretazioni del compianto attore, è un film talmente potente, nella sua contorta complessità, da riuscire ad appiccicarsi alla pelle e alla mente dello spettatore, rimanendoci per giorni e giorni.

martedì 8 aprile 2014

Vinyan

Titolo: Vinyan
Regia: Fabrice Du Welz
Anno: 2008
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Incapaci di accettare la perdita del figlio nello tsunami del 2005, Jeanne e Paul Belhmer sono rimasti a Phuket. Aggrappandosi disperatamente al fatto che il cadavere non è mai stato rinvenuto, Jeanne crede che il figlio sia ancora vivo.

Ci sono autori che non passano di certo inosservati.
Du Welz, un nome da non dimenticare, al suo secondo film, fa un altro centro.
Difficile, scomodo, non sempre lineare e assolutamente imperfetto, ma fa un altro centro dopo il meraviglioso CALVAIRE.
Diciamo che il regista belga continua il discorso sul calvario, anche se in questo caso è ingigantito, si sposta a Phuket, è si allarga alla vita di coppia. Cosa cercano se non il Vinyan, uno spirito errante, che pensano possa essere loro figlio? Ci immergiamo così tra foreste, piccole baracche, altri culturali assurdi, barche e spiagge che sembrano dividere il piano reale da quello onirico.
Se nella città si esalta la mercificazione del corpo, nell'isola, si sviluppa un'altra dimensione che ci porta in un mondo di spettri.
Jeanne è un personaggio indimenticabile, Emmanuelle Beart, dopo aver visto CALVAIRE si è lasciata andare in una performance assolutamente fuori dagli schemi per l'intensità e il coraggio.
I raddoppiamenti di Jeanne e il simbolismo del regista, appaiono nuovamente, più strutturali e maturi sotto tutt'altra forma: la madre-ventre (utero), madre-terra (fango), madre-cibo (seno), altro non sono che le caratteristiche della Dea Madre che in un finale indimenticabile appare in tutta la sua carica eversiva. Interessante anche l'aspetto per cui in CALVAIRE comparivano solo uomini (i bifolchi sono ovunque in ogni parte del mondo) mentre qui il Femminile ha una potenza, una vivacità e una forza dirompente, poichè invertita e azzerata dalla forzata negazione di non poter essere Madre, ma diventando infatti una Dea Madre che protegge i suoi figli.
Allo stesso tempo lo stile unico del regista diventa un suo aspetto specifico, grazie al quale diventa riconoscibile già alla sua seconda opera e senza dimenticare il talento del co-autore del film, il direttore della fotografia Benoit Debie.
Lo Tsunami diventa dunque metafora di un'onda che lava via la psiche, riportando ad una stasi di veglia tra rassegnazione e coraggio. L'incipit, come il finale, sono tra i passaggi più importanti del film, tecnicamente straordinari e visivamente originali.
Vinyan conferma la straordinaria visionarietà di un giovane regista che speriamo continui su questi binari senza, magari, accettare inutili e patetici contratti oltreoceano.






lunedì 31 marzo 2014

Man on Wire

Titolo: Man on Wire
Regia: James Marsh
Anno: 2008
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un luminoso mattino d'estate del 1974, il funambolo Philippe Petit camminò per più di un'ora lungo un cavo d'acciaio steso tra i due grattacieli più alti del mondo, le Torri Gemelle di New York, simbolo del progresso e del rinnovato ottimismo occidentale.

Man on Wire è uno di quei documentari tipici da festival, destinati per molti a diventare un piccolo cult. Crea una leggenda e in fondo quasi un mito, come quello di Philippe Petit, pazzo o genio, mistico o visionario, questo sta a voi stabilirlo.
Man on Wire è molto originale per il fatto che tratta una sfida dell'uomo originale e mozzafiato, se non altro per l'impresa svolta, più che come scelta e messa in scena del caper-movie.
Un documentario di un francese prodotto dagli inglesi.
Marsch non è ingenuo, anzi, è un regista, quasi un documentarista, che in fondo ha ben presente il cinema che più gli interessa.
Si appassiona ai progetti, alle storie, la sua filmografia è costellata di lavori molto differenti e partoriti con un grande coraggio, soprattutto contando che pochi dei suoi lavori hanno un taglio commerciale.
WINSCONSIN DEATH TRIP,THE KING,RED RIDING,PROJECT NIM,DOPPIO GIOCO, sono tutti completamente diversi e accattivanti nel loro bisogno di fare analisi, critica o di mostrare i lati spiacevoli e gli esperimenti di cui poco si parla.
L'unico grande problema di MAN ON WIRE è la durata che purtoppo lascia alcuni tasselli poco efficaci e che sembrano ridondanti per arrivare a chiudere i '90, così come alcuni passaggi (tutta la trittica sui documenti, alcune ripetizioni dentro i due edifici che mostrano le stesse immagini alternate in passaggi diversi, alcuni filmati di repertorio in un b/n abbastanza fuori luogo)
In fondo di folli utopie, al confine tra il gioco prodigioso, l'atto politico e la provocazione artistica, il cinema ultimamente, sembra farci conoscere numerosi protagonisti.
THE MAN ON WIRE è la follia di un uomo che in fondo però ci insegna una cosa bellissima: non c'è un limite a quello che l'individuo vuole e può fare.
Se come Petit, che crede con tutte le forze e trova dei pazzi come lui, che sposino la sua folle idea, allora tutto può essere possibile, anche una pazzia come quella delle Torri Gemelle.
Un altro particolare che ho apprezzato molto del regista è stato quello di non citare le due torri, semplicemente perchè non interesano e non sono funzionali alla storia, qui si racconta Petit non le Torri Gemelle.





lunedì 9 dicembre 2013

Fear It Self-La Comunità-1x07

Titolo: Fear It Self-La Comunità-1x07
Regia: Mary Harron
Anno: 2008
Paese: Canada
Giudizio: 2/5

Dopo aver perso il bambino che aspettavano, Bobby e Tracy vengono alla conoscenza dell'esistenza di Commons, una piccola comunità gestita da una donna di nome Candace, in cui tutto è perfetto e privo di rischi e criminalità. Decidono allora di trasferirvisi ma, sin da subito, Bobby inizia a sentirsi a disagio per le intrusioni nella sua vita privata e per le rigide regole imposte. Scoprirà presto che la perfezione comporta un alto prezzo da pagare.

Mi aspettavo davvero qualcosa di molto più originale dal settimo episodio della famosa e fortunata serie americana uscita dopo i celebri MASTER OF HORRORS.
Con una sceneggiatura niente affatto originale, un adattamento anch'esso con poco senso, il mediometraggio incappa fin da subito in un madornale errore, ovvero quello di partire con il finale e andando dunque dopo a ritroso nella storia.
La comunità come il titolo è un soggetto su cui poter imbastire molto con svariati temi e lavorare molto immaginazione tenendo ben salda la realtà di alcune new-religion e tutto il resto.
Una moglie fedifraga, le telecamere che spiano le loro vite, l'infedeltà come abominio visto dalla comunità sono elementi messi in scena con pochissimo talento e senza mai dare l'impressione di una partecipazione collettiva a questo progetto, ma invece qualcosa di sconnesso e macchinoso e soprattutto già visto oltre che scontato. Un episodio davvero povero contando che poteva dare molto di più.

giovedì 27 giugno 2013

Sell the Dead

Titolo: Sell the Dead
Regia: Glenn McQuaid 
Anno: 2008 
Paese: Usa 
Giudizio: 2/5 

Nel Diciottesimo secolo due profanatori di tombe vengono arrestati e condannati a morte. Poche ore prima di essere giustiziato Arthur Blake racconta la storia della sua vita a Padre Francio Duffy. Ne viene fuori che da lungo tempo Arthure rifornisce di cadaveri il macabro scienziato Willie Grimes 

Diciamo che se non ci fosse stato il film di Landis, BURKE & HARE LADRI DI CADAVERI, intenso astuto e originale, I SELL THE DEAD avrebbe ottenuto certo più consensi. 
Abbiamo Monaghan e Perlman quindi ci accontentiamo, anche se il primo dei due tende sempre a esagerare, ma purtroppo quello che rende il film slacciato in più parti e proprio il ritmo e alcune scene portate troppo allo sfinimento, così come la trama eccessivamente lineare e scontata nella parte finale, impedendo al film di sfruttare a pieno le proprie potenzialità . 
Una commedia nera e scanzonata, con personaggi a volte azzeccati, un certo citazionismo elegante e colto ma che non arriva mai ai livelli di Landis basti pensare alla citazione di Vessalio che è stato il primo precursore delle scoperte anatomiche umane quando la chiesa non accettava che venisse dissezionato il corpo oppure Nicephore uno degli inventori della fotografia che nasce come fotografo di cadaveri per conto del medico Cox o ancora l'assistente del professor Monroe alias Charles Darwin. 
I Sell The Dead è un film a basso costo, girato da un esordiente che ha un passato come tecnico degli effetti speciali. McQuaid che pur mettendocela tutta paga il pegno di aver fatto qualcosa in parte di già visto. 
Sì perchè poi fondamentalmente le analogie riguardano la trafugazione dei corpi a dispetto di alcune spinte di intenti leggermente diversi. 
Comunque con un esordio del genere che non è male ma ha i suoli limiti, si rimane ad aspettare le intuizioni che spero arrivino, di questo giovane cineasta.

venerdì 5 aprile 2013

Plague Town

Titolo: Plague Town
Regia: David Gregory
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una famiglia americana in visita in Irlanda si imbatte accidentalmente in un gruppo di bambini assetati di sangue.

Bisogna subito dire che il film di Gregory tratta una tematica che seppur sembra avere delle analogie con parecchi horror di ultimo stampo vira per certi aspetti senza entrare di rito nel filone che accosta THE CHILDREN e tutto il resto. Un film low-budget che in alcuni momenti mostra tutti i suoi limiti cercando però a dispetto dell’esagerazione una certa lenta e infine esplosione di effetti e make-up.
Dall’incipit si capisce la maledizione che colpisce questo villaggio dell’Irlanda cercando solo per alcuni aspetti di attingere dalla narrativa e infilando alcuni moniti che certo ricorderanno opere più sopraffine.
Un film canonico nella sua struttura e nella scelta dei personaggi che muoveranno le redini della storia.
Non mancano alcune buone intuizioni così come alcune maschere rendono davvero bene l’atmosfera macabra e morbosa presente nel film.
Eppure e questo lento e forse troppo lungo passare da un personaggio all’altro che finisce con il perdersi nel suo continuo girotondo di vicissitudini.
Certo l’idea di un’occasione persa la si pensa e si finisce anche con il farsi due interrogativi che però sapranno trovare presto una risposta.
E poi questo nucleo che si ritrova a perdersi nelle sperdute lande in cerca delle proprie origini è davvero un clichè che si fatica a manda giù.



giovedì 7 marzo 2013

Punisher-War Zone

Titolo: Punisher-War Zone
Regia: Lexi Alexander
Anno: 2008
Paese: Usa/Canada
Giudizio: 2/5

Dopo aver ucciso centinaia di violenti criminali, Frank Castle il Punitore fronteggia un altro avversario: Jigsaw.

La terza pellicola che vede le gesta del punitore per quanto cerchi di essere ancora più violento dei precedenti non riesce tuttavia a essere all’altezza di un personaggio così complesso come Frank Castle.
Diciamo che nessuno dei tre si salva. Le precedenti prove sono state quella di Lundgren degli anni’80 e la pellicola con Thomas Jane nei panni del punitore del 2004. Proprio quest’ultimo Jane ha voluto assolutamente una variante più convincente del suo inutile film. Così ha chiamato Alexander che aveva esordito con un buon film e la mette al timone di questo intenso film d’azione che non poteva aprirsi in modo migliore con una bella carneficina iniziale. Tuttavia compresi i meriti del film è una faccia, quella di Stevenson, che se anche non è proprio quella più adatta, almeno riesce a essere più convincente dei precedenti biondini che si sono dovuti fare la tinta.
Tuttavia Castle per chi ha letto i fumetti è davvero cattivo e spietato. Mi aspettavo qualcosa di più noir e di più cattivo contando l’odio più assoluto che il vendicatore prova nei confronti dei mafiosi ma anche di quasi tutta l’umanità in genere. Comunque la svolta nel film avviene appena viene liberato Looney Big Jim e la coppiata con il fratello Jigsaw vede almeno due nemici potenti, bravi a recitare e che almeno regalano un po’ di sana e goduta azione (Doug Hutchinson poi è quel famoso cannibale della serie di X-FILES che non a caso anche qui rifà il cannibale).
Non mancano poi nel film alcune scena assolutamente gratuite girate con il solo scopo di aumentare il tasso di sangue e di violenza diventando però indirettamente proporzionali con la caratterizzazione di un personaggio che per quanto fuori di testa almeno non è dedito ala violenza gratuita (Castle fa saltare in aria il cervello di un malvivente solo perchè ha appena rubato il portafoglio di un suo amico oppure la scena del lancio di un razzo da parte del Punisher contro un tizio criminale che salta da un tetto).
Certo bisogna anche ammettere che a dispetto di altri Comics della Marvel, War Zone non è perfetto ma ne supera almeno tre o quattro senza nemmeno impegnarsi.

sabato 2 febbraio 2013

Cass

Titolo: Cass
Regia: John S.Baird
Anno: 2008
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Cass Pennant nasce a Londra da genitori giamaicani che lo abbandonano appena nato. Viene adottato da una coppia di bianchi che lo crescono in una londra bianca e col fenomeno del razzismo sempre dietro l'angolo. E' questo che spinge Cass sin da piccolo ad affermarsi verso tutti, attraverso la violenza.
Il bambino cresce e comincia ad innamorarsi del West Ham United e della sua tifoseria scatenata che ogni week end si diletta in risse per il predominio dello stadio e della strada. Cass avrà un'esclation che lo porterà ad essere il fondatore del gruppo storico denominato I.C.F. (Inter City Firm), il gruppo di hooligans più temuto e rispettato da tutte le tifoserie inglesi degli anni '80.

Il cinema inglese ancora una volta dimostra la sua prolificità sotto vari aspetti e sotto svariati generi. Siamo di nuovo tra gli hooligans (anche se nel film il calcio come gli stadi proprio non si vedono) eppure il film di Beird deraglia nettamente da altri film sul genere di certo più commerciali e meno convincenti come HOOLIGANS. In questo film c’è la storia di vita di un ragazzo di colore nell’Inghilterra anni ’80, un viaggio di formazione, un rapporto molto bello con una madre (lei è quella di EAST IS EAST), tanti combattimenti, dialoghi mai banali e una filosofia di vita abbastanza travolgente.
Anche se in alcune parti è volutamente scontato (la storia d’amore e quindi la redenzione del protagonista) tutto riesce comunque a funzionare grazie anche ad ritmo e delle buone note di intenti.
Lo spaccato della società disperata nell’Inghilterra Tatcheriana si converte bene in questo mare di aspetti che il film si propone di toccare. Alla fine comunque la storia di Carol (nome diffuso in Giamaica ma del tutto inusuale in Europa) vince sugli scontri e sulla presa di posizione di fare un altro dei tanti film dedicati all’universo degli hooligans, degli stadi e delle accanite tifoserie.
WebRep
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giovedì 17 gennaio 2013

Justice League- The New Frontier

Titolo: Justice League- The New Frontier
Regia: Dave Bullock
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Anni '50, Guerra Fredda: il governo americano mette fuorilegge i superoi che non collaborano con esso. Mentre i vecchi eroi decidono di ritarsi, una nuova generazione prende il sopravvento: tra questi Superman, Batman, Wonder Woman e Flash. Quando una minaccia mette in pericolo l'esistenza stessa della Terra, i nuovi supereroi si vedranno costretti ad allearsi con il governo degli Stati Uniti, a loro ostile.

« Come tutte le cose di questa sfera malformata, Io emersi dal centro fuso della creazione. Ma la mia fu una strada a senso unico. Isolato, sviluppai attributi che andavano oltre quelli degli esseri inferiori. Poi la sfera fu colpita da una vasta roccia celestiale. Frammenti neri di morte riempirono i cieli e il mondo divenne un caotico giardino di destini. Presto la sfera cominciò a nutrire una nuova specie di vita. E ce ne fu una che si eresse al di sopra delle altre. La sua fragile guscio rivelò la sua natura malvagia. E in ciò che sembrava un battito, queste cose proliferarono sia in numero che in mezzi di distruzione. Ora hanno imbrigliato la forza più distruttiva. E Io, Il Centro, sono giunto alla conclusione che la sfera deve esserne ripulita. »
E’chi l’avrebbe mai detto che sarebbero arrivati a mettere il divieto ai tredicenni di vedere l’ultima avventura della squadra della Dc? Mah io credo che non sia certo per le scene di violenza ma per lo spirito anti-reazionario della pellicola, per le scelte anti-governative dei super eroi e via dicendo.
Contando sui meriti di Bruce Timm, sullo stile meno c.g e meno stiloso rispetto ad altre pellicole ed esteticamente meno bello rispetto ai suoi predecessori, CRISIS OF TWO EARTH e DOOM, ma a livelo di storia certamente più pungente.
Il pezzo iniziale poi calca se vogliamo anche territori inesplorati metaforizzando sull’intero universo.
Un altro ottimo lavoro che concentra le attenzioni e le promesse sulle avventure dei super eroi preferiti che nel lungo d’animazione trovano le risposte che finalmente il pubblico ricercava.

venerdì 11 gennaio 2013

Felon

Titolo: Felon
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un amorevole padre di famiglia, con un futuro promettente, perde tutto quando uccide accidentalmente il ladro che ha fatto irruzione in casa sua. Condannato per omicidio involontario, dovrà trascorrere tre anni all'interno di una struttura di massima sicurezza dove le regole della società non si applicano più

"Quando la tua vita è determinata da una sola azione cambia la concezione che hai del tempo"
I prison-movie sono sottogeneri interessanti. Ultimamente ne sono usciti alcuni che valgono di essere visionati come l’indipendente Felon forse mai uscito nel nostro paese. Ed è un peccato perché se anche in alcune parti il film non aggiunge nulla a tutto quello che si è già visto, c’è qualcosa di tremendamente autentico nel viaggio negli inferi del protagonista, un Dorf in ottima forma.
La storia per l’appunto non essendo così originale riesce a intrattenere con un crescendo di azione, dramma e violenza tutti dosati con buone capacità e alcuni momenti addirittura toccanti in cui il dato più importante è proprio quello di riuscire a identificarsi subito con il protagonista.
La cosa poi strana e quasi anomala è che Val Kilmer contando che negli ultimi anni sta girando più film di Nicolas Cage recita pure bene ritagliandosi un personaggio che si fa apprezzare, una sorta di guru carcerario con un proprio sistema di regole che non accetta compromessi all’interno delle bande della prigione.